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	<title>Recensioni &#38; Storia.it &#187; Armenia</title>
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	<description>dove si parla di recensioni di libri e di argomenti di storia</description>
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		<title>GLI EROI DEL MUSSA DAGH E LA LORO DISPERATA LOTTA CONTRO I TURCHI (Corriere del Giorno, 1 aprile 2009, pag. 31)</title>
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		<pubDate>Sun, 19 Apr 2009 10:31:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cavallo Roberto</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Corriere del Giorno]]></category>
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		<category><![CDATA[Turchia]]></category>

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		<description><![CDATA[I libri e gli scritti di Antonia Arslan, diventati anche film per il cinema, hanno consentito la conoscenza del genocidio armeno presso il grande pubblico. Come noto circa un milione di persone nel 1915, nel bel mezzo della prima guerra mondiale, persero la vita per mano dei Turchi. Quegli stessi Turchi che per secoli avevano [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-2063" href="http://www.recensioni-storia.it/?attachment_id=2063"><img class="alignleft size-medium wp-image-2063" title="9788883353673g" src="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2009/04/9788883353673g-198x300.jpg" alt="9788883353673g" width="198" height="300" /></a>I libri e gli scritti di Antonia Arslan, diventati anche film per il cinema, hanno consentito la conoscenza del genocidio armeno presso il grande pubblico.<span> </span>Come noto circa un milione di persone nel 1915, nel bel mezzo della prima guerra mondiale, persero la vita per mano dei Turchi. Quegli stessi Turchi che per secoli avevano costituito il terrore delle nostre coste, tanto da far nascere nel linguaggio popolare l’espressione: “<em>Mamma li Turchi</em>”.</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;">Con il tempo, nuovi documenti e nuove testimonianze vengono a delineare e ad approfondire i vari aspetti del dramma armeno, e anche recentemente il Corriere del Giorno ne ha dato puntuale informazione (da ultimo, cfr. “<em>Armeni etnia cristiana</em>”, di Pierfranco Bruni, 19.02.2009, pag. 32).</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;">Sicuramente meno conosciuto al grande pubblico è il fatto che non tutti gli Armeni subirono la deportazione negli infuocati deserti siriani, tra indicibili stenti e sevizie che ne causarono lo sterminio. Seppure sporadiche, vi furono forme di resistenza contro l’ordine di deportazione impartito dal governo ottomano. La rivolta più significativa si svolse in quella che in età classica si chiamava Cilicia, una regione montagnosa nel sud della Turchia, prospiciente il Mediterraneo orientale – dinanzi a Cipro &#8211; e confinante con la Siria.</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;">Qui nell’estate del 1915 erano ormai giunte le notizie sulla sorte che, già dal precedente mese di aprile, era toccata ai deportati di altre regioni della Turchia. Fu così che sei villaggi armeni, ai piedi del massiccio del Mussa Dagh, quasi all’unisono presero la decisione di non aspettare passivamente l’ordine turco di deportazione e organizzarono la resistenza. I pochi averi a disposizione furono utilizzati per acquistare in gran segreto qualche fucile con relativo munizionamento. Quando a fine luglio l’ordine di partire – abilmente accompagnato da lusinghe e minacce – divenne esecutivo, gli Armeni &#8211; circa cinquemila persone compresi vecchi, donne e bambini -, con le povere masserizie che era possibile portarsi al seguito salirono in montagna, sul Mussa Dagh, dando vita ad un’intrepida resistenza.</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;">Aveva così inizio una vicenda umana di straordinaria intensità, descritta per la prima volta negli anni ’30 sotto forma di romanzo da Franz Werfel, un ebreo praghese convertito al cattolicesimo, nel libro<span> </span>“I quaranta giorni del Mussa Dagh”.</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;">Adesso, nella veste di saggio storico, “<em>La vera storia del Mussa Dagh</em>” viene riproposta dalle Edizioni Guerini e Associati grazie alle accurate indagini storiche condotte da Flavia Amabile e Marco Tosatti,<span> </span>giornalisti de “La Stampa”. <span> </span>Non solo. <span> </span>Lì dove Franz Werfel si fermava, Amabile e Tosatti sono andati oltre, spinti dalla curiosità di conoscere che fine avessero fatto quegli eroici montanari. Così è nato, sempre per le Edizioni Guerini e Associati, un secondo volume dal titolo emblematico: “<em>Gli eroi traditi</em>”. Quale dunque la vera storia del Mussa Dagh?</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;">I Turchi all’inizio – provvidenzialmente &#8211; sopravvalutarono l’ammutinamento armeno, ritenendo che con i soliti metodi &#8211; lusinghe e minacce &#8211; i fuggiaschi si sarebbero ritirati in buon ordine. Ma non fu così. La zona montagnosa consentiva formidabili ed inaccessibili rifugi. Quando i soldati turchi arrampicandosi sui pendii iniziarono ad attaccare le postazioni armene, trovarono ad accoglierli un’intrepida resistenza. Al debole fuoco di sbarramento dovuto alle poche e imprecise armi, supplirono il coraggio e la disperazione degli uomini, che per più volte ricacciarono i Turchi e i loro cannoni dal Mussa Dagh. Con pochissimi viveri a disposizione, gli Armeni affidavano al Dio cristiano e alla sua Vergine Madre la speranza di salvare la vita propria e quella dei familiari, annichiliti dalla paura e dagli stenti.<span> </span>Donne e ragazzi parteciparono alla resistenza, chi curando i feriti e provvedendo ai viveri, chi portando ordini e notizie da una cima all’altra. Non mancarono le giovani donne che impugnarono i fucili, pronte a cadere sotto il piombo nemico piuttosto che diventare schiave e concubine dei musulmani. Questa, infatti, era la sorte ordinaria che spettava alle giovani donne cristiane cadute prigioniere di guerra, ancora in pieno XX secolo! Le ripetute vittorie galvanizzarono i difensori, comunque consapevoli delle enormi difficoltà che li attendevano, e prima fra tutte la prospettiva di affrontare un nemico che di volta in volta si presentava più numeroso ed armato. Le autorità turche avevano infatti fretta di chiudere al più presto l’increscioso episodio, prima che lo stesso assumesse rilevanza interna e, soprattutto, internazionale. Proprio questa era invece la speranza – l’unica rimasta – per gli Armeni del Mussa Dagh: far conoscere alle potenze alleate &#8211; allora in guerra con Turchia e Germania -, la loro speciale battaglia per la sopravvivenza. Per questo gli Armeni scrutavano il Mediterraneo dall’alto delle loro cime a strapiombo sul mare, nella speranza di vedere arrivare una nave amica. E la flotta amica, ai primi di settembre del 1915, finalmente arrivò. Erano navi da guerra francesi che pattugliavano la costa turca.<span> </span>Appena gli Armeni capirono che quel puntino lontano perso nell’azzurro poteva essere una nave alleata, issarono in cima al monte un grande lenzuolo bianco, con una croce rossa cucita sopra. I Francesi compresero e raccolsero una delegazione armena a bordo. Riconoscendo i meriti di quegli straordinari combattenti, li considerarono subito alleati nella lotta contro il comune nemico, e con le scialuppe trassero a bordo i cinquemila, salvandoli da morte certa ed orribile.</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><a rel="attachment wp-att-2064" href="http://www.recensioni-storia.it/?attachment_id=2064"><img class="alignleft size-full wp-image-2064" title="9788883356315" src="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2009/04/9788883356315.jpg" alt="9788883356315" width="150" height="228" /></a>Sfuggiti dalle fauci del lupo dopo quaranta giorni di strenua resistenza, i profughi, dopo una giornata di navigazione, giunsero a Port Said in Egitto il 14 settembre 1915. Qui per quattro anni troveranno accoglienza in un campo profughi, “… <em>sotto l’attenzione immediata delle autorità inglesi, francesi, egiziane e delle organizzazioni armene</em>…”.</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;">Continuando intanto la guerra degli Alleati contro gli Imperi centrali e la Turchia, gli uomini si arruolarono quali volontari nella Legione Orientale francese, sconfiggendo in Palestina gli eserciti turchi e coprendosi di onore. Finita la prima guerra mondiale, ai profughi armeni fu concesso di rientrare nelle loro terre: i sopravvissuti della Siria e dell’Egitto fecero rientro nelle case dei padri, o meglio, in ciò che di esse ancora restava in piedi. Protetti dall’amministrazione militare francese, gli Armeni di Cilicia liberarono dagli harem le donne e le ragazze rapite nel 1915. Tutti ritornarono ad assaporare il gusto della vita e della prosperità nei villaggi natii, ai piedi del Mussa Dagh. Di nuovo trasformarono le loro terre in verdi giardini, come sempre era stato grazie alla loro riconosciuta operosità.</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;">Ma tale ritrovata pace non era comunque destinata a durare. Alla vigilia della seconda guerra mondiale i Francesi per guadagnarsi la neutralità della Turchia cedettero il sangiaccato di Cilicia al regime di Ataturk, il “padre” della Turchia moderna. Sugli Armeni, ormai privati della protezione delle armi francesi, si abbatteva l’ennesima sciagura: restare significava esporsi a nuovi rischi mortali. Dunque per la seconda volta &#8211; nel giro di quasi venticinque anni &#8211; essi intrapresero la strada dell’esilio: era il 17 luglio 1939. I Francesi consentirono agli ex eroi del Mussa Dagh e ai loro familiari di stabilirsi nella valle della Bekaa, in Libano, dove gli Armeni fondarono il villaggio di Anjar.</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;">Ancora oggi i loro discendenti, abbandonata da anni ogni speranza di far rientro in Cilicia &#8211; la piccola Armenia turca &#8211; vivono là, a contatto di gomito nella polveriera libanese con un nuovo potenziale pericolo islamico: gli Sciiti di Hezbollah.</p>
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		<title>ARMENIAN SURVIVORS (Il Corriere del Sud, n°2, 15 marzo 2008, pag.3)</title>
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		<pubDate>Wed, 12 Mar 2008 18:40:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cavallo Roberto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ “Survivors” (Angelo Guerini E Associati, 2007, Milano, pagg. 244, euro 19,50) è il titolo del libro dei coniugi statunitensi Donald E. Miller e Lorna Touryan Miller, di recente pubblicato anche nella sua traduzione italiana.
Chi sono i sopravvissuti (survivors)?
Sono i pochissimi (soprattutto bambini) che riuscirono a salvarsi dal primo genocidio del XX secolo: quello – [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%"><a title="arm-genocide-2.jpg" href="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2008/03/arm-genocide-2.jpg"><img src="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2008/03/arm-genocide-2.thumbnail.jpg" alt="arm-genocide-2.jpg" /></a> “<em>Survivors”</em> (Angelo Guerini E Associati, 2007, Milano, pagg. 244, euro 19,50) è il titolo del libro dei coniugi statunitensi <em>Donald E. Miller</em> e <em>Lorna Touryan Miller</em>, di recente pubblicato anche nella sua traduzione italiana.</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%">Chi sono i sopravvissuti (<em>survivors)</em>?</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%">Sono i pochissimi<span> </span>(soprattutto bambini) che riuscirono a salvarsi dal primo genocidio del XX secolo: quello – per gran parte ancora sconosciuto al grande pubblico – del popolo armeno.</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%"><em>Donald E. Miller</em> insegna Sociologia delle religioni presso l’Università della California. Con la moglie <em>Lorna</em> è coautore di diversi studi sul genocidio armeno, fondati sulle fonti diplomatiche del tempo ma specialmente sul recupero delle testimonianze orali dei sopravvissuti. In appendice al volume viene infatti riportato l’elenco, disposto in ordine alfabetico, degli ex bambini intervistati dai due coniugi verso la fine degli anni ’70: nati a cavallo fra la fine del XIX e i primi anni del XX secolo, al momento delle interviste queste persone erano oramai ultrasettantenni, ma i loro ricordi, pur nella molteplicità delle esperienze e dei diversi punti di vista, risultavano sostanzialmente univoci. Gli scampati al genocidio provenivano per lo più dagli orfanotrofi e poi, attraverso varie circostanze, spesso rocambolesche, erano riusciti a seguire la scia dell’immigrazione armena in Occidente.             <a title="turkey-armenia.gif" href="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2008/03/turkey-armenia.gif"><img src="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2008/03/turkey-armenia.thumbnail.gif" alt="turkey-armenia.gif" /></a><span id="more-427"></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%">Nel volume dei coniugi <em>Miller </em>le testimonianze orali sono messe a confronto con la documentazione d’archivio relativa alle fonti diplomatiche del tempo, riguardante<span> </span>rapporti e resoconti di consoli, di incaricati di affari, ma anche di missionari occidentali, che si trovarono a vedere con i loro occhi alcune fasi della deportazione armena.</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%">Nel 1915 il governo turco, entrato in guerra al fianco degli Imperi centrali contro Russia, Francia e Gran Bretagna, emise un decreto con il quale ordinava la deportazione in massa della numerosa minoranza armena (il <em>millet</em> armeno), di religione cristiana e dunque considerata potenzialmente filo-russa. Solo chi si convertiva velocemente all’Islam aveva buone possibilità di salvarsi.</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%">Il tragitto per lo più si snodava dai villaggi della Turchia orientale, sede dell’Armenia storica (le regioni anatoliche intorno al lago di Van), fino a raggiungere alcune città siriane o dell’attuale Iraq: Aleppo, Der-Zor, Mosul, allora parti integranti del vasto impero ottomano.</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%">Qui i superstiti, sradicati dai loro affetti e dalla loro terra, oggetto di ogni tipo di violenza e di sopraffazione, arrivavano seminudi e scheletrici, ormai prossimi alla morte, dopo aver abbandonato per strada scie di cadaveri.</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%">Sono le scene che il pubblico italiano ha timidamente imparato a conoscere grazie soprattutto all’opera della giornalista e scrittrice <em>Antonia Arslan</em>, che è anche la curatrice del volume in questione. <span> </span>Il suo romanzo <em>La masseria delle allodole</em>, campione di vendite e tradotto nel 2007 nel bel film<span> </span>dei fratelli Taviani, almeno in parte ha consentito di rompere la congiura del silenzio sul dramma terribile vissuto dagli Armeni di Turchia, sterminati a più riprese, prima negli anni 1894-96 <span> </span>dal governo islamico del Sultano e poi nel 1915 da quello più laicista dei “<em>Giovani Turchi”.</em></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%"><span> </span>L’assalto ai villaggi, gli arresti indiscriminati degli uomini adulti, le chiese incendiate con i fedeli chiusi dentro, tutto questo in molti luoghi fu il preludio alla grande deportazione che eliminò in pochi mesi, fra la primavera e l’estate del 1915, quasi un milione e mezzo di Armeni.<span> </span>Ma la marcia forzata verso la Siria e la Mesopotamia resta qualcosa di unico e terribile: “<em>La morte per fame &#8211; come per disidratazione – era piuttosto comune. Ai turchi locali era vietato dare cibo agli armeni in transito e questi, dopo essere stati depredati, avevano perso non solo le scorte che si erano portati appresso, ma anche i mezzi per comprarsene altre. Di conseguenza, erano costretti a nutrirsi dell’erba che cresceva lungo la strada. Un sopravvissuto disse che vivevano come pecore al pascolo</em>” (pag.111).</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%">A scortare le colonne di deportati, composte quasi esclusivamente da vecchi, donne e bambini – gli uomini infatti erano stati fucilati nei villaggi o erano morti al fronte, servendo fedelmente, nonostante tutto, nell’esercito turco – vi erano solo pochi gendarmi: “<em>In un’analisi retrospettiva, molti sopravvissuti si domandavano a gran voce come era stato possibile che un pugno di gendarmi avesse potuto scortare centinaia e migliaia di armeni verso la morte, senza alcuna ribellione…Alcuni sopravvissuti hanno dato delle risposte, per quanto incerte, a questi interrogativi. Ad esempio, una delle persone interpellate, rifletteva: “Dove avremmo potuto andare? A patire la fame su quelle montagne? E allora continuavamo a camminare… Inoltre, alcuni sopravvissuti continuavano a credere che le deportazioni sarebbero state temporanee</em>.” (pag.112).</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%">Secondo altre testimonianze, il timore di nuocere ai pochi gendarmi nasceva dal fatto che, eliminatone alcuni, altri ne sarebbero arrivati, con la precisa intenzione di vendicarsi anzitutto sulle donne. Ed infatti i resoconti sui casi di violenza sessuale abbondano in tutte le interviste, oltre che nei dispacci dei diplomatici. Una delle testimonianze più significative “…<em>fu quella relativa a una ragazzina che venne violentata da uno dei capi turchi della città in cui transitava la carovana. I gendarmi avevano fatto incursione nel convoglio e avevano notato una ragazzina di dodici anni particolarmente graziosa. La strapparono alla madre, dicendo alla donna in lacrime che gliela avrebbero riportata. E infatti, la bambina fu riportata indietro, ma era stata orribilmente violata e di lì a poco morì…</em>” (pag.128).</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%">Comunque, sia che i gendarmi eseguissero direttamente gli ordini governativi che intimavano di sterminare gli Armeni, sia che commettessero atrocità di propria iniziativa, l’esito fu la morte di centinaia di migliaia di deportati. <span> </span>Quando non intervenivano in prima persona, lasciavano fare il lavoro sporco alle bande di montanari curdi o alla feccia di ex detenuti (i famigerati <em>chété</em>) appositamente scarcerati dalle autorità turche per assalire gli Armeni durante il loro lungo cammino di morte: “<em>I turchi e i curdi locali si accostavano ai deportati e portavano via tutti quelli che volevano. A volte le ragazze venivano rapite di notte; c’erano casi in cui le donne e i bambini venivano trattati come animali messi all’asta e questo fatto ci fu più volte riferito nelle interviste</em>” (pag.126).</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%">Così furono molte le donne che finirono negli harem di qualche notabile turco; ma altre preferirono suicidarsi. Concordi testimonianze narrano di suicidi di massa nel fiume Eufrate: “<em>Le ragazze si gettavano spesso a centinaia in un giorno solo, secondo quanto riferito dai sopravvissuti … Per quanto ci è dato di ricostruire, queste ragazze, tenendosi sottobraccio o per mano, si lanciavano giù da un ponte o da un dirupo dentro le acque impetuose dell’Eufrate o di un altro fiume. Le motivazioni si devono ricercare tra i seguenti fattori: le ragazze erano fisicamente ed emotivamente stremate; avevano assistito a violenze tremende durante la deportazione, compresi rapimenti e stupri; molte avevano perso membri della propria famiglia; i loro mezzi di sostentamento erano ridotti al minimo e forse, cosa più importante, avevano perso ogni speranza di vivere.” </em>(pag.129).<em></em></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%">Quanto ai bambini rapiti, chi non smarrì la propria identità armena e cristiana crescendo in nuove famiglie musulmane, trovò scampo &#8211; dopo aver a lungo vagabondato &#8211; in qualche orfanotrofio istituito al termine della prima guerra mondiale dai missionari occidentali. Ma spesso trascorsero mesi, e qualche volta anni, quasi completamente soli, senza i genitori o altri adulti di riferimento che si occupassero di loro: “<em>I bambini sopravvissuti avevano imparato a intenerire i turchi che incontravano e a sfruttare le occasioni a proprio vantaggio</em>.” (pag. 140).<span> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%">Quella degli orfanatrofi fu comunque una parentesi di relativa serenità destinata a durare appena 4 anni, dal 1918 al 1922. In questo anno infatti il nuovo leader turco, <em>Kemal Ataturk</em>, risollevò la bandiera del panturchismo, momentaneamente ammainata a causa della sconfitta subita nella prima guerra mondiale; <span> </span>così anche i superstiti del genocidio, compresi i bambini degli orfanatrofi, dovettero abbandonare definitivamente quella che per secoli era stata la terra dei loro avi. La presenza armena in Anatolia di fatto era conclusa (fra l’altro in quel medesimo anno, a Smirne, sulla costa mediterranea, si consumava con l’incendio della città l’eccidio dei greco-ortodossi e degli armeni ivi residenti): <span> </span>“<em>Alla fine del 1922 solo un ristretto numero di armeni era rimasto in Turchia … Gli armeni sopravvissuti dovettero affrontare il problema di trovare un posto sicuro dove sistemarsi</em>.” (pag. 169). <span> </span>Per la maggior parte di loro, questo posto sicuro furono il Libano o gli Stati Uniti.</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%">Alla fine dei conti non di una deportazione si trattò, ma di un massacro senza precedenti destinato a restare sostanzialmente impunito. Impunità in cui <em>Adolf Hitler</em>, alcuni anni più tardi, avrebbe consapevolmente confidato …</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%">Il paradosso è che ad oltre novanta anni di distanza da quella tragedia, le autorità turche, che pure oggi ambiscono ad entrare nel contesto dei popoli europei, neghino con vigore il genocidio, nonostante l’abbondanza e l’evidenza delle fonti storiografiche. Ciò ha accresciuto &#8211; ed accresce &#8211; le difficoltà degli Armeni a dimenticare e a cicatrizzare le devastanti ferite della memoria.</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%">Un libro dunque davvero bello da leggere e soprattutto da diffondere, per meglio comprendere non solo il dramma degli Armeni ma le ragioni dello scontro di civiltà – si voglia o no! – in atto ai nostri giorni.</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%">Roberto Cavallo</p>
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		<title>IL GENOCIDIO DEGLI ARMENI (Corriere del Giorno, venerdì 9 novembre 2007, pag.7)</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Nov 2007 13:34:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cavallo Roberto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ Organizzata dal Rotary Club di Massafra, venerdì 9 novembre (inizio ore 21,00) si svolgerà presso l&#8217;Appia Palace Hotel della cittadina jonica una conferenza dal titolo &#8220;Il genocidio armeno: i figli della sabbia&#8221;.
Nel corso della serata sarà presentato il volume&#8221;I Figli della sabbia&#8220;, della professoressa Azniv Avakian.
In qualità di relatori interverranno l&#8217;Autrice, tarantina di origine armena; [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2007/11/geno3.jpg" title="geno3.jpg"><img src="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2007/11/geno3.thumbnail.jpg" alt="geno3.jpg" /></a> Organizzata dal Rotary Club di Massafra, venerdì 9 novembre (inizio ore 21,00) si svolgerà presso l&#8217;Appia Palace Hotel della cittadina jonica una conferenza dal titolo &#8220;Il genocidio armeno: i figli della sabbia&#8221;.<br />
Nel corso della serata sarà presentato il volume&#8221;<em>I Figli della sabbia</em>&#8220;, della professoressa Azniv Avakian.<br />
In qualità di relatori interverranno l&#8217;Autrice, tarantina di origine armena; sua figlia, Signorina Joy Tripaldi; il giornalista Giovanni Ricciardi, della rivista 30GIORNI.<br />
Coordinerà i lavori Vartouhi Karakhanian, assistente presso l&#8217;Ambasciata della Repubblica d&#8217;Armenia a Roma.<br />
A pochi giorni dall&#8217;approvazione da parte della Commissione Esteri del Congresso degli Stati Uniti di una mozione che riconosce il genocidio degli Armeni (dopo l&#8217;avvenuto pubblico riconoscimento da parte di altri Stati occidentali), questo incontro tende a rinsaldare la memoria su quanto lo sfortunato popolo caucasico fu costretto a subire nel 1915 per mano dei Turchi e dei Kurdi, allora tragicamente alleati nell&#8217;obiettivo di cancellare la millenaria presenza armena e cristiana dalla Turchia. <span id="more-339"></span><br />
Azniv Avakian nel suo libro, alternando prosa e poesia, offre la propria testimonianza dell&#8217;infernale esodo che portò centinaia di migliaia di donne e bambini (gli uomini furono quasi tutti uccisi sul posto) attraverso i deserti dell&#8217;Anatolia fino alla Siria, allora ancora provincia ottomana. Pochissimi i superstiti. Fra questi alcuni familiari dell&#8217;Autrice (le famiglie Antranikian e Avakian), che trovarono ospitalità in Etiopia, presso il Negus Hailè Selassiè.<br />
Da quel momento una vera e propria comunità armena si è stabilita ad Addis Abeba, nel segno della fratellanza fra Cristiani di rito diverso.<br />
Il libro è dunque l&#8217;omaggio a quegli Armeni che sparsero il loro sangue, in un crescendo di menzogne, violenze e torture, nei deserti della Turchia, ma anche a tutte le comunità armene della diaspora.<br />
Perchè l&#8217;umanità possa evitare di ripercorrere errori che precipitano direttamente negli abissi dell&#8217;odio, è necessario che la flebile fiammella della memoria &#8211; così come già per altri olocausti &#8211; non venga a spegnersi.<br />
<span></span>Roberto Cavallo</p>
]]></content:encoded>
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		<title>LA TERZA ARMENIA, NATA DAL POST-COMUNISMO (Corriere del Giorno, 10 agosto 2007, pag.5)</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Aug 2007 13:33:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cavallo Roberto</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Edizioni Angelo Guerini & Associati]]></category>
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 Pietro Kuciukian , italiano ed armeno,  figlio di un sopravvissuto al genocidio operato dai Turchi nel 1915, è medico chirurgo che vive e lavora in Italia. Ma il suo cuore è là, fra i monti e gli altopiani della sua Patria d&#8217;origine. E&#8217; questo che lo spinge a ritornare spesso sui luoghi dei [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em><font face="Calibri"><br />
</font></em></strong></p>
<p align="left"><font face="Calibri" size="3"><img id="image271" height="96" alt="9788883358463g.jpg" src="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2007/08/9788883358463g.miniatura.jpg" /> Pietro Kuciukian , italiano ed armeno,  figlio di un sopravvissuto al genocidio operato dai Turchi nel 1915, è medico chirurgo che vive e lavora in Italia. Ma il suo cuore è là, fra i monti e gli altopiani della sua Patria d&#8217;origine. E&#8217; questo che lo spinge a ritornare spesso sui luoghi dei padri, e a trasfondere i suoi sentimenti e le sue esperienze in libri di valore. <span id="more-272"></span></font></p>
<p><font face="Calibri" size="3">Dopo aver scritto ampiamente sui tragici fatti che nel 1915 spinsero i Turchi a massacrare oltre un milione di Armeni  inermi, specialmente con  estenuanti marce nei deserti  fra Anatolia e Siria, adesso Pietro Kuciukian si cimenta con il presente, e in un modo del tutto originale. Ne è nato un nuovo libro che è un taccuino di viaggio, ricco di testimonianze importanti su quella che oggi è la nuova Armenia e, in generale, il popolo e la terra del Caucaso ad oltre 15 anni di distanza dal crollo dell&#8217;Unione Sovietica. </font></p>
<p><font face="Calibri" size="3">In questa regione ancora si intrecciano le vicende di mille popoli ed etnie diverse, per cui è arduo ritagliare confini e semplicistici spartiacque; da qui il problema &#8211; comune del resto a tante altre parti del mondo &#8211; del  rispetto delle minoranze etniche e delle  loro richieste di autonomia. </font></p>
<p><font face="Calibri" size="3">Il volume, edito da Guerini &#038; Associati (Milano, febbraio 2007, pagg.186, euro 18,00) si intitola &#8220;<em>La terza Armenia. Viaggio nel Caucaso post-sovietico</em>&#8221; . E di un viaggio effettivamente si tratta: un lungo affascinante viaggio che l&#8217;Autore compie insieme a sua moglie a bordo di una motocicletta, su e giù per le impervie strade del Caucaso, dove non solo l&#8217;asfalto, ma persino la terra battuta spesso cede il passo a sentieri appena tracciati </font></p>
<p><font face="Calibri" size="3">Con i pochi effetti personali indispensabili, i due viaggiatori si portano al seguito uno strumento particolare: il libro del  Cavaliere ugonotto Jean Chardin (1643-1713), che giovanissimo compì la traversata della Turchia e dell&#8217;Armenia per raggiungere,  dalla Francia, la lontana India.  Pietro Kuciukian segue il diario del Cavaliere Chardin, che descrisse con novizia di particolari i luoghi e i popoli dell&#8217;Armenia: delle tre Armenie, precisa l&#8217;Autore, perchè oltre all&#8217;attuale, che è la Repubblica indipendente nata dalle ceneri della disciolta Unione Sovietica, vi è la prima Armenia, quella storica dell&#8217;Anatolia, territorio posto all&#8217;estremità orientale della Turchia e teatro della strage del 1915; vi è infine la terza Armenia, che coincide essenzialmente con alcuni territori dell&#8217;attuale Repubblica di Georgia, in particolare con la regione del Giavakh. </font></p>
<p><font face="Calibri" size="3">Ecco allora che l&#8217;Armenia di oggi non è soltanto quella indicata sulla cartina geografica, ma ha confini ben più ampi che vanno dall&#8217;interno della Turchia fino alla Georgia. </font></p>
<p><font face="Calibri" size="3">Il viaggio di Pietro Kuciukian segue questo itinerario: si snoda fra l&#8217;attuale Repubblica  d&#8217;Armenia &#8211; partendo dalla capitale Yerevan e giungendo sino ai confini con l&#8217;Iran &#8211;  e il Giavakh georgiano. </font></p>
<p><font face="Calibri" size="3">Non tocca quindi  la &#8220;Prima Armenia&#8221;, quella storica, dell&#8217;Anatolia, la terra dei padri, anche perchè il confine con la Turchia è tuttora chiuso, invalicabile per l&#8217;ostinato rifiuto di Ankara di riconoscere il genocidio armeno. Come se la Germania di oggi rinnegasse l&#8217;Olocausto. </font></p>
<p><font face="Calibri" size="3">Al confine fra Turchia e Repubblica d&#8217;Armenia si trovano ancora i soldati russi, che numerosi stanziano in Armenia. Tutta la regione del Caucaso meridionale  è infatti attraversata dal recente confronto fra il rinato protagonismo geo-politico della Russia di Putin e gli Stati Uniti. </font></p>
<p><font face="Calibri" size="3">All&#8217;interno di tale scenario,  nel Caucaso meridionale,  sono tre gli Stati interessati  : l&#8217;Armenia, la Georgia, l&#8217; Azerbaigian.</font></p>
<p><font size="3" /><font face="Calibri"> L&#8217;Armenia cristiana è in ottimi rapporti con Russia e Iran, e da questi trae le indispensabili risorse energetiche; la confinante Georgia, pure essa cristiana, dopo la Rivoluzione delle rose che nel 2004 defenestrò Edward Shevarnadze, si è legata agli Stati Uniti e all&#8217;Azerbaigian. La Georgia preme affinchè le ultime truppe russe ancora stanziate sul suo territorio lascino al più presto il Paese </font><font size="3" /><font size="3" /><font face="Calibri" size="3">L&#8217; Azerbaigian, musulmano ma finora fedele alleato degli Stati Uniti, è a sua volta in collisione di rotta con l&#8217;Armenia per la vetusta questione del Nagorno-Karabagh, provincia di etnia armena ma incuneata in territorio azero. Le abbondanti riserve petrolifere partono dall&#8217; Azerbaigian con il nuovissimo oleodotto (la <em>pipeline</em> Baku-Tbilisi-Ceyhan) che attraversa la Georgia e raggiunge la Turchia e il Mediterraneo, evitando tanto il territorio russo che quello armeno.</font><font size="3" /><font face="Calibri" size="3">Tutto questo complicato mosaico presenta al suo interno ulteriori scenari etnici, con <em>enclave</em> disegnate dalla storia e spesso dalla violenza degli uomini.</font></p>
<p><font face="Calibri" size="3">Fra queste &#8220;ridotte&#8221; vi è appunto il Giavakh, e cioè quella che Pietro Kuciukian chiama la &#8220;Terza Armenia&#8221;.</font></p>
<p><font face="Calibri" size="3">Questa regione, pur essendo abitata in massima parte da Armeni &#8211; molti dei quali profughi ai tempi delle persecuzioni turche &#8211; è inglobata con altri territori georgiani in un&#8217;unica provincia dipendente da Tbilisi. E&#8217; questa la terra natale, tanto per intenderci, del cantante franco-armeno Charles Aznavour. Insomma la &#8220;Terza Armenia&#8221;  vive oltre gli attuali confini politici della Repubblica d&#8217;Armenia, in una situazione non facile, perchè la Georgia, già provata dal duro braccio di ferro con il Predidente russo Vladimir Putin,  è costretta ad affrontare altre sfide autonomistiche al suo interno:  in particolare con l&#8217;Ossezia del Sud e con la Abkhasia.  Dunque, riferisce l&#8217;Autore, la Georgia non vuol sentire nemmeno parlare di autonomia del Giavakh, ed attua una politica di limitazione dei diritti culturali ed identitari degli Armeni del Giavakh. La Repubblica armena, dal canto suo, già soffocata economicamente dalla chiusura dei confini con la Turchia e dall&#8217;ostilità sempre latente con l&#8217;Azerbaigian, non è in grado di aprire un ulteriore contenzioso anche con la Georgia. Per cui la &#8220;Terza Armenia&#8221;, almeno per il momento, è costretta a non vedersi riconosciuti i propri diritti linguistici, etnici, culturali.</font></p>
<p><font face="Calibri" size="3">L&#8217;Autore non rivendica autonomia per questa terra a lui cara, ma sostanzialmente più attenzione da parte delle Autorità georgiane a certi diritti civili imprescindibili, come il bilinguismo e un più equo accesso degli Armeni nella pubblica amministrazione </font></p>
<p><font face="Calibri" size="3">In fin dei conti, come Kuciukian scrive nell&#8217;introduzione, chi è Armeno è consapevole <em>&#8221; di far parte di un popolo la cui identità non si è fondata su una territorialità stabile, ma su un&#8217;appartenenza culturale che si è espressa nell&#8217;adesione al cristianesimo delle origini, nella lingua scritta e nella conquista dei diritti umani e civili </em>&#8221; (pag.1).</font></p>
<p><font face="Calibri" size="3">Roberto Cavallo</font></p>
<p><font size="3"><font face="Calibri" /></font></p>
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		<title>La Masseria delle allodole, racconto del dolore di un popolo (Corriere del Giorno, 8 aprile 2007, pag.6)</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Apr 2007 16:31:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cavallo Roberto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Armenia]]></category>
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		<category><![CDATA[Corriere del Giorno]]></category>
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		<category><![CDATA[SUSSIDIARIO DI STORIA]]></category>
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		<description><![CDATA[INTERVISTA A ZARA MARTIROSYAN, CONSIGLIERE D&#8217;AMBASCIATA DELLA REPUBBLICA DI ARMENIA IN ITALIA
La masseria delle allodole, il libro best-seller di Antonia Arslan che narra sotto forma di romanzo il genocidio armeno realizzato dai Turchi nel corso della prima guerra mondiale, è diventato il nuovo film dei fratelli Taviani e in questi giorni è nelle sale cinematografiche. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2007/04/masseria_1.miniatura.jpg" id="image158" alt="masseria_1.jpg" height="96" /><strong>INTERVISTA A <em>ZARA MARTIROSYAN</em>, CONSIGLIERE D&#8217;AMBASCIATA DELLA REPUBBLICA DI ARMENIA IN ITALIA</strong></p>
<p><em>La masseria delle allodole</em>, il libro best-seller di Antonia Arslan che narra sotto forma di romanzo il genocidio armeno realizzato dai Turchi nel corso della prima guerra mondiale, è diventato il nuovo film dei fratelli Taviani e in questi giorni è nelle sale cinematografiche. Parliamo di questo film,<em> </em>ma anche dell&#8217;Armenia di ieri e di oggi, con il Consigliere d&#8217;ambasciata della Repubblica di Armenia in Italia, Signora <em>Zara Martirosyan</em>, che ci riceve molto cortesemente. <span id="more-159"></span></p>
<h2 class="western">Consigliere, i conti con la storia alla fine</h2>
<h2 class="western">si pagano sempre</h2>
<p style="margin-bottom: 0cm; margin-left: 0.85cm" align="justify">Sì sono d&#8217;accordo. La verità prima o poi viene allo scoperto. Grazie al magnifico romanzo di <em>Antonia Arslan</em>, una scrittirice eccezionale, una vera italiana ed una vera armena, che ha saputo raccontare attraverso la sua opera profonda e sensibile, tutta l&#8217;Italia ha avuto modo di riscoprire e di conoscere il tragico destino del nostro popolo.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm; margin-left: 0.85cm" align="justify">Nel libro e nel film si narra la tragedia di una sola famiglia e dei suoi sopravvissuti, ma più di un milione e mezzo di famiglie armene ha sperimentato quella medesima terribile tragedia.</p>
<h1 class="western" style="margin-left: 0.85cm">Cosa le è piaciuto del film e</h1>
<h1 class="western" style="margin-left: 0.85cm">cosa no?</h1>
<p style="margin-bottom: 0cm; margin-left: 0.85cm" align="justify">Il film rappresenta il nostro dolore. Per me è impossibile dire che cosa mi è piaciuto e che cosa no; posso solo dire che ho pianto dall&#8217;inizio alla fine. Immagini se uno vedesse un film sulla guerra nel Vietnam: un estraneo vedrebbe tale storia come un film senza un forte coinvolgimento emotivo personale, ma se lo guardasse un Vietnamita, che ha vissuto la tragedia della guerra sulla propria pelle, sarebbe diverso. Questa è la nostra storia, il nostro passato ed il nostro presente stato d&#8217;animo.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm; margin-left: 0.85cm" align="justify">Per noi è un grande onore che siano stati dei grandi registi come i Fratelli Taviani a narrare in modo così eccellente una delle pagine importanti della nostra storia. Sono molto affascinata dalla recitazione di tutti gli attori, pur sapendo che non sono Armeni, ad eccezione di <em>Arsinè Khanjian</em>, che recita il ruolo di <em>Arminè</em>. Ma non ha fatto assolutamente differenza: tutti recitavano con una evidente comprensione dello spirito armeno.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm; margin-left: 0.85cm" align="justify"><strong>Ad oltre 15 anni di distanza dal crollo dell&#8217;URSS e dall&#8217;indipendenza dell&#8217;Armenia, cosa è cambiato per il suo popolo?</strong></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; margin-left: 0.85cm" align="justify">A parte la breve parentesi della prima repubblica, dal 1918 al 1920; dopo 800 anni abbiamo finalmente il nostro Paese indipendente. E&#8217; una gioia enorme. Anche sotto l&#8217;Unione Sovietica eravamo una repubblica, ma non era un&#8217;indipendenza reale. Ora il destino ed il futuro del nostro paese è nelle nostre mani; ci impegneremo, faremo il possibile per il bene del nostro Paese e del nostro popolo.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm; margin-left: 0.85cm" align="justify"><strong>In che termini si pongono oggi i rapporti bilaterali con la confinante Turchia?</strong></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; margin-left: 0.85cm" align="justify">Non abbiamo alcun rapporto diplomatico bilaterale con la Turchia, perchè loro già il giorno successivo alla nostra indipendenza hanno chiuso i confini. Allora il pretesto era rappresentato dalla questione del <em>Nagorno-Karabakh</em>: Ankara si schierò subito con l&#8217;Azerbaigjan musulmano, per condurre una politica di turchizzazione nell&#8217;area sud-caucasica. Oggi che la questione del <em>Nagorno Karabakh</em> è in parte congelata, ci chiede di rinnegare la verità storica sul genocidio.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm; margin-left: 0.85cm" align="justify"><strong>La minoranza cristiana in Turchia, fino all&#8217;inizio del secolo scorso particolarmente fiorente, è ridotta a meno dell&#8217;1% della popolazione. Come giudica la condizione della minoranze in Turchia, specie alla luce dei recenti assassini di don Andrea Santoro e del giornalista armeno <em>Hrant Dink</em>? </strong></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; margin-left: 0.85cm" align="justify">Sì, recentemente abbiamo appreso la notizia che anche lo scrittore e premio nobel <em>Orhan Pamuk</em> è dovuto andar via dalla Turchia, per sfuggire a minacce di morte. Questo per noi è un grandissimo dolore, soprattutto per don Andrea Santoro, sacerdote romano, e per il giornalista armeno <em>Hrant Dink</em>, il quale ha combattuto fino all&#8217;ultimo per far sì che il suo Paese, la Turchia, non abbia paura di riconoscere il proprio passato, perchè solo quando abbiamo la coscienza pulita possiamo progredire verso il futuro in modo costruttivo.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm; margin-left: 0.85cm" align="justify">Ma purtroppo ancora oggi in Turchia si continua ad essere massacrati soltanto per avere la libertà di parola e di religione. La giustificazione turca è che il popolo turco deve salvaguardare la propria identità nazionale: la turchicità. Tutto ciò nasce dalla volontà di voler ancora nascondere la verità storica del genocidio.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm; margin-left: 0.85cm" align="justify">Eppure altri popoli, come quello tedesco, sono riusciti a fare i conti con il loro passato. Perchè allora non riconoscere la verità storica, suffragata del resto dai milioni di Armeni, per poter chiudere un triste capitolo?</p>
<p style="margin-bottom: 0cm; margin-left: 0.85cm" align="justify"><strong>Il Parlamento italiano ha riconosciuto il genocidio lo scorso 17 novembre 2001.</strong> <strong>Alcuni Stati, Francia e Canada <em>in primis</em>, sono andati oltre, e considerano reato la negazione del genocidio armeno. Non le sembra esagerato?</strong></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; margin-left: 0.85cm" align="justify">Ultimamente anche in Olanda è stato celebrato un processo a carico del leader di un partito turco-olandese, che negava il genocidio degli Armeni del 1915. E&#8217; una strada perseguibile anche in altri Paesi? Certamente siamo toccati dal fatto che alcuni Stati abbiano prodotto questa legislazione, ma noi speriamo soprattutto che le Nazioni Unite facciano pressione per il riconoscimento della verità storica.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm; margin-left: 0.85cm" align="justify">Negli Stati Uniti nel Museo dell&#8217;Olocausto è riportata una frase di Adolf Hitler: &#8221; <em>chi parla oggi del genocidio degli Armeni ?</em>&#8221; Forte di quella sicurezza Hitler procedette alla Shoah: se già una prima volta era calato il silenzio, poteva legittimamente sperare che anche la seconda volta tutto continuasse a passare ancora sotto silenzio</p>
<p style="margin-bottom: 0cm; margin-left: 0.85cm" align="justify">Roberto Cavallo</p>
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