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	<title>Recensioni &#38; Storia.it &#187; Russia</title>
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	<description>dove si parla di recensioni di libri e di argomenti di storia</description>
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		<title>VENT&#8217;ANNI FA LA FINE DELL&#8217;UNIONE SOVIETICA. DA GORBACIOV A PUTIN: LA DIFFICILE TRANSIZIONE (Corriere del Giorno, 8 gennaio 2011, pag. 25)</title>
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		<pubDate>Tue, 11 Jan 2011 20:20:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cavallo Roberto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Corriere del Giorno]]></category>
		<category><![CDATA[GEOPOLITICA]]></category>
		<category><![CDATA[Il Mulino]]></category>
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		<description><![CDATA[Se nel 2009 ricorrevano i venti anni dalla caduta del Muro di Berlino, nel 2011 si celebreranno i venti anni della dissoluzione dell’Unione Sovietica, che formalmente sopravvisse alla liberazione dell’Europa centro-orientale dal comunismo. E infatti nell’agosto del 1991 il fallito golpe dei militari sovietici consentì a Boris Eltsin (1931-2007), allora Presidente della Federazione russa, di chiudere ufficialmente con il potentissimo PCUS, il partito comunista sovietico. Alla fine di dicembre, poi, lo stesso soviet supremo scioglieva l’Unione Sovietica. Narrano gli sviluppi di tale storia due autorevoli sociologi russi, Lev Gudkov e Victor Zaslavsky (quest’ultimo recentemente scomparso), in un libro assolutamente raccomandabile per chiunque desideri comprendere qualcosa della difficile transizione russa: “La Russia da Gorbaciov a Putin” (il Mulino, 2010, Bologna, pagg. 208). Dal punto di vista politico le prime elezioni parlamentari svoltesi secondo la nuova Costituzione del 1993 offrirono un risultato inatteso e sgradito per Boris Eltsin, il Presidente autore della svolta liberale: il vero vincitore, infatti, fu l’estremista vetero-comunista Vladimir Zhirinoskij. Eltsin nel 1995 si troverà di nuovo in difficoltà con le elezioni parlamentari in cui si affermarono i neo-comunisti, rinati nel 1993 a seguito della ricordata messa al bando – nell’agosto del 1991 – del PCUS: quasi tutto il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2011/01/Russia-da-gorbaciov-a-putin.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-5670" title="Russia-da-Gorbaciov-a-Putin" src="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2011/01/Russia-da-gorbaciov-a-putin.jpg" alt="" width="132" height="220" /></a>Se nel 2009 ricorrevano i venti anni dalla caduta del Muro di Berlino, nel 2011 si celebreranno i venti anni della dissoluzione dell’Unione Sovietica, che formalmente sopravvisse alla liberazione dell’Europa centro-orientale dal comunismo.</p>
<p style="text-align: justify;">E infatti nell’agosto del 1991 il fallito golpe dei militari sovietici consentì a Boris Eltsin (1931-2007), allora Presidente della Federazione russa, di chiudere ufficialmente con il potentissimo PCUS, il partito comunista sovietico. Alla fine di dicembre, poi, lo stesso soviet supremo scioglieva l’Unione Sovietica.</p>
<p style="text-align: justify;">Narrano gli sviluppi di tale storia due autorevoli sociologi russi, Lev Gudkov e Victor Zaslavsky (quest’ultimo recentemente scomparso), in un libro assolutamente raccomandabile per chiunque desideri comprendere qualcosa della difficile transizione russa: “La Russia da Gorbaciov a Putin” (il Mulino, 2010, Bologna, pagg. 208).</p>
<p style="text-align: justify;">Dal punto di vista politico le prime elezioni parlamentari svoltesi secondo la nuova Costituzione del 1993 offrirono un risultato inatteso e sgradito per Boris Eltsin, il Presidente autore della svolta liberale: il vero vincitore, infatti, fu l’estremista vetero-comunista Vladimir Zhirinoskij.</p>
<p style="text-align: justify;">Eltsin nel 1995 si troverà di nuovo in difficoltà con le elezioni parlamentari in cui si affermarono i neo-comunisti, rinati nel 1993 a seguito della ricordata messa al bando – nell’agosto del 1991 – del PCUS: quasi tutto il periodo della presidenza Eltsin è caratterizzato da un continuo scontro tra esecutivo e legislativo.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo il primo entusiasmo democratico, nella seconda metà degli anni ‘90 Eltsin deve risolvere la grave alternativa: continuare a cercare il sostegno in un movimento liberal-democratico debole e diviso o appoggiarsi ai militari e ai servizi di sicurezza. In questo quadro il Presidente, ritenendo di poterli controllare, suo malgrado sceglie i vertici del KGB, ribattezzato intanto FSB.</p>
<p style="text-align: justify;">A tal proposito non può dimenticarsi che “…<em>le debolezze della socialdemocrazia e del liberalismo russi sono in gran parte attribuibili proprio all’attività della stessa polizia politica sovietica, che aveva annientato tutti i rappresentanti di spicco di queste correnti ideologiche in Russia e isolato la società dall’influenza delle democrazie occidentali</em>.” (pag. 75). Frutto concreto della difficile scelta di Eltsin è l’ascesa del giovane Vladimir Putin, uomo di compromesso fra i vari gruppi dell’ex burocrazia sovietica e i servizi segreti: in cambio dell’impunità personale per gli inevitabili errori commessi nel corso della sua decennale presidenza, il 31 dicembre 1999 un mal ridotto Boris Eltsin gli affida carta bianca.</p>
<p style="text-align: justify;">Putin affronta subito gli oligarchi cresciuti sotto la presidenza di Eltsin, ponendo loro una precisa condizione: potranno conservare proprietà e fortune a patto di una lealtà assoluta nei confronti della squadra del nuovo Presidente. Ben presto, però, si capisce che anche così gli oligarchi rischiano…</p>
<p style="text-align: justify;">I primi obiettivi della politica putiniana sono infatti i proprietari dei media più influenti e popolari: il primo canale della televisione (il più seguito), di proprietà di Boris Berezovskij e successivamente il canale NTV di Vladimir Gusinskij, che godeva del massimo indice di gradimento dei telespettatori e che si distingueva per l’indipendenza dell’informazione politica. Ambedue gli oligarchi sono stati costretti ad emigrare all’estero.</p>
<p style="text-align: justify;">La lezione più importante e dura per la grande impresa gestita dagli oligarchi è il processo a carico di Mikhail Khodorkovskij, &#8211; proprietario dell’azienda petrolifera Yukos e della cui vicenda giudiziaria si è recentemente parlato in tutto il mondo &#8211; e degli altri dirigenti del grande gruppo industriale. Un generale senso di incertezza – e non solo per le grandi imprese – accompagna quindi il ritrovato diritto di proprietà privata…</p>
<p style="text-align: justify;">Intanto l’aumento del prezzo del petrolio consente fortunosamente a Putin di eliminare il pesante debito pubblico e di guadagnare una discreta popolarità interna. In tal senso va anche la rinnovata sbandierata politica di super-potenza praticata da Putin in funzione anti-occidentale e l’eliminazione – con metodi brutali – della resistenza cecena.</p>
<p style="text-align: justify;">I meccanismi istituzionali che consentono l’attuazione della strategia complessiva del premier russo – scrivono i nostri Autori – sono costituiti dai servizi speciali e dal sistema giudiziario, che è totalmente subordinato all’esecutivo. La combinazione di metodi legali e illegali è una delle maggiori risorse del potere attuale, <em>e ne dimostra la provenienza dalla matrice del KGB</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">La prassi della polizia segreta con i suoi metodi specifici (attività illegale, provocazione, falsi processi, informazione raccolta con mezzi illeciti, ecc.) oggi sta diventando sempre più diffusa e incontrollata. E’ per questo che Lev Gudkov e Victor Zaslavsky concludono: “<em>In sostanza, il regime di Putin cerca di trasformare in routine le conseguenze della crisi e del crollo del sistema totalitario precedente. Il crollo, che si è manifestato apertamente tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90, ha travolto solo le strutture superficiali del potere statale, senza quasi toccarne le fondamenta istituzionali e umane</em>…” (pag.194).</p>
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		<title>DOPO L’89: CHIESE E CULTURE NELL’EST EUROPEO</title>
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		<pubDate>Sat, 18 Dec 2010 07:06:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cavallo Roberto</dc:creator>
				<category><![CDATA[CRISTIANITA']]></category>
		<category><![CDATA[GEOPOLITICA]]></category>
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		<description><![CDATA[Ad oltre 20 anni dalla caduta del Muro di Berlino, che cosa è successo dal punto di vista religioso nei Paesi dell’Est? Quanto è sopravvissuto del sacro nell’ex impero comunista, programmaticamente costruito sull’avversione a Dio e ai suoi fedeli? Che ne è stato delle chiese a suo tempo sequestrate, spogliate, trasformate in musei o in magazzini? Non è facile rispondere a queste domande. Se nel nostro Occidente ancora non si conosce molto della transizione dal socialismo al liberalismo avvenuta nei paesi posti al di là dell’ex “cortina di ferro”, ancor meno si sa delle locali situazioni religiose. Per i cattolici in particolare questo non è un bene, se è vero che già Papa Giovanni Paolo II invitava il popolo di Dio a respirare con due polmoni: quello della spiritualità latina e quello della spiritualità orientale. Per conoscere le nuove realtà geopolitiche dell’Est bisogna immergersi nelle storie e nelle culture dei popoli, che, per mezzo secolo (70 anni per la Russia) ingessate dal socialismo scientifico, ritornano ora vivacemente alla ribalta. E la cultura di questi popoli non può prescindere dal dato religioso, soprattutto nella sua versione cristiana, visto che intere nazioni slave sono nate proprio sulla scia dell’evangelizzazione, come ricorda lo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a rel="attachment wp-att-5531" href="http://www.recensioni-storia.it/dopo-l%e2%80%9989-chiese-e-culture-nell%e2%80%99est-europeo/chiese-culture-est-2"><img class="alignleft size-full wp-image-5531" title="CHIESE CULTURE EST" src="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2010/12/CHIESE-CULTURE-EST1.jpg" alt="CHIESE CULTURE EST" width="200" height="288" /></a>Ad oltre 20 anni dalla caduta del Muro di Berlino, che cosa è successo dal punto di vista religioso nei Paesi dell’Est?</p>
<p style="text-align: justify;">Quanto è sopravvissuto del sacro nell’ex impero comunista, programmaticamente costruito sull’avversione a Dio e ai suoi fedeli?</p>
<p style="text-align: justify;">Che ne è stato delle chiese a suo tempo sequestrate, spogliate, trasformate in musei o in magazzini?</p>
<p style="text-align: justify;">Non è facile rispondere a queste domande.</p>
<p style="text-align: justify;">Se nel nostro Occidente ancora non si conosce molto della transizione dal socialismo al liberalismo avvenuta nei paesi posti al di là dell’ex “cortina di ferro”, ancor meno si sa delle locali situazioni religiose. Per i cattolici in particolare questo non è un bene, se è vero che già Papa Giovanni Paolo II invitava il popolo di Dio a respirare con due polmoni: quello della spiritualità latina e quello della spiritualità orientale.</p>
<p style="text-align: justify;">Per conoscere le nuove realtà geopolitiche dell’Est bisogna immergersi nelle storie e nelle culture dei popoli, che, per mezzo secolo (70 anni per la Russia) ingessate dal socialismo scientifico, ritornano ora vivacemente alla ribalta. E la cultura di questi popoli non può prescindere dal dato religioso, soprattutto nella sua versione cristiana, visto che intere nazioni slave sono nate proprio sulla scia dell’evangelizzazione, come ricorda lo stesso Giovanni Paolo II nella Lettera enciclica <em>Slavorum Apostoli,</em> dedicata ai Santi Cirillo e Metodio, primi evangelizzatori dell’Europa slava e attualmente compatroni d’Europa insieme a San Benedetto.</p>
<p style="text-align: justify;">Iniziamo allora dai numeri (1).</p>
<p style="text-align: justify;">In Europa orientale esistono differenti Chiese e confessioni cristiane. <em>Maggioritaria è la comunità ortodossa</em>, con circa 165 milioni di persone che s’identificano nell’ortodossia; appartengono al vasto mondo russo ed ex sovietico, allo spazio rumeno, serbo, greco, bulgaro, ma anche a minoranze e a diaspore in Paesi prevalentemente cattolici o protestanti, come Estonia, Polonia, Slovacchia.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>La seconda presenza confessionale dal punto di vista quantitativo è quella cattolica latina</em>, forte di circa 65 milioni di fedeli, soprattutto polacchi e ungheresi, cechi, slovacchi, croati, sloveni, lituani. Ci sono poi i cattolici orientali – circa 6 milioni – la gran parte dei quali sono Ucraini della regione di Leopoli, con una significativa presenza in Romania.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>I protestanti</em> nell’Europa orientale si presentano quanto mai frammentati in svariate denominazioni e nell’insieme contano una decina di milioni di persone: si va dagli eredi cechi dell’hussitismo ai luterani, dai metodisti ai battisti, dagli avventisti ai mormoni, senza tralasciare l’ampia galassia del pentecostalismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Più in generale quelli dell’Europa orientale sono territori in cui per secoli hanno vissuto insieme popolazioni di lingua, cultura, religioni diverse (in Russia ci sono significative minoranze musulmane, buddiste ed anche giudaiche): la coabitazione è maturata all’interno di strutture statali imperiali o comunque sovranazionali.</p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La fine del comunismo</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="attachment wp-att-5527" href="http://www.recensioni-storia.it/dopo-l%e2%80%9989-chiese-e-culture-nell%e2%80%99est-europeo/arcipelago_gulag"><img class="alignleft size-medium wp-image-5527" title="arcipelago_gulag" src="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2010/12/arcipelago_gulag-185x300.jpg" alt="arcipelago_gulag" width="185" height="300" /></a>Nei primi tempi dopo la fine del comunismo c’è stata un’ondata di adesione al cristianesimo, nelle sue varie confessioni, in tutto l’Oriente europeo. La pratica religiosa è cresciuta ovunque; si sono avuti ritorni in massa alle Chiese con “conversioni” individuali. In Russia, scrive il Prof. Roberto Morozzo della Rocca, nessuno osava più dichiararsi ateo per non essere identificato con il comunismo. (<em>Chiese e culture nell’Est europeo. Prospettive di dialogo</em>, pag. 39).</p>
<p style="text-align: justify;">Ma passato qualche tempo è iniziato un deflusso dalle Chiese, anche nei paesi a più alto tasso di pratica religiosa, come la Polonia: “A dieci anni dalla svolta del 1989 già si notava una generale crisi delle Chiese e delle comunità religiose dell’Est…” (ibidem, pag. 39).</p>
<p style="text-align: justify;">In realtà in Russia le statistiche attestano che a fronte dell’80% di Russi che si dichiarano ortodossi, di questi appena la metà si professa credente in Dio. Ciò significa che si appartiene automaticamente a una fede perché si appartiene a una Nazione. In tali termini si esprimeva anche <em>Vsevolod Chaplin</em>, presidente del Dipartimento sinodale russo per i rapporti tra Chiesa e società: “Ritengo…che oggi è necessario edificare non tanto i luoghi di culto, già costruiti o riparati in buon numero, quanto l’anima delle persone.” (cfr.:<em>Elogio dell’essenziale e del dialogo</em>, di Giovanni Cubeddu e Fabio Petito, in: 30GIORNI, N°6/7-2009, pag. 67)</p>
<p style="text-align: justify;">Indubbiamente il lascito morale del passato comunista è pesantissimo: è estremamente difficile ri-cristianizzare generazioni cresciute nella completa ignoranza della religione e sprovviste di una grammatica spirituale interiore. Ciò è particolarmente evidente, per esempio, in Albania, dove il partito comunista perseguì con cipiglio una politica di assoluta ateizzazione (arrivando a proclamare ufficialmente nei princìpi fondanti della Costituzione che “<em>l’Albania è uno Stato ateo</em>”, primo caso al mondo). Ma anche in Romania fiorenti comunità monastiche e grandi scuole teologiche hanno conosciuto la persecuzione e la dispersione.</p>
<p style="text-align: justify;">Il clero superstite, in generale, si è trovato culturalmente impreparato alla nuova sfida, con la sola eccezione di quello cattolico, più capace di quello ortodosso a gestire i processi della modernità. Alla pesante eredità dell’ateismo marxista si aggiunge, infatti, l’invasione delle peggiori abitudini dell’Occidente: la televisione satellitare con la forza oppressiva della pubblicità e della pornografia, il problema della droga, il proliferare delle mafie.</p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’Ortodossia</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="attachment wp-att-5516" href="http://www.recensioni-storia.it/dopo-l%e2%80%9989-chiese-e-culture-nell%e2%80%99est-europeo/ortodossi-029"><img class="alignleft size-medium wp-image-5516" title="ortodossi-029" src="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2010/12/ortodossi-029-300x199.jpg" alt="ortodossi-029" width="300" height="199" /></a>Abbiamo visto che con i suoi 165 milioni di fedeli la Chiesa ortodossa è la maggiore forza spirituale dell’Est. Essa non ha, al pari del cattolicesimo, un’organizzazione ecclesiale unitaria e centralizzata, ma è costituita da un insieme di Chiese autonome (autocefale), ognuna delle quali ha giurisdizione sul proprio territorio.</p>
<p style="text-align: justify;">La vera unità dell’ortodossia deriva quindi dallo spirito di comunione che anima tali Chiese (stessa fede dogmatica, medesimo rito liturgico, stessa disciplina ecclesiastica). A capo delle singole Chiese ortodosse vi è un sinodo dei vescovi, presieduto da un patriarca o, nel caso di Chiese ortodosse non patriarcali, da un vescovo maggiore. Le singole Chiese ortodosse in genere si sono sviluppate in stretta simbiosi con le popolazioni che di volta in volta venivano alla fede cristiana: così oltre al patriarcato ecumenico di Costantinopoli si sono affermati a partire dal Medioevo il patriarcato bulgaro di Ocrida, il patriarcato serbo di Pec, il patriarcato russo di Mosca (1589). Nel XIX secolo con la liberazione dal dominio ottomano anche le Chiese ortodosse della Grecia e della Romania si sono strutturate autonomamente reclamando la loro indipendenza dal patriarcato ecumenico di Costantinopoli. E’ da notare come l’impero ottomano, in funzione antidisgregatrice, abbia sempre agito per conservare il primato in capo al patriarcato ecumenico di Costantinopoli, salvo poi tiranneggiarlo per i propri disegni politici.</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi in Europa orientale e sud-orientale vi sono in totale 12 Chiese ortodosse, di cui cinque hanno rango patriarcale: la Chiesa ortodossa russa, la Chiesa ortodossa bulgara, la Chiesa ortodossa serba, la Chiesa ortodossa romena e la Chiesa ortodossa di Georgia.</p>
<p style="text-align: justify;">A parte il patriarcato di Mosca e quello ecumenico di Costantinopoli (ormai privo, però, di un popolo di fedeli, in quanto la locale comunità cristiana nel corso del XX secolo è stata decimata dai governi turchi, tanto di stampo religioso che laicista), le altre Chiese ortodosse hanno una giurisdizione canonica che sostanzialmente coincide con lo Stato nazionale di appartenenza.</p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Russia: prove di cesaro-papismo</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="attachment wp-att-5523" href="http://www.recensioni-storia.it/dopo-l%e2%80%9989-chiese-e-culture-nell%e2%80%99est-europeo/codev_zar_patr"><img class="alignleft size-full wp-image-5523" title="codev_zar_patr" src="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2010/12/codev_zar_patr.jpg" alt="codev_zar_patr" width="180" height="265" /></a>A differenza che in passato, oggi le correnti spirituali più vive della Russia si trovano negli ambienti urbani: “…è nelle città che la fede si fa libero mercato, come in Occidente.” (<em>Chiese e culture nell’Est europeo. Prospettive di dialogo</em>, pag. 35).</p>
<p style="text-align: justify;">Dinanzi al libero “mercato delle religioni”, inauguratosi nei primi anni ’90 con la fine del comunismo, la Chiesa ortodossa russa si è mantenuta sulla difensiva, anche rispetto alla Chiesa cattolica, che pure è considerata “sorella”. </p>
<p style="text-align: justify;">Il prof. Andrea Pacini, docente di teologia delle Chiese orientali e di teologia ecumenica presso la Facoltà teologica dell’Italia settentrionale, è dell’avviso che “…è certamente oggi inconcepibile sostenere – come in effetti fa la Chiesa russa – un concetto di territorio canonico inteso come feudo esclusivo della Chiesa ortodossa russa, in cui le altre Chiese sono sostanzialmente tollerate solo se mantengono un basso profilo istituzionale ed esercitano la loro missione pastorale nell’ambito di una popolazione definita con criteri etnico-religiosi.” (<em>Chiese e culture nell’Est europeo. Prospettive di dialogo</em>, pag. 99).</p>
<p style="text-align: justify;">E’ un implicito invito affinché la Chiesa russa si apra alla collaborazione pastorale.</p>
<p style="text-align: justify;">Di fatto la Chiesa ortodossa russa oggi è largamente favorita dallo Stato, soprattutto dopo l’entrata in vigore della legge federale del 1997 sulla libertà di coscienza e sulle associazioni religiose.</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo l’interessante studio condotto dal prof. Giovanni Codevilla, autore del volume “<em>Lo zar e il patriarca. I rapporti tra trono e altare in Russia dalle origini ai giorni nostri</em>” (Edizioni La Casa di Matriona, 2008, pagg.517), la legge del 1997 fa un passo indietro rispetto all’ampia libertà di coscienza riconosciuta dalla Costituzione russa del 12 dicembre 1993. La legge federale del 1997, infatti, non si limita – come è giusto che sia – a riconoscere il ruolo storico giocato dall’ortodossia in Russia (religione tradizionale), ma preclude in vario modo alle altre religioni considerate “non tradizionali” la possibilità di farsi conoscere e di espandersi (problema del cosiddetto proselitismo).</p>
<p style="text-align: justify;">In particolare per la legge federale tutte le associazioni religiose che non potevano vantare una presenza legale in un dato territorio da almeno 15 anni, avevano sì il diritto di svolgere attività liturgica al loro interno, ma senza godere della possibilità di fondare istituti di educazione, di svolgere attività educativa nelle scuole, di produrre, esportare e importare materiale religioso, di svolgere attività di culto e di apostolato negli istituti di cura, detenzione ecc.</p>
<p style="text-align: justify;">Il concetto di religione tradizionale, poi, viene strettamente ricollegato ad uno specifico territorio, così che, oltre all’ortodossia, sono di fatto considerate tradizionali, ma solo in relazione a determinati distretti geografici, anche l’islam, il giudaismo e il buddismo. Alcune repubbliche caucasiche, come per esempio la “strategica” Cecenia, hanno una forte connotazione musulmana (in tutta la Russia gli Islamici sono circa 20 milioni).</p>
<p style="text-align: justify;">In questo modo, però, viene completamente tagliata fuori la religione cattolica, erroneamente considerata, al pari del protestantesimo, quale gruppo religioso di nuova formazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Il prof. Codevilla nel suo volume ricorda che, considerando la situazione al momento della presa di potere da parte dei bolscevichi, la popolazione cattolica della Russia contava quasi un milione e 600 mila fedeli, distribuiti in cinque diocesi. In totale, dunque, la Chiesa cattolica contava allora 538 parrocchie, più di 860 chiese, 786 sacerdoti. (Giovanni Codevilla, <em>Lo zar e il patriarca. I rapporti tra trono e altare in Russia dalle  origini ai giorni nostri</em>”, Edizioni La Casa di Matriona, 2008, pag.444).</p>
<p style="text-align: justify;">Senza considerare poi la presenza dei greco-cattolici, numerosissimi nelle vaste aree circostanti e oggi appartenenti anche alle Repubbliche di Ucraina e Bielorussia. Dunque è quanto meno anomalo ritenere non  “tradizionale” la Chiesa cattolica in Russia.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ un dato di fatto che il legislatore, manifestando rispetto per le sole religioni che per legge vengono considerate tradizionali, finisce con il legittimare l’assegnazione ad esse di una posizione di privilegio. </p>
<p style="text-align: justify;">Il problema, in realtà, è che il governo Medvedev-Putin, in piena sintonia con il patriarcato di Mosca, finisce col fare di “tutt’erba un fascio”. Nel tentativo di bloccare per legge l’aggressività di certe sette (principalmente quelle di origine protestante, come i Testimoni di Geova, ma anche talune di chiara impronta satanica) limita la libertà d’azione anche alla comunità cattolica o alle denominazioni protestanti tradizionali.</p>
<p style="text-align: justify;">Soprattutto si profila all’orizzonte – secondo l’autorevole opinione del prof. Codevilla – una nuova ipotesi di cesaro-papismo, particolarmente invisa alla stessa base dei credenti ortodossi. Ed infatti molti appartenenti all’apparato statale-burocratico, che fino a ieri davano sfoggio di ateismo sotto le bandiere comuniste, oggi sono accaniti sostenitori del principio della “sinfonia” dei poteri fra lo Stato e l’Ortodossia, fra lo Zar e il Patriarca.</p>
<p style="text-align: justify;">Non a caso l’attuale patriarca Kirill durante il periodo sovietico, al contrario di milioni di suoi correligionari, godeva di ampia libertà di movimento e d’azione. </p>
<p style="text-align: justify;">In definitiva oggi in Russia l’ortodossia sembra profilarsi come “Chiesa di Stato”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il problema degli Uniati</strong></p>
<p style="text-align: justify;">I primi ortodossi a unirsi con Roma (da qui il termine dispregiativo di “uniati”) furono quelli presenti nelle diocesi dell’Ucraina orientale, con a capo la metropoli di Kiev, al sinodo di Brest del 1596; poi vennero i ruteni trans-carpatici con l’unione di Uzhorod del 1652; infine fu la volta dei romeni di Transilvania ai due sinodi di Alba Iulia del 1698 e del 1700. Furono tutte unioni parziali, che però assunsero, come base dogmatica e disciplinare, il decreto che al <strong>Concilio di Firenze (1438-39)</strong> aveva sanzionato l’unione totale con tutta la Chiesa ortodossa. Anche se quell’unione con l’intera ortodossia durò poco, costituì comunque un precedente di straordinaria importanza. Questo significa che i vescovi che entrarono, in tutte le occasioni successive al Concilio di Firenze, in comunione con Roma, non si ritennero mai dei traditori dell’ortodossia, ma si sentirono i successori di quei vescovi orientali che a Firenze avevano – con convinzione – sottoscritto l’unione, rimanendovi poi fedeli fino alla morte. </p>
<p style="text-align: justify;">Gli ortodossi &#8211; anche a proposito degli uniati &#8211; hanno spesso accusato la Chiesa cattolica di indebito proselitismo. Ma il prof. Cesare Alzati, professore ordinario di storia del cristianesimo e delle Chiese presso l’Università cattolica di Milano, specialista di storia romena, dichiara: “La Chiesa romena unita (o greco-cattolica) non è, quindi, una proiezione dell’Occidente nel corpo dell’ortodossia; essa scaturisce anzitutto dalla scelta maturata nei vertici ecclesiastici, ma altresì in seno alla piccola nobiltà romena di Transilvania, di aderire alla comunione con Roma, per una serie di ragioni: religiose (la salvaguardia della propria tradizione), ma anche sociali (il riscatto civile, in particolare del clero).” (<em>Chiese e culture nell’Est europeo</em>, cit., pagg. 191-192).</p>
<p style="text-align: justify;">Quali sono oggi i rapporti fra ortodossi e uniati?</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="attachment wp-att-5539" href="http://www.recensioni-storia.it/dopo-l%e2%80%9989-chiese-e-culture-nell%e2%80%99est-europeo/falce-e-martello-2"><img class="alignleft size-medium wp-image-5539" title="Falce e martello" src="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2010/12/Falce-e-martello1-300x292.jpg" alt="Falce e martello" width="300" height="292" /></a>Dopo la violenta cancellazione della Chiesa uniate e la sua incorporazione all’interno dell’ortodossia sancita dai regimi comunisti di Russia e Romania, la Chiesa uniate è risorta dalle ceneri della persecuzione. Restano aperte, specie in Ucraina, alcune questioni relative alla restituzione dei beni ecclesiastici a suo tempo confiscati dai comunisti e trasformati in magazzini o ceduti alla Chiesa ortodossa.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Le divisioni all’interno dell’Ortodossia</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="attachment wp-att-5532" href="http://www.recensioni-storia.it/dopo-l%e2%80%9989-chiese-e-culture-nell%e2%80%99est-europeo/bandiera_del_patriarcato_di_costantinopoli_dal_1261_al_1453-2"><img class="alignleft size-medium wp-image-5532" title="Bandiera_del_Patriarcato_di_Costantinopoli_dal_1261_al_1453" src="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2010/12/Bandiera_del_Patriarcato_di_Costantinopoli_dal_1261_al_14531-299x300.jpg" alt="Bandiera_del_Patriarcato_di_Costantinopoli_dal_1261_al_1453" width="299" height="300" /></a>Proprio fra i due patriarcati più illustri, quello di Costantinopoli e quello di Mosca, nel recente passato non sono mancati contrasti.</p>
<p style="text-align: justify;">Da un lato il patriarcato ecumenico difende il proprio diritto esclusivo, contestato da Mosca, di concedere lo statuto di indipendenza a una nuova Chiesa ortodossa.</p>
<p style="text-align: justify;">Il patriarcato di Mosca, dall’altra parte, svolge una funzione unificante nello spazio ex sovietico, in potenziale concorrenza con la pretesa universalistica del patriarca residente ad Istanbul. Kirill, patriarca di tutte le Russie, considera come suo territorio canonico non già la Russia propriamente detta, bensì tutte le terre un tempo incorporate nell’Unione Sovietica, entrando così in contrasto con Costantinopoli.</p>
<p style="text-align: justify;">Comunque, nel luglio 2009 una visita in Turchia di sua santità Kirill al patriarca ecumenico Bartolomeo I sembra aver segnato il passaggio da un periodo di contrapposizione a un nuovo periodo di cooperazione, fondato sul reciproco rispetto e comprensione. (cfr.: 30GIORNI, n° 6/7-2009, pag. 35).</p>
<p style="text-align: justify;">Tali tensioni non sono state le uniche a dividere il campo dell’ortodossia. In Ucraina, per esempio, vi sono tre Chiese ortodosse in contrasto fra loro; in Moldavia si fronteggiano due Chiese (una filo-russa e l’altra filo-rumena). </p>
<p style="text-align: justify;">Sembra che il rifiuto di riconoscere il primato romano dei successori di Pietro (come già nel campo protestante), nel tempo sia stato foriero di nuove e talora più aspre divisioni.</p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Gli zingari</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Secondo il sito dell’Unione Europea i Rom presenti in tutta Europa sono fra i 12 e i 15 milioni, di cui 7-9 milioni vivono nel territorio dell’U.E.</p>
<p style="text-align: justify;">Rappresentano quindi la più grande minoranza paneuropea. E’ dunque con questa grande minoranza che i governi europei si trovano a dover fare i conti, cosa tutt’altro che facile come dimostrano le recenti vicende francesi.</p>
<p style="text-align: justify;">I Rom (parola che significa “uomini liberi”, come essi stessi si definiscono) vantano una forte presenza in Europa orientale, da cui provengono, e specialmente in Romania. Sono musulmani, ma anche cristiani.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella società cristiana medievale vi era un’alta considerazione per i poveri in genere, “…che erano visti come l’immagine di Cristo stesso. Sovente erano considerati gli intercessori privilegiati presso Dio, si riteneva che le loro preghiere attirassero benedizioni particolari sui benefattori” (cfr.: Alessandro Luciani, in: <em>Chiese e culture nell’Est europeo</em>, cit.., pag.285).</p>
<p style="text-align: justify;">Tant’è che numerosi poveri pare che si facessero passare per zingari pur di trovare una buona accoglienza. Con la fine del Medioevo e l’inizio della Modernità l’atteggiamento cambia e diventa di aperta ostilità nei loro confronti. Soprattutto la simulazione delle infermità per ricevere l’elemosina viene avvertita come blasfema.</p>
<p style="text-align: justify;">Così fra i Rom iniziano a fiorire una serie di leggende e di tradizioni forse create a bella posta per accattivarsi ancora la benevolenza della gente: molti si inventavano pellegrini verso Roma; altri si dichiaravano Egiziani in fuga dai Saraceni; alcuni zingari arrivarono perfino a raccontare di aver forgiato i chiodi per la crocifissione di Gesù e di essere stati condannati ad andare raminghi nel mondo per espiare tale peccato.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’idea imperiale</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non estraneo al presente studio è un accenno ad un aspetto solo apparentemente “folcloristico” e assolutamente degno di nota.</p>
<p style="text-align: justify;">Il prof. Adriano Roccucci a più riprese sottolinea l’importanza della categoria politica <em>sovranazionale </em>- o <em>imperiale</em> &#8211; quale corretta chiave di lettura per comprendere il passato, ma anche il presente, del mondo europeo orientale. L’impero bizantino, l’impero asburgico, l’impero polacco-lituano, l’impero russo nel passato hanno risposto a precise esigenze di popoli variegati e dai confini instabili.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche se l’esperienza del nazionalismo di matrice ottocentesca ha reso prevalente il concetto di Stato nazionale legato ad un’univoca tradizione etnica e religiosa (Serbi-Ortodossi, Russi-Ortodossi, Polacchi-Cattolici, ecc.), l’idea dell’impero tuttavia ha ancora un senso nell’Europa orientale e specie in Russia. Anzi, la Russia non ha quasi mai conosciuto la fase dello Stato nazionale, ma al suo interno ha coinvolto più popoli e più nazionalità, in un vero impero continentale multietnico. Anche l’estensione verso l’estremo oriente siberiano e il sud caucasico sono state vissute non al pari delle esperienze coloniali di stampo occidentale ma nel segno dell’inglobamento in una sorta di commonwealth russo, con un’estensione della cittadinanza russa.</p>
<p style="text-align: justify;">Queste riflessioni del prof. Roccucci sono utili per un eventuale ripensamento dell’idea imperiale, svilita da secoli di speculazioni ideologiche tanto di stampo liberale che socialista: “…<em>Gli imperi sono fenomeni di progresso, i separatismi sono fenomeni reazionari. Da una coscienza imperiale lo spirito umano viene ingrandito, da una coscienza separatista è rimpicciolito</em>.” (<em>Chiese e culture nell’Est europeo, </em>A.V. Kartasev, citato dal Prof. Roccucci a pagina 416).</p>
<p style="text-align: justify;">Da un certo punto di vista oggi è il patriarcato di Mosca a raccogliere l’eredità dell’idea imperiale russa: “La connessione tra ortodossia russa e dimensione imperiale ha continuato a essere un elemento significativo anche in età contemporanea, fino ai nostri giorni.” (Ibidem, pag. 419).</p>
<p style="text-align: justify;">A livello politico i limiti e le carenze di organismi sovranazionali come l’U.E. o le Nazioni Unite spingerebbero a riconsiderare l’idea medievale e cristiana di impero.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Conclusioni</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Oggi non è più possibile pensare l’Europa senza la sua parte orientale, così come non si può immaginare un suo futuro senza un rapporto di stretta cooperazione con la Russia (se mai con una Russia più democratica rispetto a quella dell’autocratico Putin!).</p>
<p style="text-align: justify;">D’altro canto, anche i destini del cristianesimo in Europa sembrano essere sempre più dipendenti dall’avvicinamento tra Chiesa cattolica e Chiese ortodosse, nel cui quadro le relazioni tra Roma e Mosca sono determinanti. Dinanzi al mondo contemporaneo – scrive Adriano Roccucci – i rapporti fra Mosca e Roma sono un appuntamento decisivo per il futuro del cristianesimo.</p>
<p style="text-align: justify;">A fronte della pressione musulmana, che spinge tanto sull’Europa occidentale (con l’immigrazione) che su quella orientale (attraverso il Caucaso e le Repubbliche centro-asiatiche), le risposte del secolarismo e del relativismo materialista appaiono intrinsecamente deboli e destinate a soccombere.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ dunque quanto mai urgente che il cristianesimo, pur nella ricchezza delle sue diverse tradizioni, ritorni a parlare con una sola voce per dare senso e contenuto all’Europa unita: per rinverdire le perenni e gloriose radici cristiane, secondo la straordinaria lezione del Servo di Dio Giovanni Paolo II, portata avanti oggi in perfetta continuità da Benedetto XVI.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma per fare ciò è necessario che l’idea imperiale russa, tanto nella sua versione socio-politica che religiosa, superi l’anacronistico isolamento di cui ancora oggi sembra prigioniera. </p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="attachment wp-att-5540" href="http://www.recensioni-storia.it/dopo-l%e2%80%9989-chiese-e-culture-nell%e2%80%99est-europeo/fatima"><img class="alignleft size-medium wp-image-5540" title="fatima" src="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2010/12/fatima-200x300.jpg" alt="fatima" width="200" height="300" /></a>Forse non è un caso che anche nel messaggio di Fatima la conversione della Russia resta un passaggio chiave affinché il mondo abbia la pace.</p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
<p style="text-align: justify;">Roberto Cavallo</p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
<p style="text-align: justify;">NOTA</p>
<p style="text-align: justify;">1 I dati in questione, come la maggior parte degli altri riportati nel presente saggio, sono ripresi dal volume “<em>Chiese e culture nell’Est europeo. Prospettive di dialogo</em>” (Edizioni Paoline, Milano, 2007, pagg. 419).  Curato da Adriano Roccucci, professore ordinario di storia contemporanea presso l’Università Roma Tre, il volume è arricchito dagli interventi di illustri studiosi e docenti universitari.</p>
<p style="text-align: justify;">Tale lavoro è il risultato di un itinerario di formazione e riflessione culturale promosso dalla <em>Commissione interregionale per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso Piemonte – Valle d’Aosta</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Sotto forma di saggi, sono presenti i contributi di studiosi, di testimoni e di osservatori che, con sensibilità culturale e profili intellettuali talora molto diversi (e dunque talora opinabili), hanno sviluppato percorsi di conoscenza degli universi culturali e religiosi dell’Est europeo.   </p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
<hr style="text-align: justify;" size="1" />
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref"></a> </p>
]]></content:encoded>
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		<title>SULL&#8217;AMPIO CONFINE: STORIE DI CRISTIANI NEL CAUCASO (Corriere del Giorno, 19 giugno 2010, pag. 25)</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Jun 2010 09:17:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cavallo Roberto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nel 2007 aveva pubblicato le sue impressioni di viaggio dopo essere andato alla ricerca dei cristiani perduti del Medio Oriente (“Cristiani nelle terre del Corano”). Adesso Michele Zanzucchi, giornalista e scrittore, direttore del quindicinale “Città Nuova” (espressione del movimento cattolico dei Focolari) ha dato alle stampe un altro volume, frutto, questa volta, dei suoi reportage nel Caucaso. “Sull’ampio confine. Storie di cristiani nel Caucaso” (2010, Città Nuova Editrice, Roma, pagg. 221) è un racconto che segue due percorsi narrativi, uno parallelo all’altro. Il primo riguarda i Paesi attraversati, descritti così come si presentano agli occhi di un comune giornalista-viaggiatore. L’altro percorso, specifico, va alla ricerca delle comunità cristiane, più o meno numerose, che in quei Paesi si incontrano e vivono. In taluni casi si tratta di minoranze quasi insignificanti; in altri di comunità maggioritarie, come in Georgia e in Armenia; terra, quest’ultima, in cui si sviluppò il più antico regno ufficialmente cristiano. Belle e complesse, le regioni del Caucaso si distendono su una catena montuosa per tratti difficilmente accessibile. Il Caucaso è una lunga e larga zona di frontiera che va dalla steppa russa al deserto iraniano: quasi 500 chilometri in linea d’aria. Un grande, immenso confine, popolato da civiltà [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!--StartFragment--></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: center;" align="center"><strong><br />
</strong>
</p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-size: 14.0pt; mso-bidi-font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"><a rel="attachment wp-att-4735" href="http://www.recensioni-storia.it/sullampio-confine-storie-di-cristiani-nel-caucaso-corriere-del-giorno-19-giugno-2010-pag-25/caucaso"><img class="alignleft size-full wp-image-4735" title="CAUCASO" src="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2010/07/CAUCASO.jpg" alt="CAUCASO" width="80" height="123" /></a>Nel 2007 aveva pubblicato le sue impressioni di viaggio dopo essere andato alla ricerca dei cristiani perduti del Medio Oriente (“<em>Cristiani nelle terre del Corano</em>”).</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-size: 14.0pt; mso-bidi-font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Adesso Michele Zanzucchi, giornalista e scrittore, direttore del quindicinale “Città Nuova” (espressione del movimento cattolico dei Focolari) ha dato alle stampe un altro volume, frutto, questa volta, dei suoi reportage nel Caucaso. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-size: 14.0pt; mso-bidi-font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">“<em>Sull’ampio confine. Storie di cristiani nel Caucaso</em>” (2010, Città Nuova Editrice, Roma, pagg. 221) è un racconto che segue due percorsi narrativi, uno parallelo all’altro. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-size: 14.0pt; mso-bidi-font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Il primo riguarda i Paesi attraversati, descritti così come si presentano agli occhi di un comune giornalista-viaggiatore. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-size: 14.0pt; mso-bidi-font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">L’altro percorso, specifico, va alla ricerca delle comunità cristiane, più o meno numerose, che in quei Paesi si incontrano e vivono. In taluni casi si tratta di minoranze quasi insignificanti; in altri di comunità maggioritarie, come in Georgia e in Armenia; terra, quest’ultima, in cui si sviluppò il più antico regno ufficialmente cristiano.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-size: 14.0pt; mso-bidi-font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"><a rel="attachment wp-att-4761" href="http://www.recensioni-storia.it/sullampio-confine-storie-di-cristiani-nel-caucaso-corriere-del-giorno-19-giugno-2010-pag-25/mappa-caucaso"><img class="alignleft size-full wp-image-4761" title="mappa-caucaso" src="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2010/06/mappa-caucaso.jpg" alt="mappa-caucaso" width="579" height="408" /></a>Belle e complesse, le regioni del Caucaso si distendono su una catena montuosa per tratti difficilmente accessibile.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-size: 14.0pt; mso-bidi-font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Il Caucaso è una lunga e larga zona di frontiera che va dalla steppa russa al deserto iraniano: quasi 500 chilometri in linea d’aria. Un grande, immenso confine, popolato da civiltà millenarie stabilite e potenti, ma anche da etnie di poche centinaia di unità. Ognuna particolarmente fiera della propria storia e della propria identità, che le impervie montagne contribuiscono a tutelare. Dopo l’implosione del sistema sovietico, che con pugno di ferro ne soffocava l’anelito alla libertà, nel Caucaso sono esplose forze compresse per decenni. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-size: 14.0pt; mso-bidi-font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Qui si estendono regioni dalle denominazioni talora poco conosciute dall’uomo della strada: alcune sono repubbliche autonome che fanno parte della Federazione russa; altre sono Stati indipendenti; altre ancora sono territori di confine o enclave tuttora contesi sul piano del diritto internazionale e la cui appartenenza costituisce oggetto di scontro, oltre che diplomatico, anche militare. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-size: 14.0pt; mso-bidi-font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Appartengono alla Federazione Russa le repubbliche autonome della Cabardino-Balcaria, dell’Ossezia del Nord, dell’Inguscezia e della Cecenia.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-size: 14.0pt; mso-bidi-font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Georgia, Armenia e Azerbaijan sono invece Stati indipendenti.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-size: 14.0pt; mso-bidi-font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">La repubblica di Georgia nell’estate del 2008 si è vista strappare con la forza da Putin le province dell’Ossezia del Sud e dell’Abcasia, ormai controllate dai Russi; mentre la repubblica di Armenia e quella dell’Azerbaijan dal 1993 (fine della guerra) discutono del futuro del Nagorno-Karabakh (enclave cristiana in terra azero-musulmana).</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-size: 14.0pt; mso-bidi-font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Insomma la vita, nel Caucaso, è un impasto di etnie, culture e fedi che faticano a coesistere e che ogni giorno devono riallacciare i legami reciproci, in continue altalene di pace e di ostilità. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-size: 14.0pt; mso-bidi-font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Su tale ampio confine, che geograficamente separa l’Europa dall’Asia, l’ovest dall’est, il meridione dal settentrione, quali sono le sfide che le comunità cristiane devono affrontare?</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-size: 14.0pt; mso-bidi-font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">La prima è tutta interna al mondo cristiano e riguarda non solo il dialogo fra cattolici e ortodossi ma anche fra gli stessi ortodossi, talora separati su base nazionale (chiese “autocefale”). </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-size: 14.0pt; mso-bidi-font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">La seconda sfida afferisce alla convivenza con un Islam più aggressivo rispetto al passato: in alcune regioni, come la Cecenia e l’Inguscezia, si è impiantata &#8211; proveniente dal Medio Oriente &#8211; la corrente islamica wahabita, una delle più rigorose e intransigenti, sicuramente poco incline al dialogo e all’origine del terrorismo ceceno. Le due guerre in Cecenia combattute dai Russi hanno mietuto &#8211; come noto &#8211; migliaia di vittime.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-size: 14.0pt; mso-bidi-font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Anche altrove la sfida ha carattere tanto etnico quanto religioso. Negli anni ’90, all’indomani della dissoluzione dell’Unione Sovietica, il conflitto fra cristiani e musulmani si concretizzò nella guerra fra armeni (cristiani) e azeri musulmani sostenuti dalla Turchia per il controllo del Nagorno-Karabak, oggi repubblica autonoma a maggioranza armena.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-size: 14.0pt; mso-bidi-font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Un altro piccolo Stato come la Georgia – a maggioranza ortodossa e che guarda alla NATO e all’Unione Europea – si trova a fare i conti con l’orso russo, che sotto la guida di Putin tende a riappropriarsi del potere perso nella regione nei primi anni ’90 con il crollo del comunismo: qui lo scontro è di natura chiaramente politica.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-size: 14.0pt; mso-bidi-font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Ma la sfida più grande è forse quella di carattere antropologico, derivante dagli strascichi del passato socialista. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-size: 14.0pt; mso-bidi-font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Zanzucchi in proposito raccoglie la confessione di padre Laurent, il parroco di Nalcik, capitale della Cabardino-Balcaria, che afferma: “L’eredità peggiore del comunismo non sta nell’ateismo, che pure ha fatto tanti danni, ma nella mancanza di coscienza su quello che è la verità: qui non ci si può fidare di nessuno…” (pag. 42).</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-size: 14.0pt; mso-bidi-font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">E il georgiano padre Zurab gli fa eco: “Il comunismo ha lasciato una grande ferita nella gente: la menzogna è ovunque, e così facendo non c’è più fiducia in nessuno. La fede no, quella non è stata distrutta: la chiesa era stata ridotta a silos, ma la gente continuava a celebrare le preghiere cattoliche davanti alle icone che erano state salvate da una famiglia del luogo. C’è questo diffuso sospetto: rubare non è peccato e così tradire e così abortire! Ora bisogna risalire la china” (pag. 127).</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-size: 14.0pt; mso-bidi-font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Incapacità di assumersi responsabilità, fatalismo, alcolismo, immoralità e corruzione sono i segni tangibili dell’eredità comunista, che ha prodotto lo sfaldamento dei valori umani. Se alla dissacrazione di stampo socialista si aggiungono le antiche incrostazioni nazionaliste, ci si rende conto come non sia facile ripartire…</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-size: 14.0pt; mso-bidi-font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Compito dei cristiani &#8211; e del piccolo gregge cattolico in particolare &#8211; è ridare concreta speranza (lo fanno soprattutto con la Caritas) a un tessuto umano spiritualmente impoverito, dilaniato com’è fra un materialismo pratico che finisce spesso nell’alcool e nella droga e la tentazione del crescente fondamentalismo islamico.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-size: 14.0pt; mso-bidi-font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"> </span></p>
<p><!--EndFragment--></p>
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		<title>CADUTA DEL MURO: CHI HA RUBATO LA MARMELLATA?</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Nov 2009 05:46:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cavallo Roberto</dc:creator>
				<category><![CDATA[GEOPOLITICA]]></category>
		<category><![CDATA[Germania]]></category>
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		<description><![CDATA[In questi giorni i mass media hanno dato largo spazio alla celebrazione del ventennale della caduta del Muro di Berlino (9 novembre 1989-9 novembre 2009). Per l’occasione, insieme all’immancabile concerto dinanzi alla porta di Brandeburgo, molti statisti europei si sono dati appuntamento a Berlino per ricordare l’evento. Ciò che è mancato in tutto questo “revival” – almeno così ci sembra – è l’illustrazione storica e politica delle ragioni che portarono prima alla costruzione e poi all’abbattimento di quel Muro. Indubbiamente si è parlato di libertà ritrovata per la Germania e per l’Europa orientale: ma chi e perché aveva sottratto quella libertà?    Ecco allora che emerge – come al solito – quell’invincibile pudore che sfocia nell’autocensura ogni qual volta bisogna guardare in faccia una realtà – nuda e cruda – che non offre il destro a troppi distinguo. Il leitmotiv di una nota canzoncina per bambini di qualche anno fa diceva: “Chi ha rubato la marmellata?”. Anche noi possiamo ripetere e parafrasare: “Chi ha rubato la libertà all’Europa?” Ebbene la risposta è: il comunismo! E’ l’ideologia marxista-leninista, comprensiva di tutte le sue varianti socialiste, che ha creato migliaia di gulag in Russia e nell’Europa Orientale, dove sono morti più innocenti di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><strong><br />
</strong></p>
<p><a rel="attachment wp-att-3552" href="http://www.recensioni-storia.it/?attachment_id=3552"><img class="alignleft size-medium wp-image-3552" title="caduta-muro-berlino-2" src="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2009/11/caduta-muro-berlino-2-300x264.jpg" alt="caduta-muro-berlino-2" width="300" height="264" /></a>In questi giorni i mass media hanno dato largo spazio alla celebrazione del ventennale della caduta del Muro di Berlino (9 novembre 1989-9 novembre 2009). Per l’occasione, insieme all’immancabile concerto dinanzi alla porta di Brandeburgo, molti statisti europei si sono dati appuntamento a Berlino per ricordare l’evento.</p>
<p>Ciò che è mancato in tutto questo “revival” – almeno così ci sembra – è l’illustrazione storica e politica delle ragioni che portarono prima alla costruzione e poi all’abbattimento di quel Muro. Indubbiamente si è parlato di libertà ritrovata per la Germania e per l’Europa orientale: ma chi e perché aveva sottratto quella libertà?   </p>
<p>Ecco allora che emerge – come al solito – quell’invincibile pudore che sfocia nell’autocensura ogni qual volta bisogna guardare in faccia una realtà – nuda e cruda – che non offre il destro a troppi distinguo. Il leitmotiv di una nota canzoncina per bambini di qualche anno fa diceva: “Chi ha rubato la marmellata?”. Anche noi possiamo ripetere e parafrasare: “Chi ha rubato la libertà all’Europa?” Ebbene la risposta è: il comunismo! E’ l’ideologia marxista-leninista, comprensiva di tutte le sue varianti socialiste, che ha creato migliaia di gulag in Russia e nell’Europa Orientale, dove sono morti più innocenti di quanti ne abbia ammazzati Hitler (cfr.: Il libro nero del comunismo).</p>
<p>E’ la risposta che mass media e intellettuali spesso si vergognano di proclamare, o al massimo lo fanno a mezza voce… E’ come se un certo “bon ton” culturale continui a impedire di gridare che il re – il marxismo nelle sue varie applicazioni &#8211; è nudo. Invece di raccontare che l’implosione dell’Unione Sovietica è stata la tragica conseguenza di fallimentari premesse ideologiche, anticristiane al pari di quelle del nazionalsocialismo, si persiste nello sforzo di “battezzare” il marxismo, confondendo fraudolentemente “poveri” con “proletari”, povertà evangelica con lotta di classe, liberazione dal peccato con liberazione “sociale”, pace con pacifismo, e via di questo passo. E’ l’estrinsecarsi di un (assurdo) complesso di inferiorità nei confronti della modernità, e nella fattispecie di quella particolare espressione della modernità che è il socialismo.</p>
<p>A volte sembra che la nostalgia per gli anni ’60-’80 del secolo scorso la faccia ancora da padrone, la nostalgia per quei circoli “illuminati e progressisti” che produssero prima i “cristiani per il socialismo” e poi la teologia della liberazione …</p>
<p>Ma tutelando il “mito” si è complici nel mantenere in piedi i muri ideologici che ancora oggi persistono: in Cina, in Vietnam, in Corea del Nord, a Cuba, in Venezuela…</p>
<p>Soprattutto si viene meno ad un preciso dovere di informazione e di formazione nei confronti delle nuove generazioni, che talora neppure sanno che cosa sia stata la cortina di ferro.</p>
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		<title>MA DOVE VA LA RUSSIA? (Corriere del Giorno, 16 maggio 2009, pag. 31)</title>
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		<pubDate>Sun, 17 May 2009 07:15:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cavallo Roberto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Corriere del Giorno]]></category>
		<category><![CDATA[Edizioni Angelo Guerini & Associati]]></category>
		<category><![CDATA[GEOPOLITICA]]></category>
		<category><![CDATA[RECENSIONI]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>

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		<description><![CDATA[A venti anni dalla caduta del Muro di Berlino, dove va la Russia? Da allora, dal 1989, molta acqua è passata sotto i ponti&#8230; Eppure oggi sempre più la Russia assomiglia all’Unione Sovietica di allora. Segnali di ciò sono le gigantesche parate militari che l’8 maggio, anniversario della vittoria nella seconda guerra mondiale, si ripetono da due anni a questa parte con rinnovato sfarzo. Non a caso il Corriere della Sera di domenica 10 maggio 2009, a pagina 17, ci ricorda che la Russia possiede ancora il più grande arsenale nucleare del mondo, con missili in grado di penetrare lo scudo progettato dagli Usa di George Bush a difesa dell’Europa. Se chiedessimo all’uomo di strada quale Nazione dispone di più testate nucleari al mondo, probabilmente ci sentiremmo rispondere che sono gli Stati Uniti. E invece no. E’ proprio la Russia ad essere la prima potenza nucleare del mondo. Anche i minacciosi avvertimenti all’Ucraina, o alla piccola Georgia (dallo scorso agosto mutilata nella sua integrità territoriale) e ai suoi “protettori” della NATO vanno in questa direzione. Ne è convinto soprattutto il giornalista Emanuele Novazio, corrispondente diplomatico da Mosca per “La Stampa”, che recentemente ha pubblicato “Back in URSS”, un vero e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoBodyText" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;;"><a rel="attachment wp-att-2283" href="http://www.recensioni-storia.it/?attachment_id=2283"><img class="alignleft size-medium wp-image-2283" title="3132-675" src="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2009/05/3132-675-189x300.jpg" alt="3132-675" width="189" height="300" /></a>A venti anni dalla caduta del Muro di Berlino, dove va la Russia? </span></p>
<p class="MsoBodyText" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;;">Da allora, dal 1989, molta acqua è passata sotto i ponti&#8230; Eppure oggi sempre più la Russia assomiglia all’Unione Sovietica di allora. Segnali di ciò sono le gigantesche parate militari che l’8 maggio, anniversario della vittoria nella seconda guerra mondiale, si ripetono da due anni a questa parte con rinnovato sfarzo. Non a caso il Corriere della Sera di domenica 10 maggio 2009, a pagina 17, ci ricorda che la Russia possiede ancora il più grande arsenale nucleare del mondo, con missili in grado di</span><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;;"> penetrare lo scudo progettato dagli Usa di George Bush a difesa dell’Europa. Se chiedessimo all’uomo di strada quale Nazione dispone di più testate nucleari al mondo, probabilmente ci sentiremmo rispondere che sono gli Stati Uniti. E invece no. E’ proprio la Russia ad essere la prima potenza nucleare del mondo.</span></p>
<p class="MsoBodyText" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;;">Anche i minacciosi avvertimenti all’Ucraina, o alla piccola Georgia (dallo scorso agosto mutilata nella sua integrità territoriale) e ai suoi “protettori” della NATO vanno in questa direzione. Ne è convinto soprattutto il giornalista <strong>Emanuele Novazio</strong>, corrispondente diplomatico da Mosca per<span> </span>“La Stampa”, che recentemente ha pubblicato “<em>Back in URSS</em>”, un vero e proprio spaccato della Russia di oggi (Guerini e Associati, Milano, 2009, pagg. 167, euro 19,50). In questo libro Novazio raccoglie il frutto dei suoi reportage e delle sue personali esperienze moscovite.</span></p>
<p class="MsoBodyText" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;;">Come attesta il titolo, per Novazio si tratta di un vero e proprio ritorno politico all’URSS di vent’anni fa, con un’ideologia impastata di imperialismo e di statalismo. Il duo <strong>Medvedev-Putin</strong>, rispettivamente Presidente della Federazione e Primo Ministro, rappresentano una simbiosi di potere destinata<span> </span>ad auto-riprodursi nel tempo, visto che alla scadenza del mandato di Medvedev (fra quattro anni), Putin potrà di nuovo assurgere alla massima carica istituzionale per almeno altri otto o dodici anni, che si andrebbero così a sommare ai primi otto già trascorsi ai vertici dello Stato (dal 2000 al 2008). Entrambi fanno parte di Russia Unita, il partito che, oltre alla maggioranza assoluta in parlamento, ormai gode di una totale devozione da parte dei media. </span></p>
<p class="MsoBodyText" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;;">Proprio il controllo dell’apparato statale su tutto e su tutti costituisce una delle somiglianze più significative con la vecchia Unione Sovietica. Non solo televisioni, radio e giornali rispondono a criteri di rigida censura e, soprattutto, di “autocensura”; ma anche internet e l’informazione virtuale sono pesantemente controllati da organismi governativi istituiti <em>ad hoc.</em> Scrive Novazio che tutti i provider di internet sono obbligati per legge a collegare i propri computer alla FSB, e cioè ai nuovi servizi segreti eredi del vecchio KGB. Inoltre un decreto del Cremlino estende ad altre sette agenzie governative il diritto di controllare la posta elettronica dei cittadini russi. Quindi sono controllati capillarmente i semplici cittadini, ma soprattutto i giornalisti che intendono mantenere vivo il diritto alla libera informazione. Novazio pubblica un lungo elenco di giornalisti tutti assassinati nell’era Putin, elenco di cui <strong>Anna Politkovskaia, </strong></span><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;;">colei che denunciò con particolare efficacia i crimini dell’Armata Rossa in Cecenia</span><strong><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;;">,</span></strong><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;;"> è solo la vittima più illustre.</span></p>
<p class="MsoBodyText" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;;">Per esempio, il direttore di un sito web indipendente dell’Inguscezia, Magomed Evloev, è morto in circostanze misteriose mentre si trovava in custodia cautelare. Amnesty International nota come siano i giornalisti e gli attivisti dei diritti umani a portare all’attenzione dell’opinione pubblica il mancato rispetto, da parte del governo russo, degli impegni nazionali e internazionali in materia di giustizia. Senza contare, così scrive Emanuele Novizio, le chiusure di testate, i ricoveri in ospedale psichiatrico per i giornalisti scomodi, proprio come si faceva ai tempi dell’Unione Sovietica. Inoltre, come dicevamo, fra i media si registra molta auto-censura, con l’obbligo per i vari redattori di diffondere una certa percentuale di buone notizie (ovviamente buone per l’esecutivo e i vertici dello Stato), sempre e comunque. Quindi alla fine non deve meravigliare se “…<em>Nella classifica mondiale per la libertà di stampa 2008 elaborata da Reporters sans Frontieres, </em></span><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;;">- scrive Novazio &#8211; </span><em><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;;">la Russia</span></em><em><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;;"> occupi il 141° posto su 173 paesi considerati.</span></em><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;;">” (pag.115).</span></p>
<p class="MsoBodyText" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;;">Ma in generale tutte le classifiche sulla qualità della vita e sui diritti individuali sono piuttosto sconfortanti per la Russia del duo Medvedev-Putin. Così leggiamo che per livello di diritti politici e libertà fondamentali il Paese occupa il 158° posto su 187, collocandosi agli ultimi posti vicino al Pakistan. Per livello di libertà di stampa è al 147° posto su 179, a pari livello con Iraq, Venezuela e Ciad. E’ agli ultimi posti anche per la corruzione, diffusissima soprattutto fra le forze armate e quelle di polizia: qui siamo al 123° posto su 158. In particolare se un privato cittadino vuole attivare la polizia per far cessare un’estorsione o un abuso, non ottiene difesa se non paga la relativa tangente. Anche il diritto di proprietà è quanto mai fragile ed insicuro, tant’è che la Russia è all’89° posto su<span> </span>110. Quanto al sistema giudiziario il paese viene messo nelle classifiche internazionali sulle stesse posizioni di Etiopia e Burundi.</span></p>
<p class="MsoBodyText" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;;">Nel suo libro Novazio racconta come Putin, per mantenere il controllo, asfissiante, sull’economia e su ogni altra realtà sociale, abbia imposto al Paese una nuova potente nomenclatura: quella dei “<em>Siloviki</em>”. Si tratta di una corporazione di burocrati composta prevalentemente da ex-membri del KGB e della sua reincarnazione post sovietica, e cioè l’FSB. Anche dal punto di vista strettamente amministrativo, Putin e Medvedev si sono riservati la nomina degli 89 governatori regionali, mentre sotto la presidenza di Boris Eltsin venivano eletti direttamente dal popolo.</span></p>
<p class="MsoBodyText" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;;">C’è da dire che nonostante tutto ciò, Putin continua a godere di una certa popolarità nel suo Paese. Secondo vari analisti di geopolitica e secondo lo stesso Autore del libro, ciò è giustificato dal discreto livello di benessere che una certa parte della popolazione ha recentemente raggiunto grazie agli introiti derivati dalla vendita all’estero degli idrocarburi. In questa prospettiva si spiega anche la guerra alla Georgia e l’ostilità nei confronti dei progetti occidentali di costruire oleodotti e gasdotti che portino direttamente petrolio e gas dai luoghi di estrazione delle repubbliche centro-asiatiche all’Europa, senza passare dal territorio russo. La Georgia per esempio è uno degli snodi terminali di questi oleodotti che baipassano il territorio russo. Un altro di tali gasdotti attraverso la Turchia e la Grecia dovrebbe arrivare nel Salento, ad Otranto. Un altro ancora, il Nabucco, dall’Arzebaijan attraverso la Turchia e la Grecia, porterà il prezioso minerale in Austria e nell’Europa centrale. Tutto ciò è stato studiato dalla passata amministrazione Bush e dall’Europa per sottrarsi alla sudditanza energetica della Russia, che col rialzo dei prezzi ricatta di fatto tutta l’Europa orientale, e in primis l’Ucraina, i Paesi baltici e la Polonia.</span></p>
<p class="MsoBodyText" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;;">La recente crisi economica sta però penalizzando anche la Russia, che oggi si trova a vendere gas e petrolio a prezzi più bassi rispetto ad un anno fa; ma si sa che questi mercati sono talmente fluttuanti che da un momento all’altro la corsa ai prezzi dell’oro nero potrebbe ricominciare con più slancio di prima. Quindi il favore popolare del duo Medvedev-Putin è legato soprattutto all’andamento dei prezzi delle fonti energetiche. C’è da dire che a loro favore gioca anche il rilancio dell’immagine di una Russia tornata di nuovo a far paura e al rango di vera superpotenza. </span></p>
<p class="MsoBodyText" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;;">Noi Occidentali però dovremmo forse iniziare a preoccuparci di questo nuovo ritorno, dalla Russia all’URSS, come Emanuele Novizio ci ricorda nel suo libro.</span></p>
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		<title>LE INTERFERENZE DELLA RUSSIA SULLA GEORGIA (rubrica radiofonica &#8220;L&#8217;Internazionale&#8221;, 07 maggio 2009)</title>
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		<pubDate>Thu, 07 May 2009 20:06:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cavallo Roberto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Audio Rubrica Radiofonica]]></category>
		<category><![CDATA[GEOPOLITICA]]></category>
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		<category><![CDATA[RUBRICA RADIOFONICA "L'INTERNAZIONALE"]]></category>
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		<description><![CDATA[Ascolta sulle frequenze di Radio Queen Italia: le-pressioni-della-russia-sulla-georgia2]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-2353" href="http://www.recensioni-storia.it/?attachment_id=2353"><img class="alignleft size-medium wp-image-2353" title="t72b_minsk_parade_may_2005_1" src="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2009/05/t72b_minsk_parade_may_2005_1-200x300.jpg" alt="t72b_minsk_parade_may_2005_1" width="200" height="300" /></a>Ascolta sulle frequenze di Radio Queen Italia:</p>
<p><a href="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2009/05/le-pressioni-della-russia-sulla-georgia2.mp3">le-pressioni-della-russia-sulla-georgia2</a></p>
<p><a rel="attachment wp-att-2338" href="http://www.recensioni-storia.it/?attachment_id=2338"><br />
</a></p>
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		<item>
		<title>DIPENDENZA ENERGETICA, FIANCO DEBOLE DELLA NATO (L&#8217;Ora del Salento, 21 marzo 2009, pag. 11)</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Mar 2009 08:05:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cavallo Roberto</dc:creator>
				<category><![CDATA[GEOPOLITICA]]></category>
		<category><![CDATA[L'Ora del Salento]]></category>
		<category><![CDATA[NATO]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
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		<description><![CDATA[Se per gli Stati Uniti la dipendenza da fonti energetiche straniere rappresenta &#8220;un pericolo urgente per la sicurezza economica e nazionale&#8221; (parole di Barak Obama), ciò vale anche e soprattutto per l’Europa. Scrive Emiliano Stornelli sul magazine online “l’Occidentale” del 14 Marzo 2009: “L’obiettivo degli Stati Uniti è quello di garantire la propria sicurezza energetica attraverso una maggiore diversificazione delle fonti, rendendosi gradualmente sempre più autonomo da fornitori considerati inaffidabili. Gli europei condividono la stessa problematica. La recente disputa sul gas tra Russia e Ucraina, mettendo a rischio gli approvvigionamenti destinati ai paesi membri dell’UE, ha messo in luce tutta la vulnerabilità della sicurezza energetica del vecchio continente rispetto agli umori del Cremlino. Vulnerabilità che ha già avuto ripercussioni sui rapporti transatlantici. Nel corso della crisi nel Caucaso dell’agosto 2008, i vari distinguo dei paesi europei che più dipendono da Gazprom hanno minato la coesione dell’Alleanza Atlantica sulla posizione da assumere nei confronti dell’azione militare russa in Georgia.” Con la minaccia dell’uso politico della leva energetica, Mosca ha così dimostrato di poter influenzare le decisioni dei Paesi europei in una dimensione cruciale come la sicurezza. La scelta dell’Italia di riprendere la strada del nucleare – continua Stornelli – è un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-1772" href="http://www.recensioni-storia.it/?attachment_id=1772"><img class="alignleft size-medium wp-image-1772" title="oleodotto" src="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2009/03/oleodotto-270x300.jpg" alt="oleodotto" width="270" height="300" /></a>Se per gli Stati Uniti la dipendenza da fonti energetiche straniere rappresenta &#8220;un pericolo urgente per la sicurezza economica e nazionale&#8221; (parole di Barak Obama), ciò vale anche e soprattutto per l’Europa.<br />
Scrive Emiliano Stornelli sul magazine online “l’Occidentale” del 14 Marzo 2009: “L’obiettivo degli Stati Uniti è quello di garantire la propria sicurezza energetica attraverso una maggiore diversificazione delle fonti, rendendosi gradualmente sempre più autonomo da fornitori considerati inaffidabili. Gli europei condividono la stessa problematica. La recente disputa sul gas tra Russia e Ucraina, mettendo a rischio gli approvvigionamenti destinati ai paesi membri dell’UE, ha messo in luce tutta la vulnerabilità della sicurezza energetica del vecchio continente rispetto agli umori del Cremlino. Vulnerabilità che ha già avuto ripercussioni sui rapporti transatlantici. Nel corso della crisi nel Caucaso dell’agosto 2008, i vari distinguo dei paesi europei che più dipendono da Gazprom hanno minato la coesione dell’Alleanza Atlantica sulla posizione da assumere nei confronti dell’azione militare russa in Georgia.”<br />
Con la minaccia dell’uso politico della leva energetica, Mosca ha così dimostrato di poter influenzare le decisioni dei Paesi europei in una dimensione cruciale come la sicurezza.<br />
La scelta dell’Italia di riprendere la strada del nucleare – continua Stornelli – è un passo che va nella giusta direzione della diversificazione delle fonti, per quanto spezzare il doppio filo che ci tiene legati alla Russia (e alla Libia) sarà impresa difficile.<br />
Che la sicurezza energetica sia divenuta una priorità nell’agenda transatlantica lo dimostra anche la discussione attorno al nuovo Concetto Strategico della NATO. Il Concetto attualmente in vigore, approvato a Washington nell’aprile del 1999, si limita ad includere la possibile interruzione degli approvvigionamenti di risorse vitali tra i “rischi” che costituiscono un pericolo per la sicurezza degli Stati membri dell’Alleanza Atlantica. Si parla dunque ancora di rischio e non di minaccia, mentre oggi, a dieci anni di distanza dalla definizione di quel concetto strategico, i flussi di risorse energetiche sono resi molto più precari e vulnerabili. La presenza di tale minaccia è stata concretamente dimostrata nella guerra dello scorso agosto contro la Georgia, allorché i raid aerei russi sono andati molto vicini dal colpire l’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan.<br />
Insomma resta da capire come i Paesi europei dell’Alleanza Atlantica potranno sottrarsi al diktat energetico del duo Putin-Mevdevev e, in generale, come potranno sottrarsi alla minaccia di un blocco energetico.</p>
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		<title>LA GEORGIA E LE SUE FERITE (L&#8217;Ora del Salento, 20 dicembre 2008, pag. 11)</title>
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		<pubDate>Sun, 21 Dec 2008 05:38:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cavallo Roberto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[I frutti avvelenati della guerra di agosto fra Federazione russa e Georgia si fanno sentire con particolare gravità in questi giorni di freddo e di maltempo. Gli scontri della scorsa estate costrinsero molti georgiani residenti nelle province separatiste dell’Ossezia del Sud e dell’Abkhazia a trovare rifugio nella Georgia. Interi villaggi furono bruciati dalle milizie filo-russe, e a migliaia di persone non restò altra scelta che la fuga precipitosa. Da allora, mentre Mosca – accompagnata dal solo Nicaragua sandinista &#8211; ha riconosciuto la sovranità delle due province, gli sfollati vivono in uno stato di precarietà e di povertà. In realtà la Russia ha di fatto imposto il proprio controllo su questi territori, sottraendoli alla Georgia cui invece appartengono in base al vigente diritto internazionale. Nell’Abkhazia, in particolare, il 45% degli abitanti è georgiano a fronte di una minoranza russa pari al 37% della popolazione; dopo i combattimenti estivi e l’ingresso delle soverchianti forze militari russe i rapporti di forza si sono rovesciati, e ai residenti rimasti sono stati promessi passaporti russi, in una prospettiva di completa “russificazione”. Molti di coloro che sono fuggiti dall’Ossezia, finita sotto il controllo di Mosca, non possono più rientrare verso le zone occupate. Nel complesso, si [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0pt; line-height: 150%; text-align: justify;"><span style="font-size: 14pt; line-height: 150%; mso-bidi-font-family: Arial;"><span style="font-family: Calibri;"><img class="alignleft size-full wp-image-1012" title="Georgia South Osetia" src="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2008/12/350f2b91-7ee9-48f0-b7c4-50bf5a15fdef.jpg" alt="Georgia South Osetia" width="338" height="261" />I frutti avvelenati della guerra di agosto fra Federazione russa e Georgia si fanno sentire con particolare gravità in questi giorni di freddo e di maltempo. </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0pt; line-height: 150%; text-align: justify;"><span style="font-size: 14pt; line-height: 150%; mso-bidi-font-family: Arial;"><span style="font-family: Calibri;">Gli scontri della scorsa estate costrinsero molti georgiani residenti nelle province separatiste dell’Ossezia del Sud e dell’Abkhazia a trovare rifugio nella Georgia. Interi villaggi furono bruciati dalle milizie filo-russe, e a migliaia di persone non restò altra scelta che la fuga precipitosa. Da allora, mentre Mosca – accompagnata dal solo Nicaragua sandinista &#8211; </span></span><span style="font-size: 14pt; line-height: 150%; mso-bidi-font-family: Arial;"><span style="font-family: Calibri;">ha riconosciuto la sovranità delle due province, gli sfollati vivono in uno stato di precarietà e di povertà. In realtà la Russia ha di fatto imposto il proprio controllo su questi territori, sottraendoli alla Georgia cui invece appartengono in base al vigente diritto internazionale. <span id="more-1008"></span><img class="alignleft size-full wp-image-1013" title="20051202_1559_jwp_map_georgia_en" src="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2008/12/20051202_1559_jwp_map_georgia_en.gif" alt="20051202_1559_jwp_map_georgia_en" width="405" height="263" />Nell’Abkhazia, in particolare, il 45% degli abitanti è georgiano a fronte di una minoranza russa pari al 37% della popolazione; dopo i combattimenti estivi e l’ingresso delle soverchianti forze militari russe i rapporti di forza si sono rovesciati, e ai residenti rimasti sono stati promessi passaporti russi, in una prospettiva di completa “russificazione”. Molti di coloro che sono fuggiti dall’Ossezia, finita sotto il controllo di Mosca, non possono più rientrare verso le zone occupate. Nel complesso, si stima che duecentomila persone abbiano abbandonato le loro case. Raccolti e bestiame sono andati perduti, in un Paese in cui l’agricoltura costituisce una parte importane dell’economia nazionale.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0pt; line-height: 150%; text-align: justify;"><span style="font-size: 14pt; line-height: 150%; mso-bidi-font-family: Arial;"><span style="font-family: Calibri;">Di tutto ciò riferisce “Avvenire” di domenica 7 dicembre, che a pagina 3 titola: “<em style="mso-bidi-font-style: normal;">Georgia ferita. Odissea per migliaia di profughi a quattro mesi dal conflitto</em>”. </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0pt; line-height: 150%; text-align: justify;"><span style="font-size: 14pt; line-height: 150%; mso-bidi-font-family: Arial;"><span style="font-family: Calibri;">Nonostante i cattolici costituiscano una piccola minoranza (50 mila persone distribuite fra 25 parrocchie), la Caritas georgiana è in prima linea nel soccorso umanitario agli sfollati. “Abbiamo spiegato – racconta <strong style="mso-bidi-font-weight: normal;">padre</strong> <strong style="mso-bidi-font-weight: normal;">Witold Szulczynski</strong>, salesiano, direttore di Caritas Georgia – che i nostri aiuti erano offerti dal Papa: la gente ci ringraziava con le lacrime agli occhi, dicevano che non avrebbero mai dimenticato l’aiuto della Chiesa cattolica in un momento così difficile”. Anche la CEI si è fatta carico di finanziare l’approvvigionamento di legname per le famiglie più povere, per far fronte ad un inverno che può arrivare a – 10°.</span></span></p>
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		<title>U.S.A.: NUOVE SFIDE GEOPOLITICHE (L&#8217;Ora del Salento, 22 novembre 2008, pag. 11)</title>
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		<pubDate>Sun, 23 Nov 2008 06:18:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cavallo Roberto</dc:creator>
				<category><![CDATA[America Latina]]></category>
		<category><![CDATA[Brasile]]></category>
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		<description><![CDATA[OSSERVATORIO GEOPOLITICO (a cura di Roberto Cavallo) Brasile, Russia, India e Cina: mettete insieme le iniziali di questi quattro paesi e e avrete il BRIC! Dagli analisti è definito Bric Block il prestigioso club che riunisce i governi dei quattro più forti antagonisti della politica economica statunitense ed europea. Non più paesi in via di sviluppo ma economie emergenti e monopolizzatrici dei mercati internazionali.Questo ruolo è ben noto per Russia e Cina; ma anche India e Brasile non stanno a guardare. L’India cerca di inseguire i Cinesi sui mercati del continente nero, accaparrandosi in Africa petrolio ed altre materie prime. Il Brasile con la sua compagnia di Stato petrolifera cerca di dominare – con un certo successo – il mercato energetico sudamericano. Ma i membri più attivi del BRIC sono ovviamente Russia e Cina. Il Presidente russo Medvedev sta compiendo in questi giorni un tour sudamericano in quello che solo fino a pochi anni fa veniva definito “il cortile di casa degli U.S.A.”. Parteciperà in Perù al Foro di cooperazione economica Asia-Pacifico (Apec) dal 21 al 23 novembre, dopo di che sarà in Brasile, in Venezuela e a Cuba. Il Venezuela e l’isola caraibica stanno diventando lo snodo cruciale della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>OSSERVATORIO GEOPOLITICO<br />
(a cura di Roberto Cavallo)</p>
<p><span style="font-size: 12pt; line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;">Brasile, Russia, India e Cina: mettete insieme le iniziali di questi quattro paesi e e avrete il BRIC! Dagli analisti è definito <em>Bric Block</em> il prestigioso club che riunisce i governi dei quattro più forti antagonisti della<span> </span>politica economica statunitense ed europea. Non più paesi in via di sviluppo ma economie emergenti e monopolizzatrici dei mercati internazionali.Questo ruolo è ben noto per Russia e Cina; ma anche India e Brasile non stanno a guardare. L’India cerca di inseguire i Cinesi sui mercati del continente nero, accaparrandosi in Africa petrolio ed altre materie prime. Il Brasile con la sua compagnia di Stato petrolifera cerca di dominare – con un certo successo – il mercato energetico sudamericano. Ma i membri più attivi del BRIC sono ovviamente Russia e Cina.</span><span id="more-854"></span></p>
<p><span style="font-size: 12pt; line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;">Il Presidente russo <strong>Medvedev</strong> sta compiendo in questi giorni un tour sudamericano in quello che solo fino a pochi anni fa veniva definito “<em>il cortile di casa degli U.S.A</em>.”. Parteciperà in Perù al Foro di cooperazione economica Asia-Pacifico (Apec) dal 21 al 23 novembre, dopo di che sarà in Brasile, in Venezuela e a Cuba. Il Venezuela e l’isola caraibica stanno diventando lo snodo cruciale della politica internazionale: la Russia è intenzionata a stringere nuovi accordi economici e militari con <strong>Raul Castro</strong> e con il Presidente venezuelano <strong>Chavez</strong>, con cui si profila addirittura una possibile cooperazione in campo nucleare.</span></p>
<p><span style="font-size: 12pt; line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;">Ma anche il Presidente cinese <strong>Hu Jintao</strong> in questo mese di novembre non è stato da meno: prima di partecipare ai lavori dell’Apec, ha avviato nuovi accordi commerciali con Costa Rica, Cuba e Perù. In realtà quasi tutti i paesi del Sud America sono già coinvolti nell’avvolgente partnership cinese: nel paniere vi sono petrolio, rame, zinco, stagno, nichel, soia, carni di vitello e perfino succo d’arancia brasiliano (cfr. “Avvenire” del 16 novembre 2008, pag. 10).<span> </span>Ne consegue così che il Perù venderà alla Cina tutto il suo metallo (rame e zinco) per i prossimi cinque anni, mentre il Cile già esporta al “<em>dragone</em>” l’80% del proprio rame. Cuba fornirà zucchero e nichel, e soprattutto rinsalderà i propri tradizionali legami ideologici con Pechino.</span> Gli Stati Uniti, per ora, non possono fare altro che stare a guardare. Anche per il Sudamerica, però, non è tutto oro ciò che brilla. Già da tempo si avvertono, specialmente nel settore tessile, i contraccolpi del grande “abbraccio” cinese: tante piccole e medie aziende sono state costrette a chiudere perché non competitive con i bassi costi di produzione delle mercanzie provenienti da oltre Pacifico.</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"> </p>
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		<title>LA CRISI GEORGIANA</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Aug 2008 19:26:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cavallo Roberto</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Georgia]]></category>
		<category><![CDATA[NATO]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
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		<description><![CDATA[OSSERVATORIO GEOPOLITICO (a cura di Roberto Cavallo) A livello internazionale è la crisi fra Russia e Georgia l’avvenimento che più di ogni altro ha segnato questo mese di agosto che ormai si chiude. Scoppiata l’8 agosto scorso, proprio nel giorno dell&#8217;apertura dei Giochi di Pechino, improvvisa per i non addetti ai lavori, la guerra ha radici storiche profonde, che vanno ricercate nella complessità di quello che gli analisti geopolitici spesso definiscono il “mosaico” caucasico. Dopo il riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo da parte occidentale, era nell’aria un irrigidimento di Mosca, con conseguenze importanti per quelle regioni autonome ad essa storicamente – e geograficamente – vicine. Ma, al pari di tutte le zone di confine, nell’Ossezia del Sud e nell’Abkhazia (ormai riconosciute indipendenti da Mosca) l’elemento indipendentista filo-russo convive con quello georgiano, che è altrettanto &#8211; se non più &#8211; radicato nel territorio. Come ricordato in questi ultimi giorni dal Santo Padre, sarebbero stati auspicabili moderazione e sforzi di convivenza. Problemi sicuramente di non facile soluzione, ma che comunque non giustificano il modo d’agire intrapreso dalla Russia. Non solo, infatti, Mosca ha trasformato da un giorno all’altro i propri peace-keepers presenti nelle due regioni autonome in combattenti a tutti gli effetti (con [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;">
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: center; line-height: 150%;" align="center"><span style="font-family: &quot;Verdana&quot;,&quot;sans-serif&quot;; color: #333333;">OSSERVATORIO GEOPOLITICO</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: center; line-height: 150%;" align="center"><span style="font-family: &quot;Verdana&quot;,&quot;sans-serif&quot;; color: #333333;">(a cura di Roberto Cavallo)</span></p>
<p><a href="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2008/08/georgia_map.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-581" title="georgia_map" src="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2008/08/georgia_map-300x260.jpg" alt="" width="300" height="260" /></a></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-family: &quot;Verdana&quot;,&quot;sans-serif&quot;; color: #333333;"> A livello internazionale è la crisi fra Russia e Georgia l’avvenimento che più di ogni altro ha segnato questo mese di agosto che ormai si chiude. Scoppiata l’8 agosto scorso, proprio </span><span style="font-family: &quot;Verdana&quot;,&quot;sans-serif&quot;;">nel giorno dell&#8217;apertura dei Giochi di Pechino, </span><span style="font-family: &quot;Verdana&quot;,&quot;sans-serif&quot;; color: #333333;">improvvisa per i non addetti ai lavori, la guerra ha radici storiche profonde, che vanno ricercate nella complessità di quello che gli analisti geopolitici spesso definiscono il “mosaico” caucasico. Dopo il riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo da parte occidentale, era nell’aria un irrigidimento di Mosca, con conseguenze importanti per quelle regioni autonome ad essa storicamente – e geograficamente – vicine.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-family: &quot;Verdana&quot;,&quot;sans-serif&quot;; color: #333333;">Ma, al pari di tutte le zone di confine, nell’Ossezia del Sud e nell’Abkhazia (ormai riconosciute indipendenti da Mosca) l’elemento indipendentista filo-russo convive con quello georgiano, che è altrettanto &#8211; se non più &#8211; radicato nel territorio. </span><span id="more-580"></span><span style="font-family: &quot;Verdana&quot;,&quot;sans-serif&quot;; color: #333333;">Come ricordato in questi ultimi giorni dal Santo Padre, sarebbero stati auspicabili moderazione e sforzi di convivenza. Problemi sicuramente di non facile soluzione, ma che comunque non giustificano il modo d’agire intrapreso dalla Russia. Non solo, infatti, Mosca ha trasformato da un giorno all’altro i propri peace-keepers presenti nelle due regioni autonome in combattenti a tutti gli effetti (con l’impiego massiccio dei bombardamenti aerei), ma soprattutto ha invaso e mantenuto le proprie forze in Georgia oltre ogni limite pattuito dai mediatori europei. Ciò ha suscitato il disappunto e il “gelo” nelle relazioni Russia-NATO e, anche se in minor misura, in quelle Russia-U.E.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-family: &quot;Verdana&quot;,&quot;sans-serif&quot;; color: #333333;">Così il ritiro russo dalla Georgia è stato rinviato di molti giorni (ancora adesso le autorità georgiane negano che il ritiro sia stato completato), mentre autorevoli fonti segnalavano violenze sulla popolazione e saccheggi di private abitazioni ad opera di irregolari al seguito delle truppe russe. Di più: gli sconcertati georgiani hanno trovato, nelle zone appena evacuate dai russi, l’amara sorpresa dei campi minati. Quanto tempo e quante risorse ci vorranno per bonificare questi territori, nel cuore dell’indipendente Georgia? Al di là degli errori e delle eventuali responsabilità del Presidente georgiano <strong>Mikhail Saakashvili</strong>, è evidente che in Georgia si è consumata una tragedia contraria ai più elementari principi del diritto internazionale, principi che comunque tutelano la sovranità e l&#8217;indipendenza nazionale. </span></p>
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