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	<title>Recensioni &#38; Storia.it &#187; Somalia</title>
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	<description>dove si parla di recensioni di libri e di argomenti di storia</description>
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		<title>LA STORIA DI MONS. COLOMBO E DI UNA CHIESA MARTIRE (Corriere del Giorno, 9 aprile 2009, pag. 33)</title>
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		<pubDate>Fri, 24 Apr 2009 16:12:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cavallo Roberto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Corriere del Giorno]]></category>
		<category><![CDATA[GEOPOLITICA]]></category>
		<category><![CDATA[Paoline]]></category>
		<category><![CDATA[RECENSIONI]]></category>
		<category><![CDATA[Somalia]]></category>

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		<description><![CDATA[Il 9 luglio 1989 nel cortile della cattedrale di Mogadiscio veniva assassinato Monsignor Salvatore Colombo, Vescovo della città e amministratore apostolico della Somalia. Sono trascorsi venti anni da quell’avvenimento, rapidamente dimenticato dall’oblio dei media. Di fatto Mons. Colombo capeggia una piccola schiera di sacerdoti e suore rapiti e/o uccisi in Somalia dal 1989 ad oggi, martiri del nostro tempo. Cosa è dunque successo in Somalia durante questi lunghi 20 anni? “Omicidio a Mogadiscio”, il nuovo libro di Dario Paladini (Paoline, 2008, pagg. 147, euro 9,50) aiuta a ricostruire non solo la vicenda personale di Mons. Colombo, ma anche quella della sua patria adottiva: la Somalia appunto. Partito dalla Brianza come giovane sacerdote missionario, Mons. Colombo ha vissuto 43 dei suoi 67 anni in terra somala. Vi arrivò nel 1947, poco prima dell’inizio dell’Afis (Amministrazione fiduciaria italiana in Somalia), affidata dalle Nazioni Unite all’Italia per riportare il paese africano alla stabilità e alla modernizzazione. Impresa non facile, in considerazione della natura clanica e tribale del paese. L’amministrazione italiana dura 10 anni, dal 1950 al 1960, passando quindi il testimone, come previsto dalle Nazioni Unite, alla neonata Repubblica somala. Nove anni più tardi, nel 1969, il colonnello dell’esercito Siad Barre prendeva il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il 9 luglio 1989 nel cortile della cattedrale di Mogadiscio veniva assassinato Monsignor Salvatore Colombo, Vescovo della città e amministratore apostolico della Somalia. Sono trascorsi venti anni da quell’avvenimento, rapidamente dimenticato dall’oblio dei media. Di fatto Mons. Colombo capeggia una piccola schiera di sacerdoti e suore rapiti e/o uccisi in Somalia dal 1989 ad oggi, martiri del nostro tempo.</p>
<p>Cosa è dunque successo in Somalia durante questi lunghi 20 anni?</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"><a rel="attachment wp-att-2086" href="http://www.recensioni-storia.it/?attachment_id=2086"><img class="alignleft size-medium wp-image-2086" title="omicidioamogadiscio" src="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2009/04/omicidioamogadiscio-191x300.jpg" alt="omicidioamogadiscio" width="191" height="300" /></a>“<em>Omicidio a Mogadiscio</em>”, il nuovo libro di Dario Paladini (Paoline, 2008, pagg. 147, euro 9,50) aiuta a ricostruire non solo la vicenda personale di Mons. Colombo, ma anche quella della sua patria adottiva: la Somalia appunto.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;">Partito dalla Brianza come giovane sacerdote missionario, Mons. Colombo ha vissuto 43 dei suoi 67 anni in terra somala. Vi arrivò nel 1947, poco prima dell’inizio dell’Afis (Amministrazione fiduciaria italiana in Somalia), affidata dalle Nazioni Unite all’Italia per riportare il paese africano alla stabilità e alla modernizzazione. Impresa non facile, in considerazione della natura clanica e tribale del paese. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;">L’amministrazione italiana dura 10 anni, dal 1950 al 1960, passando quindi il testimone, come previsto dalle Nazioni Unite,<span> </span>alla neonata Repubblica somala. Nove anni più tardi, nel 1969, il colonnello dell’esercito Siad Barre prendeva il potere con un colpo di Stato. Il periodo che va dal 1950 al 1969 si rivela particolarmente proficuo per la Chiesa somala: grazie alla piccola comunità cattolica, in un Paese che è al 99% musulmano, molte opere caritatevoli e culturali si svilupparono a Mogadiscio e anche nell’interno: collegi, scuole, orfanatrofi, sale mediche, laboratori artigianali, biblioteche.<span> </span>Mons. Colombo, dopo un intenso lavoro svolto presso sperduti villaggi della boscaglia, nel 1954 fu nominato vicario generale della diocesi e parroco della chiesa cattedrale.<span> </span>Si stabilì quindi nella capitale. Più tardi, nel 1976, arriva la nomina a Vescovo di Mogadiscio.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;">Il colpo di stato del 1969 colpì duramente la Chiesa somala.<span> </span>Siad Barre spostava la Somalia sotto l’influenza dell’U.R.S.S., inaugurando l’era del “socialismo scientifico” per l’Africa.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;">Nel 1972 venivano così nazionalizzate tutte le realtà produttive, educative e perfino assistenziali, con rare eccezioni: d’un tratto la Chiesa somala, pretestuosamente accusata di interessi filo-occidentali e filo-italiani, era spogliata dei beni necessari a garantire l’educazione e le prestazioni sanitarie nei confronti dei più poveri.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;">La vita di fede, in particolare per i nativi, non era facile. Diventare cristiani significava perdere la propria appartenenza al clan, e in Somalia se non si appartiene a un clan non si conta niente. Lo stesso Mons. Colombo spesso riferiva episodi in cui i cattolici somali erano oggetto di discriminazione e di persecuzione. Capitava anche che gli agenti della polizia non permettessero ai cattolici somali di entrare in chiesa, perché “<em>i somali non possono essere cristiani</em>” (pag. 75).</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;">Intanto il Presidente Siad Barre, dopo la disastrosa guerra con l’Etiopia del 1977, accusato di corruzione, finì travolto nel vortice di odio scatenato dai clan tribali. L’assassinio di Mons. Colombo, freddato il 9 luglio 1989 con un colpo di pistola nel cortile adiacente alla cattedrale, si pone dunque in un momento di avanzata crisi del regime, tanto che l’Autore ipotizza che Mons. Colombo sia stato ucciso a causa degli opposti estremismi che intendevano ostacolare il processo di dialogo da lui avviato. Quell’omicidio di fatto segnò l’inizio della fine, dando il via a venti anni di durissima guerra civile che hanno completamente distrutto il Paese. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;">Intanto fuori Mogadiscio alcuni missionari (padre Piero Turati e suor Annalena Tonelli) venivano uccisi in odio alla fede cristiana. Altri, con mezzi fortuiti, riescono ad abbandonare il Paese ormai messo a ferro e fuoco dai “signori della guerra”.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;">Verso la fine del 1991 Mons. Bertin, nominato amministratore apostolico di Mogadiscio dopo la morte di Mons. Salvatore Colombo, tornò in Somalia per vedere che cosa era rimasto della cattedrale e degli edifici del vicariato. Tutto era distrutto: le tombe dei quattro vescovi (Bernardino Bigi, Fulgenzio Lazzati, Silvio Zocchetta e Salvatore Colombo) profanate, i simboli religiosi rotti in tanti pezzi, il grande crocifisso mitragliato…<em> </em></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;">Il libro di Dario Paladini ha dunque il merito di riportare alla luce il sacrificio di Mons. Salvatore Colombo, che in un’opera di difficile mediazione – così come fecero altri missionari e cattolici somali &#8211; tentò con tutte le sue forze di evitare la guerra civile. Ma questo libro ha anche il merito di narrare in parallelo la triste vicenda di una piccola Chiesa martire ormai scomparsa, emblematicamente vittima delle ideologie del XX secolo: prima di quella atea marxista e poi di quella islamico- fondamentalista.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;">
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		<title>THE FAILED STATES. IL CASO DELL&#8217;AFGHANISTAN E DELLA SOMALIA (Rubrica radiofonica &#8220;L&#8217;Internazionale&#8221;, 13 febbraio 2009)</title>
		<link>http://www.recensioni-storia.it/the-failed-states-il-caso-dellafghanistan-e-della-somalia-rubrica-radiofonica-linternazionale-13-febbraio-2009</link>
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		<pubDate>Fri, 13 Feb 2009 13:57:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cavallo Roberto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Afghanistan]]></category>
		<category><![CDATA[Audio Rubrica Radiofonica]]></category>
		<category><![CDATA[RUBRICA RADIOFONICA "L'INTERNAZIONALE"]]></category>
		<category><![CDATA[Somalia]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Africana]]></category>

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		<description><![CDATA[Ascolta sulle frequenze di Radio Queen Italia e Hit Queen Radio: the-failed-states-il-caso-di-afghanistan-e-somalia]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ascolta sulle frequenze di Radio Queen Italia e Hit Queen Radio:</p>
<p><span style="color: #551a8b; text-decoration: underline;"><a rel="attachment wp-att-1594" href="http://www.recensioni-storia.it/?attachment_id=1594"></a><a href="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2009/02/the-failed-states-il-caso-di-afghanistan-e-somalia.mp3">the-failed-states-il-caso-di-afghanistan-e-somalia</a></span></p>
<p><a rel="attachment wp-att-1595" href="http://www.recensioni-storia.it/?attachment_id=1595"><img class="alignleft size-full wp-image-1595" title="img_6" src="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2009/02/img_6.jpg" alt="img_6" width="496" height="296" /></a></p>
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		<title>UN NUOVO PRESIDENTE PER LA SOMALIA</title>
		<link>http://www.recensioni-storia.it/un-nuovo-presidente-per-la-somalia</link>
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		<pubDate>Mon, 02 Feb 2009 05:02:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cavallo Roberto</dc:creator>
				<category><![CDATA[GEOPOLITICA]]></category>
		<category><![CDATA[Somalia]]></category>

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		<description><![CDATA[Il 26 gennaio 2009 il Governo federale di transizione somalo ha ufficialmente confermato il ritiro totale delle truppe etiopiche dal territorio della Somalia. Una notizia che ha suscitato qualche sorpresa da parte degli osservatori, poiché si riteneva che almeno un contingente restasse a Baidoa, 245 km a ovest di Mogadiscio, dove  aveva sede il Parlamento. Invece gli Etiopi hanno ammassato le loro truppe sul confine, per contrastare eventuali incursioni dei fondamentalisti islamici nel loro territorio. Le truppe etiopiche erano entrate in Somalia alla fine del 2006, respingendo le Corti coraniche che la controllavano quasi per intero. Ma due sanguinosi anni di guerriglia non hanno sradicato la rivolta islamica, che anzi negli ultimi tempi si è rafforzata. Nei territori controllati dalle Coorti islamiche vige la sharia, con il suo strascico di divieti e di condanne a morte per le donne considerate “adultere”. A seguito dei combattimenti tra gli islamisti radicali e gli Etiopici che sostenevano il Governo federale di transizione la massa dei profughi è cresciuta a dismisura: quasi la metà della popolazione somala oggi sopravvive in condizioni che l&#8217;Onu definisce disperate. Intanto si è svolta a Gibuti una riunione a cui hanno partecipato tutti i deputati somali per mettere a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"><a rel="attachment wp-att-1378" href="http://www.recensioni-storia.it/?attachment_id=1378"><img class="alignleft size-full wp-image-1378" title="somaliamap" src="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2009/02/somaliamap.jpg" alt="somaliamap" width="423" height="338" /></a>Il 26 gennaio 2009 il Governo federale di transizione somalo ha ufficialmente confermato il ritiro totale delle truppe etiopiche dal territorio della Somalia. Una notizia che ha suscitato qualche sorpresa da parte degli osservatori, poiché si riteneva che almeno un contingente restasse a Baidoa, 245 km a ovest di Mogadiscio, dove  aveva sede il Parlamento. Invece gli Etiopi hanno ammassato le loro truppe sul confine, per contrastare eventuali incursioni dei fondamentalisti islamici nel loro territorio.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;">Le truppe etiopiche erano entrate in Somalia alla fine del 2006, respingendo le Corti coraniche che la controllavano quasi per intero. Ma due sanguinosi anni di guerriglia non hanno sradicato la rivolta islamica, che anzi negli ultimi tempi si è rafforzata. Nei territori controllati dalle Coorti islamiche vige la sharia, con il suo strascico di divieti e di condanne a morte per le donne considerate “adultere”. A seguito dei combattimenti tra gli islamisti radicali e gli Etiopici che sostenevano il Governo federale di transizione la massa dei profughi è cresciuta a dismisura: quasi la metà della popolazione somala oggi sopravvive in condizioni che l&#8217;Onu definisce disperate.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;">Intanto si è svolta a Gibuti una riunione a cui hanno partecipato tutti i deputati somali per mettere a punto un piano finalizzato ad allargare il numero dei parlamentari e a varare una nuova compagine governativa, per far spazio all&#8217;opposizione islamica moderata, che si è mostrata disponibile al dialogo. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;">Così il 30 gennaio 2009 il parlamento somalo riunito a Gibuti ha eletto presidente l&#8217;islamista <strong>Sheikh Shari Ahmed</strong>, leader dell&#8217;ala più moderata dell&#8217;Alleanza per la liberazione della Somalia (Ars) e già leader dell&#8217;Unione delle Corti Islamiche (Icu). <span id="more-1371"></span>Secondo l’agenzia Adnkronos, <span> </span>Ahmed Sharif ha ricevuto 293 voti, contro i 126 del suo avversario <strong>Maslah Barre</strong>, figlio del dittatore <strong>Siad Barre</strong> deposto nel 1991. L&#8217;elezione si e&#8217; resa necessaria dopo che in dicembre si era dimesso il presidente <strong>Abdullahi Yussuf Ahmed</strong>, che non era riuscito a pacificare il paese africano, in preda all&#8217;anarchia dal 1991. Il parlamento, costretto a riunirsi all&#8217;estero, e&#8217; stato allargato a 500 deputati, con l&#8217;arrivo di 200 esponenti dell&#8217;Ars nell&#8217;ambito di un processo di pace sostenuto dall&#8217;Onu. Secondo la Bbc, Sharif Ahmed e&#8217; stato scelto in quanto considerato l&#8217;unico in grado di fare da ponte fra i signori della guerra laici, che hanno finora dominato il governo di transizione, e le forze islamiste più radicali. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;">A mantenere la pace in Somalia sono rimaste così soltanto le forze dell&#8217;Unione Africana (UA), che hanno lanciato un avvertimento in merito alla possibilità che le milizie islamiche estremiste organizzino altri attentati, in particolare contro le sedi dell’Unione Africana. Intanto il Parlamento dell’Unione Europea con una risoluzione dello scorso mese di gennaio ha chiesto il rilascio delle suore italiane rapite in Somalia. In una risoluzione sulla situazione nel Corno d&#8217;Africa, il Parlamento ha chiesto al governo somalo di condannare il rapimento delle due suore cattoliche, Maria Teresa Olivero e Caterina Giraudo, catturate nel novembre del 2008 – secondo fonti di Nairobi – dall’organizzazione <em>Jabhad al Islamiya.</em> Con la medesima risoluzione il Parlamento europeo ha chiesto al Consiglio e alla Commissione dell&#8217;Unione Europea di sostenere le istituzioni somale e il processo di pace avviato con gli accordi di Gibuti dello scorso ottobre. Ha inoltre invitato <span class="paragraph">l&#8217;Eritrea a rispettare pienamente i diritti umani e le libertà fondamentali, compresa la libertà di associazione, la libertà di espressione, la libertà dei mezzi di informazione e la libertà di coscienza. In tale contesto, i deputati europei chiedono al governo eritreo di rivelare dove si trovano i prigionieri e il loro stato di salute e di incriminare e di sottoporre immediatamente al regolare giudizio di un tribunale tutti i detenuti politici e i giornalisti (come <strong>Dawit Isaak</strong>) imprigionati, o di rilasciarli immediatamente senza condizioni.</span></span></p>
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		<title>AFGHANISTAN, IRAQ, SOMALIA: LE  GUERRE  DI  OSAMA BIN LADEN (L&#8217;Ora del Salento, 24 maggio 2008, pag.11)</title>
		<link>http://www.recensioni-storia.it/afghanistan-iraq-somalia-le-guerre-di-osama-bin-laden-lora-del-salento-24-maggio-2008-pag11</link>
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		<pubDate>Thu, 29 May 2008 16:11:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cavallo Roberto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Afghanistan]]></category>
		<category><![CDATA[GEOPOLITICA]]></category>
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		<description><![CDATA[Nel suo ennesimo appello lanciato via internet, Osama Bin Laden torna a puntare il dito su Israele e sui suoi amici occidentali, e anche sull’ONU. Invitando i buoni musulmani alla Jihad (la guerra santa) ancora una volta si autoproclama paladino della causa palestinese. L’ANP, l’Autorità nazionale palestinese, non solo si è affrettata a prendere le distanze da Al Qaeda e dal suo grande capo, ma ha denunciato che, attraverso Hamas, l’organizzazione di Bin Laden sta entrando nella Striscia di Gaza. L&#8217;allarme per le infiltrazioni terroristiche arriva per bocca del presidente palestinese Abu Mazen. Ma il potere mediatico che l’organizzazione terrorista ha oramai raggiunto le consente di affascinare centinaia di giovani musulmani sparsi nel mondo, che ammaliati dalle sirene jihadiste abbandonano tutto per seguire lo sceicco saudita. Un recente rapporto di Europol, l’Ufficio Europeo di Polizia, diffuso in questi giorni dai media, riferisce che soprattutto molti islamici europei, per lo più immigrati della seconda generazione, rispondono alla chiamata in armi di Osama Bin Laden. Sollecitati da collaudate reti logistiche, ricevono documenti ed istruzioni, partono per i campi di addestramento in “santuari” sicuri, offrono le loro esistenze per combattere sugli scenari di guerra attualmente aperti: Afghanistan, Iraq, Somalia, forse Libano (qualche mese [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%"><a href="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2008/05/1711bin-laden2.jpg" title="1711bin-laden2.jpg"><img src="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2008/05/1711bin-laden2.thumbnail.jpg" alt="1711bin-laden2.jpg" /></a> Nel suo ennesimo appello lanciato via internet, Osama Bin Laden torna a puntare il dito su Israele e sui suoi amici occidentali, e anche sull’ONU. Invitando i buoni musulmani alla <em>Jihad</em> (la guerra santa) ancora una volta si autoproclama paladino della causa palestinese.<span>  </span>L’ANP, l’Autorità nazionale palestinese, non solo si è affrettata a prendere le distanze da <em>Al Qaeda</em> e dal suo grande capo, ma ha denunciato che, attraverso <em>Hamas, </em><span> </span>l’organizzazione di Bin Laden sta entrando nella Striscia di Gaza. L&#8217;allarme per le infiltrazioni terroristiche arriva per bocca del presidente palestinese Abu Mazen.</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%">Ma il potere mediatico che l’organizzazione terrorista ha oramai raggiunto le consente di affascinare centinaia di giovani musulmani sparsi nel mondo, che ammaliati dalle sirene <em>jihadiste</em> abbandonano tutto per seguire lo sceicco saudita.<span id="more-488"></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%">Un recente rapporto di Europol, l’Ufficio Europeo di Polizia, diffuso in questi giorni dai media, riferisce che soprattutto molti islamici europei, per lo più immigrati della seconda generazione, rispondono alla chiamata in armi di Osama Bin Laden. Sollecitati da collaudate reti logistiche, ricevono documenti ed istruzioni, partono per i campi di addestramento in “santuari” sicuri, offrono le loro esistenze per combattere sugli scenari di guerra attualmente aperti: Afghanistan, Iraq, Somalia, forse <span> </span>Libano (qualche mese fa l’esercito libanese dovette combattere per stroncare un‘insurrezione di palestinesi in un campo profughi del Nord, dove si erano infiltrati elementi di <em>Al Qaeda</em>).</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%">In Afghanistan il confine “mobile” con il Pakistan costituisce da sempre la zona franca di transito per uomini, armi e droga. I miliziani di <em>Al Qaeda</em> affiancano i Talebani per organizzare attentati dovunque sia possibile.</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%">In Iraq il legittimo governo del premier sciita moderato <strong><em>Nuri</em></strong> <strong><em>Al Maliki</em></strong>, dopo aver vinto la battaglia contro gli estremisti sciiti di <strong><em>Muqtada Al Sadr</em></strong> a Bassora, ha riportato a Mosul un’altra vittoriosa operazione contro le forze insurrezionaliste di <em>Al Qaeda</em> (molti fedelissimi di Osama sono stati arrestati).</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%">E infine la Somalia: centinaia di giovani arruolati arrivano dall’Europa e dai Paesi arabi per rinforzare le fila delle Coorti Islamiche, la cui presenza armata impedisce il controllo del territorio da parte del Governo federale di transizione, la fragile compagine governativa, che pure è sostenuta dall’Unione Africana e dalla comunità internazionale.</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%"><o> </o></p>
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		<title>L&#8217;Italia le dette una Costituzione, tribalismi e lotte di clan la distrussero (Corriere del Giorno, 16 gennaio 2007, pag.6)</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Jan 2007 07:36:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cavallo Roberto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Corriere del Giorno]]></category>
		<category><![CDATA[GEOPOLITICA]]></category>
		<category><![CDATA[Somalia]]></category>

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		<description><![CDATA[Il recente raid aereo degli Stati Uniti sulle basi di Al Qaeda in Somalia ripropone alla ribalta il dramma di questo Paese, che da oltre 15 anni si dibatte fra guerra, fame e anarchia. Ma come al solito, per comprendere gli avvenimenti di oggi, bisogna partire da lontano.Nel 1950 l&#8217;Italia ricevette dalle Nazioni Unite l&#8217;incarico dell&#8217;amministrazione fiduciaria della Somalia (AFIS: Amministrazione fiduciaria d&#8217;Italia in Somalia).In tale prospettiva l&#8217;Italia collaborò per dare una costituzione al Paese africano. Terminato il mandato O.N.U. e ricostruite le istituzioni, nel 1960 nasceva la repubblica somala. Ma il tribalismo e le lotte di clan presero ben presto il sopravvento. Il generale Siad Barre, che si era formato nelle scuole militari italiane, applicò nel suo Paese il socialismo scientifico (cioè attagliato, secondo lui, alla Somalia). Promosse la lotta al tribalismo e le campagne di alfabetizzazione (nel 1973 diede mandato ad un italiano di istituire l&#8217;alfabeto somalo con caratteri latini e non arabi). Promulgò il nuovo diritto di famiglia, con l&#8217;abolizione della poligamia di ispirazione islamica; attribuì il diritto di voto alle donne e concesse loro la possibilità di ereditare. Successivamente, abbandonato dai sovietici e passato in campo occidentale, sostenne una disastrosa guerra con l&#8217;Etiopia del dittatore comunista [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><font face="Arial" size="3" /><font face="Arial" size="3"><img id="image54" height="96" alt="images21.jpg" src="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2007/03/images21.miniatura.jpg" />Il recente raid aereo degli Stati Uniti sulle basi di <em>Al Qaeda</em> in Somalia ripropone alla ribalta il dramma di questo Paese, che da oltre 15 anni si dibatte fra guerra, fame e anarchia. <span id="more-31"></span>Ma come al solito, per comprendere gli avvenimenti di oggi, bisogna partire da lontano.</font><font face="Arial" size="3" /><font face="Arial" size="3">Nel 1950 l&#8217;Italia ricevette dalle Nazioni Unite l&#8217;incarico dell&#8217;amministrazione fiduciaria  della Somalia (AFIS: Amministrazione fiduciaria d&#8217;Italia in Somalia).</font><font face="Arial" size="3"></font><font face="Arial" size="3">In tale prospettiva l&#8217;Italia collaborò per dare una costituzione al Paese africano. Terminato il mandato O.N.U. e ricostruite le istituzioni, nel 1960 nasceva la repubblica somala. Ma il tribalismo e le lotte di clan presero ben presto il sopravvento. Il generale <em>Siad Barre</em>, che si era formato nelle scuole militari italiane, applicò nel suo Paese il socialismo scientifico (cioè attagliato, secondo lui, alla Somalia). Promosse la lotta al tribalismo e le campagne di alfabetizzazione (nel 1973 diede mandato ad un italiano di istituire l&#8217;alfabeto somalo con caratteri latini e non arabi). Promulgò il nuovo diritto di famiglia, con l&#8217;abolizione della poligamia di ispirazione islamica; attribuì il diritto di voto alle donne e concesse loro la possibilità di ereditare. </font><font face="Arial" size="3" /><font face="Arial" size="3" /><font face="Arial" size="3">Successivamente, abbandonato dai sovietici e passato in campo occidentale, sostenne una disastrosa guerra con l&#8217;Etiopia del dittatore comunista <em>Menghistu</em>. Nel 1991 <em>Siad Barre</em>, accusato di corruzione, fu costretto a lasciare la Somalia con una pesante eredità: anarchia, lotte tribali, carestia. Una situazione di guerra civile che comportò un bilancio di circa 350.000 vittime, fra cui alcuni missionari italiani.</font><font face="Arial" size="3"></font><font face="Arial" size="3">Fu in quelle condizioni di disastro umanitario che l&#8217;ONU emise la risoluzione n°794 del 1992, che autorizzava l&#8217;avvio della missione ONUSOM 2  in Somalia. </font><font face="Arial" size="3" /><font face="Arial" size="3" /><font face="Arial" size="3" /><font face="Arial" size="3" /><font face="Arial" size="3">Nell&#8217;ambito di tale missione agli Statunitensi fu affidato il compito di guidare l&#8217;operazione <em>Restore Hope</em>; fu così che i marines a Mogadiscio presero porto e aeroporto senza sparare un colpo, in diretta TV. Fu uno sbarco straordinario: all&#8217;arrivo dei soldati americani c&#8217;erano già più di mille fra inviati speciali, cameraman e fotografi, dinanzi ad un 1 miliardo circa di spettatori televisivi che assistevano in diretta da tutto il mondo. Ma le cose peggiorarono presto. </font><font face="Arial" size="3"></font><font face="Arial" size="3"></font><font face="Arial" size="3">Fra i principali avversari della presenza multinazionale si segnalava il generale <em>Mohamed  Farah Aidid</em>, uno dei capi più potenti ed anti-occidentali tra i vari clan somali.</font></p>
<p><font face="Arial" size="3">Sul fronte islamico cominciavano, sia pure timidamente, ad infiltrarsi elementi del fondamentalismo sunnita. </font></p>
<p><font face="Arial" size="3">Si arrivò così alle battaglie del 5 giugno e del 2 luglio 1993 a Mogadiscio: nella prima (c.d. battaglia della radio) furono direttamente coinvolti i soldati pakistani; la seconda (c.d. battaglia del pastificio) vide quali sfortunati protagonisti proprio gli Italiani del generale Loi, comandante della nostra forza nazionale denominata &#8220;<em>Ibis</em>&#8220;. In quell&#8217;occasione l&#8217;attacco avvenne in prossimità del <em>check point pasta</em> (un punto strategico della capitale vicino ad un vecchio pastificio): un&#8217;unità di rastrellamento di circa 500 Italiani fu attaccata da bande somale, con un tragico bilancio di morti e feriti da entrambe le parti.</font></p>
<p><font face="Arial" size="3">Il <em>check point pasta, </em>almeno per il momento, andò perduto. Intanto Sudan e Libia sostenevano il massiccio riarmo di <em>Aidid</em>.</font></p>
<p><font face="Arial" size="3">Successivamente vi furono altri scontri fra Americani e Somali,  sino al progressivo fallimento della missione ONU. Quando il presidente Bill Clinton manifestò la volontà di ritirare le forze statunitensi, tutti gli altri seguirono a ruota  </font></p>
<p><font face="Arial" size="3">Il segretario generale delle Nazioni Unite <em>Boutros Ghali</em> inutilmente espresse le sue preoccupazioni per la grave situazione di anarchia e di nuovi massacri che ne poteva derivare.</font></p>
<p><font face="Arial" size="3">Nel 1995 si completava il ritiro italiano. Che è successo da quel 1995? </font></p>
<p><font face="Arial" size="3">Dopo anni di anarchia e di ulteriori lotte tribali, nel 2004 in Kenya si formava, grazie ad un faticoso accordo fra i vari clan, un governo somalo di transizione. E fra gli esponenti del nuovo governo guidato dal premier <em>Alì Mohamed Gedi</em> c&#8217;era ancora lui, il generale <em>Aidid</em> </font></p>
<p><font face="Arial" size="3">Tale esecutivo, nato all&#8217;estero per ragioni di sicurezza e di incolumità dei suoi componenti, è stato impossibilitato a rientrare in patria per la presenza a Mogadiscio delle Corti islamiche, un insieme di movimenti fondamentalisti sunniti finanziati da Sauditi e da Eritrei.</font></p>
<p><font face="Arial" size="3">Negli ultimi anni le Corti islamiche si sono sviluppate a dismisura, riuscendo nel giugno del 2006 ad imporre a Mogadiscio e nelle zone da essi controllate la <em>sharia </em>(era considerato reato anche fumare una sigaretta o assistere ad una partita di calcio in TV )<em>.</em> </font></p>
<p><font face="Arial" size="3">Poichè in Somalia il 76% della popolazione oggi vive con meno di due dollari al giorno, le Corti islamiche, sul modello di Hamas in Palestina e di Hezebollah in Libano, hanno cercato di garantire i servizi sociali essenziali, guadagnando in ciò il favore di larga parte della popolazione. Nel frattempo, dopo aver rifiutato nel settembre del 2006 l&#8217;intervento dell&#8217;<em>IGAD</em>, una forza di interposizione militare composta esclusivamente da Paesi africani, hanno anche lanciato la guerra santa (<em>jihad</em>) contro gli Etiopici, cristiani ed amici degli Stati Uniti. </font></p>
<p><font face="Arial" size="3">Le Corti islamiche non hanno però valutato con sufficiente ponderazione i mezzi militari a loro disposizione e quelli degli avversari: sui grandi spazi l&#8217;esercito etiopico, attrezzato alla meno peggio ma con qualche cacciabombardiere in più, ha avuto facilmente la meglio. </font></p>
<p><font face="Arial" size="3">Così il governo di transizione, formato per buona parte dai vecchi signori della guerra, con il sostegno degli Etiopici ha potuto riprendere il controllo di quasi tutto il territorio.</font></p>
<p><font face="Arial" size="3">Gli esperti di geopolitica non hanno dubbi che dietro l&#8217;Etiopia e il governo di transizione nato a Nairobi vi sia la lunga mano degli U.S.A., e testimonianza di ciò sarebbe proprio il recente raid aereo; mentre le Corti islamiche, completamente infiltrate da<em> Al Qaeda</em>, sarebbero sostenute dai Paesi del fondamentalismo islamico. </font></p>
<p><font face="Arial" size="3">Ad oltre 15 anni di distanza dai suoi primi interventi sul &#8220;caso Somalia&#8221;, il Consiglio di Sicurezza dell&#8217;ONU oggi intende affidare all&#8217;Unione Africana il compito di ristabilire condizioni minime di sicurezza all&#8217;interno del Paese; mentre, a parte la Caritas italiana, neppure le O.N.G. riescono a mettere piede in Somalia per fronteggiare una situazione umanitaria che è ormai al collasso </font></p>
<p><font face="Arial" size="3"><font face="Arial" size="3" /></font><font face="Arial" size="3">Roberto Cavallo </font><font face="Arial" size="3" /><font face="Arial" size="3"><font face="Arial" size="3" /></font><font face="Arial" size="3"><font face="Arial" size="3" /></font><font face="Arial" size="3"><font face="Arial" size="3" /></font><font face="Arial" size="3">(&#8220;Il Corriere del Giorno&#8221;, martedì 16 gennaio 2007, pag.8)</font></p>
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		<title>Notizie dall&#8217;estero 19 giugno 2006</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Jun 2006 08:37:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cavallo Roberto</dc:creator>
				<category><![CDATA[GEOPOLITICA]]></category>
		<category><![CDATA[Iraq]]></category>
		<category><![CDATA[ONU]]></category>
		<category><![CDATA[RUBRICA RADIOFONICA "L'INTERNAZIONALE"]]></category>
		<category><![CDATA[Somalia]]></category>

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		<description><![CDATA[Un cordiale ben ritrovati a tutti gli ascoltatori che con pazienza ci seguono in quest&#8217;itinerario fra le strade del mondo. Con l&#8217;appuntamento di oggi terminiamo questa pagina settimanale sull&#8217;informazione internazionale, in concomitanza con l&#8217;imminente pausa estiva. Bene, allora apriamo questa ultima puntata di oggi, apriamo la nostra finestra sul mondo con un aggiornamento che viene dall&#8217;Iraq. Mentre purtroppo continuano gli scontri fra Sciiti e Sunniti, e continuano tanto i rapimenti quanto le esplosioni degli uomini-bomba nelle moschee, il premier Al Maliki ha scelto gli uomini che andranno a ricoprire le cariche ministeriali &#8211; della difesa e degli interni &#8211; che servivano a completare la compagine governativa. Si tratta di un passaggio di non poco conto, perchè completa il quadro istituzionale iracheno, nato dalle ripetute libere elezioni che si sono svolte nel Paese. Attraverso questa nostra rubrica settimanale abbiamo informato di volta in volta sul progredire della rinascita e della formazione delle nuove istituzioni irachene del dopo-Saddam; ebbene possiamo dire che adesso il quadro istituzionale è pressocchè completo. Certo, perfino il presidente Bush a seguito del suo recente viaggio-lampo a Baghdad, ha ammesso che ora, più che mai, il futuro dell&#8217;Iraq è nelle mani della sua gente: il Paese ha comunque [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><font size="3"><img id="image207" height="93" alt="iraqi_prime_minister_nouri_al-maliki.jpg" src="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2007/05/iraqi_prime_minister_nouri_al-maliki.miniatura.jpg" /> Un cordiale ben ritrovati a tutti gli ascoltatori che con pazienza ci seguono in quest&#8217;itinerario fra le strade del mondo.<br />
</font><font size="3">Con l&#8217;appuntamento di oggi terminiamo questa pagina settimanale sull&#8217;informazione internazionale, in concomitanza con l&#8217;imminente pausa estiva.<br />
</font><font size="3">Bene, allora apriamo questa ultima puntata di oggi, apriamo la nostra finestra sul mondo con un aggiornamento che viene dall&#8217;Iraq.<br />
</font><font size="3">Mentre purtroppo continuano gli scontri fra Sciiti e Sunniti, e continuano tanto i rapimenti quanto le esplosioni degli uomini-bomba nelle moschee, il premier <em>Al Maliki</em> ha scelto gli uomini che andranno a ricoprire le cariche ministeriali &#8211; della difesa e degli interni &#8211; che servivano a completare la compagine governativa. <span id="more-149"></span>  </font></p>
<p><font size="3">Si tratta di un passaggio di non poco conto, perchè completa il quadro istituzionale iracheno, nato dalle ripetute libere elezioni che si sono svolte nel Paese. Attraverso questa nostra rubrica settimanale abbiamo informato di volta in volta sul progredire della rinascita e della formazione delle nuove istituzioni irachene del dopo-Saddam; ebbene possiamo dire che adesso il quadro istituzionale è pressocchè completo. Certo, perfino il presidente Bush a seguito del suo recente viaggio-lampo a Baghdad, ha ammesso che ora, più che mai, il futuro dell&#8217;Iraq è nelle mani della sua gente: il Paese ha comunque gli strumenti per avviarsi sulla strada della democrazia e di una relativa pace, oppure può sprofondare definitivamente nella guerra civile, di tutti contro tutti. Mentre l&#8217;Italia di Prodi e D&#8217;Alema avvia febbrilmente le operazioni di ritiro dei nostri soldati, speriamo davvero che tanta brava gente irachena riesca a farcela con le sue forze e con l&#8217;aiuto degli Stati Uniti, aiuto che ancora non mancherà.<br />
</font><font size="3">E adesso occupiamoci di un altro argomento, e cioè di un interessante articolo apparso sul giornale <em>Avvenire</em>, che come sapete è il quotidiano della CEI, la Conferenza dei Vescovi italiani.<br />
</font><font size="3">Avvenire dà spazio al viaggio in Italia di <em>Asma Jahangir</em>, che è una donna pachistana di 54 anni, avvocato e attivista nel suo Paese per i diritti umani.<br />
</font><font size="3">Proprio in tale veste nel 2004 è stata nominata relatrice speciale delle Nazioni Unite sul problema della libertà religiosa nel mondo, all&#8217;interno della Commissione ONU per i diritti umani. A tal proposito ricordiamo anzi che, come riporta Repubblica del 19 giugno a pagina 18, di recente la Commissione è stata trasformata in Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite. E&#8217; da notare che nello stesso Comitato permanente del nuovo Consiglio fanno parte anche Cuba e la Cina, notoriamente poco rispettosi dei diritti umani.<br />
</font><font size="3">Ma torniamo all&#8217;articolo di Avvenire e al viaggio in Italia di <em>Asma Jahangir</em> Il suo mandato consiste dunque nella protezione e nella promozione della libertà religiosa.<br />
</font><font size="3">Il 16 giugno scorso <em>Asma Jahangir </em> che nel suo Paese si batte anche per la tutela della dignità delle donne, è stata in visita in Vaticano per concordare nuove strategie di promozione del diritto di libertà religiosa. Tale diritto infatti oggi più che mai è conculcato e negato in tanti Paesi del mondo.<br />
</font><font size="3">Nell&#8217;articolo di Avvenire dello scorso 17 giugno leggiamo (a pag.3):  &#8220;<em>Violenze, arresti, persecuzioni, discriminazioni, ma anche torture e uccisioni per il solo fatto di credere o di professare la propria religione. In alcuni paesi, come l&#8217;Arabia Saudita, basta solo possedere una Bibbia per finire in prigione. In altri, come le Maldive, che pure è il paradiso dei vacanzieri, addirittura non si ha diritto alla cittadinanza se non si segue l&#8217;Islam. In Sudan si viene esclusi dalla cerchia familiare se battezzati. In Nigeria si viene uccisi se si cambia religione A quasi 60 anni dalla dichiarazione universale dei diritti dell&#8217;uomo, la libertà religiosa è ancora una chimera per milioni di persone al mondo. In molti paesi questo fondamentale diritto umano non è nemmeno riconosciuto come tale. E negli ultimi anni si è assistito ad una recrudescenza delle violenze e delle persecuzioni verso i credenti, che hanno avuto il loro picco dopo l&#8217;11 settembre, nel clima di scontro di civiltà che si è registrato&#8221;</em>.<br />
</font><font size="3">Ma quali sono le aree del mondo dove maggiore è la violazione della libertà religiosa? Per <em>Asma Jahangir</em>  l&#8217;elenco comincia dalla Cina:, dove l&#8217;intolleranza religiosa si esprime non solo verso i cristiani, ma anche verso i musulmani e verso i seguaci del Falun Gong, che è una setta di origine confuciana. Ma poi l&#8217;elenco prosegue con la Corea del Nord, con il Vietnam e l&#8217;Indonesia, dove spesso i musulmani bruciano le chiese cristiane, e ancora l&#8217;India, il Bangladesh, e poi moltissimi Paesi arabi come Iran ed Iraq. E ancora molti paesi dell&#8217;Africa, come il Sudan, dove è in atto un vero e proprio genocidio di cristiani e animisti. Ma, a sorpresa,  la signora <em>Asma Jahangir</em>  indica anche la Francia quale terra dove i diritti religiosi non godono di una completa tutela. Ed infatti proprio la Francia, con la nuova legge iper-laicista approvata nel 2004, è diventata un&#8217;area emergente di intolleranza verso chi crede. La nuova legge ha imposto limitazioni per chi esprime la propria fede e indossa particolari simboli religiosi. Se è stata pensata per impedire alle donne musulmane di portare lo chador, che impediva il riconoscimento delle donne anche nei documenti di identità, di fatto quella legge colpisce anche i credenti di altre fedi, compresi i cristiani, cui viene per esempio proibito di esporre croci superiori ad una certa grandezza.<br />
</font><font size="3">E veniamo ad un&#8217;altra notizia che in questi giorni sta occupando le pagine della cronaca estera dei giornali. Parliamo della guerra civile in Somalia, dove le Corti islamiche stanno di fatto vincendo la sfida contro i cosiddetti signori della guerra. Chi sono i protagonisti di questa guerra? Le Corti islamiche rappresentano le organizzazioni musulmane integraliste, probabilmente legate in modo diretto ad Al Qaeda, che tentano di instaurare la <em>sharia</em> in Somalia, Somalia che tentano di trasformare in un emirato islamico. Le Corti islamiche ricordano insomma molto da vicino i Talebani dell&#8217;Afghanistan, e in effetti perseguono un progetto di completa islamizzazione della società. Già sul Corriere della Sera di domenica 18 giugno, a pagina 14, leggiamo le interviste rilasciate da alcune donne somale costrette alla rigida osservanza musulmana: niente più libertà di vestirsi o di truccarsi, o di esercitare un&#8217;attività economica in pubblico. Mentre intanto per gli uomini si estende l&#8217; obbligo della barba lunga e per tutti vige il  divieto di vedere la televisione, nemmeno le partite dei mondiali, e così via.<br />
</font><font size="3">Dall&#8217;altra parte fronteggiano le Corti islamiche i vecchi Signori della guerra che gli Stati Uniti inutilmente tentarono già di fermare nel 1991. I Signori della guerra sono milizie tribali ed etniche, a volte semplicemente criminali, che negli ultimi tempi si sono riavvicinati agli Stati Uniti pur di fermare la coalizione fondamentalista islamica, che ormai però appare irrefrenabile. E infatti non solo Mogadiscio, che è la capitale, ma gran parte della Somalia è ormai sotto il potere delle Corti islamiche, che adesso anzi esaltate dal successo inneggiano alla guerra santa, alla jihad oltre confine, verso l&#8217;Etiopia cristiana.<br />
</font><font size="3">Con questi venti di guerra sulla povera Somalia tormentata ormai da oltre 15 anni di guerra civile terminiamo l&#8217;appuntamento di oggi con l&#8217;informazione internazionale, e, almeno per il momento, chiudiamo con oggi anche la serie degli appuntamenti settimanali. A risentirci quindi dopo la pausa estiva, sempre con l&#8217;Internazionale, sempre questa nostra rubrica aperta sui fatti del mondo.<br />
</font><font size="3">Grazie a tutti per la cortese attenzione con cui ci avete sempre seguito. A risentirci a presto <br />
</font></p>
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