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	<title>Recensioni &#38; Storia.it &#187; Sudan</title>
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	<description>dove si parla di recensioni di libri e di argomenti di storia</description>
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		<title>LA DENUNCIA DI MONS. KUSSALA AL SINODO PER L&#8217;AFRICA: IN SUDAN CRISTIANI CROCIFISSI</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Oct 2009 05:22:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cavallo Roberto</dc:creator>
				<category><![CDATA[GEOPOLITICA]]></category>
		<category><![CDATA[Sudan]]></category>

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		<description><![CDATA[Il Sinodo per l&#8217;Africa in procinto di chiudersi a Roma ha dedicato particolare attenzione al Sudan, Paese diviso tra il Nord principalmente arabo che ha imposto la legge coranica e il Sud cristiano e animista. Monsignor Hiiboro Kussala, Vescovo della Diocesi meridionale di Tombura Yambio, afferma che c&#8217;è interesse a ostacolare il cammino verso l&#8217;autodeterminazione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-3448" href="http://www.recensioni-storia.it/?attachment_id=3448"><img class="alignleft size-full wp-image-3448" title="sudan" src="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2009/10/sudan.jpeg" alt="sudan" width="117" height="132" /></a>Il Sinodo per l&#8217;Africa in procinto di chiudersi a Roma ha dedicato particolare attenzione al Sudan, Paese diviso tra il Nord principalmente arabo che ha imposto la legge coranica e il Sud cristiano e animista. <strong>Monsignor Hiiboro Kussala</strong>, Vescovo della Diocesi meridionale di Tombura Yambio, afferma che c&#8217;è interesse a ostacolare il cammino verso l&#8217;autodeterminazione del Sud, provocando la violenza.</p>
<p>Le elezioni politiche previste dagli accordi di pace del 2005 dovrebbero svolgersi nel 2010, mentre è fissato per il 2011 il referendum per l&#8217;autodeterminazione del Sud.</p>
<p>L&#8217;appuntamento con le urne è a rischio per le continue violenze perpetrate da gruppi ribelli legati al governo islamico di Khartoum, come ha confermato monsignor Kussala in alcune dichiarazioni alla “Radio Vaticana” e poi riprese dall’agenzia di stampa ZENIT.org il 16 ottobre 2009: “<em>Questi ribelli, a nostro modo di vedere, stanno ricevendo aiuti da parte del governo del Nord. Tutti hanno fucili, armi … Credo ci sia la volontà di lasciare il Sud Sudan in difficoltà perché non abbia quella pace necessaria per preparare il referendum…</em>”, ha dichiarato il presule.</p>
<p>Monsignor Kussala ha anche informato sugli attacchi ai cristiani: “<em>Il 13 agosto scorso, i ribelli sono entrati nella chiesa della mia parrocchia ed hanno preso tante persone in ostaggio. Mentre fuggivano nella foresta, ne hanno uccise sette: li hanno crocifissi agli alberi. Si verificano tanti drammi come questo. Alcuni di loro sono stati istruiti da Al Qaeda in Afghanistan: sono contro la Chiesa. Il progetto è intimidire i cristiani</em>”.</p>
<p>Vivere il Vangelo in Sudan è una scelta difficile, si corre il rischio del martirio, ha confessato monsignor Kussala: “<em>Noi viviamo proprio in questo senso, perché stanno uccidendo la gente, bruciano le loro case, le chiese: questo è martirio</em>”.</p>
<p>I cristiani vivono nella paura. “<em>Ma noi non vogliamo morire: tutto questo rafforza la fede della gente, la gente continua a venire in chiesa</em>”.</p>
<p>Essere segno di pace e di riconciliazione è testimoniare il Vangelo in una terra che perseguita i cristiani: “<em>Questo è il nostro motto, continuare a vivere la riconciliazione e la pace. Dopo sei secoli, il cristianesimo è stato praticamente distrutto nel Nord del Sudan, e noi ne soffriamo in nome del Signore</em>”.</p>
<p>Pensando alla situazione della sua Diocesi e al conflitto del Darfur, monsignor Kussala ha chiesto aiuto alla comunità internazionale: “<em>Vogliamo i Buoni samaritani: i nostri fratelli, i nostri amici nella comunità internazionale possono venire in nostro aiuto. Ma più ancora di questo, chiediamo preghiere, tante! Per noi, affinché possiamo essere forti e proseguire su questo cammino così difficile. Ma con il Signore, lo sappiamo bene, alla fine vinceremo!</em>”.</p>
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		<title>PICCOLI E GRANDI DITTATORI CRESCONO (L&#8217;Ora del Salento, 19 giugno 2009, pag. 11)</title>
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		<pubDate>Sun, 21 Jun 2009 07:22:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cavallo Roberto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Birmania]]></category>
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		<description><![CDATA[
Laureata in storia moderna all&#8217;Università di Firenze, Fiamma Nirenstein ha vissuto per anni tra l&#8217;Italia e Gerusalemme, dove ha ricoperto il ruolo di inviata dal Medio Oriente prima per il quotidiano La Stampa e poi, dal dicembre 2006, per il quotidiano Il Giornale e per il quotidiano telematico L&#8217;Occidentale. Su Panorama, Nirenstein tiene regolarmente una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0cm 1cm 0pt; line-height: 150%; text-align: justify;"><span style="font-size: small;"><span style="font-family: Times New Roman;"><a rel="attachment wp-att-2643" href="http://www.recensioni-storia.it/?attachment_id=2643"><img class="alignleft size-full wp-image-2643" title="fiamma-nirenstein1_47657" src="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2009/06/fiamma-nirenstein1_47657.jpg" alt="fiamma-nirenstein1_47657" width="510" height="340" /></a></span></span></p>
<p style="margin: 0cm 1cm 0pt; line-height: 150%; text-align: justify;"><span style="font-size: small;"><span style="font-family: Times New Roman;">Laureata in storia moderna all&#8217;Università di Firenze, <strong>Fiamma Nirenstein</strong> ha vissuto per anni tra l&#8217;Italia e Gerusalemme, dove ha ricoperto il ruolo di inviata dal Medio Oriente prima per il quotidiano <em style="mso-bidi-font-style: normal;">La Stampa</em> e poi, dal dicembre 2006, per il quotidiano <em style="mso-bidi-font-style: normal;">Il Giornale</em> e per il quotidiano telematico <em>L&#8217;Occidentale</em>. Su Panorama, Nirenstein tiene regolarmente una rubrica di politica internazionale. Ha lavorato anche per molti altri prestigiosi quotidiani e settimanali, cominciando da <em style="mso-bidi-font-style: normal;">Paese Sera.</em></span></span></p>
<p style="margin: 0cm 1cm 0pt; line-height: 150%; text-align: justify;"><span style="font-size: small; font-family: Times New Roman;">Nel 2006, insieme a <strong style="mso-bidi-font-weight: normal;">Toni Capuozzo</strong> e <strong style="mso-bidi-font-weight: normal;">Magdi Allam</strong>, partecipa al programma su Canale 5 “<em style="mso-bidi-font-style: normal;">Orient Express</em>”. Nel 2005 ha ideato e condotto il programma di politica estera su Raidue &#8220;Ore diciotto/Mondo&#8221;. Viene intervistata settimanalmente a Radio Radicale da <strong style="mso-bidi-font-weight: normal;">Massimo Bordin</strong>, in una rubrica dedicata al Medio Oriente. Alle elezioni politiche del 2008 è stata candidata nel Popolo delle Libertà ed eletta nella circoscrizione Liguria. E&#8217; vicepresidente della Commissione Affari Esteri e Comunitari della Camera dei Deputati. Nella sua carriera di giornalista ha incontrato a decine i leader mondiali, da Nelson Mandela, da <strong style="mso-bidi-font-weight: normal;">Vaclav Havel</strong> ad <strong style="mso-bidi-font-weight: normal;">Arafat.</strong></span></p>
<p>Nonostante il suo recente schieramento politico, Fiamma Nirenstein<strong style="mso-bidi-font-weight: normal;"> </strong>è una voce libera ed imparziale, come dimostra l’attenzione speciale con cui la segue Radio Radicale. In politica estera ha una rara competenza, e proprio per questo meritano attenzione le sue riflessioni in margine a quanto sta accadendo in questi giorni in Iran e in Corea del Nord. In un’analisi pubblicata su “Il Giornale” di domenica 14 giugno 2009 (pagg. 12-13), <strong style="mso-bidi-font-weight: normal;">Fiamma Nirenstein </strong>evidenzia come il mondo stia diventando più debole e impotente contro la furia di piccoli e grandi dittatori.</p>
<p style="margin: 0cm 1cm 0pt; line-height: 150%; text-align: justify;"><span style="font-size: small; font-family: Times New Roman;">Non ci sono solo le minacce nucleari della Corea del Nord (che mettono tanta paura a Giappone e Corea del Sud) e l’intransigenza atomica di Teheran (che terrorizza Israele); ad alzare la voce contro l’Occidente vi sono pure i regimi socialisti dell’America Latina, come quello di <strong style="mso-bidi-font-weight: normal;">Hugo Chavez</strong> in Venezuela e di <strong style="mso-bidi-font-weight: normal;">Evo Morales</strong> in Bolivia. In entrambi i Paesi la stampa e i media subiscono pesanti limitazioni, mentre nei 10 anni di governo di Hugo Chavez sono aumentati i prigionieri politici. Il Venezuela poi è in ottimi rapporti con Cuba dei fratelli Castro &#8211; che stanno ingannando il mondo con promesse di democratizzazione mai attuate -, e con lo stesso Iran. Chavez, al pari del brasiliano <strong style="mso-bidi-font-weight: normal;">Lula</strong>, si è subito affrettato a riconoscere la vittoria di Ahmadinejad nelle contestate elezioni presidenziali iraniane. </span></p>
<p style="margin: 0cm 1cm 0pt; line-height: 150%; text-align: justify;"><span style="font-size: small; font-family: Times New Roman;">In questo speciale elenco ci sono anche le dittature africane, come quella particolarmente longeva di <strong style="mso-bidi-font-weight: normal;">Robert Mugabe</strong> – sostenuto dalla Repubblica Popolare di Cina – e di <strong style="mso-bidi-font-weight: normal;">Omar al Bashir</strong>, il Presidente sudanese, nei confronti del quale il Tribunale Internazionale ha emesso un mandato di cattura per crimini contro l’umanità in relazione al genocidio del Darfur. E come non ricordare la violenza repressiva del regime birmano, il cui principale sponsor è la Cina di <strong style="mso-bidi-font-weight: normal;">Hu Jintao</strong>?</span></p>
<p>Per Fiamma Nirenstein vi sarebbe un collante che unisce tutti questi piccoli e grandi dittatori: il comune desiderio di umiliare l’Occidente.</p>
<p>Nella foto: <em>Fiamma Nirenstein</em>, giornalista e dal 2008 deputato del Popolo delle Libertà)</p>
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		<title>CRIMINI NEL DARFUR: ECCO CHI DIFENDE IL TIRANNO</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Mar 2009 05:47:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cavallo Roberto</dc:creator>
				<category><![CDATA[GEOPOLITICA]]></category>
		<category><![CDATA[Sudan]]></category>

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		<description><![CDATA[La settimana scorsa ci eravamo lasciati con una buona notizia: l’imminenza del mandato d’arresto per il presidente del Sudan Omar Hassan al Bashir, imputato per crimini di guerra e contro l’umanità nel Darfur.
E’ stata la Corte Penale Internazionale – il 4 marzo 2009 &#8211; ad emettere tale mandato, primo nella sua specie. Ma subito politologi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 150%; font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;;"><a rel="attachment wp-att-1685" href="http://www.recensioni-storia.it/?attachment_id=1685"><img class="alignleft size-full wp-image-1685" title="phph3ej3s_200x200_28477" src="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2009/03/phph3ej3s_200x200_28477.gif" alt="phph3ej3s_200x200_28477" width="200" height="150" /></a>La settimana scorsa ci eravamo lasciati con una buona notizia: l’imminenza del mandato d’arresto per il presidente del Sudan <strong><span style="color: #222222;">Omar Hassan al Bashir,<span> </span></span></strong><span style="color: #222222;">imputato per crimini di guerra e contro l’umanità nel Darfur.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 150%; font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; color: #222222;">E’ stata <span>la Corte Penale Internazionale – il 4 marzo 2009 &#8211; ad emettere tale mandato, primo nella sua specie. Ma subito politologi ed analisti di geopolitica si sono posti l’ovvia domanda: chi arresterà Al Bashir? In teoria l’ONU, che a suo tempo demandò il caso alla Corte penale Internazionale, avrebbe l’autorità e la forza per far eseguire il mandato d’arresto. Il problema però è politico e non semplicemente tecnico: subito dopo l’annuncio della misura restrittiva emessa dal tribunale de L’Aja, si è assistito in varie parti del mondo ad una levata di scudi a favore del tiranno sudanese. Se il principale protettore di Al Bashir è sicuramente la Repubblica Popolare di Cina (non a caso grande importatrice di petrolio sudanese), altri Stati – sia pure con posizioni diversificate &#8211; seguono a ruota: Iran, Siria, Russia, nonché diversi Paesi aderenti alla Lega Araba e all’Unione Africana (il cui presidente, come noto, è Gheddafi).<span> </span></span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 150%; font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; color: #222222;">La Russia per esempio ha definito “intempestiva” la decisione della Corte Penale Internazionale… Tutto questo mentre nel Darfur il genocidio continua, e mentre Al Bashir &#8211; per ritorsione &#8211; ha espulso dalla regione anche le ONG che pure assicuravano un minimo di sollievo alla popolazione indifesa e martoriata.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 150%; font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; color: #222222;">Se i regimi autoritari di mezzo mondo si sono stretti intorno al presidente sudanese (chissà, un giorno potrebbe toccare anche a loro di vedersi recapitare un mandato d’arresto internazionale!), gli Stati Uniti e l’Europa hanno plaudito all’operato della Corte Penale Internazionale e del suo Procuratore, Louis Moreno Ocampo.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 150%; font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; color: #222222;">Così ci sembra che le varie reazioni suscitate dal mandato d’arresto costituiscono un po’ la linea di demarcazione fra Stati liberi e Stati che liberi e democratici non lo sono per niente.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 150%; font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; color: #222222;">Commentando la progressiva corsa agli armamenti di Iran e Corea del Nord, così<span> </span>scriveva </span><span style="font-size: 12pt; line-height: 150%; font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;;">Bernardino Ferrero, giornalista ed esperto di cose internazionali, sul magazine on-line “lOccidentale” del 9 marzo scorso: “<em>L’Asse del Male si è risvegliato per mordere la mano degli Usa</em>…<em>Speravamo che Obama non abdicasse alla lotta contro i totalitarismi, come era sembrato da alcuni passaggi del suo discorso di insediamento. Invece persevera in questo approccio soft che ha risvegliato l’Asse del Male. Un coacervo di regimi illiberali che per dieci anni erano rimasti schiacciati sotto il tacco del presidente Bush…”. </em>Inutile farsi troppe illusioni: quel <em>coacervo di regimi illiberali</em> è lo stesso che difende le prerogative di chi per anni ha seminato morte e distruzione nel Darfur.</span></p>
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		<title>CRISTIANOFOBIA (L&#8217;Ora del Salento, 27 settembre 2008, pag. 11)</title>
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		<pubDate>Sat, 27 Sep 2008 04:23:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cavallo Roberto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Arabia Saudita]]></category>
		<category><![CDATA[CRISTIANITA']]></category>
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		<description><![CDATA[                                           OSSERVATORIO GEO-POLITICO
(a cura di Roberto Cavallo)
 A commento del tradizionale Rapporto sulla libertà religiosa stilato dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, il Segretario di Stato Condoleza Rice ha ribadito la centralità della tutela della libertà religiosa fra gli obiettivi della politica estera statunitense. Il Rapporto passa in rassegna il grado di libertà di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>                                           OSSERVATORIO GEO-POLITICO</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: center;" align="center"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;">(a cura di Roberto Cavallo)</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><a href="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2008/09/europa_-_persecuzione.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-687" title="europa_-_persecuzione" src="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2008/09/europa_-_persecuzione-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; color: #464646;"> A commento del tradizionale Rapporto sulla libertà religiosa stilato dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, il Segretario di Stato <strong>Condoleza Rice</strong> ha ribadito la centralità della tutela della libertà religiosa fra gli obiettivi della politica estera statunitense. Il Rapporto passa in rassegna il grado di libertà di cui godono i fedeli delle varie religioni nel mondo, e, di conseguenza, i vari tipi di abusi che le persone soffrono per colpa dei governi. La maglia nera spetta a nove Paesi, fra cui l’Arabia Saudita, la Corea del Nord, il Sudan e la Cina.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; color: #464646;">Dalle pagine del Rapporto si evince che le comunità cristiane sono fra le più perseguitate alle varie latitudini del globo. I recenti fatti dell’India (dove le chiese cristiane continuano a bruciare) stanno a dimostrarlo. Tutto ciò avviene senza che i mass media europei diano adeguato rilievo a tale drammatica situazione.</span><span id="more-682"></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><a href="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2008/09/madreteresa_indiar375_4set08.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-688" title="madreteresa_indiar375_4set08" src="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2008/09/madreteresa_indiar375_4set08-300x214.jpg" alt="" width="300" height="214" /></a><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; color: #464646;">Il giornalista <strong>Angelo Panebianco</strong>, nell’editoriale del Corriere della Sera dello scorso 7 settembre (<em>Il silenzio sui Cristiani</em>), si chiede le ragioni di tale grave disattenzione.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; color: #464646;">Ed ecco la risposta che si da e che propone al lettore: “<em>Sotto sotto, c’è l’idea che se uno è cristiano in Pakistan, in Iraq, in India o in Nigeria, e gli succede qualcosa, in fondo se l’è cercata. La tesi dei fondamentalisti islamici o indù secondo cui il cristianesimo altro non è se non uno strumento ideologico al servizio della volontà di dominio occidentale sui mondi extra occidentali sembra condivisa, qui da noi, da un bel po’ di persone.</em></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><em><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; color: #464646;">Persone che credono che l’Europa debba ancora fare la penitenza </span></em><em><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; color: #464646;">per le colpe (alcune reali e altre no) accumulate nei suoi secolari rapporti col mondo extra occidentale. Ne derivano il silenzio sulla libertà religiosa negata ai cristiani, soprattutto nel mondo islamico, e il disinteresse per le persecuzioni che in tanti luoghi, islamici e no, subiscono&#8230;</span><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; color: #464646;">”.</span></em></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; color: #464646;">Ad Angelo Panebianco fa eco, dalle pagine di Avvenire, un’altra illustre firma, quella del giornalista <strong>Luigi Geninazzi</strong>, che così intitola il proprio editoriale: “<em>Cristianofobia: ingerenza umanitaria. Subito</em>”. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; color: #464646;">Scrive il giornalista di Avvenire: “…</span><em><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; color: #464646;"> Le cronache di questi giorni ci rimandano ai saccheggi, alle distruzioni e alle violenze contro le comunità cristiane in varie regioni dell’India. Ma non dobbiamo dimenticare che in Iraq i credenti caldei sono sotto costante minaccia … In Turchia le istituzioni della Chiesa ortodossa e cattolica continuano ad essere oggetto di pesanti discriminazioni e nel Paese che ha visto l’assassinio di don Andrea Santoro c’è chi incita all’odio contro i preti cattolici. Da Istanbul a Gaza, dall’Iraq all’Indonesia, nei Paesi islamici le cui leggi si ispirano alla “sharia”, come il Pakistan &#8211; ma anche in un paese “tollerante” come l’Algeria -, i cristiani vengono processati, condannati a morte da tribunali statali o uccisi da fanatici estremisti …”</span></em></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; color: #464646;">Mentre gli Stati Uniti fanno pressione sui governi dei Paesi musulmani, della<span> </span>Cina e dell’India affinché tutelino la libertà religiosa, l’Unione Europea sembra che stia a guardare, disinteressata. E Geninazzi sconsolato si chiede: “<em>Perché l’Europa tace ancora</em>?” </span><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; color: #464646;">(Avvenire, </span><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; color: #464646;">domenica 21 settembre, pag. 1).</span>&lt;&#8211;&gt;</p>
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		<title>INCONTRI CASUALI</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Aug 2008 14:43:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cavallo Roberto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Africa]]></category>
		<category><![CDATA[Eritrea]]></category>
		<category><![CDATA[GEOPOLITICA]]></category>
		<category><![CDATA[Libia]]></category>
		<category><![CDATA[Sudan]]></category>

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		<description><![CDATA[I due ragazzi sono seduti su una panchina, e assaporano – come me – la leggera brezza serale che porta via l’afa di questo fine agosto. Non mi va di essere invadente; tentenno. Poi la voglia di parlare e la curiosità – come al solito – prevalgono. Gli chiedo: scusate, siete Eritrei? La risposta non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><a href="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2008/08/32722-100x100.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-592" title="32722-100x100" src="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2008/08/32722-100x100.jpg" alt="" width="100" height="74" /></a><span style="font-size: 14pt; line-height: 150%;">I due ragazzi sono seduti su una panchina, e assaporano – come me – la leggera brezza serale che porta via l’afa di questo fine agosto.<span> </span>Non mi va di essere invadente; tentenno. Poi la voglia di parlare e la curiosità – come al solito – prevalgono.<span> </span>Gli chiedo: scusate, siete Eritrei? La risposta non si fa attendere: sì. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-size: 14pt; line-height: 150%;">Gli spiego che sono un appassionato di storia africana e che mi interesso di politica internazionale. Sembrano convinti: la conversazione può iniziare. Avranno 20, al massimo 25 anni, e i bei tratti inconfondibili del popolo eritreo. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-size: 14pt; line-height: 150%;">Gli chiedo subito delle ostilità fra Eritrea ed Etiopia.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-size: 14pt; line-height: 150%;">“Adesso non c’è la guerra. Al confine ci sono stati gli osservatori dell’ONU per vigilare sulla tregua. Ma tutti gli uomini sono comunque mobilitati. Dopo un anno di servizio militare si ha diritto a tre settimane di riposo a casa; poi si ricomincia con un altro anno al fronte o in caserma. Per i ragazzi non c’è vita, non c’è speranza…“</span><span id="more-584"></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><em><span style="font-size: 14pt; line-height: 150%;">E’ per questo che siete andati via dal vostro Paese?</span></em></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-size: 14pt; line-height: 150%;">“Sì, anche per questo. Adesso non possiamo più rientrare in Eritrea. Se lo facessimo, ci arresterebbero subito.”</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><em><span style="font-size: 14pt; line-height: 150%;">Come siete scappati? </span></em></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-size: 14pt; line-height: 150%;">(Sorridono). “Una grande avventura. Abbiamo passato il confine con il Sudan. Lì non fanno troppi problemi. Anche se la polizia ti arresta, ti lasciano al massimo 15 giorni in prigione. Poi gli spieghi che hai problemi e ti lasciano libero. Puoi andare<span> </span>dove vuoi&#8230;”</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><em><span style="font-size: 14pt; line-height: 150%;">E voi dove siete andati?</span></em></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-size: 14pt; line-height: 150%;">“Abbiamo attraversato il Sudan su un fuoristrada fino al confine con la Libia. Abbiamo continuato il viaggio nel deserto libico, sino alla costa, sul Mediterraneo.”</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><em><span style="font-size: 14pt; line-height: 150%;">Come è stata la traversata del deserto? </span></em></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 12pt 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-size: 14pt; line-height: 150%;">“E’ durata cinque giorni, senza incontrare nulla. <span> </span>Acqua, cibo e benzina: c’era solo quello che portavamo con noi. Se le scorte finivano, saremmo finiti pure noi.”</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 12pt 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><a href="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2008/08/_799904_eritrea_sudan150psd.gif"><img class="alignleft size-medium wp-image-586" title="_799904_eritrea_sudan150psd" src="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2008/08/_799904_eritrea_sudan150psd.gif" alt="" width="150" height="160" /></a></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 12pt 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-size: 14pt; line-height: 150%;">Per fare questo viaggio ovviamente hanno pagato molto, affidandosi a quelle organizzazioni criminali che trafficano e speculano sull’immigrazione clandestina. Ma anche in Libia hanno continuato a pagare. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 12pt 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-size: 14pt; line-height: 150%;">“Ci hanno portati a Tripoli, una città molto bella. Ma la gente no, non è buona. Non potevamo uscire per strada, perché ci riconoscevano come stranieri e come cristiani… Ci fermavano per strada e ci chiedevano soldi, in continuazione. Se non pagavamo erano botte.<span> </span>Con il rischio che la polizia ci arrestasse e ci rispedisse nel deserto, a Koufra. (nell’estremo sud-est della Libia).”</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><em><span style="font-size: 14pt; line-height: 150%;">E voi che avete fatto?</span></em></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-size: 14pt; line-height: 150%;">“Siamo stati un mese a Tripoli, nell’attesa di partire per l’Italia. Per paura passavamo tutto il giorno chiusi nella casa che ci ospitava. Non uscivamo mai. C’era una ragazza con noi. Le davamo i soldi e lei ci comprava qualcosa da mangiare.”</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><em><span style="font-size: 14pt; line-height: 150%;">Non era pericoloso anche per lei uscire per strada?</span></em></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-size: 14pt; line-height: 150%;">“No, di giorno una ragazza può camminare e la lasciano stare. Per noi uomini era diverso.”</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><em><span style="font-size: 14pt; line-height: 150%;">Come capivano che eravate cristiani?</span></em></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-size: 14pt; line-height: 150%;">“Non siamo arabi, e se ci chiedevano di leggere il Corano non sapevamo farlo. Ma a parte tutto, a chi ce lo<span> </span>domandava, noi rispondevamo: sì, siamo cristiani.”</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-size: 14pt; line-height: 150%;">In effetti i due ragazzi si dichiarano cristiani: uno cattolico e l’altro evangelico. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><em><span style="font-size: 14pt; line-height: 150%;">A proposito di cristiani, qual è la situazione religiosa in Eritrea?</span></em></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-size: 14pt; line-height: 150%;">“In Eritrea il 40% della popolazione è musulmano; il 60% è cristiano: cattolici, ortodossi, evangelici…”</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><em><span style="font-size: 14pt; line-height: 150%;">Ci sono problemi di libertà religiosa?</span></em></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-size: 14pt; line-height: 150%;">“Sì, soprattutto per evangelici e testimoni di Geova. Molti di loro sono in prigione, nelle isole <em>Dahlak</em>, <span> </span>al largo di Massaua, nel Mar Rosso.”</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><em><span style="font-size: 14pt; line-height: 150%;">Perché proprio evangelici e Testimoni di Geova?</span></em></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-size: 14pt; line-height: 150%;">“Sono visti come estranei alla nostra cultura, quasi come emissari degli Stati Uniti, e quindi pericolosi. Il nostro Presidente, <em>Isaias Afewerki</em>, non ama gli Stati Uniti…”</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><em><span style="font-size: 14pt; line-height: 150%;">E chi ama?</span></em></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-size: 14pt; line-height: 150%;">“L’Eritrea ha buoni rapporti con la Cina, ma anche con l’Iran.”</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><em><span style="font-size: 14pt; line-height: 150%;">Torniamo alla vostra fuga. Eravamo rimasti in Libia. Come siete arrivati in Italia?</span></em></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-size: 14pt; line-height: 150%;">“Ci hanno portati in un villaggio sulla costa, nei pressi di Bengasi. Là ci hanno caricati su un gommone. E così siamo arrivati a Lampedusa.”</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-size: 14pt; line-height: 150%;">I due ragazzi hanno chiesto e ottenuto asilo politico. Adesso vivono e lavorano in Italia. Si trovano bene. Sono stati molto fortunati e lo sanno bene.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 12pt 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-size: 14pt; line-height: 150%;">“Abbiamo avuto molta fortuna ad arrivare fin qui. Qui siamo liberi. Sì, questa è la cosa più bella. Il posto migliore è dove tu sei libero…”</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 12pt 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-size: 14pt; line-height: 150%;">Il cellulare di uno dei due squilla. Qualcuno lo chiama. E’ tempo di andare. Anche per me che ho importunato con le mie domande questi due simpatici ragazzi eritrei.<span> </span>Ci salutiamo con una calorosa stretta di mano. “Buona fortuna”, gli dico.<span> </span>Mi sorridono e se ne vanno. Anch’io riprendo la mia strada, e con fatica scaccio un pensiero forse cattivo, di sicuro “<em>politicamente scorretto</em>”: il processo d’integrazione degli immigrati cristiani è molto più facile. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 12pt 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-size: 14pt; line-height: 150%;">Eppure quanti cristiani eritrei o palestinesi o iracheni non riescono a giungere fin qui, o sono morti nei deserti o in fondo al mare…o giacciono ancora in qualche lurida prigione libica.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-size: 14pt; line-height: 150%;">Chi se ne ricorda, di questi fratelli cristiani? </span></p>
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		<title>LA CINA CONQUISTA IL CONTINENTE NERO (Corriere del Giorno, 17 agosto 2008, pag. 5)</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Aug 2008 16:00:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cavallo Roberto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Africa]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[Corriere del Giorno]]></category>
		<category><![CDATA[GEOPOLITICA]]></category>
		<category><![CDATA[ObarraO]]></category>
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		<description><![CDATA[Cecilia Brighi, Irene Panozzo e Ilaria Maria Sala sono tre specialiste di Africa ed Estremo Oriente. Dall’incrocio delle loro professionalità (nel sindacato, nel giornalismo, nella tutela dei diritti umani) è nato un volume che invita alla riflessione, assolutamente da non perdere per tutti i cultori di geopolitica e di Africa in particolare. Il titolo del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><a href="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2008/08/7119gif.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-570" title="7119gif" src="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2008/08/7119gif-180x300.jpg" alt="" width="180" height="300" /></a><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;">Cecilia Brighi, Irene Panozzo e Ilaria Maria Sala sono tre specialiste di Africa ed Estremo Oriente. Dall’incrocio delle loro professionalità (nel sindacato, nel giornalismo, nella tutela dei diritti umani) è nato un volume che invita alla riflessione, assolutamente da non perdere per tutti i cultori di geopolitica e di Africa in particolare. Il titolo del libro è “<em>Safari cinese. Petrolio, risorse, mercati. La Cina conquista l’Africa</em>” (ObarraO Edizioni, Milano, 2007, pagg. 108, euro 12,50).</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;">Non c’è giorno che passi che non si parli di Cina, ma come viene ricordato in retrocopertina questo è il primo volume che tematicamente si occupa di politica estera in Africa della Repubblica Popolare cinese. Un argomento non di poco conto. Leggendo le pagine del libro si scopre che siamo dinanzi a qualcosa di assolutamente nuovo, che solo pochi analisti politici hanno colto nella sua reale dimensione. E’ una specie di domino, una lenta ma inesorabile partita che Pechino sta giocando sulla scacchiera continentale dell’Africa. Grazie a tale strategia fra qualche anno la Cina potrebbe dare scacco matto sullo scenario geopolitico mondiale, quando ormai sarà troppo tardi intervenire per chiunque altro.</span><a href="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2008/08/cina_africa.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-571" title="cina_africa" src="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2008/08/cina_africa.jpg" alt="" width="200" height="201" /></a><span id="more-568"></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;">Come data iniziale di questo processo le tre studiose suggeriscono di prendere in considerazione il mese di novembre 2006; data non casuale perché corrispondente al 50° anniversario dei primi rapporti ufficiali fra un Paese del continente africano &#8211; l’Egitto di Nasser – e la Cina dell’allora presidente Mao.Da allora iniziò a farsi strada quella forma di “socialismo africano” che guardava volentieri ad Est, con Mao che si atteggiava, più degli stessi sovietici, a paladino dei paesi del terzo mondo. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;">Il 4 e il 5 novembre del 2006 i capi di Stato e di governo dei 48 paesi africani che hanno relazioni diplomatiche con la Cina Popolare si sono riuniti a Pechino per il summit del Forum per la Cooperazione fra la Cina e l’Africa (FOCAC). Fu l’occasione (ma molte altre ne seguiranno) per stipulare massicci accordi di cooperazione bilaterali e multilaterali, nonché per consentire alle grandi <span> </span>imprese cinesi di stipulare contratti con le corrispettive africane. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;">Nella diplomazia della mano tesa verso l’Africa rientrano attività quali la remissione del debito e perfino la corresponsione di somme a fondo perduto per sostenerne lo sviluppo. Fiumi di denaro, poi,vengono concessi ai governanti africani a titolo di prestito, mentre accordi e contratti dalle cifre astronomiche hanno per oggetto lo sfruttamento delle materie prime e delle fonti energetiche, nonché l’accesso ai mercati per lo sbocco delle merci a basso costo (anche se povero, quello africano è comunque un appetibile mercato da 800 milioni di persone). Infrastrutture, palazzi governativi e strade da costruire: la “<em>macchina da guerra</em>” cinese ha quasi spazzato via la concorrenza europea &#8211; Italia compresa –, tenuta a rispettare molteplici norme (ambientali e di sicurezza), leggi nazionali e contratti collettivi di lavoro dei Paesi di appartenenza. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;">La presenza cinese in Africa è soprattutto economica, ma di fatto ha pesanti risvolti politici e diplomatici.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;">C’è da chiedersi: la diplomazia della mano tesa, fatta di una reclamizzata remissione del debito e di enormi prestiti, è davvero disinteressata?<span> </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;">La principale imputazione che il presidente della Banca Mondiale, Paul Wolfowitz, muove alle banche cinesi è di non applicare <em>l’Equator principle, </em>il codice di condotta approvato nel 2003 dalla Banca Mondiale ed adottato dall’80% delle banche commerciali del mondo. Tale codice prevede l’adeguamento legislativo dei Paesi che usufruiscono di aiuti economici a determinate norme sul piano sociale ed ambientale (pag. 19).Ma anche l’Ocse, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, imputa alla Cina un comportamento poco trasparente: “<em>Di fatto il gigante cinese ha meno obblighi internazionali, dal momento che rifiuta ancora oggi la ratifica di molte convenzioni e patti dell’ONU e dell’ILO, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro</em>” (pag. 90). In pratica il rischio è che si ripeta in Africa quanto già accade in gran parte della Cina, dove lo sfrenato sviluppo minerario ed industriale si accompagna a gravissime forme di inquinamento – per ammissione delle stesse autorità cinesi – e ad un marcato sfruttamento dei lavoratori. In Zambia, per esempio, per ogni lavoratore locale ci sono almeno quindici lavoratori cinesi, con un salario che non va oltre i 50 dollari al mese. Tutto ciò spinge i salari verso il basso e aggrava la crisi delle manifatture locali, che a causa delle produzioni cinesi hanno perso, negli ultimi anni, 250.000 posti di lavoro nel solo settore tessile. Senza contare le pessime condizioni di sicurezza sul lavoro, specialmente nel settore minerario. <span> </span>L’Ocse si rende inoltre conto “…<em>che la fame di materie prime e la spinta a pompare le economie africane verso una crescita monosettoriale non solo impediscono di fatto una necessaria diversificazione, ma fanno anche crescere a dismisura settori che assorbono poca occupazione e rendono le economie dipendenti dall’altalena dei prezzi delle materie prime, come quello petrolifero e minerario</em>” (pag. 94).</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;">Un serio pericolo, paradossalmente, è costituito dall’abbondanza dei prestiti cinesi, che manda all’aria in un sol colpo la politica occidentale tesa a condizionarne la concessione al raggiungimento di certi standard minimi di trasparenza politica ed amministrativa. La politica dei prestiti è una medaglia a due facce: secondo un sito della Banca Mondiale (pag. 19) i governi africani sarebbero seduti su una bomba ad orologeria, costituita dalla nuova trappola del debito che prima o poi scoppierà. Pechino, d’altronde, ha l’impellente necessità di utilizzare le enormi riserve di valuta estera presenti nelle sue banche, riserve che da sole sono ormai pari al 37% del proprio PIL, superando i mille miliardi di dollari. Né bada &#8211; più di tanto &#8211; a ritorni economici di breve termine.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;">Così il regime comunista cinese elargisce non guardando in faccia a nessuno: se ciò in apparenza può sembrare segno di apertura e di disinteresse, di fatto serve a mantenere al potere personaggi come Mugabe nello Zimbabwe, o dittature come quella in Eritrea, o regimi che impiegano armamenti cinesi per realizzare politiche di pulizia etnica. In proposito il caso del Darfur è il più eclatante, ma non è il solo. Il 65% di tutto il petrolio sudanese viene esportato in Cina; in cambio arrivano armi che in questi ultimi anni hanno contribuito a mietere non meno di 200.000 vittime fra la popolazione del Darfur. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;">Nel suo Rapporto del giugno 2006 Amnesty International sottolinea come le vendite di armi cinesi a Paesi quali lo Zimabwe, il Congo, il Sudan e il Ciad hanno reso più gravi i conflitti in quelle regioni. Anche Angola e Nigeria contribuiscono a placare la grande sete petrolifera di Pechino; la Nigeria ha ricevuto in cambio sistemi per censurare Internet (il governo cinese è forse il massimo esperto mondiale in materia) e sistemi per controlli elettronici ad uso della polizia. In generale vengono sovvenzionati regimi palesemente corrotti. Ma a Pechino non importa. Anzi: la Cina pretende per sé le medesime condizioni “di non ingerenza nei fatti interni”. Così all’ONU e negli altri forum internazionali nessun Paese africano può esprimersi sulla politica cinese in tema di diritti umani. E soprattutto, per aver accesso ai prestiti e ai finanziamenti a fondo perduto, Pechino chiede di rompere i rapporti diplomatici con Taiwan, l’isola che fin dal 1949 fu rifugio dei nazionalisti cinesi in fuga dal comunismo. Isola che la Repubblica Popolare di Cina non vede l’ora di annettere, e che minaccia di distruzione in caso di auto-proclamata indipendenza.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;">Con tale pretestuosa politica “amichevole” verso l’Africa, coronata da aulici proclami terzomondisti ed anti-occidentali, all’insegna della fratellanza antimperialista, la Cina si è guadagnata il favore di quasi tutti i governi africani. Di fatto Pechino si propone come portatrice <em>“…di un modello di sviluppo alternativo che coniugherebbe un forte autoritarismo politico a un quasi totale laissez-faire imprenditoriale. Una formula che piace molto ai vari governi autoritari che si possono trovare sia nella regione sia altrove: in Africa per l’appunto.</em>” (pag.53). Tutto ciò non solo consente al colosso asiatico di svolgere un ruolo geopolitico primario, uguagliando la Francia e surclassando Stati Uniti e Gran Bretagna, ma soprattutto gli garantisce una fonte sicura- per gli anni a venire &#8211; di approvvigionamenti energetici di prim’ordine, in un mondo che giorno dopo giorno ne diventa più povero ed affamato. La caccia grossa della Cina in Africa è aperta …</span></p>
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		<title>PREGHIERA PER L’AFRICA CHE BRUCIA (L&#8217;Ora del Salento, 16 febbraio 2008, pag.11)</title>
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		<pubDate>Sun, 17 Feb 2008 09:52:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cavallo Roberto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Africa]]></category>
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		<description><![CDATA[OSSERVATORIO GEOPOLITICO
 Ormai è sicuro: il tempo nel Darfur gioca a favore del Presidente sudanese Omar el Bashir, che dopo aver promesso all’Unione Africana e alla comunità internazionale (anche al Presidente del Consiglio Romano Prodi) iniziative di disarmo unilaterale, ha di nuovo scatenato le sue forze, militari e paramilitari, contro i villaggi della regione. 
Nel [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoBodyText" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt"><span style="line-height: 150%; font-family: 'Calibri','sans-serif'">OSSERVATORIO GEOPOLITICO</span></p>
<p class="MsoBodyText" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt"><a href="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2008/02/040511_map_sudan.jpg" title="040511_map_sudan.jpg"><img src="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2008/02/040511_map_sudan.thumbnail.jpg" alt="040511_map_sudan.jpg" /></a><span style="line-height: 150%; font-family: 'Calibri','sans-serif'"> Ormai è sicuro: il tempo nel Darfur gioca a favore del Presidente sudanese <strong><em>Omar el Bashir, </em></strong>che dopo aver promesso all’Unione Africana e alla comunità internazionale (anche al Presidente del Consiglio Romano Prodi) iniziative di disarmo unilaterale, ha di nuovo scatenato le sue forze, militari e paramilitari, contro i villaggi della regione. <o></o></span></p>
<p class="MsoBodyText" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt"><span style="line-height: 150%; font-family: 'Calibri','sans-serif'">Nel Darfur da anni ormai i movimenti autonomisti chiedono condizioni minime di sopravvivenza e la fine degli assalti indiscriminati da parte dei <em>Janjaweed</em>, i predoni arabi a cavallo, ausiliari delle forze governative di Khartoum. <o></o></span></p>
<p class="MsoBodyText" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt"><span style="line-height: 150%; font-family: 'Calibri','sans-serif'">Il presidente <em>el Bashir</em> in questi ultimi tempi sta invece allargando il proprio raggio d’azione, sostenendo le milizie fondamentaliste ed antigovernative nel confinante Ciad. </span><span id="more-408"></span><span style="line-height: 150%; font-family: 'Calibri','sans-serif'">Qui si trovano migliaia di profughi provenienti dal Darfur, assistiti alla meno peggio nei campi di accoglienza gestiti dall’ONU. Così il presidente sudanese raggiunge tre obiettivi: prolunga i tempi del programmato dispiegamento della forza multinazionale in Darfur (che dovrebbe operare proprio a partire dal confine ciadiano); sottrae ogni via di scampo ai profughi; destabilizza la regione indebolendo il presidente ciadiano <strong><em>Idris Deby.</em></strong><em> </em>Nei primi giorni di febbraio, proprio nell’imminenza dell’arrivo del piccolo contingente europeo di Eufor (in tutto 3.700 uomini), che avrebbe avuto il compito di proteggere profughi sudanesi e centrafricani, nonché i cooperatori umanitari dell’ONU e delle ONG, una coalizione di ribelli<span>  </span>ha attaccato la capitale<span>  </span>ciadiana <em>N’Djamena</em>. Le forze governative del Presidente <strong><em>Idris Deby</em></strong> hanno respinto l’attacco con estrema difficoltà e molti quartieri della città sono stati devastati; mentre i 250.000 profughi del Darfur che vivono in territorio ciadiano nei campi d’accoglienza sono sempre in pericolo. <o></o></span></p>
<p class="MsoBodyText" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt"><span style="line-height: 150%; font-family: 'Calibri','sans-serif'">Dunque si allungano i tempi dell’arrivo di qualsiasi forza multinazionale nella regione, sia dell’Unione Africana (UNAMID) che di quella europea (EUFOR). <o></o></span></p>
<p class="MsoBodyText" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt"><span style="line-height: 150%; font-family: 'Calibri','sans-serif'">Anche dal Kenya continuano a giungere notizie di violenze e saccheggi, e di difficoltà per il mediatore Kofi Annan. Se sommati alle crisi endemiche di altre zone dell’Africa centrale e orientale, come la Repubblica Centrafricana, il<span>  </span>Congo e la Somalia, si comprende il senso<span>  </span>della grande preghiera per l’Africa proposta, per questa quaresima, dalla Conferenza Episcopale italiana. <o></o></span></p>
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		<title>BENEDETTO XVI: BAKHITA, ESEMPIO DI SPERANZA</title>
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		<pubDate>Sun, 23 Dec 2007 16:28:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cavallo Roberto</dc:creator>
				<category><![CDATA[CRISTIANITA']]></category>
		<category><![CDATA[I nostri Santi]]></category>
		<category><![CDATA[Sudan]]></category>

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		<description><![CDATA[  DALLA LETTERA ENCICLICA  &#8220;SPE SALVI&#8220;  (paragrafo 3):
&#8220;&#8230;Per noi che viviamo da sempre con il concetto cristiano di Dio e ci siamo assuefatti ad esso, il possesso della speranza, che proviene dall&#8217;incontro reale con questo Dio, quasi non è più percepibile. L&#8217;esempio di una santa del nostro tempo può in qualche misura aiutarci [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2007/12/p_feature_stjosephinebakh.jpg" title="p_feature_stjosephinebakh.jpg"><img src="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2007/12/p_feature_stjosephinebakh.thumbnail.jpg" alt="p_feature_stjosephinebakh.jpg" /></a>  DALLA LETTERA ENCICLICA  &#8220;<em>SPE SALVI</em>&#8220;  (paragrafo 3):</p>
<p>&#8220;&#8230;Per noi che viviamo da sempre con il concetto cristiano di Dio e ci siamo assuefatti ad esso, il possesso della speranza, che proviene dall&#8217;incontro reale con questo Dio, quasi non è più percepibile. L&#8217;esempio di una santa del nostro tempo può in qualche misura aiutarci a capire che cosa significhi incontrare per la prima volta e realmente questo Dio. Penso all&#8217;africana Giuseppina Bakhita, canonizzata da Papa Giovanni Paolo II. Era nata nel 1869 circa &#8211; lei stessa non sapeva la data precisa &#8211; nel Darfur, in Sudan. All&#8217;età di nove anni fu rapita da trafficanti di schiavi, picchiata a sangue e venduta cinque volte sui mercati del Sudan. Da ultimo, come schiava si ritrovò al servizio della madre e della moglie di un generale e lì ogni giorno veniva fustigata fino al sangue; in conseguenza di ciò le rimasero per tutta la vita 144 cicatrici.  Infine, nel 1882 fu comprata da un mercante italiano per il console italiano Callisto Legnani che, di fronte all&#8217;avanzata dei mahadisti, tornò in Italia.  Qui, dopo &#8220;padroni&#8221; così terribili di cui fino a quel momento era stata proprietà, Bakhita venne a conoscere <em>un padrone totalmente diverso </em>- nel dialetto veneziano, che ora aveva imparato, chiamava &#8220;<strong><em>paron</em></strong>&#8221; il Dio vivente, il Dio di Gesù Cristo&#8230; <em>questo Padrone aveva affrontato in prima persona il destino di essere picchiato</em> e ora la aspettava &#8220;alla destra di Dio Padre&#8221;.  Ora lei aveva speranza &#8211; non più solo la piccola speranza di trovare padroni meno crudeli, ma la grande speranza: io sono definitivamente amata e qualunque cosa accada &#8211; io sono attesa da questo Amore&#8230; &#8220;</p>
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		<title>DARFUR : IL CALVARIO DEGLI  SFOLLATI,  DAL SUDAN AL CIAD  (L&#8217;Ora del Salento, 22 dicembre 2007, pag.11)</title>
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		<pubDate>Sat, 22 Dec 2007 15:48:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cavallo Roberto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ciad]]></category>
		<category><![CDATA[GEOPOLITICA]]></category>
		<category><![CDATA[L'Ora del Salento]]></category>
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		<description><![CDATA[  OSSERVATORIO GEO-POLITICO (a cura di Roberto Cavallo)
Nonostante le molte promesse di disarmo unilaterale fatte dal governo sudanese alla comunità internazionale, continua la tragedia umanitaria nella provincia occidentale del Darfur, a ridosso del confine con il Ciad. Qui, in territorio ciadiano, lungo i 500 km di frontiera, l’Alto Commissariato ONU per i rifugiati gestisce [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoBodyText" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt"><a href="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2007/12/keyimg20070715_8025241_0.jpg" title="keyimg20070715_8025241_0.jpg"><img src="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2007/12/keyimg20070715_8025241_0.thumbnail.jpg" alt="keyimg20070715_8025241_0.jpg" />  </a>OSSERVATORIO GEO-POLITICO (a cura di Roberto Cavallo)</p>
<p class="MsoBodyText" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt">Nonostante le molte promesse di disarmo unilaterale fatte dal governo sudanese alla comunità internazionale, continua la tragedia umanitaria nella provincia occidentale del Darfur, a ridosso del confine con il Ciad. Qui, in territorio ciadiano, lungo i 500 km di frontiera, l’Alto Commissariato ONU per i rifugiati gestisce una quindicina di campi profughi, per un totale di circa 250.000 persone che sopravvivono con quel po’ di aiuti che riescono ad arrivare in questo lembo di terra arida. Ma neppure in Ciad gli sfollati del Darfur si sentono completamente al sicuro<span id="more-373"></span>, perché come conferma “<em>Avvenire</em>” (venerdì 14 dicembre 2007, pag. 3)<span>  </span>“…<em>nel 2006 ai profughi stranieri si sono aggiunti gli sfollati dello stesso Ciad, cacciati dai villaggi di confine dalle scorribande dei <strong>janjaweed</strong>, i famigerati “diavoli a cavallo” arabi al soldo del governo sudanese che fanno terra bruciata in Darfur e ora sconfinano in Ciad, mimetizzandosi tra i ribelli locali</em>”.</p>
<p class="MsoBodyText" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt">Dunque la destabilizzazione della regione sta allargandosi a macchia d’olio. Il presidente ciadiano <strong><em>Idris Deby</em></strong><em> </em>accusa il Sudan di finanziare le milizie dei suoi oppositori; il presidente sudanese <strong><em>Omar el Bashir</em></strong> imputa al Ciad di fomentare il caos nelle province di confine.<span>  </span></p>
<p class="MsoBodyText" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt">Così mentre in Darfur si attende, per l’inizio del 2008, il dispiegamento della forza multinazionale promessa da ONU e Unione Africana (ma il Presidente della Commissione dell’Unione Africana lamenta la mancanza di elicotteri), in Ciad dovrà operare a breve una missione ONU-UE di interposizione tra le forze governative e i vari gruppi ribelli, legati ai clan tribali. Il Ciad è un Paese estremamente povero: da quattro anni è iniziata l’estrazione del petrolio nella regione sud-occidentale, ma come spesso accade tale attività non ha migliorato di molto il tenore di vita dei villaggi. Anzi la superficie coltivabile si è progressivamente ridotta a favore dei campi petroliferi e delle <em>pipeline</em>.</p>
<p class="MsoBodyText" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt">In Ciad i cattolici costituiscono il 20% della popolazione, <span> </span>che ammonta a quasi <span></span>10 milioni di abitanti su un paese grande 4 volte l’Italia. Il 53% è costituito da musulmani.</p>
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		<title>STORIA DI BAKHITA: SCHIAVA SANTA FRA GLI SCHIAVI</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Oct 2007 18:50:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cavallo Roberto</dc:creator>
				<category><![CDATA[CRISTIANITA']]></category>
		<category><![CDATA[I nostri Santi]]></category>
		<category><![CDATA[Il Corriere del Sud]]></category>
		<category><![CDATA[SUSSIDIARIO DI STORIA]]></category>
		<category><![CDATA[Sudan]]></category>

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		<description><![CDATA[ Dalla ricostruzione della sua vita si intuisce che la Santa Bakhita nacque verso il 1869 in uno sperduto villaggio del Sudan occidentale, l&#8217;odierno e tormentato Darfur, dove trascorse serenamente gli anni dell&#8217;infanzia nella propria tribù di pastori e di  agricoltori fino a circa sei anni. Il primo ricordo che conserverà di quel breve [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3 align="left"><font face="Arial"><img src="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2007/10/bakhita.miniatura.jpg" id="image319" alt="bakhita.jpg" height="96" /> <span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: 'Verdana','sans-serif'">Dalla ricostruzione della sua vita si intuisce che la Santa Bakhita nacque verso il 1869 in uno sperduto villaggio del Sudan occidentale, l&#8217;odierno e tormentato Darfur, dove trascorse serenamente gli anni dell&#8217;infanzia nella propria tribù di pastori e di  agricoltori fino a circa sei anni. Il primo ricordo che conserverà di quel breve periodo felice è il rapimento della sorella maggiore, quando lei avrà avuto si e no quattro anni. Bakhita era allora sfuggita per un soffio alla cattura, perchè proprio la sorella l&#8217;aveva nascosta sotto un mucchio di fieno. Ma dopo un paio d&#8217;anni le toccò analoga sorte: durante una razzia un predone arabo la rapì, e più lei tentava di divincolarsi più si abbatteva lo scudiscio sulle sue piccole gambe. <span id="more-318"></span></span><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: 'Verdana','sans-serif'"></span><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: 'Verdana','sans-serif'">Arrivata in un villaggio arabo, per giorni e giorni restò chiusa in una specie di porcile. Lo spavento che ne seguì impedì alla bambina di conservare il ricordo della sua precedente vita, tanto da dimenticare anche il suo nome: così uno dei predoni le attribuì, ironicamente, il nome di </span><em><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: 'Verdana','sans-serif'">Bakhita</span></em><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: 'Verdana','sans-serif'">, che voleva dire &#8220;felice&#8221;, &#8220;fortunata&#8221;. Venduta ad un mercante di schiavi, fu costretta a marciare in una carovana di uomini e donne legati con un collare di ferro ad  una stanga rigida: andavano verso il nord del Sudan, allora controllato da Egiziani ed Ottomani. Erano gli anni immediatamente precedenti alla rivolta </span><em><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: 'Verdana','sans-serif'">mahadista</span></em><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: 'Verdana','sans-serif'">, quando i fondamentalisti musulmani in contrapposizione ai Turco-Egiziani, considerati troppo laicisti, conquistarono Khartoum massacrandovi tutti i residenti occidentali.Bakhita passò di mano in mano, finchè la ragazza fu comprata da un generale turco. Durante quelle peripezie &#8211; fra le tante &#8211; indelebile resta il ricordo di una scena straziante: &#8220;</span><em><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: 'Verdana','sans-serif'">Una mamma portava in braccio il suo bambino di pochi mesi. Lo spavento e il dolore le avevano inaridito il seno: e il bambino chiedeva invano, con i suoi gemiti, il latte materno. Il padrone ingiunse alla madre di farlo tacere. Continuando il bambino a piangere, essi si infastidirono  e si vendicarono percuotendo la donna. Poi il capo della carovana le strappò il bambino e con aria di sfida mostrò alla madre come egli lo avrebbe fatto tacere. La povera madre diede un urlo e si lanciò contro l&#8217;arabo, ma questi, afferrato il bimbo per un piede, lo roteò nell&#8217;aria e, dopo aver cacciato via la madre, sfracellò la testa del bambino contro una grossa pietra Si vide allora la disperazione della madre diventare feroce. Essa si avventò sull&#8217;uccisore graffiandolo con le unghie e mordendolo come una iena: ma questi, con colpi di staffile, la ridusse all&#8217;impotenza. Caduta al suolo, non fu più possibile rialzarla. Allora il capo infierì su di lei barbaramente fino a farla morire. Pochi istanti dopo la carovana riprese il cammino</span></em><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: 'Verdana','sans-serif'">&#8221; (cfr.: </span><em><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: 'Verdana','sans-serif'">Santa Giuseppina Bakhita</span></em><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: 'Verdana','sans-serif'">, in: Ritratti di Santi, Antonio Sicari, Jaca Book, Milano, pag. 794).<br />
Nella casa del generale Bakhita si rese conto di essere solo una delle tante schiave contro cui l&#8217;uomo scatenava le sue passioni più violente. Le schiave erano spesso frustate con delle verghe, fino a quando non si riempivano di piaghe. Anche le donne della casa non erano da meno quanto a crudeltà. Fra le molte angherie, spesso del tutto gratuite, vi era anche l&#8217;abitudine di incidere con un rasoio il corpo nudo delle giovani schiave, per ricavarne dei disegni sulla pelle: le labbra delle ferite venivano aperte e stropicciate ripetutamente con del sale, in modo che le cicatrici rimanessero sporgenti e quindi indelebili.<br />
Racconta la futura santa: &#8221; </span><em><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: 'Verdana','sans-serif'">Portata la prima sul giaciglio viene il mio turno. Non avevo fiato di muovermi, ma uno sguardo alla padrona e allo scudiscio alzato mi fecero piegare immediatamente a terra. La donna, avuto ordine di risparmiarmi la faccia, comincia a farmi sei tagli sul petto e poi sul ventre fino a sessanta. Sul braccio destro quarantotto. Come mi sentissi non lo potrei dire. Mi pareva di morire ad ogni momento, specie quando mi stropicciò con il sale.</span><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: 'Verdana','sans-serif'"><br />
</span><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: 'Verdana','sans-serif'">Immersa in un lago di sangue fui portata sul giaciglio dove per più ore non seppi più nulla di me. Quando rinvenni mi vidi accanto le mie compagne, che al par di me soffrivano atrocemente. Per più di un mese tutte e tre fummo condannate a stare lì, distese sulla stuoia senza poterci muovere, senza una pezzuola con la quale asciugare l&#8217;acqua che continuamente usciva dalle piaghe semiaperte per il sale. Le cicatrici mi durano ancora. Posso proprio dire che non sono morta per un miracolo del Signore che mi destinava a migliori cose</span></em><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: 'Verdana','sans-serif'">&#8221; (cfr.: </span><em><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: 'Verdana','sans-serif'">Bakhita</span></em><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: 'Verdana','sans-serif'">, di Roberto Italo Zanini, Edizioni San Paolo, 2000, pag. 49).<br />
In effetti non tutte le schiave riuscivano a sopravvivere a quella tortura Un&#8217;altra volta Bakhita fu chiamata direttamente dal padrone, che con tutta la sua forza iniziò a torcerle le mammelle, &#8221; </span><em><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: 'Verdana','sans-serif'">come fossero stracci lavati</span></em><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: 'Verdana','sans-serif'">&#8220;. Per più giorni il turco ripetè quell&#8217;operazione, fino a modificare il seno di Bakhita, per lui troppo &#8220;spiccato&#8221;: &#8220;</span><em><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: 'Verdana','sans-serif'"> Il padrone torceva questa mia carne già tanto martoriata e la premeva per sciogliere anche i più piccoli nodi, e io dovevo star ferma, altrimenti sarei stata anche frustata. Ora io sono come una tavola liscia</span></em><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: 'Verdana','sans-serif'">&#8221; (cfr.: </span><em><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: 'Verdana','sans-serif'">Santa Giuseppina Bakhita</span></em><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: 'Verdana','sans-serif'">, in: Ritratti di Santi, Antonio Sicari, Jaca Book, Milano, pag. 796).<br />
Nonostante ciò, per un puro caso che successivamente Bakhita non esiterà a considerare come un miracolo, non fu mai violentata. A Khartoum fu di nuovo venduta, ma la Provvidenza volle che l&#8217;acquirente fosse un occidentale: il console italiano nella città.<br />
E la stessa Provvidenza volle che quel console la portasse con sè in Italia, e che ancora un&#8217;altra famiglia italiana, a cui era stata affidata, le facesse conoscere, quasi per caso, le suore canossiane di Venezia. Da lì alla scelta religiosa il passo fu breve, anche se assai osteggiato. La famiglia Michieli,  che la aveva in consegna, voleva infatti riprendersi Bakhita per riportarla in Africa, dove era destinata a servire in un albergo di loro recente proprietà. Ricorda Bakhita: &#8220;</span><em><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: 'Verdana','sans-serif'">Il reverendo superiore dell&#8217;Istituto, don Jacopo de&#8217; Conti Avogadro di Soranzo, scrisse a Sua Eminenza il Patriarca Domenico Agostini sul da farsi. Questi ricorse al Procuratore del Re il quale mandò a dire che, essendo io in Italia, dove non si fa mercato di schiavi, restavo affatto libera </span></em><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: 'Verdana','sans-serif'">&#8221; (cfr.: </span><em><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: 'Verdana','sans-serif'">Bakhita</span></em><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: 'Verdana','sans-serif'">, di Roberto Italo Zanini, Edizioni San Paolo, 2000, pag. 72).<br />
Così la ex-schiava Bakhita, che prenderà il nome di Suor Giuseppina, oramai libera, vivrà per lunghi anni a Schio. Qui potrà concludere i suoi giorni in convento, ammirata e amata dalle consorelle. Morirà l&#8217;8 febbraio 1947 a 78 anni.<br />
Il 1° dicembre 1978 Giovanni Paolo II firmò il decreto sull&#8217;eroicità delle virtù della serva di Dio Giuseppina Bakhita e il 17 maggio 1992 la proclamò Beata.<br />
Il 1° ottobre 2000 verrà iscritta nell&#8217;albo dei Santi.</span></font></h3>
<h3 align="left"><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: 'Verdana','sans-serif'"><font face="Arial"><br />
Roberto Cavallo</font></span></h3>
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