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	<title>Recensioni &#38; Storia.it &#187; Turchia</title>
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	<description>dove si parla di recensioni di libri e di argomenti di storia</description>
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		<title>PREGHIERA PER IL NOSTRO VESCOVO  UCCISO IN TURCHIA</title>
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		<pubDate>Sun, 13 Jun 2010 21:41:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cavallo Roberto</dc:creator>
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		<category><![CDATA[GEOPOLITICA]]></category>
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		<description><![CDATA[Messaggio del Vescovo Mons. Luigi Negri per la morte di Mons. Padovese.
 
Comunicato Stampa del 07/06/2010:
 
&#8220;Mons. Luigi Negri, Vescovo di San Marino-Montefeltro, e tutta la comunità diocesana partecipano, profondamente, al dolore della Chiesa cattolica in Turchia e dell&#8217;intera Chiesa universale per il barbaro assassinio di Monsignor Luigi Padovese, Vicario Apostolico in Turchia. Al Vescovo, per temperamento, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Messaggio del Vescovo Mons. Luigi Negri per la morte di Mons. Padovese.</p>
<p> </p>
<div id="attachment_4482" class="wp-caption alignleft" style="width: 298px"><a rel="attachment wp-att-4482" href="http://www.recensioni-storia.it/preghiera-per-il-nostro-vescovo-ucciso-in-turchia/turecko"><img class="size-full wp-image-4482 " title="Mons. Luigi Padovese" src="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2010/06/turecko.jpg" alt="Mons. Luigi Padovese, O.F.M." width="288" height="216" /></a><p class="wp-caption-text">Mons. Luigi Padovese, O.F.M.</p></div>
<p>Comunicato Stampa del 07/06/2010:</p>
<p> </p>
<p>&#8220;Mons. Luigi Negri, Vescovo di San Marino-Montefeltro, e tutta la comunità diocesana partecipano, profondamente, al dolore della Chiesa cattolica in Turchia e dell&#8217;intera Chiesa universale per il barbaro assassinio di Monsignor Luigi Padovese, Vicario Apostolico in Turchia. Al Vescovo, per temperamento, non piacciono le analisi sugli eventi tesi a stabilire tutti gli aspetti che entrano a determinare un certo fatto; il Vescovo guarda a Mons. Padovese come a un martire, l&#8217;ultimo martire di questa corona di martiri che segnano, di fronte al mondo, la forza della testimonianza cristiana. Chi guida una Chiesa piccola in un contesto culturale, religioso, sociale e politico certamente estraneo, se non propriamente avverso, e muore quali che siano le contingenze di questo fatto, da alla sua morte, com’è stato autorevolmente indicato, il sapore del martirio. Riconosciamo in S.E. Mons. Padovese un testimone limpido e radicale dell&#8217;evento evangelico e, insieme, un uomo dotato di una straordinaria capacità di proporre il Vangelo in termini di dialogo, di sollecitazione, di amicizia, di accettazione gioiosa delle differenze perché si affermasse comunque una convivenza benevola. Tutto questo è stato stroncato; ciò che rimane è la sua altissima testimonianza, ma rimane anche, in tutti noi, come ci ha ricordato in maniera straordinaria il Santo Padre Benedetto XVI, la grande responsabilità di non perdere la pazienza, di non perdere la fiducia che, alla fine, una volontà reale di dialogo e di collaborazione, pur nella consapevolezza delle differenze religiose, culturali, sociali e politiche avrà un suo esito, indubbiamente positivo. A questo nuovo martire si indirizzano anche le nostre preghiere perché protegga dal cielo il nostro quotidiano cammino fatto di sacrifici e di letizia.&#8221;</p>
<p>Lunedì 14 giugno si terranno i funerali di Monsignor Luigi Padovese.</p>
<p>via<a href="http://www.totustuus.name/showthread.php?p=32087"> Preghiera per il nostro Vescovo ucciso in Turchia. &#8211; I forum di Totus Tuus</a>.</p>
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		<title>&#8230;MA LA TURCHIA SAPEVA TUTTO (di Gian Micalessin)</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Jun 2010 04:52:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cavallo Roberto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dal sito  &#8220;Informazione corretta&#8221; riportiamo l&#8217;articolo di Gian Micalessin pubblicato su &#8220;il Giornale&#8221; di giovedì 3 giugno 2010 (titolo redazionale):
&#8220;Ora è tutto chiaro. Ora anche l’ultimo tassello del trappolone costato la gogna internazionale ad Israele è evidente. Mentre in Israele l’intelligence indaga sull’identità di 50 misteriosi attivisti tutti senza documenti, ma tutti con in tasca [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dal sito  &#8220;<em>Informazione corretta</em>&#8221; riportiamo l&#8217;articolo di Gian Micalessin pubblicato su &#8220;il Giornale&#8221; di giovedì 3 giugno 2010 (titolo redazionale):</p>
<p>&#8220;Ora è tutto chiaro. Ora anche l’ultimo tassello del trappolone costato la gogna internazionale ad Israele è evidente. Mentre in Israele l’intelligence indaga sull’identità di 50 misteriosi attivisti tutti senza documenti, ma tutti con in tasca qualche migliaio di dollari in biglietti dello stesso taglio, a Istanbul i giornalisti hanno già la risposta. Quei cinquanta uomini senza nome catturati a bordo dell’ammiraglia della spedizione per Gaza sono probabilmente &#8211; come le nove vittime dell’incidente (quattro dei quali turchi) &#8211; militanti islamici reclutati dall’organizzazione “umanitaria” turca Ihh (Insani Yardim Vakfi”, &#8211; “Fondo di aiuto umanitario”) proprietaria della nave ammiraglia e di due mercantili utilizzati per la spedizione su Gaza.</p>
<div id="attachment_4419" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a rel="attachment wp-att-4419" href="http://www.recensioni-storia.it/ma-la-turchia-sapeva-tutto-di-gian-micalessin/zb950_153926_0114"><img class="size-medium wp-image-4419" title="ZB950_153926_0114" src="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2010/06/Turchia-Palestina-300x175.jpg" alt="Manifestazioni congiunte turco-palestinesi. Dove è finita la sbandierata &quot;laicità&quot; della Turchia?" width="300" height="175" /></a><p class="wp-caption-text">Manifestazioni congiunte turco-palestinesi. Dove è finita la sbandierata &quot;laicità&quot; della Turchia?</p></div>
<p>Un’organizzazione sospettata, come già scritto dal Giornale, di pesanti collusioni con Hamas e con i gruppi dell’internazionale jihadista. Un’organizzazione umanitaria pronta sin dalle prime ore a trasformare la tragedia in opportunità, come spiega al Giornale Menachem Genz, l’inviato del quotidiano israeliano &#8220;Yediot Ahronot&#8221;, arrivato a Istanbul lunedì mattina. «Il clima nella sede dell’Ihh era surreale, nessuno sembrava sconvolto, nessuno si preoccupava, come sarebbe umano, di sapere chi e quanti fossero i morti&#8230; l’unico obbiettivo era usare al meglio l’opportunità mediatica, concedere interviste, ripetere gli stessi slogan e amplificare al massimo la portata dei fatti. Sembrava quasi un film&#8230; nulla succedeva per caso&#8230;. tutta quella gente recitava una parte studiata a lungo e preparata accuratamente». L’incontro con Isat Yilmanz, un militante dell’organizzazione convinto che suo fratello Ilyas fosse morto sulla nave, contribuisce a rafforzare l’impressione del giornalista. «Io gli chiedevo perché ne fosse così certo e lui continuava a spiegarmi che suo fratello era partito con la precisa intenzione di morire martire per la Palestina». Il racconto di Genz è confermato anche da altri parenti delle vittime turche, tutti concordi nello spiegare ai giornali locali che i loro cari «cercavano il martirio».</p>
<p>«Prima di imbarcarsi mi ha ripetuto più volte di voler diventare un martire, lo desiderava tanto», racconta al quotidiano <em>Milliyet Sabir Ceylan</em>, amico del 39enne Ali Haydar Bengi, proprietario di un negozio di cellulari di Diyarbakir inserito nell’elenco dei quattro morti turchi. «Aiutava gli oppressi. Da anni desiderava andare in Palestina e pregava Allah di farlo diventare un martire», conferma la moglie di Bengi rimasta sola con quattro figli. Anche Ali Ekber Yaratilmis, 55 anni, padre di cinque figli e volontario dell’Ihh, «desiderava da sempre una morte da martire», spiega al quotidiano Sabah l’amico Mehmet Faruk Cevher. Una terza vittima turca, il 61enne Ibrahim Bilgen, originario del sud est del Paese e militante di un partito legato al fondamentalismo islamico viene descritto dal cognato Nuri come «un uomo e un filantropo esemplare&#8230; il martirio gli si addiceva proprio&#8230; Allah gli ha concesso la morte che desiderava».</p>
<p>Sulla base di queste dichiarazioni riprese dai quotidiani turchi anche il mistero dei cinquanta uomini senza nome nelle mani degli israeliani risulta più chiaro. La somma di qualche migliaio di dollari in biglietti dallo stesso taglio trovata nelle tasche di ciascuno di loro era la ricompensa riconosciuta dall’Ihh alla punta di lancia della spedizione. Una sorta di paga anticipata destinata a chi aveva il compito di mettere a repentaglio la propria vita per innescare una reazione israeliana e costringere i soldati di Tsahal ad aprire il fuoco. Quell’avanguardia “kamikaze” strutturata come la punta di lancia della spedizione aveva visori notturni per individuare i movimenti degli israeliani, giubbotti antiproiettile per sopravvivere alle prime fasi dello scontro, spranghe, biglie d’acciaio e coltelli per massacrare i soldati scesi sulle navi e indurre i loro colleghi ad aprire il fuoco per salvarli. Un film scritto in anticipo e trasformato in realtà all’alba di lunedì.&#8221;</p>
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		<title>TELEFONATE E SOLDI AI TERRORISTI. I FALSI BENEFATTORI TURCHI (di Andrea Morigi)</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Jun 2010 06:10:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cavallo Roberto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Da &#8220;Libero&#8221; del 1° giugno 2010 leggiamo e riportiamo l&#8217;articolo di Andrea Morigi  (pagg.1-18):
&#8220;Dieci vittime fra gli attivisti filo-palestinesi che volevano forzare il blocco navale su Gaza. Sapeva bene con chi aveva a che fare la marina israeliana che ha attaccato ieri mattina dopo essere stata bersagliata da colpi d’arma da fuoco partiti dalle navi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_4392" class="wp-caption alignleft" style="width: 123px"><a rel="attachment wp-att-4392" href="http://www.recensioni-storia.it/telefonate-e-soldi-ai-terroristi-i-falsi-benefattori-turchi-di-andrea-morigi/andrea_morigi"><img class="size-full wp-image-4392" title="andrea_morigi" src="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2010/06/andrea_morigi.jpg" alt="andrea_morigi" width="113" height="138" /></a><p class="wp-caption-text">Nella foto: il giornalista Andrea Morigi</p></div>
<p>Da &#8220;Libero&#8221; del 1° giugno 2010 leggiamo e riportiamo l&#8217;articolo di Andrea Morigi  (pagg.1-18):</p>
<p>&#8220;Dieci vittime fra gli attivisti filo-palestinesi che volevano forzare il blocco navale su Gaza. Sapeva bene con chi aveva a che fare la marina israeliana che ha attaccato ieri mattina dopo essere stata bersagliata da colpi d’arma da fuoco partiti dalle navi di una flottiglia turca. Sotto la sigla innocua della “Fondazione per i diritti e le libertà umane e il soccorso umanitario”, che ha organizzato la Flottiglia Freedom, si nasconde la rete del terrorismo islamico internazionale. C’è anche un capitolo italiano nella vicenda, che parte dal legame fra il centro islamico milanese di viale Jenner e il gruppo turco colpito ieri. Si scopre fra le carte di un’inchiesta francese su Al Qaeda, condotta dal giudice francese Jean-Louis Bruguière nel 1996. Da Istanbul, come risulta dai tabulati telefonici dell’epoca, chiamavano spesso i “fratelli” di Milano. Il periodo corrisponde proprio agli anni del passaggio di consegne, alla “moschea” di viale Jenner, fra l’imam-terrorista ucciso in Bosnia Anwar Shaaban e il suo successore Abu Imad, che attualmente sconta una pena a tre anni e otto mesi per terrorismo. Non è impossibile stabilire quali fossero gli interessi comuni. Nata nel 1992, ma registrata ufficialmente soltanto nel 1995, con lo scopo di fornire aiuti umanitari alla vittime musulmane durante la guerra in Bosnia, l’Ihh ha ottenuto lo status di osservatore al Consiglio economico e sociale dell’Onu ed è presente in circa 120 zone di conflitto e di guerra tra cui la Cecenia, il Pakistan e i Territori palestinesi. Qualche sospetto nei loro confronti era sorto alle stesse autorità turche, nel 1997. Mancavano ancora cinque anni all’avvento al potere di Recep Tayyp Erdogan e del suo partito islamico e nell’ufficio dell’Ihh a Istanbul erano state scoperte armi da fuoco, esplosivo, manuali per la fabbricazione di bombe e di una “bandiera della jihad”. Per gli inquirenti, alcuni membri del gruppo stavano per partire verso l’Afghanistan, la Cecenia e la Bosnia. Se non li avessero arrestati sarebbero andati a combattere. «Ma eravamo un’organizzazione giovane», risponde il leader dell’Ihh Bülent Yildirim, spiegando che, all’epoca, «i nostri uffici erano aperti a tutti» e comunque, «a parte due colpi di telefono, non è mai stato provato nulla». Per cautela, durante il terremoto del 1999 in Turchia, le autorità della protezione civile avevano impedito all’Ihh di operare sui luoghi del disastro. Il governo di allora li riteneva un gruppo fondamentalista che non garantiva la necessaria trasparenza finanziaria. Ufficialmente l’Ihh si finanzia con la zakat, ovvero la tassa per il culto che i musulmani versano per opere di beneficenza. E fra queste ultime, la dottrina islamica non esclude la guerra santa. Anche se la loro copertura riesce a ingannare molti sprovveduti, i turchi di Ihh non hanno fondato un’organizzazione pacifista. Lo sa bene Israele, che nel 2008 l’ha bandita dal proprio territorio, con l’accusa di finanziare Hamas e il terrorismo islamico attraverso un’organizzazione-ombrello, l’Unione del Bene che, secondo un documento sequestrato dalle forze armate israeliane nel 2002, forniva indirettamente sostegno finanziario alle famiglie degli attentatori suicidi responsabili di almeno tre stragi ai danni della popolazione israeliana. Nel 2006 un rapporto dell’analista americano Evan Kohlmann aveva messo tutti questi sospetti nero su bianco, accusando anche Ihh di aver finanziato l’insorgenza dei sunniti in Iraq. E l’esercito israeliano un mese fa aveva arrestato il responsabile della ong Izzet Sahin in Cisgiordania per poi consegnarlo alla Turchia. Ma era già riuscito a trasferire decine di migliaia di dollari dall’Ihh a due “enti di beneficenza”, la Società caritativa islamica di Hebron e la Al-Tadhamun di Nablus. E proprio quest’ultima finanziava le famiglie dei kamikaze.&#8221;</p>
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		<title>PERCHE&#8217; LA TURCHIA NON PUO&#8217; ENTRARE IN EUROPA</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Sep 2009 04:20:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cavallo Roberto</dc:creator>
				<category><![CDATA[GEOPOLITICA]]></category>
		<category><![CDATA[Turchia]]></category>

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		<description><![CDATA[
Il geopolitologo italo-francese Alexandre del Valle è autore di numerosi saggi sul terrorismo, sull’islam radicale, sui conflitti balcanici e sul Mediterraneo. Collabora a varie riviste italiane e francesi e i suoi scritti sono tradotti in diverse parti del mondo. Del Valle è in particolare un eccellente conoscitore della realtà turca, e in tale veste è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center">
<p><a rel="attachment wp-att-3209" href="http://www.recensioni-storia.it/?attachment_id=3209"><img class="alignleft size-medium wp-image-3209" title="TurchiaNonEntrareEuropa-DelValle_4_1" src="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2009/09/TurchiaNonEntrareEuropa-DelValle_4_1-182x300.jpg" alt="TurchiaNonEntrareEuropa-DelValle_4_1" width="182" height="300" /></a>Il geopolitologo italo-francese <strong>Alexandre del Valle</strong> è autore di numerosi saggi sul terrorismo, sull’islam radicale, sui conflitti balcanici e sul Mediterraneo. Collabora a varie riviste italiane e francesi e i suoi scritti sono tradotti in diverse parti del mondo. Del Valle è in particolare un eccellente conoscitore della realtà turca, e in tale veste è stato anche consulente del presidente francese <strong>Nicolas Sarkozy</strong>. Le casa editrice “<em>Guerini E Associati</em>”, da sempre molto  attenta al problema dei diritti umani in Turchia, ha pubblicato quest’anno una sua opera dal titolo: “<em>Perché la Turchia non può entrare in Europa</em>” (Milano, 2009, pagg. 237).</p>
<p>Nel 2005 la <em>Commissione</em> europea ha aperto i negoziati per l’ammissione della Turchia nell’Unione Europea, trascurando, però, le condizioni poste dal <em>Parlamento</em> europeo nel 1987. Tali condizioni imponevano – oltre al ritiro immediato delle truppe dalla parte settentrionale di Cipro, illegalmente occupata fin dal 1974 con l’espulsione di 200mila greco-ciprioti dalle loro terre – il riconoscimento ufficiale del genocidio armeno, il rispetto dei diritti dell’uomo, l’interruzione di ogni atteggiamento persecutorio nei confronti delle minoranze etnico-religiose anatoliche.</p>
<p>Perché – si chiede del Valle – questa recente strana indulgenza nei confronti di Ankara, che contraddice gli stessi principi democratici su cui è fondata l’Unione Europea? A favore giocano certamente l’appartenenza della Turchia alla NATO, il suo ruolo di attore strategico nell’ambito delle dinamiche mediorientali, nonché la prospettiva dell’apertura di un nuovo, popoloso mercato per gli Stati europei in cerca di consumatori. Ma proprio l’aspetto demografico dovrebbe preoccuparci, avverte l’Autore, perché fra 10 anni, nel 2020, la Turchia &#8211; secondo il normale trend di crescita &#8211; avrà 90 milioni di abitanti e, di conseguenza, una volta accolta nell’Unione, disporrebbe del maggior numero di parlamentari europei. L’U.E. avrebbe così fra i suoi Stati membri un paese islamico in grado di far valere a livello legislativo istanze religiose e culturali sostanzialmente estranee  alle tradizioni del nostro continente. Tutto questo mentre ancora oggi in Turchia alcuni settori pubblici, civili o militari, sono di fatto vietati a cristiani e ad ebrei, la cui appartenenza religiosa compare sulle carte di identità. Ancora: nella parte turca di Cipro ogni riferimento al passato cristiano viene meticolosamente cancellato, anche se in gioco vi sono insigni monumenti che meriterebbero di essere salvaguardati, almeno per il loro valore artistico. Per del Valle anche la tanto propagandata laicità della Turchia merita in realtà qualche attenta riflessione. Ed infatti il regime laico impostato da Kemal Ataturk negli anni ’20  “… <em>contiene in sé  tutte le condizioni potenziali per essere un giorno rovesciato  e fare rinascere al suo posto un nuovo, potente e riconosciuto Califfato. E l’eventualità, un domani, di ritrovarsi in casa Al-Qaeda, risulta un rischio ovviamente troppo grosso per l’Unione Europea</em>.”</p>
<p>Senza ipocrisie o moralismi, del Valle utilizza le sue vaste competenze in ambito geopolitico, la profonda, diretta conoscenza della situazione turca e un’affilata intelligenza critica per esporre, in tutta la sua crudezza, un tema che toccherà profondamente il destino della nostra civiltà e delle generazioni future.</p>
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		<title>DIARIO DI VIAGGIO NELLA TURCHIA DI BARTOLOMEO I E DEL PICCOLO GREGGE CRISTIANO. L&#8217;ULTIMA FATICA DI ALDO MARIA VALLI PER LE EDIZIONI PAOLINE (Corriere del Giorno, 28 luglio 2009, pag. 27)</title>
		<link>http://www.recensioni-storia.it/diario-di-viaggio-nella-turchia-di-bartolomeo-i-e-del-piccolo-gregge-cristiano-lultima-fatica-di-aldo-maria-valli-per-le-edizioni-paoline</link>
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		<pubDate>Mon, 10 Aug 2009 10:05:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cavallo Roberto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Corriere del Giorno]]></category>
		<category><![CDATA[GEOPOLITICA]]></category>
		<category><![CDATA[TESTATE GIORNALISTICHE]]></category>
		<category><![CDATA[Turchia]]></category>

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		<description><![CDATA[In Turchia &#8211; terra natale dell&#8217;apostolo Paolo e dell&#8217;evangelista Luca &#8211; la popolazione supera i 70 milioni di abitanti ed è oggi nella quasi totalità musulmana. Della residua minoranza fanno parte circa 60.000 armeni ortodossi, 25.000 ebrei e meno di 3.000 greco ortodossi appartenenti al patriarcato di Costantinopoli. Sono questi tre i soli gruppi religiosi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><span style="font-style: normal;"><a rel="attachment wp-att-3074" href="http://www.recensioni-storia.it/?attachment_id=3074"><img class="alignleft size-full wp-image-3074" title="06h76" src="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2009/08/06h76.jpg" alt="06h76" width="160" height="249" /></a>In Turchia &#8211; terra natale dell&#8217;apostolo Paolo e dell&#8217;evangelista Luca &#8211; la popolazione supera i 70 milioni di abitanti ed è oggi nella quasi totalità musulmana. Della residua minoranza fanno parte circa 60.000 armeni ortodossi, 25.000 ebrei e meno di 3.000 greco ortodossi appartenenti al patriarcato di Costantinopoli. Sono questi tre i soli gruppi religiosi ai quali il governo riconosce uno speciale statuto di minoranza, interpretando in tal senso il Trattato di Losanna del 1923: uno statuto che peraltro non estende il riconoscimento legale alle gerarchie religiose. Al patriarca di Costantinopoli, in particolare, il governo non riconosce il carattere di patriarca &#8220;ecumenico&#8221; per l&#8217;intera ortodossia. Mancano statistiche precise, ma si stima che i cristiani in Turchia difficilmente superino i 100.000. I cattolici sarebbero circa 25.000, con sei vescovi; gli ortodossi di rito siriaco 10.000; i protestanti di varie denominazioni 3.000. Tutti gli esponenti di queste minoranze sono fortemente favorevoli all&#8217;ingresso della Turchia in Europa, che potrebbe comportare un miglioramento delle loro condizioni di vita. Oltre a mancare di un riconoscimento giuridico, infatti, tali minoranze sono impedite di costruire e persino di restaurare i luoghi di culto, di possedere edifici e terreni, di aprire scuole. Ai cristiani sono vietate talune cariche e professioni, in particolare quelle militari. La minuscola comunità greco-ortodossa è una delle più colpite da discriminazioni. </span></em></p>
<p><em> &#8220;La Porta accanto. Diario di viaggio nella Turchia di Bartolomeo I e del piccolo gregge cristiano&#8221; </em>(Paoline, 2006, pagg. 143, euro 14,50) è il più recente volume di Aldo Maria Valli, vaticanista esperto &#8211; più volte al seguito di Giovanni Paolo II nei suoi viaggi-, nonché capo della redazione esteri del Tg3 e di recente  passato al Tg1.</p>
<p>Come recita il sotto titolo, il libro è il resoconto di un viaggio in Turchia, realizzato quasi in concomitanza con quel famoso discorso tenuto da Benedetto XVI all’università di Regensburg, che, facendo stato del dialogo culturale fra islam e cristianesimo, suscitò tante polemiche – e violenze – da parte del mondo islamico, tanto da costringere successivamente il pontefice a chiarire il proprio pensiero.</p>
<p>Un viaggio in Turchia dunque. Aldo Maria Valli si mette in cammino animato da intenti non esclusivamente turistici.  Un grande interrogativo lo accompagna: com’è possibile che la culla del cristianesimo neotestamentario, teatro di tutto il dibattito dogmatico della Chiesa delle origini, sia diventata terra di un’infima minoranza cristiana, per di più quasi totalmente straniera? Che ne è dei cristiani di Turchia? (pag. 21). Perché proprio in Turchia si sono verificati efferati delitti contro la religione cristiana come l&#8217;assassinio di don Andrea Santoro?</p>
<p>A tal proposito nella prefazione lo storico Andrea Riccardi (fondatore della Comunità di Sant’Egidio) si chiede: “<em>Sono realtà o solo fantasmi che riaffiorano da un passato ormai smarrito? Qualche volta si ha la sensazione di resti del passato e di ultimi rampolli di una famiglia che non ha domani. Non solo i greci, ma gli armeni, i siriaci, gli assiri, ma anche i cattolici di vari riti, latini, armeni, caldei, siro-cattolici e infine i protestanti. Il lettore occidentale si perde tra le tante denominazioni cristiane o anche solo cattoliche. Eppure ogni comunità ha la sua tradizione teologica e liturgica, talvolta la sua lingua, la sua storia, spesso segnata da tanta sofferenza..</em>. “ (pag. 11).</p>
<p>Sì, la sofferenza: forse è proprio questo il tratto che più di tutti oggi accomuna tali brandelli di cristianesimo, ridotti al lumicino da decenni di persecuzione cruenta o strisciante, ma alla lunga insostenibile.</p>
<p>Ed ecco i numeri. All’inizio del ventesimo secolo i cristiani erano il 32% della popolazione, oggi sono meno dello 0,1%. Fino a 70 o 80 anni fa i cristiani si incontravano dappertutto in Anatolia. Erano una parte cospicua della popolazione. Poi le stragi della prima guerra mondiale, gli scambi di popolazione tra Grecia e Turchia, l’ostilità, l’emigrazione hanno fatto il vuoto. Oggi sono quasi scomparsi (pag. 14).</p>
<p>In Turchia per i cristiani non c’è stata solo la persecuzione cruenta (dal genocidio armeno del 1915 all’assassinio di don Andrea Santoro nel 2006).</p>
<p>La persecuzione può non conoscere la violenza del sangue, ma alla fine il risultato è lo stesso: l’eliminazione della presenza cristiana. Ecco di seguito taluni esempi di persecuzione “amministrativa”:<em> “…La religione di appartenenza è registrata sulla carta d’identità e per chi cerca lavoro essere cristiano non è certo un vantaggio.</em> <em>La legge non vieta ad un musulmano di cambiare religione, ma quando questo avviene scatta la riprovazione sociale. La Chiesa cattolica non ha personalità giuridica, il che apre la porta ad infinite controversie nelle quali le parrocchie e le istituzioni cattoliche sono sempre in posizione di inferiorità e debolezza…Mi dicono che, per esempio, per un non musulmano acquistare un terreno è praticamente impossibile</em>.” (pagg. 76-77). E’ naturale che con l’emigrazione &#8211; inseguendo il miraggio dell’Europa o degli Stati Uniti &#8211; le comunità si siano assottigliate fino a lasciare le chiese vuote. Per i governi nazionalisti e pan-islamici che si sono susseguiti è stato un gioco da ragazzi trasformarle in musei, dove oggi i turisti per entrare pagano il biglietto d’ingresso.</p>
<p>Resta il fatto che la Turchia si può considerare, dopo la Terra Santa, la seconda culla del cristianesimo. Ciò è sufficiente, secondo l’Autore e il suo principale interlocutore, il domenicano padre Claudio Monge, da anni missionario in Anatolia, a non abbandonare la speranza. La speranza del piccolo gregge evangelico, che deve e può giocarsi almeno due carte importanti: quella dell’ecumenismo, all’interno delle varie denominazioni cristiane; quella della carità che stupisce, dinanzi al mondo musulmano.</p>
<p>Ma anche a noi occidentali, suggerisce Andrea Riccardi, spetta un compito importante:  “<em>E’ necessario…non dimenticare i cristiani di ieri e di oggi in Turchia, anche se non hanno i numeri e la forza per imporsi alla nostra attenzione…Per questo l’Autore fa compiere un viaggio tanto opportuno e affascinante tra la vita e la morte di questi cristiani turchi. Sicuramente non è un mondo da dimenticare e la memoria è già una premessa di futuro</em>”.</p>
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		<title>EUROPEE: UN VOTO PER L’IDENTITA’</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Jun 2009 20:35:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cavallo Roberto</dc:creator>
				<category><![CDATA[GEOPOLITICA]]></category>
		<category><![CDATA[Turchia]]></category>
		<category><![CDATA[U.E.]]></category>

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		<description><![CDATA[La vittoria delle destre alle elezioni europee del 6 e del 7 giugno 2009 non è stata tanto roboante come all’inizio l’hanno presentata mass media e commentatori politici. Ed infatti il generale calo dei socialisti è stato compensato, almeno in parte, dal successo dei verdi e di altre formazioni della sinistra. E’ comunque incontestabile che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0pt; line-height: 150%; text-align: justify;"><span style="mso-bidi-font-family: Tahoma;"><span style="font-size: small;"><span style="font-family: Times New Roman;"><a rel="attachment wp-att-2497" href="http://www.recensioni-storia.it/?attachment_id=2497"><img class="alignleft size-full wp-image-2497" title="bandiere-1850619" src="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2009/06/bandiere-1850619.jpg" alt="bandiere-1850619" width="400" height="290" /></a>La vittoria delle destre alle elezioni europee del 6 e del 7 giugno 2009 non è stata tanto roboante come all’inizio l’hanno presentata mass media e commentatori politici. Ed infatti il generale calo dei socialisti è stato compensato, almeno in parte, dal successo dei verdi e di altre formazioni della sinistra. E’ comunque incontestabile che la tendenza elettorale europea si sia spostata verso il centro-destra, con un discreto successo anche per quelle formazioni che con tono sprezzante vengono definite “xenofobe”. In effetti pure il buon risultato dei Popolari Europei si fonda su una posizione di prudenza rispetto al tema dell’immigrazione e del multiculturalismo invocato dalla sinistra.</span></span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0pt; line-height: 150%; text-align: justify;"><span style="mso-bidi-font-family: Tahoma;"><span style="font-size: small;"><span style="font-family: Times New Roman;"><a rel="attachment wp-att-2498" href="http://www.recensioni-storia.it/?attachment_id=2498"><img class="alignleft size-full wp-image-2498" title="slogan" src="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2009/06/slogan.jpg" alt="slogan" width="240" height="275" /></a></span></span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0pt; line-height: 150%; text-align: justify;"><span style="mso-bidi-font-family: Tahoma;"><span style="font-size: small;"><span style="font-family: Times New Roman;">Insomma nonostante milioni di europei non si siano nemmeno recati alle urne e nonostante la gravità della crisi economica in atto, si evince e vince una sensibilità attenta ai valori cristiani e identitari espressi soprattutto dal PPE (Partito Popolare Europeo). </span></span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0pt; line-height: 150%; text-align: justify;"><span style="mso-bidi-font-family: Tahoma;"><span style="font-size: small;"><span style="font-family: Times New Roman;">All’interno di tali valori cristiani trova posto  sicuramente il principio di solidarietà, che però non è suscettibile di essere interpretato a senso unico, e cioè quale indiscriminata apertura a tutto e a tutti. Regolare i grandi flussi migratori costituisce la sfida del domani, ma per vincerla non è necessario, &#8211; né forse possibile – far entrare tutti, in modo indiscriminato, nella casa comune. Il rischio è quello di far crescere sacche di criminalità e impedire una reale integrazione delle genti. Chi arriva in Europa deve essere messo in grado di assimilare la cultura occidentale e non  venire relegato in enclaves etniche spesso impenetrabili e serbatoio di potenziale scontro sociale. </span></span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0pt; line-height: 150%; text-align: justify;"><span style="mso-bidi-font-family: Tahoma;"><span style="font-size: small;"><span style="font-family: Times New Roman;">Anche il tema relativo all&#8217;ingresso della Turchia in Europa sarà oggetto di probabile rivisitazione da parte del nuovo parlamento di Strasburgo. Non solo la Lega Nord in Italia, ma soprattutto il presidente <strong style="mso-bidi-font-weight: normal;">Sarkozy</strong> in Francia, si oppongono con decisione a tale ingresso nell’U.E. (nonostante le forti pressioni del presidente degli Stati Uniti <strong style="mso-bidi-font-weight: normal;">Barak Obama</strong>).</span></span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0pt; line-height: 150%; text-align: justify;"><span style="mso-bidi-font-family: Tahoma;"><span style="font-size: small;"><span style="font-family: Times New Roman;">D’altronde il grado di libertà religiosa &#8211; fondamento di ogni altra libertà &#8211; che la Turchia oggi garantisce al suo interno non è mai andato oltre le parole: il rifiuto di riconoscere il genocidio armeno è un segno della determinazione del governo turco a non applicare la libertà religiosa nel suo territorio. Gli accordi del 1923, che prevedevano il riconoscimento giuridico delle Chiese e altre misure di protezione delle minoranze etniche, non sono stati messi in pratica. In questo periodo, al contrario, decine di migliaia di Greci sono stati espulsi, mentre nuovi ostacoli si aggiungono a ciò che resta della vita cristiana in questo Paese, che è membro attivo dell’Organizzazione della Conferenza Islamica. Negli anni ’70 vi erano 70.000 Cristiani siriaci nella regione della Mesopotamia turca, situata tra il Tigri e l’Eufrate. Oggi ve ne sono appena 2.000. Del centinaio di monasteri che vi erano nella regione, ne rimangono solo quattro ancora attivi (“<em style="mso-bidi-font-style: normal;">Bulletin de l’Etude du Christianisme des Origines</em>”, aprile 2009). </span></span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0pt; line-height: 150%; text-align: justify;"><span style="mso-bidi-font-family: Tahoma;"><span style="font-size: small; font-family: Times New Roman;">Il parlamento europeo che esce dalle urne avrà le carte in regola &#8211; e i numeri! &#8211; per decidere con prudenza su questi due importanti temi: politiche comunitarie sull&#8217;immigrazione e apertura alla Turchia.</span></span></p>
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		<title>GLI EROI DEL MUSSA DAGH E LA LORO DISPERATA LOTTA CONTRO I TURCHI (Corriere del Giorno, 1 aprile 2009, pag. 31)</title>
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		<pubDate>Sun, 19 Apr 2009 10:31:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cavallo Roberto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Armenia]]></category>
		<category><![CDATA[Corriere del Giorno]]></category>
		<category><![CDATA[Edizioni Angelo Guerini & Associati]]></category>
		<category><![CDATA[RECENSIONI]]></category>
		<category><![CDATA[Turchia]]></category>

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		<description><![CDATA[I libri e gli scritti di Antonia Arslan, diventati anche film per il cinema, hanno consentito la conoscenza del genocidio armeno presso il grande pubblico. Come noto circa un milione di persone nel 1915, nel bel mezzo della prima guerra mondiale, persero la vita per mano dei Turchi. Quegli stessi Turchi che per secoli avevano [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-2063" href="http://www.recensioni-storia.it/?attachment_id=2063"><img class="alignleft size-medium wp-image-2063" title="9788883353673g" src="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2009/04/9788883353673g-198x300.jpg" alt="9788883353673g" width="198" height="300" /></a>I libri e gli scritti di Antonia Arslan, diventati anche film per il cinema, hanno consentito la conoscenza del genocidio armeno presso il grande pubblico.<span> </span>Come noto circa un milione di persone nel 1915, nel bel mezzo della prima guerra mondiale, persero la vita per mano dei Turchi. Quegli stessi Turchi che per secoli avevano costituito il terrore delle nostre coste, tanto da far nascere nel linguaggio popolare l’espressione: “<em>Mamma li Turchi</em>”.</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;">Con il tempo, nuovi documenti e nuove testimonianze vengono a delineare e ad approfondire i vari aspetti del dramma armeno, e anche recentemente il Corriere del Giorno ne ha dato puntuale informazione (da ultimo, cfr. “<em>Armeni etnia cristiana</em>”, di Pierfranco Bruni, 19.02.2009, pag. 32).</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;">Sicuramente meno conosciuto al grande pubblico è il fatto che non tutti gli Armeni subirono la deportazione negli infuocati deserti siriani, tra indicibili stenti e sevizie che ne causarono lo sterminio. Seppure sporadiche, vi furono forme di resistenza contro l’ordine di deportazione impartito dal governo ottomano. La rivolta più significativa si svolse in quella che in età classica si chiamava Cilicia, una regione montagnosa nel sud della Turchia, prospiciente il Mediterraneo orientale – dinanzi a Cipro &#8211; e confinante con la Siria.</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;">Qui nell’estate del 1915 erano ormai giunte le notizie sulla sorte che, già dal precedente mese di aprile, era toccata ai deportati di altre regioni della Turchia. Fu così che sei villaggi armeni, ai piedi del massiccio del Mussa Dagh, quasi all’unisono presero la decisione di non aspettare passivamente l’ordine turco di deportazione e organizzarono la resistenza. I pochi averi a disposizione furono utilizzati per acquistare in gran segreto qualche fucile con relativo munizionamento. Quando a fine luglio l’ordine di partire – abilmente accompagnato da lusinghe e minacce – divenne esecutivo, gli Armeni &#8211; circa cinquemila persone compresi vecchi, donne e bambini -, con le povere masserizie che era possibile portarsi al seguito salirono in montagna, sul Mussa Dagh, dando vita ad un’intrepida resistenza.</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;">Aveva così inizio una vicenda umana di straordinaria intensità, descritta per la prima volta negli anni ’30 sotto forma di romanzo da Franz Werfel, un ebreo praghese convertito al cattolicesimo, nel libro<span> </span>“I quaranta giorni del Mussa Dagh”.</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;">Adesso, nella veste di saggio storico, “<em>La vera storia del Mussa Dagh</em>” viene riproposta dalle Edizioni Guerini e Associati grazie alle accurate indagini storiche condotte da Flavia Amabile e Marco Tosatti,<span> </span>giornalisti de “La Stampa”. <span> </span>Non solo. <span> </span>Lì dove Franz Werfel si fermava, Amabile e Tosatti sono andati oltre, spinti dalla curiosità di conoscere che fine avessero fatto quegli eroici montanari. Così è nato, sempre per le Edizioni Guerini e Associati, un secondo volume dal titolo emblematico: “<em>Gli eroi traditi</em>”. Quale dunque la vera storia del Mussa Dagh?</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;">I Turchi all’inizio – provvidenzialmente &#8211; sopravvalutarono l’ammutinamento armeno, ritenendo che con i soliti metodi &#8211; lusinghe e minacce &#8211; i fuggiaschi si sarebbero ritirati in buon ordine. Ma non fu così. La zona montagnosa consentiva formidabili ed inaccessibili rifugi. Quando i soldati turchi arrampicandosi sui pendii iniziarono ad attaccare le postazioni armene, trovarono ad accoglierli un’intrepida resistenza. Al debole fuoco di sbarramento dovuto alle poche e imprecise armi, supplirono il coraggio e la disperazione degli uomini, che per più volte ricacciarono i Turchi e i loro cannoni dal Mussa Dagh. Con pochissimi viveri a disposizione, gli Armeni affidavano al Dio cristiano e alla sua Vergine Madre la speranza di salvare la vita propria e quella dei familiari, annichiliti dalla paura e dagli stenti.<span> </span>Donne e ragazzi parteciparono alla resistenza, chi curando i feriti e provvedendo ai viveri, chi portando ordini e notizie da una cima all’altra. Non mancarono le giovani donne che impugnarono i fucili, pronte a cadere sotto il piombo nemico piuttosto che diventare schiave e concubine dei musulmani. Questa, infatti, era la sorte ordinaria che spettava alle giovani donne cristiane cadute prigioniere di guerra, ancora in pieno XX secolo! Le ripetute vittorie galvanizzarono i difensori, comunque consapevoli delle enormi difficoltà che li attendevano, e prima fra tutte la prospettiva di affrontare un nemico che di volta in volta si presentava più numeroso ed armato. Le autorità turche avevano infatti fretta di chiudere al più presto l’increscioso episodio, prima che lo stesso assumesse rilevanza interna e, soprattutto, internazionale. Proprio questa era invece la speranza – l’unica rimasta – per gli Armeni del Mussa Dagh: far conoscere alle potenze alleate &#8211; allora in guerra con Turchia e Germania -, la loro speciale battaglia per la sopravvivenza. Per questo gli Armeni scrutavano il Mediterraneo dall’alto delle loro cime a strapiombo sul mare, nella speranza di vedere arrivare una nave amica. E la flotta amica, ai primi di settembre del 1915, finalmente arrivò. Erano navi da guerra francesi che pattugliavano la costa turca.<span> </span>Appena gli Armeni capirono che quel puntino lontano perso nell’azzurro poteva essere una nave alleata, issarono in cima al monte un grande lenzuolo bianco, con una croce rossa cucita sopra. I Francesi compresero e raccolsero una delegazione armena a bordo. Riconoscendo i meriti di quegli straordinari combattenti, li considerarono subito alleati nella lotta contro il comune nemico, e con le scialuppe trassero a bordo i cinquemila, salvandoli da morte certa ed orribile.</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><a rel="attachment wp-att-2064" href="http://www.recensioni-storia.it/?attachment_id=2064"><img class="alignleft size-full wp-image-2064" title="9788883356315" src="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2009/04/9788883356315.jpg" alt="9788883356315" width="150" height="228" /></a>Sfuggiti dalle fauci del lupo dopo quaranta giorni di strenua resistenza, i profughi, dopo una giornata di navigazione, giunsero a Port Said in Egitto il 14 settembre 1915. Qui per quattro anni troveranno accoglienza in un campo profughi, “… <em>sotto l’attenzione immediata delle autorità inglesi, francesi, egiziane e delle organizzazioni armene</em>…”.</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;">Continuando intanto la guerra degli Alleati contro gli Imperi centrali e la Turchia, gli uomini si arruolarono quali volontari nella Legione Orientale francese, sconfiggendo in Palestina gli eserciti turchi e coprendosi di onore. Finita la prima guerra mondiale, ai profughi armeni fu concesso di rientrare nelle loro terre: i sopravvissuti della Siria e dell’Egitto fecero rientro nelle case dei padri, o meglio, in ciò che di esse ancora restava in piedi. Protetti dall’amministrazione militare francese, gli Armeni di Cilicia liberarono dagli harem le donne e le ragazze rapite nel 1915. Tutti ritornarono ad assaporare il gusto della vita e della prosperità nei villaggi natii, ai piedi del Mussa Dagh. Di nuovo trasformarono le loro terre in verdi giardini, come sempre era stato grazie alla loro riconosciuta operosità.</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;">Ma tale ritrovata pace non era comunque destinata a durare. Alla vigilia della seconda guerra mondiale i Francesi per guadagnarsi la neutralità della Turchia cedettero il sangiaccato di Cilicia al regime di Ataturk, il “padre” della Turchia moderna. Sugli Armeni, ormai privati della protezione delle armi francesi, si abbatteva l’ennesima sciagura: restare significava esporsi a nuovi rischi mortali. Dunque per la seconda volta &#8211; nel giro di quasi venticinque anni &#8211; essi intrapresero la strada dell’esilio: era il 17 luglio 1939. I Francesi consentirono agli ex eroi del Mussa Dagh e ai loro familiari di stabilirsi nella valle della Bekaa, in Libano, dove gli Armeni fondarono il villaggio di Anjar.</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;">Ancora oggi i loro discendenti, abbandonata da anni ogni speranza di far rientro in Cilicia &#8211; la piccola Armenia turca &#8211; vivono là, a contatto di gomito nella polveriera libanese con un nuovo potenziale pericolo islamico: gli Sciiti di Hezbollah.</p>
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		</item>
		<item>
		<title>UN VIAGGIO AL CONTRARIO&#8230;DALL&#8217;ORIENTE ALL&#8217;EUROPA (Il Corriere del Giorno, 14 settembre 2008, pag. 6)</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Oct 2008 19:01:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cavallo Roberto</dc:creator>
				<category><![CDATA[CRISTIANITA']]></category>
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		<guid isPermaLink="false">http://www.recensioni-storia.it/?p=696</guid>
		<description><![CDATA[“Viaggio fra i Cristiani d’Oriente” è il libro del francese Frederic Pichon edito in Italia da Lindau nel 2008 per la collana “I Pellicani” (pagg. 212, euro 19,00). L’opera costituisce un’amena lettura, perché ha il pregio di coniugare il fascino tipico di certi diari di viaggio con la riflessione sulla condizione, giorno dopo giorno più [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><a href="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2008/10/viaggio-tra-i-cristiani_big.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-697" title="viaggio-tra-i-cristiani_big" src="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2008/10/viaggio-tra-i-cristiani_big.jpg" alt="" width="185" height="274" /></a><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;">“Viaggio fra i Cristiani d’Oriente” è il libro del francese Frederic Pichon edito in Italia da Lindau nel 2008 per la collana “I Pellicani” (pagg. 212, euro 19,00). L’opera costituisce un’amena lettura, perché ha il pregio di coniugare il fascino tipico di certi diari di viaggio con la riflessione sulla condizione, giorno dopo giorno più difficile, dei Cristiani d’Oriente.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;">E’ un viaggio al contrario: non dall’Europa all’Oriente, ma dall’Oriente all’Europa. Ed infatti l’Autore, giovane ricercatore universitario, dopo un’esperienza libanese lunga due anni, si appresta a far ritorno in Francia.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;">Nel suo viaggio verso casa decide però di compiere un giro largo, toccando i luoghi più significativi della presenza cristiana lungo l’itinerario del ritorno: Libano, Siria, Turchia, Grecia.<span> </span>Incontra vecchi amici ma anche tante nuove persone che lo guideranno in quest’avventura unica, ricca di testimonianze del presente ma, soprattutto, del passato. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;">Cominciando dal Libano del Sud, dove il confine contestato fra Israele ed Hezbollah fa intravedere la Terrasanta, l’Autore riferisce che fra Tiro e Sidone si contano ancora 10.000 cristiani e che, dopo l’abbandono di Israele e delle sue milizie alleate dell’Els (Esercito libanese del sud), ne sono andati via oltre 2000. Ci sono dei villaggi nella parte oggi controllata da Hezbollah dove la popolazione cristiana si è ridotta dal 75% al 10%.</span><span id="more-696"></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;">Fra le tappe del viaggio attraverso il Libano c’è anche la cittadina martire di Damour: “Damour è il simbolo del peggior impeto di violenza che ebbe luogo durante la guerra civile. Un mattino del gennaio 1976 i palestinesi, spalleggiati da volontari dei vicini paesi arabi, avevano selvaggiamente punito la piccola città costiera che aveva la colpa di essere cristiana … centinaia di vecchi, di donne e di bambini trincerati nelle chiese erano stati selvaggiamente ammazzati, sgozzati, violentati, mentre i rari sopravvissuti erano riusciti a fuggire via mare…” (pag. 66).</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;">Passando per i valichi delle montagne dell’Antilibano si lascia la terra dei maroniti (la comunità cristiana più numerosa del Libano) e si entra in Siria.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;">La Siria è il regno incontrastato della famiglia Assad, che governa con pugno di ferro da due generazioni. Qui sopravvive uno dei due grandi partiti Baath mediorientali: l’altro è quello irakeno ormai distrutto dalla guerra. Il partito Baath fu fondato proprio da un cristiano ortodosso siriano, un certo <em>Michel Aflaq</em>, e fondava il suo credo sul nazionalismo arabo. Quella del nazionalismo arabo è stata per alcuni cristiani orientali forse l’ultima carta da giocarsi per tentare di uscire dall’atavico stato di <em>dhimmitudine </em>(sottomissione giuridica e sociale) in cui l’Islam li ha relegati per secoli.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;">Improntato al laicismo e alla separazione fra religione e politica, il baathismo ha avuto nel tempo diversi esponenti cristiani di spicco, tanto in Siria che in Iraq. Ma oggi, ci conferma il nostro Autore, anche in Siria le cose iniziano a cambiare, e pure qui dove il partito Baath è al potere, perché è il partito di riferimento degli Assad, comincia ad insinuarsi il sunnismo fondamentalista, ostile alla presenza cristiana.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;">In definitiva, “… pagando lo scotto di un certo vassallaggio nei confronti del regime, la Chiesa di Siria non può lamentarsi, anche se il flusso di emigrazione dei suoi figli rimane costante.” (pag. 136). </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;">La capitale della Siria, Damasco, conserva le vestigia di quello che sino al Medio Evo fu una città cristiana. <em>Bab Sharqi</em> è il quartiere cristiano di Damasco: in questi luoghi, dopo la famosa caduta da cavallo lungo la strada che da Gerusalemme conduceva in città, si concretizzò la conversione di San Paolo al cristianesimo. A <em>Bab Sharqi</em> ci sono le sedi dei patriarcati e dei vescovadi delle varie denominazioni cristiane: siriaci (sia ortodossi che cattolici), armeni, caldei, latini…</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;">Qui i cristiani sono particolarmente fieri della loro identità: “Molti di loro portano delle croci d’oro bene in vista sul petto, ma non per questo vanno a messa la domenica. Però tutti si sentono cristiani, non fosse altro che in opposizione ai musulmani” (pag. 86).</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;">Il viaggio per la Siria continua nella cittadina di <em>Seidnaya</em> (cristiana al 75% e con 52 chiese), con i suoi monasteri dedicati alla Vergine, venerata anche dai musulmani, che qui vengono pellegrini per implorare grazie e guarigioni. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;">Il villaggio di <em>Maaloula</em>, costruito sul fianco di una montagna a 1700 metri di altezza, è uno dei pochi luoghi al mondo dove la gente – circa 4 mila cristiani a fronte di 1000 islamici – ancora parla l’aramaico, la lingua di Gesù (quella usata da Mel Gibson per il suo film “The Passion”). L’uso della lingua aramaica fu severamente proibita dai califfi musulmani dopo l’invasione araba del VII secolo: ma è sopravvissuta.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;">Nel nord della Siria, avvicinandosi verso la Turchia, si trova la valle dei Nasara. Questo è termine peggiorativo che significa “partigiani del Nazareno”, ed è il termine utilizzato dal Corano per designare i cristiani. E’ in questa zona che i crociati edificarono il Krak dei Cavalieri, l’imprendibile fortezza difesa dagli Ospedalieri di San Giovanni.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;">La città di Aleppo è l’ultima tappa in Siria prima di passare in Turchia. All’inizio del XX secolo accolse gli scampati del genocidio armeno, che qui ricostruirono delle loro comunità. Oggi Aleppo accoglie altri cristiani in fuga (almeno 15.000): quelli che scappano dall’Iraq, dove vengono regolarmente sequestrati ed uccisi. Restano in Siria o in Libano, in attesa di ritornare in patria o, meglio ancora, di un visto per gli Stati Uniti o l’Europa. Prima di passare il confine con la Turchia, nell’estremo nord della Siria, Frederic Pichon visita l’antica regione siriana degli eremiti. Tra gli eremiti orientali, che hanno scritto una pagina importante della storia del cristianesimo, c’erano i “brucanti”, così chiamati perché vivevano sul fondo di una fossa scavata nella roccia, nutrendosi dell’erba che cresceva negli anfratti; i “dendriti”, che abitavano negli alberi cavi; gli “stiliti”, che passavano le giornate su una colonna raccolti in preghiera&#8230;</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;">Terzo paese nel viaggio di riavvicinamento all’Europa è la Turchia. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;">La prima tappa è Antiochia, dove i cristiani vennero identificati con questo nome e dove, probabilmente, fu messo per esteso il vangelo di San Matteo. Una comunità fiorente, quella dei primi cristiani di Antiochia. E adesso? Di quelli rimasti “… Una grossa parte di loro è già emigrata in Europa o in Brasile. Il gregge degli ultimi cristiani di Antiochia sta a poco a poco scomparendo.” (pag. 160).<span> </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;">In effetti il sud-est dell’Anatolia era un tempo abitato da fiorenti comunità cristiane, appartenenti soprattutto alla chiesa siriaco-ortodossa. Oggi, dopo decenni di persecuzioni kurde e turche, tanto musulmane che laiciste (legate queste ultime al padre della Turchia moderna, <em>Kemal Ataturk</em>), tutte comunque unite dal medesimo odio anti-cristiano, non rimangono che poche migliaia di fedeli (ma nel 1900 i cristiani costituivano il 25% della popolazione turca). </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;">Anche i greco-ortodossi hanno duramente pagato il proprio tributo di dolore e di sangue alla normalizzazione musulmana voluta da Ataturk. Tanto nella parte centrale del paese – la Cappadocia – che in quella occidentale – Istanbul e Smirne –, l’elemento greco-ortodosso è praticamente scomparso, lasciando solo chiese in rovina e vestigia di antiche città sotterranee, come quelle della Cappadocia, oggi visitate da frotte di turisti occidentali. In tali città sotterranee le popolazioni bizantine, notoriamente pacifiche, si rifugiavano per sfuggire alle periodiche incursioni arabe, puntuali ad ogni primavera.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;">In conclusione della sua opera, Frederic Pichon offre al lettore un testo del principe saudita <em>Talal Ben Abdel Aziz al-Saud</em>, il quale riconosce che“…Bisogna incoraggiare gli arabi cristiani a restare nella loro terra, cosa che permetterebbe di fermare l’emorragia di tutte le energie <em>creatrici</em> del mondo arabo in ambito scientifico, culturale, filosofico così come in quello commerciale, finanziario e industriale.” (pag. 208).</span>&lt; &gt;&lt; &gt;&lt;&#8211;&gt;</p>
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		<title>CRISTIANOFOBIA (L&#8217;Ora del Salento, 27 settembre 2008, pag. 11)</title>
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		<pubDate>Sat, 27 Sep 2008 04:23:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cavallo Roberto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Arabia Saudita]]></category>
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		<category><![CDATA[GEOPOLITICA]]></category>
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		<description><![CDATA[                                           OSSERVATORIO GEO-POLITICO
(a cura di Roberto Cavallo)
 A commento del tradizionale Rapporto sulla libertà religiosa stilato dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, il Segretario di Stato Condoleza Rice ha ribadito la centralità della tutela della libertà religiosa fra gli obiettivi della politica estera statunitense. Il Rapporto passa in rassegna il grado di libertà di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>                                           OSSERVATORIO GEO-POLITICO</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: center;" align="center"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;">(a cura di Roberto Cavallo)</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><a href="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2008/09/europa_-_persecuzione.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-687" title="europa_-_persecuzione" src="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2008/09/europa_-_persecuzione-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; color: #464646;"> A commento del tradizionale Rapporto sulla libertà religiosa stilato dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, il Segretario di Stato <strong>Condoleza Rice</strong> ha ribadito la centralità della tutela della libertà religiosa fra gli obiettivi della politica estera statunitense. Il Rapporto passa in rassegna il grado di libertà di cui godono i fedeli delle varie religioni nel mondo, e, di conseguenza, i vari tipi di abusi che le persone soffrono per colpa dei governi. La maglia nera spetta a nove Paesi, fra cui l’Arabia Saudita, la Corea del Nord, il Sudan e la Cina.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; color: #464646;">Dalle pagine del Rapporto si evince che le comunità cristiane sono fra le più perseguitate alle varie latitudini del globo. I recenti fatti dell’India (dove le chiese cristiane continuano a bruciare) stanno a dimostrarlo. Tutto ciò avviene senza che i mass media europei diano adeguato rilievo a tale drammatica situazione.</span><span id="more-682"></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><a href="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2008/09/madreteresa_indiar375_4set08.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-688" title="madreteresa_indiar375_4set08" src="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2008/09/madreteresa_indiar375_4set08-300x214.jpg" alt="" width="300" height="214" /></a><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; color: #464646;">Il giornalista <strong>Angelo Panebianco</strong>, nell’editoriale del Corriere della Sera dello scorso 7 settembre (<em>Il silenzio sui Cristiani</em>), si chiede le ragioni di tale grave disattenzione.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; color: #464646;">Ed ecco la risposta che si da e che propone al lettore: “<em>Sotto sotto, c’è l’idea che se uno è cristiano in Pakistan, in Iraq, in India o in Nigeria, e gli succede qualcosa, in fondo se l’è cercata. La tesi dei fondamentalisti islamici o indù secondo cui il cristianesimo altro non è se non uno strumento ideologico al servizio della volontà di dominio occidentale sui mondi extra occidentali sembra condivisa, qui da noi, da un bel po’ di persone.</em></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><em><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; color: #464646;">Persone che credono che l’Europa debba ancora fare la penitenza </span></em><em><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; color: #464646;">per le colpe (alcune reali e altre no) accumulate nei suoi secolari rapporti col mondo extra occidentale. Ne derivano il silenzio sulla libertà religiosa negata ai cristiani, soprattutto nel mondo islamico, e il disinteresse per le persecuzioni che in tanti luoghi, islamici e no, subiscono&#8230;</span><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; color: #464646;">”.</span></em></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; color: #464646;">Ad Angelo Panebianco fa eco, dalle pagine di Avvenire, un’altra illustre firma, quella del giornalista <strong>Luigi Geninazzi</strong>, che così intitola il proprio editoriale: “<em>Cristianofobia: ingerenza umanitaria. Subito</em>”. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; color: #464646;">Scrive il giornalista di Avvenire: “…</span><em><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; color: #464646;"> Le cronache di questi giorni ci rimandano ai saccheggi, alle distruzioni e alle violenze contro le comunità cristiane in varie regioni dell’India. Ma non dobbiamo dimenticare che in Iraq i credenti caldei sono sotto costante minaccia … In Turchia le istituzioni della Chiesa ortodossa e cattolica continuano ad essere oggetto di pesanti discriminazioni e nel Paese che ha visto l’assassinio di don Andrea Santoro c’è chi incita all’odio contro i preti cattolici. Da Istanbul a Gaza, dall’Iraq all’Indonesia, nei Paesi islamici le cui leggi si ispirano alla “sharia”, come il Pakistan &#8211; ma anche in un paese “tollerante” come l’Algeria -, i cristiani vengono processati, condannati a morte da tribunali statali o uccisi da fanatici estremisti …”</span></em></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; color: #464646;">Mentre gli Stati Uniti fanno pressione sui governi dei Paesi musulmani, della<span> </span>Cina e dell’India affinché tutelino la libertà religiosa, l’Unione Europea sembra che stia a guardare, disinteressata. E Geninazzi sconsolato si chiede: “<em>Perché l’Europa tace ancora</em>?” </span><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; color: #464646;">(Avvenire, </span><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; color: #464646;">domenica 21 settembre, pag. 1).</span>&lt;&#8211;&gt;</p>
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		<title>LA CONDIZIONE DELLA DONNA IN TURCHIA (Il Corriere del Sud, n° 5/2008)</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Jul 2008 15:12:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cavallo Roberto</dc:creator>
				<category><![CDATA[GEOPOLITICA]]></category>
		<category><![CDATA[Il Corriere del Sud]]></category>
		<category><![CDATA[Islam e società]]></category>
		<category><![CDATA[Turchia]]></category>

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		<description><![CDATA[ Per affrontare il tema della condizione della donna in Turchia non si può prescindere da quella che è stata la data fondamentale per la  Turchia moderna: il 1923, quando Mustafa Kemal detto Ataturk, e cioè “padre dei Turchi”, trasformò quanto restava del vecchio impero ottomano in una Repubblica rigorosamente laica, con forti connotazioni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%"><a href="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2008/07/turchi_erdogan.jpg" title="turchi_erdogan.jpg"><img src="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2008/07/turchi_erdogan.thumbnail.jpg" alt="turchi_erdogan.jpg" /></a><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'"> Per affrontare il tema della condizione della donna in Turchia non si può prescindere da quella che è stata la data fondamentale per <st1 productid="la Turchia" w:st="on">la  Turchia</st1> moderna: il 1923, quando <em>Mustafa Kemal </em>detto<em> Ataturk</em>, e cioè “padre dei Turchi”, trasformò quanto restava del vecchio impero ottomano in una Repubblica rigorosamente laica, con forti connotazioni nazionaliste. Il modo di guardare alla donna, almeno da un punto di vista legale,<span>  </span>cambiò molto, specie in relazione agli altri Paesi a maggioranza musulmana. Fu abolita la poligamia ed apertamente contrastato l’uso del velo &#8211; che qui prende il nome di “<em>turban</em>”-, vietato nelle università e negli edifici pubblici. Nel 1934 alle donne fu concessa la completa uguaglianza politica, con il diritto di votare e di essere elette. Insomma la svolta legislativa imposta da <em>Ataturk</em> si mostrò per quei tempi più all’avanguardia di quanto accadeva in certe nazioni occidentali.<o></o></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%"><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'">Eppure, secondo un rapporto europeo intitolato “<em>Sex and Power in Turkey”, </em>a cura dell’<em>European Stability Initiative </em>(ESI),<em> </em>le riforme tese a laicizzare la società non hanno sconfitto del tutto il sistema patriarcale, e tanto il diritto civile quanto quello penale hanno risentito delle consuetudini.<o></o></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%"><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'">Dopo quasi 80 anni di dominio dei partiti nazionalisti e laicisti, che si riconoscono direttamente in <em>Ataturk</em>, dal 2002 è al potere un partito islamista moderato, l’AKP (Partito dello Sviluppo e della Giustizia), già largamente presente e attivo nella società civile. </span><span id="more-525"></span><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'">In questi anni di governo non si è assistito alla deriva musulmana che i laicisti turchi paventavano. Anzi, proprio in riferimento alla condizione della donna, vi sono stati una serie di interventi legislativi ad essa favorevoli: il marito non è più automaticamente capofamiglia e non occorre più il suo consenso per andare a lavorare. Inoltre sono state abrogate le leggi secondo cui lo stupratore che sposa la propria vittima non è perseguibile; sono stati garantiti sussidi per l’istruzione e per l’imprenditoria femminile.<o></o></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%"><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'">Sul problema del velo, invece, l’AKP di <em>Racep Tayyp Erdogan</em> sembra non voler indietreggiare, invocando la libertà di indossarlo per le donne che intendano farlo anche in pubblico e nei luoghi istituzionali. Clamorose sono state a più riprese le proteste delle studentesse islamiche che nelle università sono obbligate ad andare a viso scoperto, pena l’espulsione. Oggi si assiste infatti ad un violento braccio di ferro fra l’AKP, partito che esprime la maggioranza del<span>  </span>parlamento, il Capo del Governo e il Presidente della Repubblica e le altre istituzioni statali (le forze armate, la magistratura, l’università), tradizionalmente depositarie dei principi di laicità dello Stato.<o></o></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%"><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'">Anche se la maggioranza delle donne turche indossa il <em>turban, </em>in definitiva il problema maggiore per loro non è il velo, che in omaggio alla libertà religiosa andrebbe riconosciuto, ma il sistema consuetudinario e patriarcale che, ad onta della legislazione vigente, perdura in alcune zone del Paese. <o></o></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%"><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'">In proposito così scrive la giornalista e parlamentare europea Lilli Gruber: “<em>Soprattutto dal sud-est dell’Anatolia, una regione poverissima e ostaggio dell’Islam più conservatore, giungono notizie di fanciulle che si suicidano o addirittura vengono lapidate. I loro “crimini” vanno dal sesso consensuale all’indossare una minigonna, fino a uno sguardo troppo audace lanciato a un giovanotto. I suicidi sono indotti dalla famiglia, per aggirare le leggi contro i delitti d’onore: le colpevoli vengono chiuse nelle loro stanze con un flacone di veleno o una pistola, bersagliate di sms minacciosi dei parenti maschi. I loro cari le perseguitano perché pongano fine alla propria vita, unico modo per lavare il disonore. E le fanciulle, spesso poco più che adolescenti, cedono</em>” (Lilli Gruber, Figlie dell’islam, Rizzoli, 2007, pagg. 295-296).<o></o></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%"><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'">Così può succedere che la consuetudine in Turchia spinga i genitori a dare la morte alla propria figlia di 16 anni, ingannata, violentata dal datore di lavoro e per questo rimasta incinta. In assenza di matrimonio riparatore il clan familiare si riunisce e decide la pena capitale. <o></o></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%"><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'">“<em>Una morte decisa con una sentenza emessa nel corso di un’assemblea dell’intera famiglia per lavare l’onore macchiato. E perché così prescrive, a prescindere dalla colpa, la legge islamica”. </em>Tanto riporta “<em>Il Messaggero</em>” di sabato 8 novembre 2003 (pag.16). Il fatto accade nella cittadina di <em>Antalya</em> alla giovanissima <em>Aysegul Cam</em>, uccisa dal padre con una pizza al veleno e con la piena complicità della madre. Come tutte le ragazze di questo mondo, <em>Aysegul</em> pensava di confidare il proprio dramma alla madre per riceverne aiuto, mentre la sua situazione è precipitata sino al compimento di quello che “<em>Il Messaggero</em>” denuncia come un “<em>delitto islamico</em>”.<o></o></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%"><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'">“<em>Non sento alcun rimorso per aver ucciso mia figlia. Non ho fatto nulla di male. Ho soltanto ripulito il mio onore</em>” – così ha detto il padre ai gendarmi turchi che lo hanno inchiodato dopo lunghe indagini –. “<em>Noi siamo impazziti quando ci ha confessato di essere incinta. Secondo la nostra tradizione in questi casi devono essere uccisi sia la ragazza sia l’uomo che l’ha sedotta. Ho potuto uccidere solo mia figlia. Ma anche Bakir dovrà morire. Tutta la famiglia era d’accordo…”.<o></o></em></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%"><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'">A fronte di tale tradizione, la legge penale turca, ispirata ai principi di laicità dello Stato, non riconosce<em> </em>attenuanti ai delitti commessi per motivazioni “<em>d’onore</em>”. Anzi proprio di recente anche il governo del musulmano <em>Erdogan</em> ha convenuto di inasprire le pene per i delitti d’onore. Certo non tutta la magistratura applica con il dovuto rigore queste norme …<o></o></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%"><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'">Quanto all’adulterio, che fino al 1996 era penalmente perseguibile, l’AKP era tornato alla carica per sanzionarlo, ma il parlamento nell’autunno del <st1 productid="2004 ha" w:st="on">2004  ha</st1> respinto tale eventualità, proprio alla vigilia delle trattative per l’ingresso della Turchia in Europa. Lo ha fatto sotto la fortissima pressione dell’Unione Europea che, unitamente al concreto rispetto dei diritti umani, ne faceva una condizione di assoluta priorità.<o></o></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%"><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'">Insomma l’impressione che si ha circa il rispetto della dignità femminile è che <st1 productid="la Turchia" w:st="on">la Turchia</st1>, pur essendo sicuramente più avanti di altri paesi musulmani, si sforzi di raggiungere un difficile compromesso tra le esigenze di laicità &#8211; imposte dal suo passato <em>kemalista</em> e soprattutto dal possibile ingresso nell’U.E.-, e le attuali tentazioni islamiste, che affondano le radici non solo negli strati sociali più arretrati del Paese ma anche fra i giovani, molti dei quali sono simpatizzanti dell’AKP. Non a caso in questi ultimi anni è aumentato il numero delle donne e<span>  </span>delle ragazze che indossano il<em> turban.</em> <o></o></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%"><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'">Chi vincerà questa partita?<o></o></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%"><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'">Non è facile dirlo. Di fatto il semplice ingresso in Europa non sembrerebbe un “toccasana”. E infatti<span>  </span>la condizione delle donne turche in Europa, specie in Germania, dove vive la più numerosa comunità di immigrati turchi, è stata spesso al centro di violenti polemiche. I Turchi infatti non di rado vivono chiusi all’interno dei loro quartieri, ricostruendo condizioni sociali simili a quelle lasciate nella madrepatria, e anzi con un maggiore attacco alle tradizioni per rafforzare il proprio legame identitario. Sta di fatto che mentre in Turchia, sia pure lentamente, si affievolisce il fenomeno dei “delitti d’onore”, in Germania e in altri paesi europei sta diventando percentualmente significativo. A volte è sufficiente anche vestire o vivere con gusti occidentali per condannare a morte una ragazza: muoiono pugnalate, affogate, finite a colpi d’arma da fuoco, assassinate da <em>“… padri omicidi, mariti o ex mariti omicidi, tutti uniti dal rigoroso legame con l’ortodossia integralista</em>”<span>  </span>(Andrea Tarquini,<span>  </span><em>Berlino, allarme “delitti d’onore</em>”, <st1 productid="La Repubblica" w:st="on">La Repubblica</st1>, 17 febbraio 2005, pag. 23).<o></o></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%"><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'"><o> </o></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%"><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'"><o> </o></span></p>
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