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	<title>Recensioni &#38; Storia.it &#187; Turchia</title>
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	<description>dove si parla di recensioni di libri e di argomenti di storia</description>
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		<title>TURCHIA: MODELLO DI DEMOCRAZIA?</title>
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		<pubDate>Sat, 16 Apr 2011 09:37:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cavallo Roberto</dc:creator>
				<category><![CDATA[GEOPOLITICA]]></category>
		<category><![CDATA[Turchia]]></category>

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		<description><![CDATA[In molte analisi geopolitiche l’esempio della Turchia va emergendo come unico possibile modello “virtuoso” per quello che sarà il “dopo” delle rivoluzioni in corso in Nord Africa e in Medio Oriente. A fronte degli scenari di stabilizzazione autoritaria tanto comuni nel mondo arabo, come anche della possibile instaurazione di un regime teocratico del tipo iraniano, la specificità del caso turco starebbe, secondo gli estimatori, nell’avere prodotto un partito di governo, l’AKP (Partito della Giustizia e dello Sviluppo) che, pur provenendo da un ceppo islamista, ha saputo coniugare un’agenda islamica moderata con un atteggiamento favorevole all’Occidente, all’UE, e al libero mercato. [1] Ahmet Davutoglu, oltre ad essere ideologo dell’AKP, dal 2009 è anche Ministro degli Esteri della Turchia. Davutoglu, già docente di relazioni internazionali presso l’Università di Marmara ad Istanbul, è autore del voluminoso volume “Profondità strategica”, pubblicato nel 2001. Davutoglu vede il suo Paese come l’erede della tradizione e dei valori dell’impero ottomano, in grado di diventare un attore autorevole, dall’Europa fino all’Asia centrale, grazie alla sua storia e a un’identità che fonde elementi islamici, asiatici ed europei (Bosnia, Macedonia, Albania). Ma c’è anche l’altra faccia della medaglia. Vi è, infatti, in patria e all’estero, chi non considera l’AKP un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div style="text-align: justify;"><a href="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2011/04/turchia.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-6064" title="turchia" src="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2011/04/turchia.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>In molte analisi geopolitiche l’esempio della Turchia va emergendo come unico possibile modello “virtuoso” per quello che sarà il “dopo” delle rivoluzioni in corso in Nord Africa e in Medio Oriente.</div>
<p style="text-align: justify;">A fronte degli scenari di stabilizzazione autoritaria tanto comuni nel mondo arabo, come anche della possibile instaurazione di un regime teocratico del tipo iraniano, la specificità del caso turco starebbe, secondo gli estimatori, nell’avere prodotto un partito di governo, l’AKP (Partito della Giustizia e dello Sviluppo) che, pur provenendo da un ceppo islamista, ha saputo coniugare un’agenda islamica moderata con un atteggiamento favorevole all’Occidente, all’UE, e al libero mercato. <a href="#_ftn1">[1]</a></p>
<p style="text-align: justify;">Ahmet Davutoglu, oltre ad essere ideologo dell’AKP, dal 2009 è anche Ministro degli Esteri della Turchia. Davutoglu, già docente di relazioni internazionali presso l’Università di Marmara ad Istanbul, è autore del voluminoso volume “Profondità strategica”, pubblicato nel 2001.</p>
<p style="text-align: justify;">Davutoglu vede il suo Paese come l’erede della tradizione e dei valori dell’impero ottomano, in grado di diventare un attore autorevole, dall’Europa fino all’Asia centrale, grazie alla sua storia e a un’identità che fonde elementi islamici, asiatici ed europei (Bosnia, Macedonia, Albania).</p>
<p style="text-align: justify;">Ma c’è anche l’altra faccia della medaglia.</p>
<p style="text-align: justify;">Vi è, infatti, in patria e all’estero, chi non considera l’AKP un fenomeno positivo per la Turchia, né tantomeno un modello da esportare. L’obiezione principale è quella secondo cui il partito non si sarebbe emancipato dalla propria origine islamista, ma avrebbe adottato una dialettica democratica e filo-occidentale solo in modo strumentale, in attesa di avere i mezzi per realizzare l’islamizzazione del Paese. Come prova vengono riportati  alcuni eventi che tradirebbero le reali intenzioni  degli uomini dell’AKP:</p>
<ul style="text-align: justify;">
<li>sul piano amministrativo vigono, per esempio, regolamenti moralizzatori anti-alcool promossi da alcuni sindaci islamisti;</li>
<li>le dichiarazioni del premier Erdogan, in particolare quelle del 2004, in favore della criminalizzazione dell’adulterio;</li>
<li>il rallentamento delle riforme democratiche dopo il 2005;</li>
<li>l’atteggiamento apertamente filo-iraniano sulla questione del nucleare;</li>
<li>l’inerzia nel contrastare gli omicidi a sfondo religioso degli appartenenti alle minoranze cristiane (don Andrea Santoro, Mons. Luigi Padovese, ecc.);</li>
<li>il misconoscimento del genocidio armeno del 1915;</li>
<li>la scarsissima presenza femminile ai vertici del partito, del parlamento e dell’amministrazione pubblica. </li>
</ul>
<p>Insomma, se questo è il modello, forse non c&#8217;è da aspettarsi granché &#8211; almeno in termini di ciò che l&#8217;Occidente intende per &#8220;democrazia&#8221; &#8211; da quanto nascerà dalle ceneri delle dittature mediorientali.</p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
<hr size="1" /><a href="#_ftnref">[1]</a> Luca Ozzano, <em>L’AKP: L’islamocrazia come modello?</em>, in: Aspenia, le rivoluzioni a metà, n°52/2011, pag. 136</p>
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		<title>L&#8217;OCCIDENTE NON SOSTENGA I FRATELLI MUSULMANI IN EGITTO E TUNISIA (di Magdi Cristiano Allam)</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Feb 2011 16:23:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cavallo Roberto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Egitto]]></category>
		<category><![CDATA[GEOPOLITICA]]></category>
		<category><![CDATA[Libano]]></category>
		<category><![CDATA[Palestina]]></category>
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		<description><![CDATA[Dal sito www.controcorrente.ilcannocchiale.it leggiamo e pubblichiamo: &#8220;Cari Amici e cari Protagonisti di Io amo l’Italia, intervenendo ieri sera alla trasmissione “Matrix” su Canale 5 dedicata alla rivolta popolare in Egitto e in Tunisia, ho voluto evidenziare la necessità di affrancarci da una concezione puramente formalistica della democrazia e della libertà per non renderci corresponsabili dell’avvento al potere dei Fratelli Musulmani che ucciderebbero la democrazia e la libertà nei loro paesi e si sentirebbero incoraggiati a islamizzare l’Europa stessa. Il mio messaggio è semplice: non innamoriamoci del nostro aspirante carnefice! L’ideologia del relativismo, la dittatura del relativismo come denuncia Benedetto XVI, ci sta privando del diritto e del dovere di usare la ragione per entrare nel merito dei contenuti attraverso gli strumenti della valutazione e della critica. Il risultato è che aprioristicamente mettiamo sullo stesso piano tutte le religioni, le culture, i valori e i concetti a prescindere dai loro contenuti. Nel caso delle rivolte popolari in Tunisia e in Egitto stiamo commettendo l’errore di concepire come aprioristicamente positiva la prospettiva dell’avvento al potere dei Fratelli Musulmani qualora ciò fosse il risultato di libere elezioni. Nel caso specifico noi, consapevolmente o meno, rifiutiamo di considerare i contenuti dell’ideologia islamica radicale contenuta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Dal sito <a href="http://www.controcorrente.ilcannocchiale.it">www.controcorrente.ilcannocchiale.it</a> leggiamo e pubblichiamo:</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2011/02/ALLAM1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-5888" title="ALLAM" src="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2011/02/ALLAM1-216x300.jpg" alt="" width="216" height="300" /></a>&#8220;Cari Amici e cari Protagonisti di Io amo l’Italia,</p>
<p style="text-align: justify;">intervenendo ieri sera alla trasmissione “Matrix” su Canale 5 dedicata alla rivolta popolare in Egitto e in Tunisia, ho voluto evidenziare la necessità di affrancarci da una concezione puramente formalistica della democrazia e della libertà per non renderci corresponsabili dell’avvento al potere dei Fratelli Musulmani che ucciderebbero la democrazia e la libertà nei loro paesi e si sentirebbero incoraggiati a islamizzare l’Europa stessa. Il mio messaggio è semplice: non innamoriamoci del nostro aspirante carnefice!</p>
<p style="text-align: justify;">L’ideologia del relativismo, la dittatura del relativismo come denuncia Benedetto XVI, ci sta privando del diritto e del dovere di usare la ragione per entrare nel merito dei contenuti attraverso gli strumenti della valutazione e della critica. Il risultato è che aprioristicamente mettiamo sullo stesso piano tutte le religioni, le culture, i valori e i concetti a prescindere dai loro contenuti. Nel caso delle rivolte popolari in Tunisia e in Egitto stiamo commettendo l’errore di concepire come aprioristicamente positiva la prospettiva dell’avvento al potere dei Fratelli Musulmani qualora ciò fosse il risultato di libere elezioni. Nel caso specifico noi, consapevolmente o meno, rifiutiamo di considerare i contenuti dell’ideologia islamica radicale contenuta nel loro Statuto e nei testi dei loro capi spirituali (Hassan Al Banna, Sayyid Qutb, Abdallah Yusuf Azzam, Yusuf al-Qaradawi), così come ignoriamo il fatto che ovunque siano arrivati al potere i Fratelli Musulmani, nelle loro differenti denominazioni, dal Fis (Fronte di salvezza islamico) in Algeria a Hamas nei Territori palestinesi, hanno soffocato la democrazia, represso la libertà, sottomesso il popolo con la violenza, scatenato il terrorismo cieco che infierisce indiscriminatamente contro tutti.</p>
<p style="text-align: justify;">Più in generale non teniamo conto che, anche al di là che facciano o meno riferimento al movimento estremista islamico mondiale dei Fratelli Musulmani, ovunque un soggetto politico dica di ispirarsi al Corano (che per i musulmani è opera increata al pari di Allah, della stessa sostanza di Allah), alla Sunna (la tradizione che si fonda sui Hadith, i detti e i fatti attribuiti a Maometto, e sulla Sira, la biografia ufficiale di Maometto), alla Sharia (la legge islamica che si fonda su quattro fonti: il Corano; la Sunna; Al Ijma’h, il consenso della comunità che corrisponde all’intesa tra gli ulema, i dotti dell’islam; Al Qiyas, il principio analogico, con cui si fa ricorso a casi simili per risolvere dei casi che non sono stati finora contemplati), ebbene il risultato è la crescente islamizzazione della società (con la proliferazione delle moschee, scuole coraniche, tribunali e enti finanziari islamici, con sempre più donne velate e uomini barbuti), la crescente intolleranza religiosa nei confronti degli ebrei, dei cristiani, dei musulmani eterodossi e degli appartenenti a fedi o ideologie diverse dall’islam, il crescente monopolio del potere modificando la Costituzione per accreditare l’identità islamica dello Stato, il crescente svuotamento sostanziale della democrazia riducendola al rito formale delle elezioni adeguatamente manipolate per assicurare il risultato stabilito anticipatamente. Questo è quanto già accade in Iran sottomesso all’arbitrio del regime degli ayatollah dal 1979; in Libano dove la scorsa settimana l’Hezbollah con un colpo di mano ha imposto un suo uomo, il miliardario Najib Mikati, alla guida del governo estromettendo Saad al-Hariri che era stato eletto democraticamente; a Gaza dove Hamas ha imposto la propria dittatura massacrando i soldati leali all’Autorità Nazionale Palestinese e reprimendo ogni dissenso interno; in Turchia, formalmente uno Stato laico, democratico e liberale, il cui governo islamico guidato da Recep Tayyip Erdogan (Partito per la Giustizia e lo Sviluppo) tende ad accentrare sempre più il potere, è sempre più filo-Hamas e anti-israeliano, sempre più filo-iraniano e anti-occidentale, sempre più repressivo nei confronti della libertà religiosa dei cristiani, continuando ad occupare il territorio europeo del Nord di Cipro sradicandovi i simboli della cristianità.</p>
<p style="text-align: justify;">Come non teniamo in considerazione che l’islam è una religione fisiologicamente violenta e storicamente conflittuale. Maometto è stato fondamentale un guerriero che ha combattuto, ucciso ed è stato personalmente responsabile di efferati stragi come quella che nel 628 lo vide partecipe dello sgozzamento e decapitazione di circa 800 ebrei della tribù dei Banu Quraishah. L’esempio di Maometto ispirò i musulmani del suo tempo. La lotta in seno alla comunità islamica dell’epoca era talmente aspra e violenta che tre dei primi quattro cosiddetti “califfi ben guidati”, i primi successori di Maometto, furono assassinati per mano di altri musulmani: Omar che governò dal 634 al 644 succedendo al primo califfo Abu Bakr; Othman che governò dal 644 al 656 e lo stesso califfo Ali. E la successiva nascita per mano del quinto califfo Mu’awiya (661-680) del primo impero islamico Omayyade che durò dal 661 al 750 con capitale a Damasco, consacrò la supremazia della politica sulla religione, la preminenza dello Stato sulla fede. I vari califfati hanno fatto riferimento all’islam per imporre e salvaguardare il loro potere politico, tanto è vero che il passaggio del potere da una dinastia all’altra avvenne tramite le armi e lo spargimento del sangue, musulmani contro musulmani. Quando Abu Al Abbas as-Saffah, letteralmente il sanguinario, fondò la dinastia abbaside che durò dal 750 al 1258 con capitale a Bagdad, fece strage dei reggenti omayyadi e in un eccesso di odio profanò le tombe dei califfi omayyadi, le loro spoglie furono esumate e flagellate. La preminenza della politica e delle differenziazioni settarie e nazionalistiche è confermato dal fatto che attorno all’anno Mille c’erano ben tre califfi in competizione tra loro: i califfi abassidi Al Qahir (932-934) a Bagdad; il califfo omayyade di Spagna Abd ar-Rahman III (912-961) a Cordova; il califfo fatimide Al Mu’izz (952-975) al Cairo. I califfi omayyadi di Spagna erano dei berberi, l’etnia autoctona del Maghreb, i fatimidi erano degli sciiti ismailiti e il fondatore della dinastia Ubaid Abdallah al Mahdi (909-934) si professò discendente della figlia del profeta Maometto, Fatima, e pronipote del figlio di Fatima, Al Husayn, assumendo il titolo di imam, che per gli sciiti equivale a quello di califfo.</p>
<p style="text-align: justify;">I fautori della teocrazia islamica hanno eretto la dissimulazione a precetto di fede. La dissimulazione è considerato un comportamento islamicamente legittimo sia dagli sciiti sia dai Fratelli Musulmani, sulla base dei versetti 105-106 della Sura XVI del Corano: “I soli a inventare menzogne sono quelli che non credono ai segni di Allah: essi sono i bugiardi. Quanto a chi rinnega Allah dopo aver creduto – eccetto colui che ne sia costretto, mantenendo serenamente la fede in cuore – e a chi si lascia entrare in petto la miscredenza; su di loro è la collera di Allah e avranno un castigo terribile”. Ed è così che non hanno alcuna remora ad indossare il doppiopetto e a mostrarsi concilianti e disponibili al compromesso quando ciò viene ritenuto vantaggioso per la promozione della causa dell’islamizzazione della società. Né hanno alcuna remora ad usare come “facciata accettabile” dei personaggi, boriosi, illusi o comunque ingenui, si prestano a farsi strumentalizzare. E’ stato il caso del primo capo di governo della Repubblica Islamica imposta da Khomeini in Iran, il liberale Mehdi Bazargan che governò dal 4 febbraio 1979 al 6 novembre 1979 prima di essere allontanato dal potere. Ed oggi sembra che sia la volta di Mohammed El Baradei che i Fratelli Musulmani in Egitto hanno indicato come loro rappresentante nella trattativa con il regime militare, così come è probabilmente il caso del miliardario libanese Najib Mikati, laureato ad Harvard, designato dagli estremisti islamici del Hezbollah.</p>
<p style="text-align: justify;">Ricordiamo cari amici europei ed occidentali che Adolf Hitler arrivò al potere nel 1933 attraverso libere elezioni e immediatamente dopo impose la sua dittatura. Proprio il caso di Hitler ci deve far comprendere che le libere elezioni non corrispondono automaticamente alla democrazia sostanziale ma che sono soltanto la dimensione formalistica della democrazia. La democrazia affinché sia sostanziale deve tradursi nella condivisione di valori non negoziabili, a partire dalla fede nella sacralità della vita, del rispetto della dignità e della libertà della persona, così come deve tradursi nell’accettazione di regole inviolabili a partire dalla pacifica alternanza al potere delle forze politiche che godono di pari diritti e pari doveri. Ebbene tutto ciò è assolutamente inesistente nell’ideologia teocratica e assolutista dei Fratelli Musulmani e di tutti gli integralisti e estremisti islamici. Concludo questo mio lungo intervento reiterando il monito: non innamoriamoci del nostro aspirante carnefice!&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;">3 febbraio 2011</p>
<p style="text-align: justify;">Magdi Cristiano Allam</p>
]]></content:encoded>
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		<title>IL PATRIARCATO SOTTOMESSO</title>
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		<pubDate>Wed, 26 Jan 2011 05:48:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cavallo Roberto</dc:creator>
				<category><![CDATA[CRISTIANITA']]></category>
		<category><![CDATA[Islam e società]]></category>
		<category><![CDATA[SUSSIDIARIO DI STORIA]]></category>
		<category><![CDATA[Turchia]]></category>

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		<description><![CDATA[    Chi ha la fortuna di recarsi ad Istanbul, oltre a visitare le grandi moschee, può allargare il suo giro alla chiesa di San Giorgio al Fanar, attuale sede del patriarcato ecumenico ortodosso. Per certi aspetti il Fanar è un po’ come il nostro Vaticano. Ma questa chiesa, che colpisce per la sua modestia, è anche l’epilogo di una storia fatta di tante vessazioni, messe bene in luce dal libro “Il Patriarcato ecumenico”, pubblicato dall’Associazione “Testimonianza Ortodossa”. Con la caduta di Costantinopoli, avvenuta per opera dei Turchi nel 1453, per la sede del patriarcato ecumenico ortodosso comincia un doloroso pellegrinaggio da un posto all’altro della città. Da principio il patriarcato è spostato dalla splendida chiesa dedicata a Santa Sofia (requisita) alla chiesa dei Santi Apostoli, che i Turchi dopo l’occupazione del 1453 avevano ridotto ad un ammasso di macerie. Lo storico Kritovulos scrive che “…per 14 ore le orde musulmane si sono accanite contro il bellissimo tempio. Dopo aver fatto a pezzi le reliquie e le ossa degli imperatori  hanno gettato i resti nella calce viva. Così distrutto fu consegnato ai cristiani come sede nuova del patriarcato ecumenico.” (cfr.: Stilianos Bouris, Il patriarcato ecumenico fra testimonianza e martirio, pag. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p> </p>
<div id="attachment_5752" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2011/01/Bartolomeo-I.jpg"><img class="size-medium wp-image-5752" title="Bartolomeo I" src="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2011/01/Bartolomeo-I-300x193.jpg" alt="" width="300" height="193" /></a><p class="wp-caption-text">Benedetto XVI con il Patriarca ecumenico Bartolomeo I</p></div>
<p> </p>
<p style="text-align: justify;">Chi ha la fortuna di recarsi ad Istanbul, oltre a visitare le grandi moschee, può allargare il suo giro alla chiesa di San Giorgio al Fanar, attuale sede del patriarcato ecumenico ortodosso. Per certi aspetti il Fanar è un po’ come il nostro Vaticano. Ma questa chiesa, che colpisce per la sua modestia, è anche l’epilogo di una storia fatta di tante vessazioni, messe bene in luce dal libro “<em>Il Patriarcato ecumenico</em>”, pubblicato dall’Associazione “Testimonianza Ortodossa”.</p>
<p style="text-align: justify;">Con la caduta di Costantinopoli, avvenuta per opera dei Turchi nel 1453, per la sede del patriarcato ecumenico ortodosso comincia un doloroso pellegrinaggio da un posto all’altro della città. Da principio il patriarcato è spostato dalla splendida chiesa dedicata a Santa Sofia (requisita) alla chiesa dei Santi Apostoli, che i Turchi dopo l’occupazione del 1453 avevano ridotto ad un ammasso di macerie. Lo storico <strong>Kritovulos</strong> scrive che “…per 14 ore le orde musulmane si sono accanite contro il bellissimo tempio. Dopo aver fatto a pezzi le reliquie e le ossa degli imperatori  hanno gettato i resti nella calce viva. Così distrutto fu consegnato ai cristiani come sede nuova del patriarcato ecumenico.” (cfr.: <strong>Stilianos Bouris</strong>, <em>Il patriarcato ecumenico fra testimonianza e martirio</em>, pag. 25, in: “Il patriarcato ecumenico”).</p>
<p style="text-align: justify;">Ma non durò molto: i musulmani si ripresero quel tempio per costruirvi la moschea “Fatich”. Il patriarcato ecumenico è perciò costretto, già nel 1456, a spostare la sede a Moni Pammakaristos. Nel 1587 sarà obbligato a un nuovo trasferimento, quando il sultano <strong>Murat III</strong> decise di realizzare un’altra moschea proprio a Moni Pammakaristos, dandogli il nome di “Fetchie Camii”, che significa “tempio della vittoria”, in ricordo della conquista da parte degli Ottomani della Georgia e dell’Armenia cristiane.</p>
<p style="text-align: justify;">Così di nuovo il patriarcato ecumenico emigra altrove, trasferendosi nella chiesa della Vergine Paramythia. Ma non basta: dieci anni più tardi, nel 1597, il patriarcato è costretto a spostare la sua sede nella chiesa di San Demetrio di Xyloportas.</p>
<p style="text-align: justify;">Soltanto tre anni dopo, però, nel 1600 (ad un secolo e mezzo dalla presa di Costantinopoli da parte dei Turchi) al patriarcato fu imposta una sede destinata a durare sino ai nostri giorni: la chiesa patriarcale di San Giorgio al Fanar. In questa piccola chiesa ancora oggi ha sede il patriarcato ecumenico, attualmente guidato da <strong>Bartolomeo I. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non mancano, fra i suoi predecessori, casi di vero e proprio martirio. I fratelli ortodossi in particolare venerano la memoria di <strong>Gregorio V</strong>, arrestato, alla fine della liturgia pasquale del 10 aprile 1821, e dichiarato deposto dai Turchi. Il pomeriggio di quello stesso giorno fu impiccato e il suo corpo lasciato appeso per tre giorni. Infine fu trascinato per le strade della città e gettato in mare.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche con l’avvento, nel 1923, della Turchia laica di <strong>Kemal Ataturk</strong> le cose non migliorarono molto per il patriarcato: “<em>Senza temere di essere smentiti, si può affermare che il patriarcato subì il martirio, anche come istituzione, dal 1923 in poi, con la caduta del califfato dopo la deposizione del sultano Maometto VI e il sorgere del nuovo stato laico turco, il quale ha perseguitato la martoriata Chiesa di Costantinopoli ostacolandola nello svolgimento della sua missione pastorale ed ecclesiastica e spogliandola dei suoi diritti attraverso una serie di decreti miranti a toglierle ogni spazio vitale</em>&#8230;” (cit., pag. 27).</p>
<p style="text-align: justify;">Anche in tempi recenti la situazione non è migliorata, anzi! Dagli anni &#8217;90 fino ai nostri giorni il patriarcato ecumenico attraversa un periodo di particolare difficoltà, perché l&#8217;esodo per sfuggire alle violenze e alle azioni ostili ha causato la quasi totale scomparsa del suo gregge ortodosso, limitato a un numero di sole 3.000 persone (Stilianos Bouris, op. cit., pag. 31).</p>
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		<title>GUERRA AI CRISTIANI (di Omar Ebrahime)</title>
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		<pubDate>Wed, 06 Oct 2010 04:23:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cavallo Roberto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sudan, agosto 2009: sette cristiani, tra cui alcuni ragazzi poco più che adolescenti, vengono crocifissi poco fuori la loro parrocchia da alcuni gruppi fondamentalisti islamici. La notizia, però, arriva in Europa solo molte settimane dopo, grazie alla visita di un Vescovo sudanese che racconta l&#8217;accaduto dettagliando le violenze che i cristiani subiscono da tempo nel Paese, in cui sono minoranza. Incredibilmente, nessuno sembra interessarsene. Forse perché il Sudan è un Paese lontano e l&#8217;Africa è solitamente una terra dimenticata dai grandi mezzi di comunicazione sociale. Trascorre qualche mese ed è la volta dell&#8217;Egitto: all&#8217;uscita dalla Messa di Natale, nove cristiani vengono uccisi e un&#8217;altra decina feriti da un commando terrorista. Si chiude così nel sangue un anno che era cominciato con il sacrificio di un altro cristiano: bruciato vivo in strada per aver frequentato una ragazza islamica. Da tempo infatti in Egitto le chiese sono sorvegliate dalla polizia per garantire una libertà di culto sempre più difficile ma le autorità locali, se da una parte si fanno scudo con proclami di giustizia, dall&#8217;altra finiscono con il non perseguire materialmente i terroristi, favorendo così un&#8217;islamizzazione strisciante del Paese. Poco dopo i fatti d&#8217;Egitto si apprende, grazie al lavoro d&#8217;informazione di agenzie [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Sudan, agosto 2009: sett<a rel="attachment wp-att-5112" href="http://www.recensioni-storia.it/guerra-ai-cristiani-di-omar-ebrahime/copertina_mauro"><img class="alignleft size-full wp-image-5112" title="Copertina_Mauro" src="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2010/10/Copertina_Mauro.jpg" alt="Copertina_Mauro" width="200" height="299" /></a>e cristiani, tra cui alcuni ragazzi poco più che adolescenti, vengono crocifissi poco fuori la loro parrocchia da alcuni gruppi fondamentalisti islamici. La notizia, però, arriva in Europa solo molte settimane dopo, grazie alla visita di un Vescovo sudanese che racconta l&#8217;accaduto dettagliando le violenze che i cristiani subiscono da tempo nel Paese, in cui sono minoranza. Incredibilmente, nessuno sembra interessarsene. Forse perché il Sudan è un Paese lontano e l&#8217;Africa è solitamente una terra dimenticata dai grandi mezzi di comunicazione sociale. Trascorre qualche mese ed è la volta dell&#8217;Egitto: all&#8217;uscita dalla Messa di Natale, nove cristiani vengono uccisi e un&#8217;altra decina feriti da un commando terrorista. Si chiude così nel sangue un anno che era cominciato con il sacrificio di un altro cristiano: bruciato vivo in strada per aver frequentato una ragazza islamica. Da tempo infatti in Egitto le chiese sono sorvegliate dalla polizia per garantire una libertà di culto sempre più difficile ma le autorità locali, se da una parte si fanno scudo con proclami di giustizia, dall&#8217;altra finiscono con il non perseguire materialmente i terroristi, favorendo così un&#8217;islamizzazione strisciante del Paese. Poco dopo i fatti d&#8217;Egitto si apprende, grazie al lavoro d&#8217;informazione di agenzie missionarie come AsiaNews, lo spaventoso martirio dei cristiani in Pakistan. Nel giro di poco più di un mese un uomo e due ragazze minorenni vengono arsi vivi per essersi rifiutati di passare all&#8217;Islam. Prima di essere date alle fiamme, davanti a testimoni, le due ragazze erano state più volte violentate.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono solo alcuni degli episodi del 2010 che Mario Mauro, parlamentare europeo e rappresentante della Presidenza dell’OSCE per la lotta al razzismo, la xenofobia e le discriminazioni, raccoglie nel libro <strong><em>Guerra ai cristiani. Le persecuzioni e le discriminazioni dei cristiani nel mondo</em></strong> (Lindau, Torino, 2010, pp. 132).  L’Autore fa il punto sulle persecuzioni e le discriminazioni che oggi patiscono i cristiani nel mondo <em>in quanto</em> cristiani. Il calvario dei cristiani nei Paesi a maggioranza islamica e che hanno subìto negli ultimi tempi un processo di radicalizzazione del fanatismo è cosa forse nota ai più, ma non c&#8217;è solo l&#8217;Islam fondamentalista. Ci sono anche Paesi orientali in forte sviluppo e che ormai aspirano ad entrare tra i grandi della Terra, come l&#8217;India, dove pure i cristiani subiscono vessazioni di ogni tipo in ragione del fatto che la diffusione del Vangelo potrebbe portare, insieme all&#8217;alfabetizzazione e alla scolarizzazione primaria, anche libertà e diritti ponendo fine alla rigida società classista indiana in cui migliaia di persone, come i cosiddetti “fuori-casta” (<em>dalit</em>), non possiedono praticamente alcuna dignità. Per questo nel 2008 nello stato dell’Orissa si è avuto un vero e proprio ‘pogrom’, pianificato da partiti nazionalisti e fondamentalisti indù, con l&#8217;obiettivo di distruggere un&#8217;intera comunità cristiana. “<em>Rajani Mahi</em>, <em>21 anni</em>, <em>è stata arsa viva mentre cercava di salvare gli ospiti di un orfanotrofio della missione di Bargarh</em> [...], <em>nella stessa regione anche un uomo è stato bruciato vivo</em>, <em>lo stesso giorno a Kandhamal</em>,<em> e una suora è morta carbonizzata dopo essere stata stuprata nel Centro sociale di Bubaneshwar</em>” (pag. 68). La persecuzione è andata avanti per mesi cosicché alla fine gli osservatori internazionali potevano leggere un vero e proprio bollettino di guerra: le vittime (contando insieme fedeli e religiosi) superavano le centinaia, oltre quaranta le chiese distrutte, altre centinaia e centinaia le case abbattute. Se perfino alcuni leader politici nazionali hanno invocato la pulizia etnica “<em>finchè  l</em>&#8216;<em>Orissa non sia liberata dai cristiani</em>” (pag. 69), riscuotendo consenso, senza più il minimo senso di vergogna, non sorprende che altri non abbiano trovato di meglio che accusare le Missionarie della carità (l&#8217;ordine fondato da Madre Teresa di Calcutta) nientemeno che di complotto contro la sicurezza dello Stato. Siamo di fronte con ogni evidenza a qualcosa di impressionante, fuori di ogni logica e che tuttavia suggerisce una riflessione decisiva. Forse mai come nell&#8217;India di oggi si vede come il Vangelo sia <em>veramente</em> fermento di libertà e garante dei diritti fondamentali della persona. E proprio per questo temuto, osteggiato e combattuto da tutti i totalitarismi, da tutte le dittature, da tutti i poteri (statali e non) che si ergono essi stessi a forme di divinità.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;ultimo sguardo dell&#8217;Autore cade non a caso sull&#8217;ideologia che ha insanguinato come nessuno il secolo scorso: il comunismo. Alcuni ne avevano decretato la fine ma ancora oggi resta più vivo che mai in Corea del Nord, Cina, Birmania, Vietnam, Cuba mentre riemerge con altre forme, meno brutali &#8211; ma altrettanto liberticide &#8211; anche in Sudamerica. Proprio nella Corea comunista e ufficialmente atea nel luglio scorso una donna di 33 anni è stata giustiziata in pubblico “<em>perchè distribuiva la Bibbia</em>” (pag. 58). Ma migliaia sarebbero attualmente i cristiani rinchiusi nei campi di lavoro coreani e cinesi (i tristemente famosi “<em>laogai</em>”) e di cui si ignora la fine. E, ancora, le pagine di Mauro si soffermano anche sulla Via Crucis dei cristiani iracheni, che rischiano di scomparire per sempre dalla loro terra natale, sulla sofferenza di quelli che vivono da secoli in Turchia (ricordando il sacrificio di don Andrea Santoro e di mons. Luigi Padovese), fino a toccare le comunità più dimenticate: Iran, Indonesia, Somalia. Dinanzi a questa persecuzione su scala mondiale (documentata anche con numerose foto e siti internet di varie agenzie internazionali e Ong) che fanno dei cristiani il gruppo religioso più perseguitato in assoluto (più del 75% delle discriminazioni religiose nel mondo è diretto contro di loro) viene da chiedersi che cosa sarebbe successo se questi episodi avessero visto come vittime non dei cristiani ma un qualsiasi altro gruppo religioso. Ad esempio, degli ebrei o dei musulmani. Che cosa sarebbe accaduto se in qualche parte del mondo qualcuno, invece dei cristiani, avrebbe crocifisso o dato alle fiamme o giustiziato pubblicamente senza processo degli ebrei o dei musulmani per il solo fatto di essere ebrei o musulmani?</p>
<p style="text-align: justify;">La risposta porta forse alla radice del problema, ovvero che in fondo il destino dei cristiani non interessa a nessuno, neanche a chi dovrebbe difendere per primo le radici cristiane dell&#8217;Europa (che infatti sono state negate). La questione appare talmente vera che un attivista per i diritti dei cristiani pakistani, interpellato recentemente su che cosa dovrebbe fare oggi l&#8217;Europa, ha risposto con le lacrime agli occhi: “Io penso che l&#8217;Europa dovrebbe ritrovare anzitutto la sua fede”. Padre Bernardo Cervellera, direttore di AsiaNews e studioso delle minoranze cristiane nel mondo, da parte sua concorda pienamente, mettendo in luce la ‘strana’ alleanza dei nostri giorni tra il laicismo nichilista occidentale e i dispotismi liberticidi orientali: “<em>È l</em>’<em>indifferenza della comunità internazionale</em>,<em> e dell</em>’<em>Europa in particolare</em>, <em>il più grande alleato dei paesi che ostacolano la libertà religiosa” </em>(pag. 33).           </p>
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		<title>LA VIA TURCA DELLE ARMI PER HEZBOLLAH</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Aug 2010 18:39:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cavallo Roberto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[  Riportiamo dal sito www.informazionecorretta.com un articolo comparso sul Corriere della Sera dell&#8217;11/08/2010 (pag. 17), a firma di Guido Olimpio dal titolo &#8221; La via turca delle armi per Hezbollah &#8220;:   &#8220;L’Hezbollah, sicuro della sua forza e consapevole del proprio peso politico, cerca altre armi. E le avrà, presto, attraverso un nuovo canale. Ad aprirlo l’apparato segreto dei pasdaran insieme ai turchi. I dettagli — secondo indiscrezioni — sono stati stabiliti durante un recente incontro che ha avuto come protagonisti il capo degli 007 dei pasdaran Hussein Taeb e il nuovo responsabile dei servizi turchi Hakan Fidan, ritenuto un duro e pronto ad allacciare rapporti con il regime integralista sciita. La via turca — come è stata definita da fonti occidentali — servirà per l’invio di carichi bellici sofisticati. Armi, apparati di puntamento e razzi che saranno spediti dal territorio turco verso la Siria, poi da qui proseguiranno fino in Libano. Per trasferirli camion, veicoli industriali e anche vetture. Gli 007, in stretto coordinamento con emissari dell’Hezbollah, dovranno facilitare il passaggio e garantire la sicurezza. Vegliando sulle rotte dei carichi, fornendo un eventuale appoggio al confine. Hakan Fidan avrebbe anche incaricato dei suoi funzionari di creare una buona copertura al fine di tenere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p> </p>
<div id="attachment_4862" class="wp-caption alignleft" style="width: 190px"><a rel="attachment wp-att-4862" href="http://www.recensioni-storia.it/la-via-turca-delle-armi-per-hezbollah/libano"><img class="size-full wp-image-4862" title="LIBANO" src="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2010/08/LIBANO.jpg" alt="Nella foto: Hassan Nasrallah, leader di Hezbollah in Libano" width="180" height="250" /></a><p class="wp-caption-text">Nella foto: Hassan Nasrallah, leader di Hezbollah in Libano</p></div>
<p>Riportiamo dal sito <em>www.i</em><em>nformazionecorretta.com </em>un articolo comparso sul Corriere della Sera dell&#8217;11/08/2010 (pag. 17), a firma di Guido Olimpio dal titolo &#8221; La via turca delle armi per Hezbollah &#8220;:</p>
<p> </p>
<p>&#8220;L’Hezbollah, sicuro della sua forza e consapevole del proprio peso politico, cerca altre armi. E le avrà, presto, attraverso un nuovo canale. Ad aprirlo l’apparato segreto dei pasdaran insieme ai turchi.</p>
<p>I dettagli — secondo indiscrezioni — sono stati stabiliti durante un recente incontro che ha avuto come protagonisti il capo degli 007 dei pasdaran Hussein Taeb e il nuovo responsabile dei servizi turchi Hakan Fidan, ritenuto un duro e pronto ad allacciare rapporti con il regime integralista sciita.</p>
<p>La via turca — come è stata definita da fonti occidentali — servirà per l’invio di carichi bellici sofisticati. Armi, apparati di puntamento e razzi che saranno spediti dal territorio turco verso la Siria, poi da qui proseguiranno fino in Libano. Per trasferirli camion, veicoli industriali e anche vetture. Gli 007, in stretto coordinamento con emissari dell’Hezbollah, dovranno facilitare il passaggio e garantire la sicurezza. Vegliando sulle rotte dei carichi, fornendo un eventuale appoggio al confine. Hakan Fidan avrebbe anche incaricato dei suoi funzionari di creare una buona copertura al fine di tenere lontani altri apparati militari turchi ed evitare brutte sorprese.</p>
<p>Gli iraniani, in sostanza, vogliono costruire un network identico a quello creato da tempo in Sudan e finalizzato all’assistenza in favore di Hamas. A Khartoum operano «uffici misti», con agenti khomeinisti, palestinesi e sudanesi che si avvalgono di complicità in Egitto. Attività che Fidan è in grado oggi di offrire in Turchia. L’intreccio irano-turco è guardato con preoccupazione nelle capitali occidentali in quanto sono evidenti i rischi per la sicurezza. I servizi di Ankara sono tra i migliori della regione, hanno grande conoscenza della realtà in Medio Oriente, sanno come muoversi sulle rotte dei traffici clandestini. E quelli iraniani non sono da meno.</p>
<p>A Teheran l’asse con la Turchia serve non solo per rifornire l’alleato Hezbollah ma anche per tenere d’occhio la comunità iraniana in esilio che ha trasformato Istanbul nella sua capitale. Un’occasione da non perdere per gli ayatollah.&#8221;</p>
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		<title>PREGHIERA PER IL NOSTRO VESCOVO  UCCISO IN TURCHIA</title>
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		<pubDate>Sun, 13 Jun 2010 21:41:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cavallo Roberto</dc:creator>
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		<category><![CDATA[GEOPOLITICA]]></category>
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		<description><![CDATA[Messaggio del Vescovo Mons. Luigi Negri per la morte di Mons. Padovese.   Comunicato Stampa del 07/06/2010:   &#8220;Mons. Luigi Negri, Vescovo di San Marino-Montefeltro, e tutta la comunità diocesana partecipano, profondamente, al dolore della Chiesa cattolica in Turchia e dell&#8217;intera Chiesa universale per il barbaro assassinio di Monsignor Luigi Padovese, Vicario Apostolico in Turchia. Al Vescovo, per temperamento, non piacciono le analisi sugli eventi tesi a stabilire tutti gli aspetti che entrano a determinare un certo fatto; il Vescovo guarda a Mons. Padovese come a un martire, l&#8217;ultimo martire di questa corona di martiri che segnano, di fronte al mondo, la forza della testimonianza cristiana. Chi guida una Chiesa piccola in un contesto culturale, religioso, sociale e politico certamente estraneo, se non propriamente avverso, e muore quali che siano le contingenze di questo fatto, da alla sua morte, com’è stato autorevolmente indicato, il sapore del martirio. Riconosciamo in S.E. Mons. Padovese un testimone limpido e radicale dell&#8217;evento evangelico e, insieme, un uomo dotato di una straordinaria capacità di proporre il Vangelo in termini di dialogo, di sollecitazione, di amicizia, di accettazione gioiosa delle differenze perché si affermasse comunque una convivenza benevola. Tutto questo è stato stroncato; ciò che rimane [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Messaggio del Vescovo Mons. Luigi Negri per la morte di Mons. Padovese.</p>
<p> </p>
<div id="attachment_4482" class="wp-caption alignleft" style="width: 298px"><a rel="attachment wp-att-4482" href="http://www.recensioni-storia.it/preghiera-per-il-nostro-vescovo-ucciso-in-turchia/turecko"><img class="size-full wp-image-4482 " title="Mons. Luigi Padovese" src="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2010/06/turecko.jpg" alt="Mons. Luigi Padovese, O.F.M." width="288" height="216" /></a><p class="wp-caption-text">Mons. Luigi Padovese, O.F.M.</p></div>
<p>Comunicato Stampa del 07/06/2010:</p>
<p> </p>
<p>&#8220;Mons. Luigi Negri, Vescovo di San Marino-Montefeltro, e tutta la comunità diocesana partecipano, profondamente, al dolore della Chiesa cattolica in Turchia e dell&#8217;intera Chiesa universale per il barbaro assassinio di Monsignor Luigi Padovese, Vicario Apostolico in Turchia. Al Vescovo, per temperamento, non piacciono le analisi sugli eventi tesi a stabilire tutti gli aspetti che entrano a determinare un certo fatto; il Vescovo guarda a Mons. Padovese come a un martire, l&#8217;ultimo martire di questa corona di martiri che segnano, di fronte al mondo, la forza della testimonianza cristiana. Chi guida una Chiesa piccola in un contesto culturale, religioso, sociale e politico certamente estraneo, se non propriamente avverso, e muore quali che siano le contingenze di questo fatto, da alla sua morte, com’è stato autorevolmente indicato, il sapore del martirio. Riconosciamo in S.E. Mons. Padovese un testimone limpido e radicale dell&#8217;evento evangelico e, insieme, un uomo dotato di una straordinaria capacità di proporre il Vangelo in termini di dialogo, di sollecitazione, di amicizia, di accettazione gioiosa delle differenze perché si affermasse comunque una convivenza benevola. Tutto questo è stato stroncato; ciò che rimane è la sua altissima testimonianza, ma rimane anche, in tutti noi, come ci ha ricordato in maniera straordinaria il Santo Padre Benedetto XVI, la grande responsabilità di non perdere la pazienza, di non perdere la fiducia che, alla fine, una volontà reale di dialogo e di collaborazione, pur nella consapevolezza delle differenze religiose, culturali, sociali e politiche avrà un suo esito, indubbiamente positivo. A questo nuovo martire si indirizzano anche le nostre preghiere perché protegga dal cielo il nostro quotidiano cammino fatto di sacrifici e di letizia.&#8221;</p>
<p>Lunedì 14 giugno si terranno i funerali di Monsignor Luigi Padovese.</p>
<p>via<a href="http://www.totustuus.name/showthread.php?p=32087"> Preghiera per il nostro Vescovo ucciso in Turchia. &#8211; I forum di Totus Tuus</a>.</p>
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		<title>&#8230;MA LA TURCHIA SAPEVA TUTTO (di Gian Micalessin)</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Jun 2010 04:52:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cavallo Roberto</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Israele]]></category>
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		<description><![CDATA[Dal sito  &#8220;Informazione corretta&#8221; riportiamo l&#8217;articolo di Gian Micalessin pubblicato su &#8220;il Giornale&#8221; di giovedì 3 giugno 2010 (titolo redazionale): &#8220;Ora è tutto chiaro. Ora anche l’ultimo tassello del trappolone costato la gogna internazionale ad Israele è evidente. Mentre in Israele l’intelligence indaga sull’identità di 50 misteriosi attivisti tutti senza documenti, ma tutti con in tasca qualche migliaio di dollari in biglietti dello stesso taglio, a Istanbul i giornalisti hanno già la risposta. Quei cinquanta uomini senza nome catturati a bordo dell’ammiraglia della spedizione per Gaza sono probabilmente &#8211; come le nove vittime dell’incidente (quattro dei quali turchi) &#8211; militanti islamici reclutati dall’organizzazione “umanitaria” turca Ihh (Insani Yardim Vakfi”, &#8211; “Fondo di aiuto umanitario”) proprietaria della nave ammiraglia e di due mercantili utilizzati per la spedizione su Gaza. Un’organizzazione sospettata, come già scritto dal Giornale, di pesanti collusioni con Hamas e con i gruppi dell’internazionale jihadista. Un’organizzazione umanitaria pronta sin dalle prime ore a trasformare la tragedia in opportunità, come spiega al Giornale Menachem Genz, l’inviato del quotidiano israeliano &#8220;Yediot Ahronot&#8221;, arrivato a Istanbul lunedì mattina. «Il clima nella sede dell’Ihh era surreale, nessuno sembrava sconvolto, nessuno si preoccupava, come sarebbe umano, di sapere chi e quanti fossero i morti&#8230; [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dal sito  &#8220;<em>Informazione corretta</em>&#8221; riportiamo l&#8217;articolo di Gian Micalessin pubblicato su &#8220;il Giornale&#8221; di giovedì 3 giugno 2010 (titolo redazionale):</p>
<p>&#8220;Ora è tutto chiaro. Ora anche l’ultimo tassello del trappolone costato la gogna internazionale ad Israele è evidente. Mentre in Israele l’intelligence indaga sull’identità di 50 misteriosi attivisti tutti senza documenti, ma tutti con in tasca qualche migliaio di dollari in biglietti dello stesso taglio, a Istanbul i giornalisti hanno già la risposta. Quei cinquanta uomini senza nome catturati a bordo dell’ammiraglia della spedizione per Gaza sono probabilmente &#8211; come le nove vittime dell’incidente (quattro dei quali turchi) &#8211; militanti islamici reclutati dall’organizzazione “umanitaria” turca Ihh (Insani Yardim Vakfi”, &#8211; “Fondo di aiuto umanitario”) proprietaria della nave ammiraglia e di due mercantili utilizzati per la spedizione su Gaza.</p>
<div id="attachment_4419" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a rel="attachment wp-att-4419" href="http://www.recensioni-storia.it/ma-la-turchia-sapeva-tutto-di-gian-micalessin/zb950_153926_0114"><img class="size-medium wp-image-4419" title="ZB950_153926_0114" src="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2010/06/Turchia-Palestina-300x175.jpg" alt="Manifestazioni congiunte turco-palestinesi. Dove è finita la sbandierata &quot;laicità&quot; della Turchia?" width="300" height="175" /></a><p class="wp-caption-text">Manifestazioni congiunte turco-palestinesi. Dove è finita la sbandierata &quot;laicità&quot; della Turchia?</p></div>
<p>Un’organizzazione sospettata, come già scritto dal Giornale, di pesanti collusioni con Hamas e con i gruppi dell’internazionale jihadista. Un’organizzazione umanitaria pronta sin dalle prime ore a trasformare la tragedia in opportunità, come spiega al Giornale Menachem Genz, l’inviato del quotidiano israeliano &#8220;Yediot Ahronot&#8221;, arrivato a Istanbul lunedì mattina. «Il clima nella sede dell’Ihh era surreale, nessuno sembrava sconvolto, nessuno si preoccupava, come sarebbe umano, di sapere chi e quanti fossero i morti&#8230; l’unico obbiettivo era usare al meglio l’opportunità mediatica, concedere interviste, ripetere gli stessi slogan e amplificare al massimo la portata dei fatti. Sembrava quasi un film&#8230; nulla succedeva per caso&#8230;. tutta quella gente recitava una parte studiata a lungo e preparata accuratamente». L’incontro con Isat Yilmanz, un militante dell’organizzazione convinto che suo fratello Ilyas fosse morto sulla nave, contribuisce a rafforzare l’impressione del giornalista. «Io gli chiedevo perché ne fosse così certo e lui continuava a spiegarmi che suo fratello era partito con la precisa intenzione di morire martire per la Palestina». Il racconto di Genz è confermato anche da altri parenti delle vittime turche, tutti concordi nello spiegare ai giornali locali che i loro cari «cercavano il martirio».</p>
<p>«Prima di imbarcarsi mi ha ripetuto più volte di voler diventare un martire, lo desiderava tanto», racconta al quotidiano <em>Milliyet Sabir Ceylan</em>, amico del 39enne Ali Haydar Bengi, proprietario di un negozio di cellulari di Diyarbakir inserito nell’elenco dei quattro morti turchi. «Aiutava gli oppressi. Da anni desiderava andare in Palestina e pregava Allah di farlo diventare un martire», conferma la moglie di Bengi rimasta sola con quattro figli. Anche Ali Ekber Yaratilmis, 55 anni, padre di cinque figli e volontario dell’Ihh, «desiderava da sempre una morte da martire», spiega al quotidiano Sabah l’amico Mehmet Faruk Cevher. Una terza vittima turca, il 61enne Ibrahim Bilgen, originario del sud est del Paese e militante di un partito legato al fondamentalismo islamico viene descritto dal cognato Nuri come «un uomo e un filantropo esemplare&#8230; il martirio gli si addiceva proprio&#8230; Allah gli ha concesso la morte che desiderava».</p>
<p>Sulla base di queste dichiarazioni riprese dai quotidiani turchi anche il mistero dei cinquanta uomini senza nome nelle mani degli israeliani risulta più chiaro. La somma di qualche migliaio di dollari in biglietti dallo stesso taglio trovata nelle tasche di ciascuno di loro era la ricompensa riconosciuta dall’Ihh alla punta di lancia della spedizione. Una sorta di paga anticipata destinata a chi aveva il compito di mettere a repentaglio la propria vita per innescare una reazione israeliana e costringere i soldati di Tsahal ad aprire il fuoco. Quell’avanguardia “kamikaze” strutturata come la punta di lancia della spedizione aveva visori notturni per individuare i movimenti degli israeliani, giubbotti antiproiettile per sopravvivere alle prime fasi dello scontro, spranghe, biglie d’acciaio e coltelli per massacrare i soldati scesi sulle navi e indurre i loro colleghi ad aprire il fuoco per salvarli. Un film scritto in anticipo e trasformato in realtà all’alba di lunedì.&#8221;</p>
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		<title>TELEFONATE E SOLDI AI TERRORISTI. I FALSI BENEFATTORI TURCHI (di Andrea Morigi)</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Jun 2010 06:10:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cavallo Roberto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Da &#8220;Libero&#8221; del 1° giugno 2010 leggiamo e riportiamo l&#8217;articolo di Andrea Morigi  (pagg.1-18): &#8220;Dieci vittime fra gli attivisti filo-palestinesi che volevano forzare il blocco navale su Gaza. Sapeva bene con chi aveva a che fare la marina israeliana che ha attaccato ieri mattina dopo essere stata bersagliata da colpi d’arma da fuoco partiti dalle navi di una flottiglia turca. Sotto la sigla innocua della “Fondazione per i diritti e le libertà umane e il soccorso umanitario”, che ha organizzato la Flottiglia Freedom, si nasconde la rete del terrorismo islamico internazionale. C’è anche un capitolo italiano nella vicenda, che parte dal legame fra il centro islamico milanese di viale Jenner e il gruppo turco colpito ieri. Si scopre fra le carte di un’inchiesta francese su Al Qaeda, condotta dal giudice francese Jean-Louis Bruguière nel 1996. Da Istanbul, come risulta dai tabulati telefonici dell’epoca, chiamavano spesso i “fratelli” di Milano. Il periodo corrisponde proprio agli anni del passaggio di consegne, alla “moschea” di viale Jenner, fra l’imam-terrorista ucciso in Bosnia Anwar Shaaban e il suo successore Abu Imad, che attualmente sconta una pena a tre anni e otto mesi per terrorismo. Non è impossibile stabilire quali fossero gli interessi comuni. Nata [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_4392" class="wp-caption alignleft" style="width: 123px"><a rel="attachment wp-att-4392" href="http://www.recensioni-storia.it/telefonate-e-soldi-ai-terroristi-i-falsi-benefattori-turchi-di-andrea-morigi/andrea_morigi"><img class="size-full wp-image-4392" title="andrea_morigi" src="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2010/06/andrea_morigi.jpg" alt="andrea_morigi" width="113" height="138" /></a><p class="wp-caption-text">Nella foto: il giornalista Andrea Morigi</p></div>
<p>Da &#8220;Libero&#8221; del 1° giugno 2010 leggiamo e riportiamo l&#8217;articolo di Andrea Morigi  (pagg.1-18):</p>
<p>&#8220;Dieci vittime fra gli attivisti filo-palestinesi che volevano forzare il blocco navale su Gaza. Sapeva bene con chi aveva a che fare la marina israeliana che ha attaccato ieri mattina dopo essere stata bersagliata da colpi d’arma da fuoco partiti dalle navi di una flottiglia turca. Sotto la sigla innocua della “Fondazione per i diritti e le libertà umane e il soccorso umanitario”, che ha organizzato la Flottiglia Freedom, si nasconde la rete del terrorismo islamico internazionale. C’è anche un capitolo italiano nella vicenda, che parte dal legame fra il centro islamico milanese di viale Jenner e il gruppo turco colpito ieri. Si scopre fra le carte di un’inchiesta francese su Al Qaeda, condotta dal giudice francese Jean-Louis Bruguière nel 1996. Da Istanbul, come risulta dai tabulati telefonici dell’epoca, chiamavano spesso i “fratelli” di Milano. Il periodo corrisponde proprio agli anni del passaggio di consegne, alla “moschea” di viale Jenner, fra l’imam-terrorista ucciso in Bosnia Anwar Shaaban e il suo successore Abu Imad, che attualmente sconta una pena a tre anni e otto mesi per terrorismo. Non è impossibile stabilire quali fossero gli interessi comuni. Nata nel 1992, ma registrata ufficialmente soltanto nel 1995, con lo scopo di fornire aiuti umanitari alla vittime musulmane durante la guerra in Bosnia, l’Ihh ha ottenuto lo status di osservatore al Consiglio economico e sociale dell’Onu ed è presente in circa 120 zone di conflitto e di guerra tra cui la Cecenia, il Pakistan e i Territori palestinesi. Qualche sospetto nei loro confronti era sorto alle stesse autorità turche, nel 1997. Mancavano ancora cinque anni all’avvento al potere di Recep Tayyp Erdogan e del suo partito islamico e nell’ufficio dell’Ihh a Istanbul erano state scoperte armi da fuoco, esplosivo, manuali per la fabbricazione di bombe e di una “bandiera della jihad”. Per gli inquirenti, alcuni membri del gruppo stavano per partire verso l’Afghanistan, la Cecenia e la Bosnia. Se non li avessero arrestati sarebbero andati a combattere. «Ma eravamo un’organizzazione giovane», risponde il leader dell’Ihh Bülent Yildirim, spiegando che, all’epoca, «i nostri uffici erano aperti a tutti» e comunque, «a parte due colpi di telefono, non è mai stato provato nulla». Per cautela, durante il terremoto del 1999 in Turchia, le autorità della protezione civile avevano impedito all’Ihh di operare sui luoghi del disastro. Il governo di allora li riteneva un gruppo fondamentalista che non garantiva la necessaria trasparenza finanziaria. Ufficialmente l’Ihh si finanzia con la zakat, ovvero la tassa per il culto che i musulmani versano per opere di beneficenza. E fra queste ultime, la dottrina islamica non esclude la guerra santa. Anche se la loro copertura riesce a ingannare molti sprovveduti, i turchi di Ihh non hanno fondato un’organizzazione pacifista. Lo sa bene Israele, che nel 2008 l’ha bandita dal proprio territorio, con l’accusa di finanziare Hamas e il terrorismo islamico attraverso un’organizzazione-ombrello, l’Unione del Bene che, secondo un documento sequestrato dalle forze armate israeliane nel 2002, forniva indirettamente sostegno finanziario alle famiglie degli attentatori suicidi responsabili di almeno tre stragi ai danni della popolazione israeliana. Nel 2006 un rapporto dell’analista americano Evan Kohlmann aveva messo tutti questi sospetti nero su bianco, accusando anche Ihh di aver finanziato l’insorgenza dei sunniti in Iraq. E l’esercito israeliano un mese fa aveva arrestato il responsabile della ong Izzet Sahin in Cisgiordania per poi consegnarlo alla Turchia. Ma era già riuscito a trasferire decine di migliaia di dollari dall’Ihh a due “enti di beneficenza”, la Società caritativa islamica di Hebron e la Al-Tadhamun di Nablus. E proprio quest’ultima finanziava le famiglie dei kamikaze.&#8221;</p>
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		<title>PERCHE&#8217; LA TURCHIA NON PUO&#8217; ENTRARE IN EUROPA</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Sep 2009 04:20:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cavallo Roberto</dc:creator>
				<category><![CDATA[GEOPOLITICA]]></category>
		<category><![CDATA[Turchia]]></category>

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		<description><![CDATA[Il geopolitologo italo-francese Alexandre del Valle è autore di numerosi saggi sul terrorismo, sull’islam radicale, sui conflitti balcanici e sul Mediterraneo. Collabora a varie riviste italiane e francesi e i suoi scritti sono tradotti in diverse parti del mondo. Del Valle è in particolare un eccellente conoscitore della realtà turca, e in tale veste è stato anche consulente del presidente francese Nicolas Sarkozy. Le casa editrice “Guerini E Associati”, da sempre molto  attenta al problema dei diritti umani in Turchia, ha pubblicato quest’anno una sua opera dal titolo: “Perché la Turchia non può entrare in Europa” (Milano, 2009, pagg. 237). Nel 2005 la Commissione europea ha aperto i negoziati per l’ammissione della Turchia nell’Unione Europea, trascurando, però, le condizioni poste dal Parlamento europeo nel 1987. Tali condizioni imponevano – oltre al ritiro immediato delle truppe dalla parte settentrionale di Cipro, illegalmente occupata fin dal 1974 con l’espulsione di 200mila greco-ciprioti dalle loro terre – il riconoscimento ufficiale del genocidio armeno, il rispetto dei diritti dell’uomo, l’interruzione di ogni atteggiamento persecutorio nei confronti delle minoranze etnico-religiose anatoliche. Perché – si chiede del Valle – questa recente strana indulgenza nei confronti di Ankara, che contraddice gli stessi principi democratici su cui è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center">
<p><a rel="attachment wp-att-3209" href="http://www.recensioni-storia.it/?attachment_id=3209"><img class="alignleft size-medium wp-image-3209" title="TurchiaNonEntrareEuropa-DelValle_4_1" src="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2009/09/TurchiaNonEntrareEuropa-DelValle_4_1-182x300.jpg" alt="TurchiaNonEntrareEuropa-DelValle_4_1" width="182" height="300" /></a>Il geopolitologo italo-francese <strong>Alexandre del Valle</strong> è autore di numerosi saggi sul terrorismo, sull’islam radicale, sui conflitti balcanici e sul Mediterraneo. Collabora a varie riviste italiane e francesi e i suoi scritti sono tradotti in diverse parti del mondo. Del Valle è in particolare un eccellente conoscitore della realtà turca, e in tale veste è stato anche consulente del presidente francese <strong>Nicolas Sarkozy</strong>. Le casa editrice “<em>Guerini E Associati</em>”, da sempre molto  attenta al problema dei diritti umani in Turchia, ha pubblicato quest’anno una sua opera dal titolo: “<em>Perché la Turchia non può entrare in Europa</em>” (Milano, 2009, pagg. 237).</p>
<p>Nel 2005 la <em>Commissione</em> europea ha aperto i negoziati per l’ammissione della Turchia nell’Unione Europea, trascurando, però, le condizioni poste dal <em>Parlamento</em> europeo nel 1987. Tali condizioni imponevano – oltre al ritiro immediato delle truppe dalla parte settentrionale di Cipro, illegalmente occupata fin dal 1974 con l’espulsione di 200mila greco-ciprioti dalle loro terre – il riconoscimento ufficiale del genocidio armeno, il rispetto dei diritti dell’uomo, l’interruzione di ogni atteggiamento persecutorio nei confronti delle minoranze etnico-religiose anatoliche.</p>
<p>Perché – si chiede del Valle – questa recente strana indulgenza nei confronti di Ankara, che contraddice gli stessi principi democratici su cui è fondata l’Unione Europea? A favore giocano certamente l’appartenenza della Turchia alla NATO, il suo ruolo di attore strategico nell’ambito delle dinamiche mediorientali, nonché la prospettiva dell’apertura di un nuovo, popoloso mercato per gli Stati europei in cerca di consumatori. Ma proprio l’aspetto demografico dovrebbe preoccuparci, avverte l’Autore, perché fra 10 anni, nel 2020, la Turchia &#8211; secondo il normale trend di crescita &#8211; avrà 90 milioni di abitanti e, di conseguenza, una volta accolta nell’Unione, disporrebbe del maggior numero di parlamentari europei. L’U.E. avrebbe così fra i suoi Stati membri un paese islamico in grado di far valere a livello legislativo istanze religiose e culturali sostanzialmente estranee  alle tradizioni del nostro continente. Tutto questo mentre ancora oggi in Turchia alcuni settori pubblici, civili o militari, sono di fatto vietati a cristiani e ad ebrei, la cui appartenenza religiosa compare sulle carte di identità. Ancora: nella parte turca di Cipro ogni riferimento al passato cristiano viene meticolosamente cancellato, anche se in gioco vi sono insigni monumenti che meriterebbero di essere salvaguardati, almeno per il loro valore artistico. Per del Valle anche la tanto propagandata laicità della Turchia merita in realtà qualche attenta riflessione. Ed infatti il regime laico impostato da Kemal Ataturk negli anni ’20  “… <em>contiene in sé  tutte le condizioni potenziali per essere un giorno rovesciato  e fare rinascere al suo posto un nuovo, potente e riconosciuto Califfato. E l’eventualità, un domani, di ritrovarsi in casa Al-Qaeda, risulta un rischio ovviamente troppo grosso per l’Unione Europea</em>.”</p>
<p>Senza ipocrisie o moralismi, del Valle utilizza le sue vaste competenze in ambito geopolitico, la profonda, diretta conoscenza della situazione turca e un’affilata intelligenza critica per esporre, in tutta la sua crudezza, un tema che toccherà profondamente il destino della nostra civiltà e delle generazioni future.</p>
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		<title>DIARIO DI VIAGGIO NELLA TURCHIA DI BARTOLOMEO I E DEL PICCOLO GREGGE CRISTIANO. L&#8217;ULTIMA FATICA DI ALDO MARIA VALLI PER LE EDIZIONI PAOLINE (Corriere del Giorno, 28 luglio 2009, pag. 27)</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Aug 2009 10:05:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cavallo Roberto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Corriere del Giorno]]></category>
		<category><![CDATA[GEOPOLITICA]]></category>
		<category><![CDATA[TESTATE GIORNALISTICHE]]></category>
		<category><![CDATA[Turchia]]></category>

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		<description><![CDATA[In Turchia &#8211; terra natale dell&#8217;apostolo Paolo e dell&#8217;evangelista Luca &#8211; la popolazione supera i 70 milioni di abitanti ed è oggi nella quasi totalità musulmana. Della residua minoranza fanno parte circa 60.000 armeni ortodossi, 25.000 ebrei e meno di 3.000 greco ortodossi appartenenti al patriarcato di Costantinopoli. Sono questi tre i soli gruppi religiosi ai quali il governo riconosce uno speciale statuto di minoranza, interpretando in tal senso il Trattato di Losanna del 1923: uno statuto che peraltro non estende il riconoscimento legale alle gerarchie religiose. Al patriarca di Costantinopoli, in particolare, il governo non riconosce il carattere di patriarca &#8220;ecumenico&#8221; per l&#8217;intera ortodossia. Mancano statistiche precise, ma si stima che i cristiani in Turchia difficilmente superino i 100.000. I cattolici sarebbero circa 25.000, con sei vescovi; gli ortodossi di rito siriaco 10.000; i protestanti di varie denominazioni 3.000. Tutti gli esponenti di queste minoranze sono fortemente favorevoli all&#8217;ingresso della Turchia in Europa, che potrebbe comportare un miglioramento delle loro condizioni di vita. Oltre a mancare di un riconoscimento giuridico, infatti, tali minoranze sono impedite di costruire e persino di restaurare i luoghi di culto, di possedere edifici e terreni, di aprire scuole. Ai cristiani sono vietate talune cariche [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><span style="font-style: normal;"><a rel="attachment wp-att-3074" href="http://www.recensioni-storia.it/?attachment_id=3074"><img class="alignleft size-full wp-image-3074" title="06h76" src="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2009/08/06h76.jpg" alt="06h76" width="160" height="249" /></a>In Turchia &#8211; terra natale dell&#8217;apostolo Paolo e dell&#8217;evangelista Luca &#8211; la popolazione supera i 70 milioni di abitanti ed è oggi nella quasi totalità musulmana. Della residua minoranza fanno parte circa 60.000 armeni ortodossi, 25.000 ebrei e meno di 3.000 greco ortodossi appartenenti al patriarcato di Costantinopoli. Sono questi tre i soli gruppi religiosi ai quali il governo riconosce uno speciale statuto di minoranza, interpretando in tal senso il Trattato di Losanna del 1923: uno statuto che peraltro non estende il riconoscimento legale alle gerarchie religiose. Al patriarca di Costantinopoli, in particolare, il governo non riconosce il carattere di patriarca &#8220;ecumenico&#8221; per l&#8217;intera ortodossia. Mancano statistiche precise, ma si stima che i cristiani in Turchia difficilmente superino i 100.000. I cattolici sarebbero circa 25.000, con sei vescovi; gli ortodossi di rito siriaco 10.000; i protestanti di varie denominazioni 3.000. Tutti gli esponenti di queste minoranze sono fortemente favorevoli all&#8217;ingresso della Turchia in Europa, che potrebbe comportare un miglioramento delle loro condizioni di vita. Oltre a mancare di un riconoscimento giuridico, infatti, tali minoranze sono impedite di costruire e persino di restaurare i luoghi di culto, di possedere edifici e terreni, di aprire scuole. Ai cristiani sono vietate talune cariche e professioni, in particolare quelle militari. La minuscola comunità greco-ortodossa è una delle più colpite da discriminazioni. </span></em></p>
<p><em> &#8220;La Porta accanto. Diario di viaggio nella Turchia di Bartolomeo I e del piccolo gregge cristiano&#8221; </em>(Paoline, 2006, pagg. 143, euro 14,50) è il più recente volume di Aldo Maria Valli, vaticanista esperto &#8211; più volte al seguito di Giovanni Paolo II nei suoi viaggi-, nonché capo della redazione esteri del Tg3 e di recente  passato al Tg1.</p>
<p>Come recita il sotto titolo, il libro è il resoconto di un viaggio in Turchia, realizzato quasi in concomitanza con quel famoso discorso tenuto da Benedetto XVI all’università di Regensburg, che, facendo stato del dialogo culturale fra islam e cristianesimo, suscitò tante polemiche – e violenze – da parte del mondo islamico, tanto da costringere successivamente il pontefice a chiarire il proprio pensiero.</p>
<p>Un viaggio in Turchia dunque. Aldo Maria Valli si mette in cammino animato da intenti non esclusivamente turistici.  Un grande interrogativo lo accompagna: com’è possibile che la culla del cristianesimo neotestamentario, teatro di tutto il dibattito dogmatico della Chiesa delle origini, sia diventata terra di un’infima minoranza cristiana, per di più quasi totalmente straniera? Che ne è dei cristiani di Turchia? (pag. 21). Perché proprio in Turchia si sono verificati efferati delitti contro la religione cristiana come l&#8217;assassinio di don Andrea Santoro?</p>
<p>A tal proposito nella prefazione lo storico Andrea Riccardi (fondatore della Comunità di Sant’Egidio) si chiede: “<em>Sono realtà o solo fantasmi che riaffiorano da un passato ormai smarrito? Qualche volta si ha la sensazione di resti del passato e di ultimi rampolli di una famiglia che non ha domani. Non solo i greci, ma gli armeni, i siriaci, gli assiri, ma anche i cattolici di vari riti, latini, armeni, caldei, siro-cattolici e infine i protestanti. Il lettore occidentale si perde tra le tante denominazioni cristiane o anche solo cattoliche. Eppure ogni comunità ha la sua tradizione teologica e liturgica, talvolta la sua lingua, la sua storia, spesso segnata da tanta sofferenza..</em>. “ (pag. 11).</p>
<p>Sì, la sofferenza: forse è proprio questo il tratto che più di tutti oggi accomuna tali brandelli di cristianesimo, ridotti al lumicino da decenni di persecuzione cruenta o strisciante, ma alla lunga insostenibile.</p>
<p>Ed ecco i numeri. All’inizio del ventesimo secolo i cristiani erano il 32% della popolazione, oggi sono meno dello 0,1%. Fino a 70 o 80 anni fa i cristiani si incontravano dappertutto in Anatolia. Erano una parte cospicua della popolazione. Poi le stragi della prima guerra mondiale, gli scambi di popolazione tra Grecia e Turchia, l’ostilità, l’emigrazione hanno fatto il vuoto. Oggi sono quasi scomparsi (pag. 14).</p>
<p>In Turchia per i cristiani non c’è stata solo la persecuzione cruenta (dal genocidio armeno del 1915 all’assassinio di don Andrea Santoro nel 2006).</p>
<p>La persecuzione può non conoscere la violenza del sangue, ma alla fine il risultato è lo stesso: l’eliminazione della presenza cristiana. Ecco di seguito taluni esempi di persecuzione “amministrativa”:<em> “…La religione di appartenenza è registrata sulla carta d’identità e per chi cerca lavoro essere cristiano non è certo un vantaggio.</em> <em>La legge non vieta ad un musulmano di cambiare religione, ma quando questo avviene scatta la riprovazione sociale. La Chiesa cattolica non ha personalità giuridica, il che apre la porta ad infinite controversie nelle quali le parrocchie e le istituzioni cattoliche sono sempre in posizione di inferiorità e debolezza…Mi dicono che, per esempio, per un non musulmano acquistare un terreno è praticamente impossibile</em>.” (pagg. 76-77). E’ naturale che con l’emigrazione &#8211; inseguendo il miraggio dell’Europa o degli Stati Uniti &#8211; le comunità si siano assottigliate fino a lasciare le chiese vuote. Per i governi nazionalisti e pan-islamici che si sono susseguiti è stato un gioco da ragazzi trasformarle in musei, dove oggi i turisti per entrare pagano il biglietto d’ingresso.</p>
<p>Resta il fatto che la Turchia si può considerare, dopo la Terra Santa, la seconda culla del cristianesimo. Ciò è sufficiente, secondo l’Autore e il suo principale interlocutore, il domenicano padre Claudio Monge, da anni missionario in Anatolia, a non abbandonare la speranza. La speranza del piccolo gregge evangelico, che deve e può giocarsi almeno due carte importanti: quella dell’ecumenismo, all’interno delle varie denominazioni cristiane; quella della carità che stupisce, dinanzi al mondo musulmano.</p>
<p>Ma anche a noi occidentali, suggerisce Andrea Riccardi, spetta un compito importante:  “<em>E’ necessario…non dimenticare i cristiani di ieri e di oggi in Turchia, anche se non hanno i numeri e la forza per imporsi alla nostra attenzione…Per questo l’Autore fa compiere un viaggio tanto opportuno e affascinante tra la vita e la morte di questi cristiani turchi. Sicuramente non è un mondo da dimenticare e la memoria è già una premessa di futuro</em>”.</p>
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