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	<title>Recensioni &#38; Storia.it &#187; Cairo</title>
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	<description>dove si parla di recensioni di libri e di argomenti di storia</description>
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		<title>LA CONDIZIONE DELLA DONNA IN PAKISTAN</title>
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		<pubDate>Wed, 13 Aug 2008 09:43:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cavallo Roberto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cairo]]></category>
		<category><![CDATA[GEOPOLITICA]]></category>
		<category><![CDATA[Islam e società]]></category>
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		<description><![CDATA[Il Pakistan è una Repubblica islamica (dal 1971) che si estende su un territorio vasto quasi 3 volte l’Italia. Con i suoi 160 milioni di abitanti ed un elevato tasso di natalità, raccoglie genti di etnia e di lingua diversa. Il dialetto più parlato, l’urdu, coinvolge poco più del 10% della popolazione, ma di fatto è la lingua ufficiale, mentre l’inglese è la lingua delle istituzioni e delle persone istruite. Lo stesso nome “Pakistan” è sintomatico delle diversità etniche che lo compongono, essendo parola composta che deriva da PAKI e STAN. STAN significa “terra di”, “paese dei”; mentre PAKI è l’acronimo formato dalle iniziali delle quattro province più importanti: Punjab, Afghania, Kashmir, Indo-Sindh. Pak significa anche puro, e quindi il nome del paese assume il significato di “Terra dei puri”. Nella Repubblica islamica del Pakistan i non musulmani (cristiani, indù, sikh, parsi, seguaci di Zarathustra e buddisti) costituiscono una piccola minoranza: il 3,5% circa. Per tutte le minoranze religiose la situazione è difficile. In particolare la posizione dei cristiani dinanzi ai giudici è molto debole, appartenendo essi soprattutto alla casta più povera dei contadini, quella degli “intoccabili”. Ciò è tanto più vero per le donne e per le ragazze cristiane. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><a href="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2008/08/ap_10377351_042101.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-564" title="ap_10377351_042101" src="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2008/08/ap_10377351_042101-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a> <span style="font-size: 12pt; line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;">Il Pakistan è una Repubblica islamica (dal 1971) che si       estende su un territorio vasto quasi 3 volte l’Italia. Con i suoi 160 milioni di abitanti ed un elevato tasso di natalità, raccoglie genti di etnia e di lingua diversa. Il dialetto più parlato, l’urdu, coinvolge poco più del 10% della popolazione, ma di fatto è la lingua ufficiale, mentre l’inglese è la lingua delle istituzioni e delle persone istruite. Lo stesso nome “<em>Pakistan</em>” è sintomatico delle diversità etniche che lo compongono, essendo parola composta che deriva da <em>PAKI</em> e <em>STAN</em>. <em>STAN</em> significa “terra di”, “paese dei”; mentre<em> PAKI</em> è l’acronimo formato dalle iniziali delle quattro province più importanti: <strong>P</strong>unjab, <strong>A</strong>fghania, <strong>K</strong>ashmir, <strong>I</strong>ndo-Sindh. <em>Pak</em> significa anche puro, e quindi il nome del paese assume il significato di “Terra dei puri”.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;">Nella Repubblica islamica del Pakistan i non musulmani (cristiani, indù, sikh, parsi, seguaci di Zarathustra e buddisti) costituiscono una piccola minoranza: il 3,5% circa. Per tutte le minoranze religiose la situazione è difficile. In particolare la posizione dei cristiani dinanzi ai giudici è molto debole, appartenendo essi soprattutto alla casta più povera dei contadini, quella degli “intoccabili”. Ciò è tanto più vero per le donne e per le ragazze cristiane. </span><span id="more-561"></span><span style="font-size: 12pt; line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;">Molte di loro, per esempio, studiano per diventare infermiere, la qual cosa costituisce un’occasione dignitosa per uscire dalla povertà. Ma secondo la consuetudine locale una donna non può toccare un uomo, a maggior ragione se cristiana. Per i musulmani radicali queste infermiere sono quindi considerate e trattate alla stregua di prostitute. Perciò non di rado subiscono molestie sessuali o vengono addirittura stuprate. Davanti ai giudici hanno ben poche possibilità di far valere le proprie ragioni. Spesso accade che dopo uno stupro o un matrimonio forzato con un musulmano vengano abbandonate al loro destino persino dalla famiglia di origine, troppo debole ed isolata per reclamare giustizia.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><em><span style="font-size: 12pt; line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;">Razia Joseph</span></em><span style="font-size: 12pt; line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"> è una cristiana che vive nel nord del Pakistan. Da anni combatte le discriminazioni nei confronti delle donne e delle minoranze. Aiuta e protegge le giovani in difficoltà, specie quelle considerate “reiette” o che hanno osato ribellarsi. Per tale finalità ha istituito un rifugio per ragazze, la “Women Shelter Organization”, per dar loro una speranza di vita. In un’intervista rilasciata al “<em>Messaggero di Sant’Antonio</em>”, con un velo di amara ironia, ha dichiarato: “Ho tante pecche agli occhi di un fondamentalista: sono una donna, single, cristiana, lavoro per i diritti umani e per il dialogo tra le religioni … In Pakistan la donna povera non ha diritti, non va a scuola, non può difendersi né prendere decisioni. Lavora come schiava, non riesce a dare il minimo necessario ai propri bambini. Da noi un figlio fuori dal matrimonio si paga con la vita e persino chi subisce stupro è una vergogna per la famiglia. Una vergogna da far pagare alla vittima” (<em>Razia Joseph</em>, <em>una donna contro il fondamentalismo</em>, di Giulia Cananzi, febbraio 2006, pag. 68).</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;">Ovviamente la storia delle discriminazioni non riguarda soltanto le donne cristiane …</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;">La musulmana <em>Mukhtar Mai</em> è diventata famosa in tutto il mondo per non essersi arresa dinanzi alle sopraffazioni di un potente clan tribale. Nata in Pakistan nel 1972, vive in un piccolo villaggio del Punjab, al confine con l’India, dove porta avanti la sua battaglia in difesa delle donne vittime di abusi. <em>Mukhatar Mai</em> è stata suo malgrado protagonista di una vicenda allucinante ma purtroppo diffusa, specie nelle zone agricole del paese, dove peraltro vive<span> </span>la maggior parte della popolazione. Il 22 giugno 2002 la sua famiglia fu di fatto costretta a cederla ad un potente clan rivale, allo scopo di sanare una presunta offesa. Dopo la decisione pubblica di condanna presa dalla <em>Jiirga, </em>il <em>Consiglio degli Anziani</em>, in quattro la violentarono per un’intera notte. Quando la notizia si diffuse, la polizia fu costretta a svolgere indagini; <span> </span>pur se minacciata, <em>Mukhatar Mai </em>raccontò la verità denunciando i suoi aguzzini e i componenti del Consiglio. Fortunatamente la storia venne a conoscenza di alcune ONG e di giornalisti occidentali, che alimentarono l’attenzione dell’opinione pubblica sulla vicenda.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;">Condannati in primo grado, gli stupratori e i loro fiancheggiatori nel 2005 furono assolti in appello dalla Corte federale. Ma il processo è stato ripreso. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;">L’esperienza di <em>Mukhatar Mai</em> è diventato un libro di successo internazionale, pubblicato in Italia da Cairo Editore (<em>Disonorata dalla legge degli</em> <em>uomini</em>, Milano, 2006). Scrive <em>Mukhatar Mai</em> : “Per gli uomini come loro una donna è soltanto un oggetto, uno strumento per affermare possesso, onore, o vendetta. La sposano o la stuprano, secondo la loro concezione dell’orgoglio tribale. E sanno bene che una donna umiliata può ricorrere solo al suicidio per riabilitarsi. Per uccidere non hanno neppure bisogno di usare le armi, lo stupro è sufficiente. E’ l’arma più efficace. Serve a umiliare definitivamente il clan nemico.” (pag. 22).</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;">Con i fondi ricevuti dalle organizzazioni internazionali e dal governo pakistano quale risarcimento per la violenza subita, </span><span style="font-size: 12pt; line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"><em>Mukhatar </em></span><span style="font-size: 12pt; line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;">ha fatto costruire una scuola, la prima in Pakistan per l’educazione delle bambine. Non a caso ancora oggi circa il 70% delle donne è analfabeta, a fronte del 40% degli uomini. La stessa <em>Mukhatar </em><span> </span>ha imparato a leggere e scrivere a 32 anni, solo dopo la costruzione della <em>sua</em> scuola.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;">Soprattutto nelle regioni tribali del Pakistan &#8211; quelle nord &#8211; occidentali vicine al confine con l’Afghanistan, dove si trovano i santuari di Al Qaeda e dei Talebani -, è molto diffusa la secolare tradizione di cedere bambine-spose al clan rivale, come risarcimento per sanare faide, tensioni e lutti.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;">In queste province, che godono di una semi-indipendenza, il Consiglio degli Anziani o <em>Jiirga</em> sostituisce anche ufficialmente le istituzioni dello Stato e decide esclusivamente sulla base del diritto islamico e delle tradizioni. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;">Così, da un giorno all’altro, alle ragazzine vien detto che se ne devono andare da casa, per sposare, se mai in terze o quarte nozze, un uomo solitamente molto più vecchio di loro. In Pakistan infatti vige, come in quasi tutti gli altri paesi musulmani, la pratica legalizzata della poligamia. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;">Talora la giovane viene semplicemente sacrificata per uno stupro di gruppo, organizzato dalla tribù rivale, il cui desiderio di vendetta soltanto così può essere placato. Come appunto nel caso di <em>Mukhatar Mai</em>. Anche i ragazzini non sono al riparo da violenze. Ultimamente è diventata allarmante la situazione all’interno delle <em>madrasse</em>, le scuole coraniche che preparano le future elites del paese e, spesso, dell’integralismo islamico. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;">Il sistema giudiziario pakistano, pur essendo modellato sul modello inglese, offre rare garanzie a chi subisce violenze e sopraffazioni.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;">Come sancito dalla Costituzione del 1985, il potere giudiziario è esercitato da un sistema di tribunali nazionali, al cui vertice si colloca la Corte suprema pakistana, che ha sede nella capitale, Islamabad. Per le questioni riguardanti il diritto di famiglia o di successione, però, le controversie vengono risolte in apposite sezioni all’interno dei tribunali, che giudicano in base al diritto islamico. La Corte federale della Sharia, istituita nel 1980, ha il compito di valutare la compatibilità tra le leggi dello Stato e il diritto sunnita. Poi ci sono le <em>jiirga</em>, che, anche se non riconosciute in tutto il territorio nazionale, di fatto esercitano il potere decisionale nelle controversie riguardanti la terra o l’acqua, ma anche le accuse di disonore, gli omicidi e le faide tribali. Nelle province del Nord-Ovest, come già accennato, costituiscono le uniche istituzioni giudiziarie.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;">Gli uomini accusati di stupro vengono esaminati in base alla legge islamica, e quindi<span> </span>nelle apposite sezioni dei tribunali, o davanti alle <em>Jiirga</em>. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;">Per tale sistema processuale la donna che denuncia uno stupro deve essere sostenuta dalla parola di quattro testimoni oculari, che siano attendibili ma soprattutto buoni musulmani. Altrimenti la sua denuncia non solo non ha alcun valore, ma rischia di ritorcersi contro, e di venire lei condannata per adulterio o prostituzione. Per i reati di <em>zina</em> (adulterio o fornicazione), veri o presunti che siano, si rischia la lapidazione o le frustate (<em>Disonorata dalla legge degli uomini</em>, pag. 184). La lapidazione è vietata dalla legge; ma la donna si trova sempre intrappolata fra due sistemi giuridici differenti, quello ufficiale e quello religioso, senza <span> </span>dimenticare quello tribale; questi ultimi evidentemente</span><span style="font-size: 12pt; line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"> consentono tali tipi di pena.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"> La deposizione della donna in tribunale ha  comunque meno peso rispetto a quella di un uomo. Così di fatto diventa difficilissimo condannare eventuali colpevoli di rapimenti e di stupri.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;">Per l’attivista <em>Samir Minallah</em>, fondatrice dell’organizzazione che si occupa di salvare le bambine scambiate fra clan rivali, il Pakistan, dopo le ultime elezioni legislative dello scorso febbraio 2008, sta accentuando ancora di più la sua deriva islamista, soprattutto nelle regioni tribali: “… <em>Il patto tra il partito Popolare guidato dal vedovo di Benazir Bhutto e la lega islamica di Nawaz Sharif non tiene. E nessuno ha il coraggio di sfidare apertamente i leader tribali</em>” (Militanti dei diritti civili in campo per salvare le 15 “spose bambine”, di Lorenzo Cremonesi, Corriere della Sera, 6 giugno 2008, pag.19). </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 0.0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;">Anche per le minoranze cristiane (2,5% della popolazione) i tempi si fanno, se possibile, ancora più difficili: la legge sulla blasfemia, che punisce con pene severe chiunque si pronunci contro Maometto o il Corano, è diventato il pretesto per perseguitare la comunità cristiana. Ecco le considerazioni di <em>Shahbaz Bhatti</em>,<span> </span>ex consigliere ed amico di <em>Benazir Bhutto</em>: “… <em>La situazione non è per nulla positiva, anzi sta peggiorando: i cristiani subiscono discriminazioni dal punto di vista legislativo, le chiese vengono bruciate, le nostre donne violentate e convertite a forza all’Islam</em>” (Cristiani sempre più perseguitati in Pakistan, di Lorenzo Fazzini, Avvenire, 7 giugno 2008, pagg.1-25).</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 1cm 10pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;">E’ così che gli effetti dell’assassinio di <em>Benazir Bhutto</em> cominciano a farsi sentire. La morte di questa donna coraggiosa, che pur nelle sue contraddizioni rappresentava comunque una figura di moderazione per l’intero sistema politico, ha segnato anche il punto di arresto di timide riforme<span> </span>democratiche. </span></p>
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		<title>MARINA NEMAT, STORIA VERA DI UNA PROGIONIERA A TEHERAN (Corriere del Giorno, 5 ottobre 2007, pag.7)</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Oct 2007 19:32:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cavallo Roberto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Se un libro è bello quando corri a leggerlo (non appena hai 5 minuti a disposizione); se è bello quando lo &#8220;divori&#8221; e non vedi l&#8217;ora di arrivare alla fine (e poi però ti dispiace di averlo terminato); se tutto questo è vero, allora il recentissimo volume di Marina Nemat è sicuramente un bel libro! Edito in Italia nel giugno 2007, &#8220;Prigioniera a Teheran&#8221; (Cairo Editore, Milano, pagg.317, euro 17,00) è molto più di una &#8211; drammatica &#8211; autobiografia. E&#8217; lo spaccato di un regime, quello degli ayatollah, che ogni giorno fa parlare di sè. Che caparbiamente, a quasi 30 anni dalla rivoluzione che cacciò via lo Scià Reza Pahlavi, persegue le proprie ambizioni di potenza regionale fondamentalista all&#8217;interno del variegato mondo musulmano mediorientale. Marina Nemat, appartenente ad una famiglia di origine russa, integrata nella piccola minoranza cristiana presente in Iran (Armeni, Assiri, Ortodossi, Latini), era appena un&#8217;adolescente quando Khomeini (1900-1989) lanciò la lotta al regime dello Scià. Fin da subito la sua vita normale di ragazzina che ama i libri, i fiori, il mare, viene sconvolta. Il primo fidanzatino, un convinto khomeinista, viene ucciso per strada mentre manifesta a favore della Rivoluzione islamica. Il colpo è duro, ma la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><font size="3"><img id="image316" height="96" alt="nemat.jpg" src="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2007/10/nemat.miniatura.jpg" /> Se un libro è bello quando corri a leggerlo (non appena hai 5 minuti a disposizione); se è bello quando lo &#8220;divori&#8221; e non vedi l&#8217;ora di arrivare alla fine (e poi però ti dispiace di averlo terminato);  se tutto questo è vero, allora il recentissimo volume di Marina Nemat è sicuramente un bel libro!<br />
Edito in Italia nel giugno 2007, &#8220;<em>Prigioniera a Teheran</em>&#8221; (Cairo Editore, Milano, pagg.317, euro 17,00) è molto più di una &#8211; drammatica &#8211; autobiografia. E&#8217; lo spaccato di un regime, quello degli ayatollah, che ogni giorno fa parlare di sè. Che caparbiamente, a quasi 30 anni dalla rivoluzione che cacciò via lo Scià  Reza Pahlavi,  persegue le proprie ambizioni di potenza regionale fondamentalista all&#8217;interno del variegato mondo musulmano mediorientale.<br />
<span id="more-315"></span>Marina Nemat, appartenente ad una famiglia di origine russa, integrata nella piccola minoranza cristiana presente in Iran (Armeni, Assiri, Ortodossi, Latini), era appena un&#8217;adolescente quando Khomeini (1900-1989) lanciò la lotta al regime dello Scià.   Fin da subito la sua vita normale di ragazzina che ama i libri, i fiori, il mare, viene sconvolta. Il primo fidanzatino, un convinto khomeinista, viene ucciso per strada mentre manifesta a favore della Rivoluzione islamica. Il colpo è duro, ma la situazione precipita quando gli ayatollah conquistano il potere assoluto, anche a discapito di altre formazioni politiche che pure si erano battute contro i Pahlavi.<br />
Cambia così il modo di studiare, con l&#8217;indottrinamento ideologico islamico; cambia il modo di vestire, con i Guardiani della Rivoluzione e gli Hezbollah che anche per strada picchiano le donne che lasciano trasparire un&#8217;ombra di rossetto o un ciuffo di capelli dal nero <em>chador; </em>cambiano i sentimenti e l&#8217;amore fra i ragazzi, che non possono più incontrarsi e tenersi per mano, nè ascoltare musica o seguire programmi occidentali <img id="image317" height="96" alt="1330.jpg" src="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2007/10/1330.miniatura.jpg" />  Un clima di violenza e di sospetto si instaura fra la gente, e i giovani &#8211; molti dei quali andranno a morire nella guerra contro l&#8217;Iraq &#8211; fanno più fatica degli altri ad adeguarsi<br />
E&#8217; a questo punto, siamo ai primi anni &#8217;80, che iniziano a serpeggiare le sussurrate critiche al regime, poi le proteste e gli scioperi degli studenti Marina, che non accetta il tetro moralismo rivoluzionario, a scuola vorrebbe studiare letteratura, matematica e scienze, come ha sempre fatto, e compie l&#8217;imperdonabile errore di dichiararsi stufa del continuo indottrinamento coranico. Le sue amiche musulmane la seguono nella protesta. E&#8217; l&#8217;inizio della tragedia: anche se ha appena 16 anni viene segnata nel registro dei proscritti e dei nemici della Rivoluzione. Nonostante per prudenza Marina abbia lasciato la scuola, i Guardiani della Rivoluzione un giorno suonano a casa sua e la portano via: ad Evin, lo spettrale carcere di Teheran per i detenuti politici. E&#8217; picchiata e torturata. Rischia lo stupro e la fucilazione. Evita la condanna a morte solo perchè uno dei torturatori se ne innamora e pretende di farla diventare sua sposa. Marina è costretta ad abiurare il cristianesimo, a professare l&#8217;Islam, a subire le &#8220;voglie&#8221; del neo-marito. E&#8217; il prezzo da pagare in cambio non solo della sua incolumità, ma soprattutto di quella dei suoi cari. Intanto in carcere conosce il mondo di disperazione di tante ragazze come lei, alcune del tutto estranee ai rivolgimenti politici, altre attivamente impegnate nel movimento di opposizione dei <em>Mujaheddin</em>: interrogatori a base di tortura, condanne a morte, stupri precedenti all&#8217;esecuzione, anche perchè &#8221; <em>le vergini non vanno in paradiso</em> &#8220;.<br />
Qualcuna, come Marina, è costretta a diventare concubina dei propri carcerieri. Eppure per Marina la salvezza arriva inaspettata. L&#8217;uomo che l&#8217;ha desiderata è sinceramente innamorato di lei, e per difenderla giunge ad impetrare la grazia presso lo stesso Khomeini, il supremo <em>Imam</em>. Marina è salva, anche se successivamente il <em>marito-carceriere</em> arriverà a pagare con la vita il suo atto d&#8217;amore<br />
L&#8217;autobiografia di Marina &#8211; <em>una storia vera</em>, come riporta il sottotitolo del libro &#8211; termina in Canada, dove la ragazza nell&#8217;agosto del 1991 insieme alla nuova famiglia riesce a trovare asilo come rifugiata. I ricordi e la conoscenza di vicende analoghe alle sue &#8211; ma con esiti ben più tragici &#8211; la spingono, con dolore, a mettere per iscritto le proprie memorie, perchè il mondo sappia che cosa accade, tutti i giorni, nel carcere di Evin.<br />
La sua forza d&#8217;animo e la vissuta fede cristiana, intimamente mai rinnegata, hanno consentito a Marina Nemat di sopravvivere  anche quando Dio, lassù nei cieli di Teheran, sembrava non ascoltare<br />
Roberto Cavallo<br />
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