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	<title>Recensioni &#38; Storia.it &#187; RECENSIONI</title>
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	<description>dove si parla di recensioni di libri e di argomenti di storia</description>
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		<title>IL CASO SERIO DI DIO (L&#8217;Ora del Salento, 10 luglio 2010, pag. 11)</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Jul 2010 04:27:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cavallo Roberto</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Cantagalli]]></category>
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		<description><![CDATA[Autorevoli sociologi delle religioni come lo statunitense Rodney Stark hanno ormai appurato che all’alba della storia umana nello scenario religioso era predominante il monoteismo. Un cristiano trova ciò molto naturale, nel senso che è logico pensare come all’inizio dei tempi il ricordo dell’unico Dio creatore si mantenesse piuttosto vivo. Col passare dei secoli questa fiamma [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-4662" href="http://www.recensioni-storia.it/il-caso-serio-di-dio-lora-del-salento-10-luglio-2010-pag-11/car-ruini"><img class="alignleft size-medium wp-image-4662" title="CAR. RUINI" src="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2010/07/CAR.-RUINI-197x300.jpg" alt="CAR. RUINI" width="197" height="300" /></a>Autorevoli sociologi delle religioni come lo statunitense <strong>Rodney Stark</strong> hanno ormai appurato che all’alba della storia umana nello scenario religioso era predominante il monoteismo. Un cristiano trova ciò molto naturale, nel senso che è logico pensare come all’inizio dei tempi il ricordo dell’unico Dio creatore si mantenesse piuttosto vivo. Col passare dei secoli questa fiamma della memoria cominciò a spegnersi e gli uomini si lasciarono andare sempre più ai loro vizi e alle loro recondite paure, fino a personificarle come divinità della natura o degli inferi. Si sviluppava così il politeismo. Ma intorno al VI secolo a.C. assistiamo ad un nuovo slancio dell’umanità (o almeno di buona parte di essa) verso il monoteismo. Mentre in Grecia la speculazione filosofica porta la ragione a prendere in considerazione l’unicità di Dio, in Oriente appaiono, con varie sfumature, i grandi monoteismi, compreso quello professato dal popolo ebraico. La peculiarità del monoteismo ebraico consiste non solo nell’affermazione dell’unicità di un Essere supremo ma anche nella sua “interpellabilità”, e cioè nel poterci rapportare a Lui e pregarlo come si fa con un padre buono. E’ quanto scrive il <strong>Cardinale Camillo Ruini</strong> nel suo recente libro “<em>Il caso serio di Dio</em>” (Cantagalli, 2009, pagg. 102). Non solo. Il Dio supremo con il popolo ebraico ora prende l’iniziativa: “…irrompe sulla scena del mondo e nella vita dell’uomo, presentandosi come il “Dio geloso”, che vuole unicamente per sé la preghiera, il culto e l’adorazione, perché egli soltanto è Dio e tutto il resto è sua creatura” (pagg.26-27).</p>
<p>Con la rivelazione del Figlio, vero Dio e vero uomo, questa irruzione divina nella vita dell’uomo diventa universale, nel senso che la corrispondenza d’amore si palesa nei confronti di tutta l’umanità. Pur essendo un Dio geloso, il Dio della tradizione giudaico-cristiana è tuttavia il Dio della libertà, inesorabilmente ancorato alla prospettiva del: “se vuoi…”. La libertà vale per il singolo uomo, che può rispondere sì o no, ma vale anche per gli uomini riuniti in società, che possono accettare o rifiutare il piano di Dio.</p>
<p>Il Cardinale Ruini, seguendo l’esempio di Benedetto XVI, invita quindi il mondo contemporaneo a fare spazio a Dio, a vivere “come se Dio esistesse”, perché solo in Lui trovano significato gli interrogativi ultimi dell’umanità. Una sana e corretta laicità (il cui concetto – spiega Ruini – ha origini medievali) non ha nulla da temere dall’apertura alle istanze del trascendente, mentre l’odierna “dittatura del relativismo”  esclude a livello pubblico non solo le norme morali del cristianesimo e di ogni altra tradizione religiosa ma anche le indicazioni etiche che si fondano sulla più profonda realtà del nostro essere. In tal senso l’uso improprio delle biotecnologie costituisce un attentato alla dignità della vita umana, in una prospettiva che facilmente sconfina dall’edonismo al nichilismo.</p>
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		<title>LA CHIESA CATTOLICA: DOVE TUTTE LE VERITA&#8217; SI DANNO APPUNTAMENTO (L&#8217;Ora del Salento, 3 luglio 2010, pag.11)</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Jul 2010 05:35:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cavallo Roberto</dc:creator>
				<category><![CDATA[CRISTIANITA']]></category>
		<category><![CDATA[Edizioni Lindau]]></category>
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		<description><![CDATA[ 
Gilbert Keith Chesterton (1874-1936), giornalista e scrittore di successo, fu autore di saggi letterari e religiosi, ma anche di romanzi e gialli (celebre la serie delle avventure di Padre Brown, che nei primi anni ’70 conobbe una versione televisiva di grande successo).
Nato in Inghilterra da genitori protestanti, ricordando la sua giovinezza afferma di essere vissuto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center"> </p>
<p><strong><a rel="attachment wp-att-4669" href="http://www.recensioni-storia.it/la-chiesa-cattolica-dove-tutte-le-verita-si-danno-appuntamento-lora-del-salento-3-luglio-2010-pag-11/chiesa-cattolica"><img class="alignleft size-full wp-image-4669" title="chiesa-cattolica" src="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2010/07/chiesa-cattolica.jpg" alt="chiesa-cattolica" width="183" height="274" /></a>Gilbert Keith Chesterton</strong> (1874-1936), giornalista e scrittore di successo, fu autore di saggi letterari e religiosi, ma anche di romanzi e gialli (celebre la serie delle avventure di Padre Brown, che nei primi anni ’70 conobbe una versione televisiva di grande successo).</p>
<p>Nato in Inghilterra da genitori protestanti, ricordando la sua giovinezza afferma di essere vissuto in un ambiente sociale sostanzialmente agnostico.</p>
<p>La sua scoperta dell’ortodossia (intesa nel senso di “verità”) lo portò prima verso la Chiesa anglicana e successivamente, all’età di 48 anni, al cattolicesimo. Era il 1922. L’esperienza di quella conversione è scolpita in una delle sue opere maggiormente autobiografiche: “<em>La Chiesa cattolica: dove tutte le verità si danno appuntamento</em>”.</p>
<p>Le Edizioni Lindau propongono in una nuova veste editoriale questo libro (Lindau, Torino, 2010, pagg. 116), in cui Chesterton racconta, con gli occhi nuovi del convertito, la bellezza dell’edificio cattolico, “dove tutte le verità si danno appuntamento”.</p>
<p>Prima di approdare al cattolicesimo Chesterton fece sue, almeno simbolicamente, le principali esperienze religiose e ideologiche degli inizi del XX secolo, il secolo delle ideologie. Eccellente conoscitore del mondo protestante in tutte le sue molteplici denominazioni, passò attraverso il socialismo inglese e lo spiritismo, allora molto in voga. Esperienze che gli serviranno per riflettere e giudicare con cognizione di causa, e per concludere che solo la Chiesa di Roma, quella di sempre, contiene al suo interno tutte le schegge di verità (spesso impazzite), che animano ora questo ora quel movimento di pensiero, tanto religioso quanto ideologico. Così nel suo stile brillante e argutamente impertinente, non si da cura di manifestarsi quale dissacratore della modernità: “Io stesso sono un medievalista, nel senso che a mio avviso la vita moderna ha molto da imparare da quella medievale; che le gilde sono un sistema sociale migliore del capitalismo; e che i frati sono molto meno fastidiosi dei filantropi…” (pag. 59).</p>
<p>Partendo dalla sua personale esperienza, Chesterton nota come le conversioni siano una costante del cattolicesimo. C’è sempre qualcuno che, alla fine di un onesto percorso intellettuale, ritrova nel cattolicesimo la verità tutta intera, e non solo la sua piccola scheggia… Non a caso egli stesso s’inserisce in quel flusso di protestanti inglesi, specie anglicani, che a partire dall’800 e quasi ininterrottamente fino ad oggi, hanno abbandonato la Chiesa d’Inghilterra per passare a quella di Roma.</p>
<p>Chesterton fa notare come sia invece difficile, se non impossibile, verificare il contrario: cattolici che decidono di convertirsi all’anglicanesimo o a qualche altra denominazione protestante. Semplicemente non ve ne sono.</p>
<p>Certamente un discorso a parte oggi andrebbe fatto per le sette, ma questo è un campo del tutto nuovo, con implicazioni sociologiche e psicologiche diverse da quelle prese in esame dal grande scrittore inglese.</p>
<p>E i giovani che abbandonano la Chiesa? Già allora, notava Chesterton, essi lo fanno non tanto per abbracciare un altro credo ma per seguire il paganesimo in versione moderna: “<em>La vecchia cantilena razionalista sostiene che è la ragione ad impedire il ritorno dei giovani alla fede, ma è falso: non si tratta più della ragione, quanto piuttosto della passione</em>”. (pag. 103).</p>
<p>Va infine osservato quanto terribilmente profetiche siano in questo saggio, scritto nel 1927, quelle parole di Chesterton, secondo cui ciò che turba i tanti che si avvicinano o che vorrebbero avvicinarsi al cattolicesimo non sono certo le cervellotiche calunnie del mondo (spesso veri e propri cliché: le crociate, l’inquisizione, oggi la pedofilia…), ma piuttosto il modo con cui gli stessi cattolici spiegano e testimoniano la propria fede.</p>
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		<title>CRISTIANESIMO: LA (RITROVATA) DIGNITA&#8217; DELLA DONNA (L&#8217;Ora del Salento, 19 giugno 2010, pag.11)</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Jun 2010 17:02:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cavallo Roberto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nel suo recentissimo libro “Indagine sul cristianesimo” (Ed. Piemme, Milano, 2010) lo storico Francesco Agnoli individua almeno tre grandi conseguenze nel modo di concepire la donna a seguito della diffusione del cristianesimo.
Innanzitutto il rito di iniziazione e quindi di ammissione alla comunità, e cioè il battesimo, è uguale per uomini e donne: caso piuttosto unico [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-4675" href="http://www.recensioni-storia.it/cristianesimo-la-ritrovata-dignita-della-donna/agnoli-indagine-cristianesimo"><img class="alignleft size-full wp-image-4675" title="AGNOLI INDAGINE CRISTIANESIMO" src="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2010/06/AGNOLI-INDAGINE-CRISTIANESIMO.jpg" alt="AGNOLI INDAGINE CRISTIANESIMO" width="130" height="213" /></a>Nel suo recentissimo libro “Indagine sul cristianesimo” (Ed. Piemme, Milano, 2010) lo storico <strong>Francesco Agnoli</strong> individua almeno tre grandi conseguenze nel modo di concepire la donna a seguito della diffusione del cristianesimo.</p>
<p>Innanzitutto il rito di iniziazione e quindi di ammissione alla comunità, e cioè il battesimo, è uguale per uomini e donne: caso piuttosto unico fra le grandi religioni.</p>
<p>Seconda conseguenza fu la drastica condanna dell’esposizione dei bambini e dell’infanticidio che riguardava soprattutto le bambine, limitando così una pratica molto diffusa in tutto il mondo, dall’antica Roma alla Cina e all’India di oggi.</p>
<p>La terza: il matrimonio cristiano è imprescindibilmente monogamico e indissolubile.</p>
<p>Dunque all’uomo non è lecito avere più mogli o ripudiarle a suo piacimento, mentre il consenso della donna al matrimonio acquistò un’importanza che prima non aveva mai avuto. Ancora oggi presso molte società (quelle islamiche ma anche induiste) il consenso della giovane al matrimonio passa piuttosto in secondo piano (quando non è del tutto ignorato) rispetto alla decisione dei genitori e segnatamente del capo famiglia maschio.</p>
<p>Certo, anche presso le società cristiane spesso la volontà paterna non si è dimostrata rispettosa delle scelte femminili, specie quando si trattava di famiglie nobili e importanti…ma contrariamente a quanto si pensa l’influenza della Chiesa ridusse la pressione della famiglia patriarcale. Dimostrazione di ciò, ci racconta Agnoli nel suo libro, è che con la diffusione del cristianesimo cambiò l’età in cui le giovani giungevano al matrimonio: mentre le donne pagane erano spesso costrette a sposarsi e a consumare il matrimonio in età prepuberale (11 o 12 anni), le donne cristiane, invece, si sposavano più tardi e cioè verso i 18 anni. Esse avevano, inoltre, più scelta su chi sposare e anche “se” sposarsi, considerando la nuova grande prospettiva che il cristianesimo apriva alle donne: quella della verginità consacrata a Dio.</p>
<p>Tornando al matrimonio, Agnoli ricorda come il quarto concilio lateranense del 1215 formalizzò la necessità del duplice consenso, maschile e femminile, tanto che il sacramento diventa impossibile senza l’accordo dello sposo e della sposa: la donna non può essere data in matrimonio senza il suo consenso: deve dire “sì”. Non solo: la Chiesa farà tutto il possibile per controllare che quel “sì” non sia imposto da altri. A questo, infatti, servono le cosiddette pubblicazioni, il ricorso ai testimoni, l’interrogatorio preventivo e quello poi in chiesa al momento del consenso definitivo. Se talora tutto questo non è bastato a tutelare la libertà e la dignità della donna non dunque alla Chiesa può essere imputato ma alla durezza del cuore dell’uomo.</p>
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		<title>IL MEDIOEVO E L&#8217;ANIMA DELLE DONNE: COME SI COSTRUISCE UN FALSO STORICO (L&#8217;Ora del Salento, 12 giugno 2010, pag. 11)</title>
		<link>http://www.recensioni-storia.it/il-medioevo-e-lanima-delle-donne-come-si-costruisce-un-falso-storico</link>
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		<pubDate>Wed, 16 Jun 2010 16:09:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cavallo Roberto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ Nel XVII secolo il calvinista Pierre Bayle nel suo “Dizionario storico e critico” sostenne che alcuni vescovi cattolici dei primi secoli avevano negato che le donne avessero l’anima.
Questa “scoperta storica”, con alterne modalità, è giunta sino ad oggi e ogni tanto viene tirata fuori anche dagli odierni denigratori del cattolicesimo per ribadire quanto la Chiesa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><a rel="attachment wp-att-4519" href="http://www.recensioni-storia.it/il-medioevo-e-lanima-delle-donne-come-si-costruisce-un-falso-storico/donna-medioevo"><img class="alignleft size-full wp-image-4519" title="donna nel medioevo" src="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2010/06/donna-medioevo.jpg" alt="donna nel medioevo" width="250" height="259" /></a> Nel XVII secolo il calvinista <strong>Pierre Bayle</strong> nel suo “Dizionario storico e critico” sostenne che alcuni vescovi cattolici dei primi secoli avevano negato che le donne avessero l’anima.</p>
<p style="text-align: left;">Questa “scoperta storica”, con alterne modalità, è giunta sino ad oggi e ogni tanto viene tirata fuori anche dagli odierni denigratori del cattolicesimo per ribadire quanto la Chiesa dei primi tempi sia stata fortemente misogina.</p>
<p>Ma era davvero così?</p>
<p>In realtà al II concilio di Macon, nel 585 d.C., un vescovo partecipò ai suoi confratelli che secondo lui “la donna non poteva essere chiamata uomo”. Un problema di ordine esclusivamente terminologico, visto che l’evoluzione del latino parlato tendeva ormai ad assimilare “homo” (l’essere umano in generale) a “vir” (essere umano di sesso maschile). Il vescovo proponeva dunque di non indicare la donna con il termine “homo”, perché nel linguaggio parlato quella parola ormai stava a significare “maschio” (al posto del desueto “vir”).  La proposta comunque non fu accolta e, anche in omaggio al buon latino, il concilio affermò che il termine “homo” potesse andar bene anche per indicare la donna. Se vogliamo una questione da niente, una bagatella, insomma, che però fu ripresa ad arte per dire che “la Chiesa nel Medio Evo insegnava che la donna è priva dell’anima”.</p>
<p>Ci racconta tale incredibile episodio di pura falsificazione storica il giornalista e scrittore <strong>Francesco Agnoli</strong>, collaboratore di Radio Maria e della rivista “il Timone”, nel suo recente libro “<em>Indagine sul cristianesimo. Come si costruisce una civiltà</em>” (Ed. Piemme, 2010, Milano, pagg. 279).</p>
<p>A smentire questo e altri simili falsi storici, Agnoli nel suo volume ricorda che una delle grandi novità storicamente rilevabili apportate dal cristianesimo riguarda proprio la concezione della donna: “Assolutamente secondaria e marginale, relegata nelle sue stanze, nel mondo greco; sotto perpetua tutela dell’uomo, padre e marito, quasi un oggetto, nel mondo romano; ostaggio della forza maschile presso i popoli germanici; passibile di ripudio e giuridicamente inferiore nel mondo ebraico; vittima di infinite abusi e violenze, compreso l’infanticidio, in Cina e India; forma inferiore di reincarnazione nell’induismo tradizionale; sottoposta alla poligamia, umiliante affermazione della sua inferiorità, nel mondo islamico e animista; vittima presso diverse culture di vere e proprie mutilazioni fisiche; sottoposta al ripudio del maschio in tutte le culture antiche, la donna diventa col cristianesimo creatura di Dio, al pari dell’uomo.” (pagg. 42-43).</p>
<p>Quali furono le conseguenze, storicamente parlando, di questa nuova concezione della donna? Ne parleremo la prossima volta.</p>
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		<title>UN VOLO DI FARFALLA. INVITO ALLA LETTURA (di Magdi Cristiano Allam)</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Jun 2010 04:56:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cavallo Roberto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quando incontrai per la prima volta Rita a Bologna, in compagnia della sua mamma Marta, me ne innamorai immediatamente. Era il 16 giugno 2009, un martedì. L&#8217;appuntamento per gli iscritti e i simpatizzanti del movimento &#8220;Protagonisti Per l&#8217;Europa Cristiana&#8221; era alle ore 19 presso la chiesa dell&#8217;Istituto Salesiano in via Jacopo della Quercia, nei pressi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_4405" class="wp-caption alignleft" style="width: 133px"><a rel="attachment wp-att-4405" href="http://www.recensioni-storia.it/un-volo-di-farfalla-invito-alla-lettura-di-magdi-cristiano-allam/rita-coruzzi"><img class="size-full wp-image-4405" title="rita coruzzi" src="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2010/06/rita-coruzzi.jpg" alt="Magdi Cristiano Allam ha curato la prefazione dell'autobiografia di Rita Coruzzi" width="123" height="200" /></a><p class="wp-caption-text">Magdi Cristiano Allam ha curato l&#39;invito alla lettura dell&#39;autobiografia di Rita Coruzzi</p></div>
<p>Quando incontrai per la prima volta Rita a Bologna, in compagnia della sua mamma Marta, me ne innamorai immediatamente. Era il 16 giugno 2009, un martedì. L&#8217;appuntamento per gli iscritti e i simpatizzanti del movimento &#8220;Protagonisti Per l&#8217;Europa Cristiana&#8221; era alle ore 19 presso la chiesa dell&#8217;Istituto Salesiano in via Jacopo della Quercia, nei pressi della Stazione Centrale. L&#8217;occasione era la partecipazione a una messa di ringraziamento per il buon successo alle elezioni europee svoltisi il 6 e 7 giugno, che mi hanno consentito, nella veste di presidente del movimento e candidato indipendente nella lista dell&#8217;Udc per il Nord-Ovest, di conquistare un seggio al Parlamento Europeo, così come hanno registrato un buon esordio sulla scena politica della nostra Elena Rizzi che ha concorso sempre come indipendente nella lista dell&#8217;Udc per la Circoscrizione del Nord-Est.</p>
<p>Rita mi ha colpito subito per la sua straordinaria vitalità. E&#8217; a tal punto ricca dentro che la sua vitalità è straripante, incontenibile, inevitabilmente contagiosa. Mi ha cercato prima ancora che mettessi piede dentro la chiesa, mi ha fissato con lo sguardo ancorandomi alla sua persona in una stretta avvincente, si è presentata evidenziando l&#8217;essenza positiva e costruttiva che dimora in lei: il dono sublime di una fede cristiana solida che lei testimonia con un amore sconfinato per la verità assoluta e trascendente, fino a elevarla a ragione stessa della sua esistenza terrena percepita esclusivamente come una dimensione interiore, dove la libertà autentica si traduce nell&#8217;essere pienamente se stessi. In questo contesto del tutto singolare Rita è una giovane che spiritualmente vive con la schiena dritta e a testa alta, a dispetto del fatto che l&#8217;avversità fisica la costringe a restare immobile sulla carrozzina.</p>
<p>Rita ti cattura con la sua passione per noi persone create a sua immagine e somiglianza del Creatore, una passione che lei manifesta con l&#8217;abbraccio, il pensiero, le parole e soprattutto la scrittura. Rita sente dentro di sé un&#8217;irrefrenabile voglia di rappresentarci il suo animo ricco e bello tramite la scrittura. Per lei è il segno tangibile della sua testimonianza cristiana concepita tra noi e per noi. Fu così che mi parlò subito di questo libro che stava ultimando, chiedendomi di poterle dedicare poche righe come &#8220;invito alla lettura&#8221;. Me lo domandò con l&#8217;afflato di chi esprime il desiderio della vita, un modo di porsi che travalica il contenuto apparente e acquisisce un valore superiore, che si traduce sostanzialmente nell&#8217;aspirazione a unire i nostri due animi per l&#8217;eternità.</p>
<p>Ho spontaneamente accolto con gioia la sua richiesta. Lei era euforica perché percepiva di aver legato la sua vita a quella dell&#8217; &#8220;eroe cristiano del nostro tempo&#8221;, come mi definì. Le risposi che ero io a nutrire nei suoi confronti una profonda gratitudine perché tramite la sua testimonianza riscoprivo il fascino assoluto del mistero della vita. E&#8217; lei l&#8217;incarnazione della sacralità della vita dal concepimento alla morte naturale.</p>
<p>Rita ti riempie dentro con il suo amore per Gesù Cristo, il Dio che si è fatto uomo scegliendo il sacrificio della croce per redimere l&#8217;umanità e donare a tutti noi la vita eterna. Un amore in cui lei si identifica in modo integrale, fino a considerare la propria croce come un dono divino. Al punto che io rimasi sconvolto, ammirato ed estasiato quando rivolgendosi a me disse: &#8220;Se oggi il Signore mi facesse la grazia della guarigione, io non lo vorrei. Perché grazie alla mia condizione io ho conosciuto la realtà profonda del rapporto vivo con Gesù Cristo&#8221;. Parole che ho ritrovato proprio nella conclusione di questa commovente e affascinante autobiografia: &#8220;Io rimango sulla mia carrozzina, con la mia sofferenza ma una vita piena di ricchezza, una vita che mi da la felicità, molta più di quella che probabilmente avrei come persona sana, ma soprattutto resto con Te nella sofferenza. Il mio cammino mi ha portato a questo, questa è la mia scelta, di vedere Te nel mio corpo e di non desiderare altro che non sia Te sulla croce con me vicino, mio Signore e mio Dio&#8221;.</p>
<p>Carissima Rita, noi ti saremo infinitamente grati per la tua straordinaria testimonianza di una vita vissuta autenticamente come realizzazione di ciò che si considera essere l&#8217;essenza della nostra esistenza terrena. Tu, che il Destino ha prescelto per mettere alla prova la tua fede riservandoti il sacrificio di chi non può liberamente e totalmente disporre del proprio corpo, stai insegnando a noi persone apparentemente fortunate perché possiamo camminare e anche correre ovunque vogliamo, che la felicità autentica è nell&#8217;essere e non è nell&#8217;avere. Ma soprattutto che la vita è un dono che si testimonia con l&#8217;amore genuino di chi si offre gratuitamente al prossimo per scaldare i cuori gelidi e illuminare le menti disorientate.</p>
<p>Sì, vi invito convintamente e fortemente a leggere l&#8217;autobiografia di Rita. Più persone la leggeranno ed accoglieranno il suo messaggio, più la vita di Rita sarà tutt&#8217;altro che il volo di una farfalla: resterà la testimonianza di una vittoria morale che vivrà eternamente.</p>
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		<title>PRETI PEDOFILI: DOPO IL LASSISMO SEGUITO AL POST-CONCILIO, DAGLI ANNI &#8216;80 SONO IN COSTANTE DIMINUZIONE (L&#8217;Ora del Salento, 29 maggio 2010, pag.11)</title>
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		<pubDate>Sun, 30 May 2010 05:13:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cavallo Roberto</dc:creator>
				<category><![CDATA[CRISTIANITA']]></category>
		<category><![CDATA[L'Ora del Salento]]></category>
		<category><![CDATA[RECENSIONI]]></category>
		<category><![CDATA[San Paolo]]></category>
		<category><![CDATA[TESTATE GIORNALISTICHE]]></category>

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		<description><![CDATA[“Preti pedofili. La vergogna, il dolore e la verità sull’attacco a Benedetto XVI” è il titolo del nuovo libro di Massimo Introvigne, il noto sociologo delle religioni fondatore e direttore del Centro Studi Nuove Religioni (CESNUR) nonché prolifico scrittore e saggista.
In questo volume pubblicato da San Paolo e appena uscito in libreria, Introvigne ricostruisce in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>“<em>Preti pedofili. La vergogna, il dolore e la verità sull’attacco a Benedetto XVI</em>” è il titolo del nuovo libro di <strong>Massimo Introvigne</strong>, il noto sociologo delle religioni fondatore e direttore del Centro Studi Nuove Religioni (CESNUR) nonché prolifico scrittore e saggista.</p>
<p>In questo volume pubblicato da San Paolo e appena uscito in libreria, Introvigne ricostruisce in modo organico la triste vicenda che da qualche mese a questa parte tiene campo sui media. E’ quanto mai opportuno leggere tale testo per non farsi cogliere impreparati, perché se i cattolici hanno sicuramente da abbassare la testa e chiedere perdono (come sempre, del resto), essi hanno d’altro canto pure l’obbligo di rendere testimonianza alla verità. Ebbene di verità nel testo di Introvigne ve ne sono molte, che sarebbe un vero peccato trascurare e ignorare. Proviamo ad elencarne alcune.</p>
<p>1)    I preti pedofili esistono. A molti di noi piacerebbe che si trattasse solo di un brutto sogno o di calunnie della stampa laicista. Non è così, purtroppo. E non è quello che ci insegna il papa (valga per tutte la <em>Lettera ai cattolici d’Irlanda, </em>in cui <strong>Benedetto XVI</strong> riconosce la gravità dello scandalo).</p>
<p>2)    Il fenomeno presenta le caratteristiche di quelli che i sociologi definiscono “panici morali”: problemi socialmente costruiti, caratterizzati da un’amplificazione mediatica di dati reali, spesso risalenti a parecchi decenni prima.</p>
<p>3)    E’ certamente sbagliato sostenere la tesi secondo cui tutti i sacerdoti omosessuali sono pedofili. Ma è un fatto, piaccia o non piaccia, che la maggioranza dei sacerdoti accusati di abusi pedofili è omosessuale.</p>
<p>4)    Il fenomeno, purtroppo, è planetario, e quindi coinvolge altre confessioni religiose e tutte le classi sociali: la Chiesa cattolica in misura percentualmente inferiore ad altri.</p>
<p>5)    Soprattutto negli Stati Uniti, due sono stati gli attori protagonisti della grande bagarre mediatico-giudiziaria scatenata intorno allo scandalo: le società di assicurazione, che pagano una buona parte dei risarcimenti miliardari, e gli studi legali specializzati, che incassano il grosso delle somme. Né le une né gli altri sono particolarmente interessati all’accertamento della verità.</p>
<p>6)    Gli appelli alla “tolleranza zero” sono giustificati, ma non ci dovrebbe essere alcuna tolleranza neanche per chi calunnia sacerdoti innocenti.</p>
<p>7)    Il ritorno alla morale, alla disciplina ascetica, alla meditazione sulla vera, grande natura del sacerdozio è l’antidoto ultimo alle tragedie vere della pedofilia.</p>
<p>Per le abituali ragioni di spazio ci fermiamo qui, lasciando al lettore volenteroso il compito di scoprire “il resto della verità”, rinviandolo alle pagine del libro di Massimo Introvigne.</p>
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		<title>I TULIPANI DELLA MEMORIA (di Guido Verna)</title>
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		<pubDate>Thu, 27 May 2010 05:26:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cavallo Roberto</dc:creator>
				<category><![CDATA[CRISTIANITA']]></category>
		<category><![CDATA[Marsilio]]></category>
		<category><![CDATA[RECENSIONI]]></category>
		<category><![CDATA[SUSSIDIARIO DI STORIA]]></category>

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		<description><![CDATA[1. Una decina di anni fa, per svolgere qualche riflessione sull’eutanasia, presi spunto da un servizio giornalistico in cui si raccontava della agghiacciante scoperta di un itinerario possibile — la cosiddetta “via dei tulipani”  — per la soluzione del problema della &#8220;vecchia mamma&#8221;, col rasserenante supporto di una Agenzia di (ultimi) viaggi [cfr. MN].
La [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-4314" href="http://www.recensioni-storia.it/i-tulipani-della-memoria-di-guido-verna/pitesti-tulipani-fiori-ovxerj"><img class="alignleft size-full wp-image-4314" title="Pitesti-Tulipani-Fiori-ovxerj" src="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2010/05/Pitesti-Tulipani-Fiori-ovxerj.jpg" alt="Pitesti-Tulipani-Fiori-ovxerj" width="226" height="170" /></a>1. Una decina di anni fa, per svolgere qualche riflessione sull’eutanasia, presi spunto da un servizio giornalistico in cui si raccontava della agghiacciante scoperta di un itinerario possibile — la cosiddetta “via dei tulipani”  — per la soluzione del problema della &#8220;vecchia mamma&#8221;, col rasserenante supporto di una Agenzia di (ultimi) viaggi [cfr. MN].</p>
<p>La “via dei tulipani” era descritta serena e colorata, senza spigoli e ruvidezze: «la clinica — raccontava il giornalista — è bella e funzionale [...] il medico è molto preparato, uno specialista, l&#8217;assistente conosce bene l&#8217;italiano [...]  l&#8217;atmosfera è tranquilla e serena [...] la signora olandese è molto affettuosa [...] il sonno arriverà molto dolcemente [...] i familiari e gli amici saranno intorno al letto, terranno le loro mani nelle mani del congiunto. Dopo, l&#8217;arresto cardiaco e la morte». E quando il medico l&#8217;avrà sanzionata ufficialmente trasformando il tulipano in crisantemo, solo allora è finalmente «il tempo delle lacrime».</p>
<p>Questo articolo mi è tornato in mente in questi giorni durante la lettura di un libro di recente edizione — &#8220;Musica per lupi&#8221; di Dario Fertilio —, dove ho incontrato di nuovo i tulipani. E ancora una volta li ho incontrati in una prospettiva altrettanto terribile, trovandoli sulle strade intorno al luogo dove, secondo uno dei massimi esperti di barbarie come Alexandr Solgenitsin, si è consumato  «il più terribile atto di barbarie del mondo moderno» (come riportato nell’esergo del libro stesso).</p>
<p>2. La ri-creazione dell’uomo finalmente liberato dalle catene del Cielo e da quelle della storia e della natura, è stato sempre — come doveva essere, d’altronde — lo scopo principale del comunismo e anche la misura dello stato di avanzamento dei suoi “lavori” e, un giorno, finalmente illuminati dal Sol dell’Avvenire, l’ammirabile esito del suo compimento.</p>
<p>L’”uomo nuovo” doveva risultare «[…] votato alla causa del partito e dello Stato e libero dalle distorsioni e alienazioni psicologiche della società borghese» [RC]. E non poteva che essere così, perché così assicurava la «[…] teoria marxista secondo cui la coscienza è determinata dalle condizioni socioeconomiche. [E quindi] il socialismo avrebbe inevitabilmente prodotto un’altra, superiore, forma di umanità » [Ibid.].</p>
<p>Il punto di riferimento pedagogico fu Makárenko — il pedagogo di fiducia degli “organi”, la spietata polizia politica, secondo la definizione di Solgenitsin —, per il quale, in vista dell’edificazione del nuovo mondo socialista, l’educazione dell’uomo nuovo non poteva più tener conto di elementi religiosi o borghesi come la natura e gli interessi del discente, bensì alzarsi e allargarsi alle nuove grandiose necessità politiche e sociali.</p>
<p>Ebbene, dal 1949 al 1952, a Pitesti — città rumena (nella foto) tra Bucarest e Sibiu, sul fiume Arges — fu tentato dal regime comunista un esperimento spaventoso: creare questo “uomo nuovo” — il tragico sogno gnostico della rivoluzione, oggi coltivato dai postcomunisti con l’ingegneria genetica, sua ultima e angosciosa spiaggia — facendo ricorso non al “classico” sistema educativo semicarcerario e collettivistico previsto dalle spietate tecniche pedagogiche di Makárenko bensì rieducandolo «[…] tramite la tortura continua fisica e psichica […] praticata a vicenda tra i detenuti politici» [SI], fino, però, a superare ogni limite non solo umanamente ma anche bestialmente immaginabile.</p>
<p>3. Alla «[…] pedagogia postrivoluzionaria [che] proclamava il principio teorico secondo cui la punizione educa degli schiavi, […] Makárenko obietta[va]: “La punizione può educare degli schiavi, ma può anche allevare delle persone più che a posto, degli uomini liberi e fieri” » [MG-AN].</p>
<p>A Pitesti, tale obiezione,  se da un canto fu perfettamente recepita per ciò che riguardava gli “uomini liberi e fieri”, dall’altro fu spinta parossisticamente ben «[…] oltre i limiti consentiti […] [dallo stesso] Makárenko, oltre l’idea della violenza intesa come mezzo ideologico» [p.115].</p>
<p>Da un lato le persone distrutte a Pitesti — «[...] forse cinquemila», che sono moltissime, considerato il breve tempo dell’esperimento — [...] furono «[…] soprattutto studenti universitari d’opposizione al regime instauratosi in Romania, sulla punta delle baionette sovietiche. Vittime giovani, malleabili. In gran parte legionari dell’Arcangelo Michele o Guardie di Ferro — o come altrimenti si chiamavano gli allievi di Corneliu Codreanu»  [p.12].</p>
<p>Dall’altro, a Pitesti — per dar «[…] corpo al progetto di creare in laboratorio  un’umanità pervertita» [p.171] — furono raggiunti baratri di antiumanità così profondi da raggelare i cuori anche solo dei lettori di oggi. A Pitesti, «[…] spingere i detenuti a torturarsi a vicenda era lo scopo demoniaco dell’impresa» [LNC-1]. A Pitesti, Turcanu, il grande capo del laboratorio, nuovo Mefistofele, aveva stabilito che «esistono soltanto due possibilità […] [uscire] o morti o rieducati […]. Svuotatevi, fatelo completamente, e forse vivrete. Io sono il padrone della vostra memoria, datela a me» [p.92].</p>
<p>4. Il fantasma di Turcanu è diventato purtroppo anche il padrone della nostra memoria, se è vero che è «incredibile, ma non si sa quasi niente sul crimine più diabolico del comunismo e cioè il genocidio delle anime che aveva come scopo la genesi &#8220;dell&#8217;uomo nuovo&#8221;» [SI].</p>
<p>Eppure  «Pitesti è giù in fondo. Oltre non c’è più niente. […] Il sangue […] scorreva copioso […] finendo con l’assumere un significato anche simbolico, rituale. Una discesa per tappe, o bolge, al punto di non ritorno. Laggiù in fondo il cerchio abissale si chiudeva» [p.171].</p>
<p>Le torture avevano nomi accattivanti ma erano di una cattiveria disumana: il guanto di ferro, il rodeo, l’aeroplano, la serpentiera, le celle mon jardin. Trascuro, per la loro insopportabilità, i riti iniziatici, le messe nere, le offese alla Madonna e a Gesù.</p>
<p>«La fantasia delirante di Turcanu si scatenava in modo particolare contro gli studenti credenti che rifiutavano di rinnegare Dio. […]</p>
<p>I seminaristi erano invece obbligati [...] a celebrare le messe nere che lui metteva in scena soprattutto la Settimana Santa, la sera di Pasqua» [LNC-2].</p>
<p>Nel Libro nero del comunismo, la procedura di distruzione umana fondata sugli “smascheramenti” successivi ed applicata con atroce fervore a Pitesti, è descritta nella sua articolazione: «La prima fase della rieducazione si chiamava “smascheramento esterno”: il prigioniero doveva dare prova della propria lealtà confessando quanto aveva nascosto durante l&#8217;istruttoria del processo, in particolare i legami con gli amici in libertà. Nella seconda fase, lo “smascheramento interno”, doveva denunciare quanti l&#8217;avevano aiutato all&#8217;interno della prigione. Nella terza fase, lo “smascheramento morale pubblico”, si chiedeva al detenuto di schernire tutto ciò che considerava sacro: i genitori, la moglie, la fidanzata, Dio se era credente, gli amici. Si arrivava, così, alla quarta fase: il candidato all&#8217;adesione all’ODCC [Organizzazione dei detenuti dalle convinzioni comuniste] veniva designato a “rieducare”  il suo migliore amico, torturandolo con le sue stesse mani; e diventando, quindi, a propria volta un carnefice» [LNC-1].</p>
<p>Sorin Iliesiu — il cineasta rumeno che sta trovando qualcuno che lo aiuti economicamente a realizzare un film documentario sull’ “esperimento” — da parte sua conclude così il racconto delle procedure dei torturatori: «Quelli che si rifiutavano dovevano rientrare nel processo della rieducazione e attraversare di nuovo tutte le tappe finché accettavano il ruolo di &#8220;ri-educando&#8221;; chi continuava a rifiutarsi veniva ucciso.[…] non ci sono parole per descrivere tutto quello che hanno subito quei giovani anticomunisti (quasi 2000), la maggioranza studenti al momento dell&#8217;arresto. Malgrado tutto, il genocidio delle anime non è avvenuto perché l&#8217;anima è immortale e questa convinzione è stata la speranza dei detenuti condannati. Solo la fede in Dio li ha salvati» [SI].</p>
<p>Di fronte a un sistema di perversione così organizzato, è comprensibile come il regime avesse imposto il silenzio  assoluto e l’ombra più fitta: «Tra tutti i crimini perpetrati nelle carceri comuniste rumene, il programma di “rieducazione” fu quello circondato da maggior segreto» [LNCE].</p>
<p>Poi, qualcosa dal carcere di Pitesti cominciò a fuoriuscire, magari solo un piccolo rivolo, che però era talmente avvelenato e così puteolente da far seriamente rischiare che qualcuno volesse guardarci dentro meglio.</p>
<p>E allora, per annullare il rischio, si utilizzò tempestivamente un classico metodo comunista, il suo passepartout universale: l’accusa denunciò «un piano diabolico, di marca fascista [...] realizzato in seguito a un riprovevole rilassamento della vigilanza carceraria. Proprio per questo, per fermare il veleno prima che si diffonda, si rende necessario un processo a porte chiuse» [p.140].</p>
<p>Turcanu e quindici suoi “collaboratori” — scelti sia tra quelli “spontanei” della prima ora sia tra quelli obbligati a essere torturatori dalla tortura a lungo subita — furono fucilati il 17 dicembre 1954,  «[...] segretamente, in perfetto stile bolscevico. Il Ministero dell’interno, [...] voltò pagina come se niente fosse accaduto» [p.13].</p>
<p>Come il Ministero, voltò pagina anche il mondo “libero”.</p>
<p>5. Da Wikipedia: Il tulipano è «[…] originario della Turchia e suo simbolo nazionale floreale. […] Il suo nome in turco deriva da tullband che significa copricapo, turbante per la forma che il fiore sembra rappresentare. Questo tipo di fiore vide la sua massima popolarità nel periodo di Solimano il Magnifico che lo volle sviluppare in numerose varietà ed impiantare ovunque in Turchia sotto il suo regno nel XVI secolo» [WKP].</p>
<p>6. Pitesti è la città dei tulipani e il tulipano è il simbolo della città.</p>
<p>Ogni anno, ad aprile, a Pitesti c’è la festa dei fiori e «[…] la grande mostra internazionale battezzata “sinfonia dei tulipani” con giochi di spruzzi e luci variopinte alla fontana musicale, e sfilate di bambine in abiti rossi e coroncine fiorite, con gite tra i frutteti e le vigne» [p.162].</p>
<p>Il vecchio torturato è voluto tornare a 80 anni nel luogo del suo martirio giovanile ma non vede il colore dei fiori, vede grigio, anzi immagina grigio, “quel” grigio. «Il solito grigio dell&#8217;est, la vernice che un tempo ha ricoperto tutto, è precisamente quanto ha in mente Virgil Ionescu. Da giovane, si è chiesto tante volte perché le città dell&#8217;oriente socialista fossero tutte sepolte sotto quella identica coltre grigia. Adesso lo sa. Serviva a diffondere rassegnazione e ad allentare l&#8217;istinto vitale. La vitalità è sempre pericolosa, suscita pensieri proibiti»  [p.164].</p>
<p>A Pitesti, Virgil subì una tortura che lo fece diventare cieco. La nipotina di 12 anni lo porta in giro prendendolo per mano e, chissà, forse gli racconta il colore dei tulipani.</p>
<p>Ma Virgil detesta i tulipani. «Una vecchia maledizione riguarda i tulipani romeni. Molti anni dopo che lui era uscito dalla prigione di Pitesti, e ancora fino alla caduta del regime, “quelli” hanno continuato imperterriti a demolire le chiese; lo facevano sia a Bucarest che nelle città più piccole o nei villaggi. Agivano da malandrini, di notte, sicché al mattino chi passava da quelle parti trovava al posto delle chiese soltanto erba, aiuole e tulipani. Per questo Virgil Ionescu ha imparato a detestarli»  [p.164].</p>
<p>7. Che farò, ora, con i tulipani che fioriscono nel piccolo giardino di casa? Prenderò le forbici “da pota” e li taglierò o svellerò addirittura i bulbi?</p>
<p>No, non farò così: perché — da sempre e dove posso — la bellezza è il mio promemoria preferito. Per ricordare la “politica”, per esempio, preferisco posare lo sguardo sul Buon Governo di Ambrogio Lorenzetti piuttosto che sul Quarto Stato di Pellizza da Volpedo.</p>
<p>I memento ispirati dal “bello” — nel caso di specie, anche profumati — permettono di ricordare “meglio”, perché liberano l’intelligenza e la memoria dai flutti impetuosi e spesso ostili delle passioni e le ben dispongono, acquietandoli e perciò acquietandole.</p>
<p>E allora, passeggiando in giardino, ricorderò con i colori dei nostri tulipani i molti “fronti” che hanno assorbito e continuano ad assorbire le attività di studio e di azione di quei cattolici che come me e tanti miei amici hanno deciso di impegnarsi  — non necessariamente all’interno di partiti, anzi … — in quella nobile opera di carità sociale che è la politica.</p>
<p>Dunque, per cominciare, ai tulipani rossi, che nascono tra il melograno e il gelso, affiderò la memoria del sangue di Pitesti e dei milioni di morti “prodotti” dal comunismo.</p>
<p>Quelli bianchi, svettanti ai bordi del piccolo prato, del comunismo, invece, mi faranno tornare in mente il suo ateismo, l’odio contro Dio e contro la religione, le chiese distrutte nottetempo e l’inganno del prato fiorito, che può assumersi come paradigma della sua marcia (e di quella dei suoi epigoni, che la continuano con altri nomi).</p>
<p>Poi, il tulipano giallo, tra le rose nell’aiuola d’angolo, mi ricorderà il turbante e Solimano il Magnifico, la presa di Belgrado e la conquista di Rodi, ma anche Lepanto e il Beato Marco D’Aviano.</p>
<p>E infine, i tulipani viola, che si pavoneggiano presuntuosi vicino al rosmarino, mi rammenteranno — modernissimi e attuali, con il colore à la page — l’ingegneria genetica, l’aborto, l’eutanasia, l’Olanda, la vita e la morte degli innocenti &#8230; ma pure — Cicero pro domo sua — la vita e la morte dei vecchi peccatori, a cui — per ridurre le spese sanitarie e le noie dei figli e dei nipoti — si vorrebbe togliere anche il tempo di chiedere lungamente perdono…</p>
<p> </p>
<p> </p>
<p>Note:</p>
<p> DARIO FERTILIO, &#8220;Musica per lupi&#8221;, Marsilio, Venezia 2010. Le indicazioni di pagina senza altre specificazioni sono riferite a questo libro.</p>
<p>[Benedetto XVI] Discorso del Santo Padre Benedetto XVI, Cappella Sistina, 4 dicembre 2009, per il Concerto in onore del Santo Padre offerto dal Presidente della Repubblica federale di Germania, S.E. il sig. Horst Köhler, in occasione della ricorrenza del 60° della fondazione della Repubblica federale di Germania e nel 20° anniversario della caduta del Muro di Berlino in: http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/speeches/2009/december/documents/hf_ben-xvi_spe_20091204_concerto-koehler_it.html</p>
<p> [SI] SORIN ILIESIU, Appello per conoscere la verità sull&#8217;invenzione più diabolica della storia: l&#8217;esperimento Pite?ti in  Il genocidio delle anime. L’esperimento Pite?ti. La rieducazione tramite la tortura, in http://www.thegenocideofthesouls.org/ public/italiano/il-nostro-appello/ visitato il 23-04-2010.</p>
<p> [RC] ROBERT CONQUEST, Il secolo delle idee assassine, trad. it., Mondadori,  Milano 2002, p.128.</p>
<p> [MG-AN] MIHAIL GELLER &#8211; LLEKSANDR NEKRIC, Storia dell URSS. Dal 1917 a Eltsin, trad. it., Bompiani, Milano 1997, p.328. La citazione è ripresa dagli autori da  A.S. Makarenko, Socinenija, vol. V, p.112.</p>
<p> [LNC-1] KAREL BARTOSEK, Europa centrale e sudorientale, in IDEM, STÉPHANE COURTOIS, NICOLAS WERTH, JEAN-LOUIS PANNÉ, ANDRZEJ PACZKOWSKI, JEAN-LOUIS MARGOLIN, Il libro nero del comunismo. Crimini, terrore, repressione, trad. it., Mondadori, Milano 1998, pp. 392-393.</p>
<p> [LNC-2] Ibid., p.393, box L’inferno di Pite?ti.</p>
<p> [LNCE] ROMULUS RUSAN [a cura di], Il sistema repressivo comunista in Romania, in STÉPHANE COURTOIS [a cura di],  IDEM, GAUCK, JAKOVLEV, MALIA, CVETKOV, OGNJANOV, ŠARLANOV, RUSAN, NEUBERT,YANNAKAKIS, BAILLET, Il libro nero del comunismo europeo. Crimini, terrore, repressione, trad. it., Mondadori, Milano 2006, p. 327.</p>
<p> [MN] MASSIMO NUMA, articolo su La Stampa, 17-11-2001.</p>
<p> [WKP]  http://it.wikipedia.org/wiki/Pitesti , visitato il 23-04-2010.</p>
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		<title>PERCHE&#8217; IL PAPA E&#8217; IL PAPA? IL PRIMATO DI BENEDETTO XVI E DEI SUOI 264 PREDECESSORI (L&#8217;Ora del Salento, 22 maggio 2010, pag.11)</title>
		<link>http://www.recensioni-storia.it/perche-il-papa-e-il-papa-il-primato-di-benedetto-xvi-e-dei-suoi-264-predecessori</link>
		<comments>http://www.recensioni-storia.it/perche-il-papa-e-il-papa-il-primato-di-benedetto-xvi-e-dei-suoi-264-predecessori#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 19 May 2010 04:20:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cavallo Roberto</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Il Timone]]></category>
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		<category><![CDATA[RECENSIONI]]></category>
		<category><![CDATA[TESTATE GIORNALISTICHE]]></category>

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		<description><![CDATA[Ci sono alcuni passi del Vangelo che con chiarezza attribuiscono a Pietro il primato del collegio apostolico. Siccome poi è evidente che Gesù non ha promesso a Pietro il dono dell’immortalità, la Chiesa delle origini ha sempre interpretato tali passi nel senso che il primato possa e debba proseguire nei suoi successori. Questo è il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-4291" href="http://www.recensioni-storia.it/perche-il-papa-e-il-papa-il-primato-di-benedetto-xvi-e-dei-suoi-264-predecessori/barra"><img class="alignleft size-full wp-image-4291" title="BARRA" src="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2010/05/BARRA.jpg" alt="BARRA" width="91" height="130" /></a>Ci sono alcuni passi del Vangelo che con chiarezza attribuiscono a Pietro il primato del collegio apostolico. Siccome poi è evidente che Gesù non ha promesso a Pietro il dono dell’immortalità, la Chiesa delle origini ha sempre interpretato tali passi nel senso che il primato possa e debba proseguire nei suoi successori. Questo è il fondamento dell’autorità pontificia, che corrisponde ad un elementare principio di organizzazione sociale, come argutamente ricorda <strong>Rino Cammilleri</strong> nel suo recente libro “Dio è cattolico?”: “<em>E’ vero. Cristo poteva affidare l’autorità infallibile all’intero collegio dei Dodici. Ma perché complicare le cose quando si possono fare semplici? In ogni collegio che si rispetti viene sempre nominato un portavoce, un presidente, uno, insomma, che ha l’ultima parola o almeno il voto decisivo. Altrimenti si fa notte</em>&#8230;”.</p>
<p>I passi del Vangelo che riguardano il primato si trovano soprattutto in Matteo (cap. 16,vv.18-19): “<em>Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa…A te darò le chiavi del regno dei cieli e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli</em>”.</p>
<p>Con queste parole Gesù spiega ai suoi discepoli che cosa intende per primato: nel linguaggio del tempo “detenere le chiavi” indicava il potere del maggiordomo di amministrare i beni di una casa o di un palazzo, quando il legittimo proprietario si assentava e in attesa del suo ritorno. Nel linguaggio rabbinico, inoltre, i termini “legare” e “sciogliere” indicavano il potere di proibire o di permettere in campo dottrinale; gli stessi termini significavano pure il potere di condannare e di assolvere in campo giuridico e disciplinare: compiti che Gesù affida direttamente a Pietro.</p>
<p>A tal proposito un altro passo importante del Vangelo lo troviamo in Giovanni (cap.21, vv.14-17), nella triplice richiesta di Gesù a Pietro: “Simone di Giovanni mi vuoi tu bene <em>più</em> di costoro?&#8230;Pasci le mie pecorelle”.</p>
<p>Come racconta il giornalista Gianpaolo Barra nel suo volume “<em>La vera Chiesa? E’ quella cattolica</em>” (Edizioni Art-Il Timone, 2004, pagg. 64), fin dal primo secolo vi sono testimonianze storiche da cui si evince che le comunità cristiane delle origini (quelle d’Oriente come quelle d’Occidente) non avevano difficoltà a riconoscere la potestà dottrinale dei successori romani di San Pietro.</p>
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		<title>LA VERTA&#8217; SULLE CROCIATE E&#8217; LA LORO FALSIFICAZIONE (Corriere del Giorno, 13 maggio 2010, pag.31)</title>
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		<pubDate>Tue, 18 May 2010 19:41:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cavallo Roberto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Corriere del Giorno]]></category>
		<category><![CDATA[Edizioni Lindau]]></category>
		<category><![CDATA[RECENSIONI]]></category>
		<category><![CDATA[SUSSIDIARIO DI STORIA]]></category>
		<category><![CDATA[TESTATE GIORNALISTICHE]]></category>

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		<description><![CDATA[“Dopo la morte del Profeta Maometto, per un millennio il dar al-Islam (mondo islamico) ingaggiò con alterni successi la jihad contro il dar al-harb, la dimora della guerra. Così, gli eserciti musulmani riuscirono a conquistare tre quarti del mondo cristiano nonostante gli sforzi di generazioni di crociati per arrestarne o invertirne l’avanzata.”  Non mi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-4275" href="http://www.recensioni-storia.it/la-verta-sulle-crociate-e-la-loro-falsificazione-corriere-del-giorno-13-maggio-2010-pag-31/le-crociate-una-st-nuova_big"><img class="alignleft size-full wp-image-4275" title="le-crociate-una-st-nuova_big" src="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2010/05/le-crociate-una-st-nuova_big.jpg" alt="le-crociate-una-st-nuova_big" width="189" height="274" /></a>“Dopo la morte del Profeta Maometto, per un millennio il <em>dar al-Islam</em> (mondo islamico) ingaggiò con alterni successi la jihad contro il <em>dar al-harb</em>, la dimora della guerra. Così, gli eserciti musulmani riuscirono a conquistare tre quarti del mondo cristiano nonostante gli sforzi di generazioni di crociati per arrestarne o invertirne l’avanzata.”  Non mi sembra vi sia modo migliore di questo per interpretare quel complesso fenomeno storico che va sotto il nome di “crociate”: il tentativo della cristianità di arrestare (o quanto meno di ritardare) la progressiva espansione musulmana, che per ben due volte giungerà ad assediare, nel cuore dell’Europa, la città di Vienna.  A tale conclusione giunge Thomas F. Madden, che per le Edizioni Lindau di Torino ha pubblicato “<em>Le Crociate. Una storia nuova</em>” (2005, pagg. 350).  Madden, che insegna Storia medievale alla Saint Louis University, vanta una grande conoscenza della materia, cosa che gli consente di pervenire a conclusioni originali e, per certi aspetti, controcorrente.  Dopo aver illustrato le varie spedizioni verso la Terrasanta (ma anche quelle contro gli eretici nel sud della Francia), mettendo in luce inediti elementi di novità come, per esempio, il ruolo attivo che in esse ebbero le donne, lo studioso propone un’ampia panoramica sulla storiografia che si è occupata dell’argomento.  Con Voltaire e l’illuminismo le crociate furono definite guerre di intolleranza combattute per conto di un clero affamato di potere. Insieme all’Inquisizione, divennero l’emblema di quello che si riteneva fossero l’isteria, la superstizione e l’ignoranza dei “secoli bui”.  Nell’800 i romantici hanno in parte riabilitato il Medioevo: esaltavano la bellezza dell’architettura gotica, ammiravano le virtù cavalleresche, elogiavano la fede e la compassione della religiosità medievale (pagg. 306-307).  Allo stesso tempo, però, si diffusero correnti di pensiero, avvalorate dai nascenti nazionalismi europei, che vedevano gli Stati latini di Terrasanta come forme antesignane di colonialismo.  Per la successiva storiografia marxista le crociate avrebbero rappresentato il risultato della crescita demografica e della carenza di risorse in Europa: così i crociati sarebbero stati solo “lavoratori in esubero” che cercavano all’estero nuove terre da sfruttare.  Nella seconda metà del secolo appena trascorso l’atteggiamento critico verso quell’esperienza storica è ulteriormente aumentato, sino a raffigurare i crociati come i barbari predatori della pacifica e raffinata civiltà orientale (tanto musulmana che, in parte, bizantina).   Thomas F. Madden fa parte di quella schiera di storici che in questi ultimi anni, pur non minimizzando gli errori e le infedeltà che spesso contraddistinsero i cavalieri cristiani, presentano una visione più scientifica e meno ideologizzata del fenomeno. Fra questi professionisti (appartenenti soprattutto all’area anglo-sassone) ci sono Jonathan Riley-Smith (<em>What were the Crusades</em>?, 2002), Thomas Asbridge (<em>The first Crusade</em>, 2004), Jonathan Phillips (<em>The forth Crusade</em>, 2004).  Eppure, nota con realismo Madden, “Non è ancora certo che questi sforzi avranno successo nel demistificare leggende storiche nutrite tanto a lungo” (pag. 311).   Fra le varie leggende nere che forse sarebbe opportuno “demistificare” vi è il presunto “bagno di sangue” che avrebbe seguito la conquista crociata di Gerusalemme; o quella per cui l’Europa cristiana avrebbe sfruttato in senso coloniale la Terrasanta.   Ma, scrive Madden, “…Gli studiosi sostengono da tempo che le crociate non hanno avuto alcun effetto benefico sull’economia europea. Anzi, costituivano un massiccio prosciugamento di risorse…Sono stati i musulmani, in particolare quelli comandati dal sultano ottomano, a invadere l’Europa occidentale, creando una seria minaccia per la sopravvivenza di quanto restava della cristianità. Le crociate non fecero nulla per il degrado del mondo musulmano. Al contrario, vi sono prove a favore del declino dell’Occidente, costretto a organizzare costose spedizioni per difendersi da imperi islamici in dilagante espansione.” (pagg. 317-318).  Del resto, dimostrazione di tutto ciò è che la storiografia di parte islamica ha sostanzialmente trascurato come irrilevante il fenomeno delle crociate, almeno sino a quando non è passata fra gli intellettuali orientali (ma solo agli inizi del XX secolo!) la “vulgata” illuminista e marxista auto-afflittiva di provenienza occidentale: “Quindi, non sono state le crociate a causare gli attentati dell’11 settembre, ma il loro ricordo artificiale costruito dalle moderne potenze coloniali, tramandato da nazionalisti arabi e fondamentalisti islamici. Questi hanno spogliato le spedizioni medievali di ogni aspetto storico, rivestendole con gli stracci dell’imperialismo ottocentesco. In quanto tali, esse sono divenute icone per obiettivi moderni che cristiani e musulmani medievali non avrebbero capito, tanto meno scusato.” (pag. 318).</p>
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		<title>IL PRIMATO DELLA SEDE DI ROMA E LO SCISMA D&#8217;ORIENTE (L&#8217;Ora del Salento, 15 maggio 2010, pag.11)</title>
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		<pubDate>Wed, 12 May 2010 05:56:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cavallo Roberto</dc:creator>
				<category><![CDATA[CRISTIANITA']]></category>
		<category><![CDATA[L'Ora del Salento]]></category>
		<category><![CDATA[RECENSIONI]]></category>
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		<category><![CDATA[San Paolo]]></category>
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		<description><![CDATA[Ogni anno la Chiesa dedica una settimana del tempo liturgico alla preghiera per l’unità dei cristiani.
In tale contesto un ruolo significativo assumono le numerose iniziative volte a colmare la distanza che separa i cattolici dai fratelli ortodossi. La necessità di pregare per tale scopo è sintomatico delle oggettive difficoltà che si pongono sul cammino di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a rel="attachment wp-att-4226" href="http://www.recensioni-storia.it/il-primato-della-sede-di-roma-e-lo-scisma-doriente/primato-sede-roma"><img class="alignleft size-medium wp-image-4226" title="PRIMATO SEDE ROMA" src="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2010/05/PRIMATO-SEDE-ROMA-192x300.jpg" alt="PRIMATO SEDE ROMA" width="192" height="300" /></a>Ogni anno la Chiesa dedica una settimana del tempo liturgico alla preghiera per l’unità dei cristiani.</p>
<p>In tale contesto un ruolo significativo assumono le numerose iniziative volte a colmare la distanza che separa i cattolici dai fratelli ortodossi. La necessità di pregare per tale scopo è sintomatico delle oggettive difficoltà che si pongono sul cammino di una completa riconciliazione, “<em>Ut unum sint</em>”, come diceva <strong>Giovanni Paolo II</strong> nella sua enciclica sull’ecumenismo.</p>
<p>Un libro delle Edizioni San Paolo, scritto proprio da un religioso della Società San Paolo, padre <strong>Michele Giuseppe D’Agostino</strong>, ci aiuta ad andare alle radici della rottura risalente al 16 luglio del 1054, quando con le reciproche scomuniche si consumò il cosiddetto scisma d’Oriente.</p>
<p>Il volume (2008, pagg. 415) ha per titolo “<em>Il primato della sede di Roma in Leone IX (1049-1054). Studio dei testi latini nella controversia greco-romana nel periodo pregregoriano</em>”.</p>
<p>Confortato da una bibliografia imponente, questo studio ha il pregio di proporre al lettore i documenti del tempo, in cui i protagonisti latini e greci maturarono due diverse ecclesiologie: universalistica e imperniata sull’autorità del papa i primi, con struttura sinodale ed episcopale i secondi.</p>
<p> L’Autore non nasconde le fragilità umane &#8211; da entrambe le parti &#8211; che condussero alla prima tragica divisione della cristianità, ma dimostra che non di quello solo si trattò. Pur nella rudezza dei modi tipici del tempo e non certo inclini alla moderna sensibilità ecumenica, i protagonisti dello scisma affrontarono tematiche teologiche di complessità quasi insuperabile, come la processione dello Spirito Santo dal Padre e dal Figlio (<em>Filioque</em>) e il primato dei successori romani di <strong>San Pietro</strong>.</p>
<p>Papa <strong>Leone IX</strong>, sotto il cui pontificato si realizzò la rottura con l&#8217;Oriente, operò una vasta riforma della Chiesa, allora travagliata dalla simonia e dai maneggi della nobiltà romana. Nell’ambito di tale vasto movimento riformatore, che traeva le sue origini dall’esperienza monastica e che toccherà l’apice con <strong>Gregorio VII</strong> (1073-1085), in Occidente viene a consolidarsi la dottrina sul primato pietrino. Esso si appoggia sull’esegesi neotestamentaria e sulla presenza storica di Pietro a Roma, mai messa in discussione almeno fino al tardo medioevo.</p>
<p><strong>Michele Cerulario</strong>, patriarca di Costantinopoli, negava che al pontefice spettasse più che un semplice primato di onore. Conseguenza non ultima di tale rifiuto è che ancora oggi in molti Paesi (compresa, per esempio, la minuscola Moldavia) i cattolici si trovano a dialogare non con una ma con più Chiese ortodosse, fra loro separate. Non solo. Il primato dei successori di Pietro come custodi ultimi della fede maturò in un periodo storico che da un lato vedeva la grande espansione della Chiesa verso l’Europa centro-settentrionale e dall’altro la decadenza dei patriarcati dell’età antica: Gerusalemme, Antiochia, Alessandria, sedi di patriarcato, erano sotto il giogo musulmano e dunque fortemente limitate nel loro agire ecclesiastico. Restava solo Costantinopoli, ma anch’essa nel giro di pochi secoli avrebbe perso la propria autonomia. </p>
<p>In tale contesto Roma rappresentava un segno tangibile di autorità e di universalità.</p>
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