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	<title>Recensioni &#38; Storia.it &#187; RECENSIONI</title>
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	<description>dove si parla di recensioni di libri e di argomenti di storia</description>
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		<title>C&#8217;E&#8217; UNA FARFALLA DENTRO DI NOI (recensione a cura di David Taglieri)</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Jan 2012 19:28:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cavallo Roberto</dc:creator>
				<category><![CDATA[CRISTIANITA']]></category>
		<category><![CDATA[RECENSIONI]]></category>
		<category><![CDATA[Sperling & Kupfer]]></category>

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		<description><![CDATA[Nella crisi che stiamo attraversando, economica, politica, valoriale e anche antropologica, è sempre più difficile parlare di emozioni e sentimenti con parole semplici, sopratutto in una epoca caratterizzata da volgarità, spudoratezza e perdita dell&#8217;interiorità. &#8220;C&#8217;è una farfalla dentro di noi&#8220;, di Paolo Mosca (pagg 141, Edizioni Sperling e Kupfer), rappresenta quel dialogo ininterrortto incominciato con stati d&#8217;animo, fra Mosca scrittore ed il lettore, in una atmosfera particolarmente intima che confonde i due momenti, scrittura e lettura, elevandoli al connubio Pensiero-Azione, per analizzare con genuinità e passione quello che è dentro di noi. L&#8217;Autore sembra prendere per mano il lettore, e con lui incontra i piccoli e grandi problemi della vita di tutti i giorni che ci ricordano al tempo stesso lo stupore della meraviglia e l&#8217;eccezionalità dell&#8217;essere al mondo, così come la quotidianità legata alla routine ed alla ripetizione, momenti che rappresentano esistenza e che non possono essere considerati qualcosa da snobbare. Che fare davanti alle emozioni, esser duri e tirar dritti o lasciarsi coinvolgere, mantenendo però sempre ferme le lezioni della razionalità e del buon senso? Nel mondo la meschinità e le difficoltà create in maniera isterica dall&#8217;uomo stesso cercano di fermare il volo di quella farfalla che si trova al di sopra di ogni creatura, e che proietta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2012/01/farfalla.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-6776" title="farfalla" src="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2012/01/farfalla-112x150.jpg" alt="" width="112" height="150" /></a>Nella crisi che stiamo attraversando, economica, politica, valoriale e anche antropologica, è sempre più difficile parlare di emozioni e sentimenti con parole semplici, sopratutto in una epoca caratterizzata da volgarità, spudoratezza e perdita dell&#8217;interiorità.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;<strong><em>C&#8217;è una farfalla dentro di noi</em></strong>&#8220;, di Paolo Mosca (pagg 141, Edizioni Sperling e Kupfer), rappresenta quel dialogo ininterrortto incominciato con stati d&#8217;animo, fra Mosca scrittore ed il lettore, in una atmosfera particolarmente intima che confonde i due momenti, scrittura e lettura, elevandoli al connubio Pensiero-Azione, per analizzare con genuinità e passione quello che è dentro di noi.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;Autore sembra prendere per mano il lettore, e con lui incontra i piccoli e grandi problemi della vita di tutti i giorni che ci ricordano al tempo stesso lo stupore della meraviglia e l&#8217;eccezionalità dell&#8217;essere al mondo, così come la quotidianità legata alla routine ed alla ripetizione, momenti che rappresentano esistenza e che non possono essere considerati qualcosa da snobbare.</p>
<p style="text-align: justify;">Che fare davanti alle emozioni, esser duri e tirar dritti o lasciarsi coinvolgere, mantenendo però sempre ferme le lezioni della razionalità e del buon senso?</p>
<p style="text-align: justify;">Nel mondo la meschinità e le difficoltà create in maniera isterica dall&#8217;uomo stesso cercano di fermare il volo di quella farfalla che si trova al di sopra di ogni creatura, e che proietta bene come figura le aspettative, i desideri, i sogni dell&#8217;animo umano, man mano inquinati dal pensiero corrente, conformista e smaliziato, cinico e strafottente.</p>
<p style="text-align: justify;">La farfalla non si arrende ai venti del pessimismo e resiste con la Fede, che alimenta Grandi Ideali e compiti di alto spessore.</p>
<p style="text-align: justify;">Inoltre assecondarla vuol dire virare verso l&#8217;alto i nostri pensieri, trasformare le angoscie in coraggio e in volontà di sacrificio per l&#8217;Invisibile, che diviene poi gioia ed allo stesso tempo grazia; arrivare a dare un senso alla vita a fine giornata.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;ottimo Mosca, chiosando, è andato incontro a critiche e feroci polemiche per il suo ottimismo del cuore e della mente, e per i riferimenti alla Fede; lo ricordiamo in alcune puntate del Costanzo Show, trasmissione anni &#8217;90, difendersi con grande classe e signorilità dalle urla e dal becerume dei salotti politicamente corretti, che lo additavano come banale e borghese, sempre in accezione negativa.</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi nutrire sentimenti, esporre pubblicamente simboli di fede, cercare la Verità e difendere il Passato e i Valori è quasi trasgressione.</p>
<p style="text-align: justify;">I capitoli sono brevi ma densi di contenuti in un linguaggio snello e fluido.</p>
<p style="text-align: justify;">All&#8217;inizio &#8211; premette Mosca &#8211; il suo tentativo vuole essere quello di rendere le parole in note musicali, tutte in <em>maggiore</em>, melodie per conciliare la serenità, la dolcezza interiore, la sofferenza che, ben manovrata, può mutare in gioia ed aiuto per il prossimo. </p>
<p style="text-align: justify;">Non bisogna abbattersi se la vita di ogni giorno suona con note <em>in minore</em> o, come direbbe Morandi, con note stonate, ciò che è impotante è ascoltare ed eseguire il concerto dentro sè stessi, senza aspettare gli applausi, che spesso sono fuorvianti e che con l&#8217;audio comunicano allo spettatore sensazioni di sicurezza finta e mascherata.</p>
<p style="text-align: justify;">E batte quella farfalla le ali nel cielo e nella giostra dei pensieri, batte con forza misteriosa, protegge con delicatezza quel cuore, e va al di là delle scosse elettriche, dei massaggi disperati e disperanti, perché c&#8217;è uno spirito dentro di noi che viene dall&#8217;Assoluto; non siamo solo sangue, corpo, sudore, relazioni, ma soprattutto Anime.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli scettici dicono che è stata nostra madre a darci quei battiti; Mosca sostiene che madre è ruolo collaborativo di accoglienza, ricezione e dolcezza, ma il Principio Primo si chiama Dio.</p>
<p style="text-align: justify;">Serve un suono che ne comunichi la Potenza, e la farfalla immagine naturale è una ancella intermediaria che vola sulle nostre spalle e dice di non arrendersi mai&#8230;Voliamo insieme nel concerto di questa alba-orchestra che è luce ed armonia, tante metafore in questo libro che rende pensieri poesia e viceversa, il sole dirige gli strumenti sul podio rosso papavero, le nuvole violini, il vento è continuazione, il pianoforte si fa arpa e devia il presente ed il futuro sulla rotta del passato.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Rinascere mai morire</em> è il capitolo dedicato all&#8217;amicizia. Gianni Caiafa è un amico di lunga data dell&#8217;autore: spalla di comici napoletani, ha sempre vissuto di riflesso, come direbbe qualcuno, una vita da mediano.</p>
<p style="text-align: justify;">Improvvisamente viene colpito da ictus, per 15 giorni consecutivi Mosca lo cerca per avere notizie dalla moglie, poi un giorno lo raggiunge una chiamata - Ti passo mio marito -.</p>
<p style="text-align: justify;">E lui &#8211; ti voglio bene &#8211; a ripetizione, diceva quello soltanto, un bambino rinato, una seconda vita; la mente riflette su una minuscola vena che fa tornare bambini, incoscienza che parla la lingua dell&#8217;essenziale.</p>
<p style="text-align: justify;">Per la società è finito, per la moglie, gli amici e per chi lo ama è un vecchio bambino, miracolo di Dio e dell&#8217;esistenza: bisogna tornare bambini non per demenza, giovanilismo o incidenti, ma nel cuore e nei progetti, nella purezza e nella meraviglia.</p>
<p style="text-align: justify;">E poi i viaggi: è bello spostarsi, conoscere nuove realtà; ma non condividerli con la nostra farfalla che ci svolazza facendo riconsiderare noi stessi e il Mondo, è come viaggiare a metà.</p>
<p style="text-align: justify;">Viaggia poco Mosca, ma viaggia per Roma, i vicoli, le piazze, gli anfratti, la Roma sparita ignorata dal classico turista intelligente e anche un pò cafone; anche qui la farfalla è intorno a noi e mostra le meraviglie dei paesaggi e della impareggiabile arte capitolina.</p>
<p style="text-align: justify;">In conclusione la pubblica professione della fede cattolica durante una apparizione televisiva, fischiata, oggetto di smorfie e diffidenza, gli procurò allontanamenti dalle terrazze della Roma bene, bollato come fanatico e presuntuoso.</p>
<p style="text-align: justify;">E se si fosse proclamato appartenente ad altra religione, si domanda?</p>
<p style="text-align: justify;">E tutto perchè parlando di attualità lo scrittore lombardo aveva osato una allegoria con il Vangelo.</p>
<p style="text-align: justify;">Biosgna salvare quella farfalla che è dentro di noi, ognuno ne ha una nel cuore, aprire la porta e lasciarle spiccare il volo verso l&#8217;Infinito è un antidoto contro il Pessimismo, e un passetto verso la Felicità.</p>
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		<title>RIFORMA NELLA CONTINUITA&#8217;. VATICANO II E ANTICONCILIARISMO</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Jan 2012 05:28:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cavallo Roberto</dc:creator>
				<category><![CDATA[CRISTIANITA']]></category>
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		<category><![CDATA[Sugarco]]></category>

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		<description><![CDATA[In un discorso ormai divenuto famoso, del 22 dicembre 2005, Benedetto XVI ha visto nell&#8217;interpretazione del Concilio ecumenico Vaticano II e nella lotta tra due ermeneutiche contrapposte &#8211; quella della discontinuità e della rottura   e quella della riforma, del rinnovamento nella continuità dell&#8217;unico soggetto-Chiesa, che il Signore ci ha donato &#8211; uno dei principali problemi del nostro tempo. Secondo l&#8217;ermeneutica della rottura &#8211; che ha goduto spesso della simpatia dei mass media e anche di una parte della teologia moderna &#8211; con il Concilio ha avuto inizio una nuova Chiesa, relegando quella del passato fra i rottami della storia. In realtà quello che il Concilio ha inteso fare è una riforma, in cui il passato continua ad essere rispettato ed amato, e l&#8217;immutabile deposito della fede, cioè il Vangelo, viene riproposto in modo rinnovato, purificato ed arricchito nella sua comprensione e formulazione. Alcuni, però, in gran parte scandalizzati dall&#8217;arbitrario predominio dell&#8217;ermeneutica della discontinuità, spesso accompagnato da una retorica altisonante, prepotente e vuota, hanno reagito interpretando ogni novità conciliare come una rottura con la Tradizione nella Chiesa, giungendo così ad un aperto anticonciliarismo, come lo stesso Papa ha definito questa reazione speculare e sbagliata (Auronzo di Cadore, 24 luglio 2007). Don Pietro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2012/01/Cantoni.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-6760" title="Cantoni" src="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2012/01/Cantoni-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>In un discorso ormai divenuto famoso, del 22 dicembre 2005, Benedetto XVI ha visto nell&#8217;interpretazione del Concilio ecumenico Vaticano II e nella lotta tra due ermeneutiche contrapposte &#8211; quella della <em>discontinuità e della rottur</em>a   e quella <em>della riforma, del rinnovamento nella continuità dell&#8217;unico soggetto-Chiesa, che il Signore ci ha <span class="Apple-style-span" style="font-style: normal;"><em>donato &#8211; </em>uno dei principali problemi del nostro tempo. Secondo l&#8217;ermeneutica della rottura &#8211; che ha goduto spesso della simpatia dei mass media e anche di una parte della teologia moderna &#8211; con il Concilio ha avuto inizio una nuova Chiesa, relegando quella del passato fra i rottami della storia.</span></em></p>
<p style="text-align: justify;">In realtà quello che il Concilio ha inteso fare è una riforma, in cui il passato continua ad essere rispettato ed amato, e l&#8217;immutabile deposito della fede, cioè il Vangelo, viene riproposto in modo rinnovato, purificato ed arricchito nella sua comprensione e formulazione. Alcuni, però, in gran parte scandalizzati dall&#8217;arbitrario predominio dell&#8217;ermeneutica della discontinuità, spesso accompagnato da una retorica altisonante, prepotente e vuota, hanno reagito interpretando ogni novità conciliare come una rottura con la Tradizione nella Chiesa, giungendo così ad un aperto <em>anticonciliarismo, </em>come lo stesso Papa ha definito<em> </em>questa reazione speculare e sbagliata (Auronzo di Cadore, 24 luglio 2007).</p>
<p style="text-align: justify;">Don Pietro Cantoni, sacerdote della diocesi di Massa Carrara-Pontremoli e teologo, affronta questo argomento, spesso accostato solo in modo passionale e sentimentale, con il distacco e l&#8217;oggettività di una teologia che vuole essere fedele alla Parola di Dio, al magistero della Chiesa e alla metafisica classica.</p>
<p style="text-align: justify;">Don Pietro Cantoni raccoglie tali studi in un recente volume edito da Sugarco (Milano, 2011, pagg. 153): &#8220;<em>Riforma nella continuità. Vaticano II e anticonciliarismo</em>&#8220;.</p>
<p style="text-align: justify;">Che un Concilio ecumenico non chiuda ma apra delle discussioni, che ci voglia tempo, fatica e sacrificio perché il senso vero ed autentico dei suoi documenti venga recepito e tradotto in pratica non stupisce chi conosce la lunga, tormentata ma sempre affascinante storia della Chiesa.</p>
<p style="text-align: justify;">Come bene ha chiosato Ralph McInerny, una cosa è certa: &#8220;Ciò che rende valido il Vaticano II è ciò che rende valido il Vaticano I, il Concilio di Trento e ogni altro Concilio&#8221; e  &#8221;accettare un Concilio equivale ad accettarli tutti; rifiutarne uno equivale a rifiutarli tutti&#8221;.</p>
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		<title>ROVESCIARE IL &#8217;68 (Recensione a cura di Omar Ebrahime)</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Jan 2012 17:55:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cavallo Roberto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondadori]]></category>
		<category><![CDATA[RECENSIONI]]></category>

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		<description><![CDATA[E’ stata una vera e propria rivoluzione e come tutte le vere rivoluzioni ha tagliato il tempo in due: un prima e un dopo. Eppure del cosiddetto Sessantotto, degli sconvolgimenti cioè che visse la società occidentale nell’anno 1968 (o meglio, a partire da quell’anno) se ne parla poco. E le poche volte che se ne parla lo si fa in modo reducistico o trionfalistico. Fa eccezione un volume dello scrittore Marcello Veneziani (Rovesciare il ’68. Pensieri contromano su quarant’anni di conformismo di massa, Mondadori, Milano 2008), osservatore dei costumi della società italiana e mente brillante prestata al giornalismo (scrive quotidianamente per Il Giornale). Il saggio, suddiviso in quattro capitoli, ognuno composto di brevi pensieri racchiusi in piccoli paragrafi, si presenta come una delle poche ricostruzioni della Contestazione non retorica né elogiativa. Lo stesso modo in cui il testo si presenta, originalmente creativo, senza un discorso continuato ma fatto di battute sparse è in qualche modo una provocazione per il lettore che è chiamato a rispondere ai numerosi giudizi taglienti che, dai vertici della politica istituzionale ai comportamenti più diversi del corpo sociale, non risparmiano nessuno. Ma che cosa è stato il cosiddetto Sessantotto? Che cosa s’intende con questa espressione? In breve, come noto, il termine rimanda alle numerose manifestazioni e rivolte [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2012/01/MarcelloVeneziani.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-6751" title="MarcelloVeneziani" src="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2012/01/MarcelloVeneziani-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>E’ stata una vera e propria rivoluzione e come tutte le vere rivoluzioni ha tagliato il tempo in due: un prima e un dopo. Eppure del cosiddetto Sessantotto, degli sconvolgimenti cioè che visse la società occidentale nell’anno 1968 (o meglio, a partire da quell’anno) se ne parla poco. E le poche volte che se ne parla lo si fa in modo reducistico o trionfalistico. Fa eccezione un volume dello scrittore Marcello Veneziani (<em>Rovesciare il ’68. Pensieri contromano su quarant’anni di conformismo di massa</em>, Mondadori, Milano 2008), osservatore dei costumi della società italiana e mente brillante prestata al giornalismo (scrive quotidianamente per <em>Il Giornale</em>). Il saggio, suddiviso in quattro capitoli, ognuno composto di brevi pensieri racchiusi in piccoli paragrafi, si presenta come una delle poche ricostruzioni della Contestazione non retorica né elogiativa. Lo stesso modo in cui il testo si presenta, originalmente creativo, senza un discorso continuato ma fatto di battute sparse è in qualche modo una provocazione per il lettore che è chiamato a rispondere ai numerosi giudizi taglienti che, dai vertici della politica istituzionale ai comportamenti più diversi del corpo sociale, non risparmiano nessuno. Ma che cosa è stato il cosiddetto Sessantotto? Che cosa s’intende con questa espressione? In breve, come noto, il termine rimanda alle numerose manifestazioni e rivolte che caratterizzarono la società occidentale in quell’anno e, tuttavia, non sono limitate a quell’anno. Il Sessantotto è l’anno-simbolo perché in quell’anno ha inizio il cosiddetto “Maggio francese” con l’Università della Sorbona di Parigi occupata dagli studenti e gli scontri di piazza dei sindacati con la polizia (in Italia i primi focolai scoppieranno a settembre). Ma segni di rivolta c’erano stati già anni addietro con la contestazione studentesca all’Università di Berkeley negli Stati Uniti. E’ questo uno dei dati da tenere presenti per circoscrivere il fenomeno: il Sessantotto non è semplicemente un anno della storia ma un insieme di eventi, accadimenti e manifestazioni che se pure in quell’anno si diffondono un po’ ovunque non si esauriscono però cronologicamente in quell’anno. Anzi. Arrivano fino all’oggi. Per cui il carattere del Sessantotto non va ricercato in fenomeni di superficie pure importanti e clamorosi (un’occupazione universitaria o una manifestazione violenta) ma in un’atmosfera di idee, sentimenti e tendenze che si diffonde tra i giovani fino a diventare dominante.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Sessantotto è quindi anzitutto una temperie culturale e (im)morale, un atteggiamento dello spirito, una visione della vita che infine si fa ideologia. Rivoluzionaria. Veneziani infatti ricorda che “fu l’ultima rivoluzione in Occidente” (p. 3).</p>
<p style="text-align: justify;">Il Sessantotto cioè mira a rovesciare lo stile di vita dell’uomo naturale in un processo di progressiva distruzione di ogni legame vitale: con Dio, con gli altri uomini e infine con sé stesso. Fino all’esito coerentemente drammatico dell’autodistruzione attraverso la tossicodipendenza o il suicidio.</p>
<p style="text-align: justify;">Affermandosi negli anni il Sessantotto diventerà ideologia, intesa come sistema di miti che promette il raggiungimento della felicità “secolarizzata”, cioè totalmente infraterrena, attraverso l’azione politica. Tuttavia, fallita l’azione politica il Sessantotto inciderà drammaticamente sul costume e sui comportamenti sociali.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto era iniziato da una ribellione giovanile (talora motivata) nei confronti di alcuni aspetti di una società definita conformista, incapace di assorbire uno dei processi di urbanizzazione più massicci che la storia ricordi. Da lì si affermerà un rilassamento dei costumi che farà epoca dando luogo a un clima di rilassatezza e permissivismo (da cui la celebre “dolce vita”). Così, nel 1970 nacquero, a poca distanza l’uno dall’altro: il Movimento per la Liberazione della Donna (un organo del Partito radicale ideato per dare una pseudo-dignità alle battaglie eversive e rivoluzionarie di quegli anni), quello per la liberazione omosessuale e quello nudista. Nel 1975 a Roma si terrà la grande manifestazione femminista che auspicava la distruzione della famiglia. La primavera del 1977 vedrà infine un’ultima fiammata contestatrice con scontri violenti di piazza e l’affermazione della lotta armata “contro il sistema” grazie soprattutto alle Brigate Rosse, sorte in parte dal “braccio armato” clandestino del PCI.</p>
<p style="text-align: justify;">Qualcuno potrebbe chiedersi: questa è roba vecchia, perché mai sarebbe importante oggi? Perché parlarne?</p>
<p style="text-align: justify;">Anzitutto perché “quei rivoluzionari e i loro continuatori sono oggi la classe dominante, sul versante progressista e sul mezzo versante moderato; nella cultura, nella politica e nei media, nella scuola e nell’università, nel sindacato e nella magistratura, nel regno della ricreazione e della pubblicità” (p. 3). Detto in modo suggestivo: il ’68 è al potere e vigila su di noi. Anche solo per questo val la pena interessarsene. Guardando al dibattito politico, ad esempio non si può non registrare, denuncia l’Autore, che “la sinistra riformista e liberal [è diventata] partito radicale di massa trasferendo la rivoluzione dalla fabbrica alla casa” (p. 4). Se la rivoluzione politica è fallita ha trionfato invece la rivoluzione libertina: quella i cui principi si riassumevano nello slogan ‘vietato vietare’. Così, il principio del piacere ha sostituito il principio di realtà. Per cui se la rivoluzione sessantottina non ha rovesciato gli assetti di potere ha però rovesciato i valori e i costumi. Il più devastante è stato forse l’assalto furibondo all’istituto familiare che per uccidere la figura del padre uccise i figli e “si fece infanticidio tra aborti, contraccettivi e denatalità” (p. 9). La rivoluzione prosegue in famiglia, dicevano i sessantottini.</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi l’affermazione del Sessantotto è evidente nel rifiuto diffuso di procreare, tipico di una società disperata, in cui si afferma l’amore sterile (volutamente senza figli), in modo esemplare nelle cosiddette “convivenze”, le unioni libere more uxorio, ultime forme di concubinato derivate dallo spirito sessantottino.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ senz’altro vera, quindi, l’affermazione che racchiude il pensiero principale della prima parte del saggio secondo cui “il 68 fu soprattutto una metafisica dei costumi” (p. 13), una sorta di rivoluzione sessuale in cui non ci sono più ruoli né compiti. Basti pensare che prima di quell’anno in Italia, come in gran parte dell’Occidente, non c’era una mentalità divorzista di massa.</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi c’è.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto questo, come accennato, si afferma non da un giorno all’altro, ma grazie a un clima creato anche culturalmente. Così la musica si fa carico di messaggi devastanti che però nella confusione dei tempi passano gli argini e come si dice con una frase fatta, segnano una generazione. Tuttora molti considerano ad esempio come la canzone più bella del Novecento &#8220;<em>Imagine&#8221;</em> di John Lennon. Forse qualcuno non ha mai letto il testo: “Immagina che non ci sia il paradiso…e nessun inferno sotto di noi…Immagina la gente vivere per l’oggi…Immagina che non ci siano più patrie…Nessun motivo per cui morire e uccidere, nessuna religione…”. Non servirebbero commenti ma Veneziani chiosa a suo modo perché vuol essere sicuro che il messaggio passi: “Se i valori sono questi, perché non dovrebbero bucarsi, alcol e musica a tutto volume e farsi i porci comodi fino in fondo? Se si vive solo per l’oggi, senza più motivi per vivere e per morire, se non ci sono più paradisi e inferni, se non ci sono più Dio né patria né radici, perché poi lamentarsi quando il mondo si riduce a un cesto della spazzatura e noi ne siamo i relativi materiali in transito, frutto di una liberazione che somiglia a un’evacuazione?” (p. 24). Brutale, ma non fa una grinza. L’altra vittima del Sessantotto è stato il senso del pudore. Le femministe di quegli anni devono ancora rispondere alla domanda su cosa ne sia stato della dignità della donna. La cd. liberazione sessuale ha coinciso con l’uso commerciale e consumistico del sesso e della donna. “Mai come dopo l’emancipazione femminile la donna è stata utilizzata in vita e in video come gadget, oggetto erotico ed esca pubblicitaria, arnese di richiamo e status symbol” (p. 25). E’ uno dei tanti, tantissimi paradossi del Sessantotto. La pornografia diventa di fatto libera (ma la Costituzione non la vietava?). Dal Sessantotto poi esplode l’aborto come ideologia, che diventerà abortismo con i suoi gruppi di supporto, i suoi intellettuali, perfino i suoi partiti. E’ una cosa inaudita ma che dà forse il segno più reale della rivoluzione: “Crimini contro l’umanità vengono presentati come gesti umanitari” (p. 95).</p>
<p style="text-align: justify;">E ancora: la trasformazione radicale del linguaggio (il turpiloquio entra lentamente nel quotidiano) e dei modi di vestire (siccome non ci sono più ruoli anche il vestito smette di ‘identificare’ la persona: un maschio può vestire da femmina e viceversa, un ragazzo da adulto e viceversa etc)…</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto questo e molto molto altro ancora è stato il Sessantotto, ogni pagina del libro rimanda ad un aspetto e alla fine della lettura l’elenco è impressionante.</p>
<p style="text-align: justify;">I suoi effetti arrivano fino all’oggi e continuano ad inquinare ugualmente l’anima delle generazioni che il Sessantotto non l’hanno visto né vissuto. Il fenomeno delle ‘convivenze’ di coppia in aumento e il diffuso svuotamento di senso che caratterizzano l’agire dell’uomo contemporaneo sono solo due degli esempi più immediati. E’ la dimostrazione di come quella rivoluzione non è finita ma continua ad affermarsi e a diventare una categoria di pensiero, un metro per misurare l’etica, la politica, e perfino, tragicamente, ciò che di più bello possa esistere: l’amore e la vita.</p>
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		<title>IL DESERTO IN NOI E IL DESERTO FUORI (di David Taglieri)</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Dec 2011 05:39:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cavallo Roberto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondadori]]></category>
		<category><![CDATA[RECENSIONI]]></category>

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		<description><![CDATA[In Italia ma anche nel resto del mondo si tifa troppo, è tutto irrimediabilmente ridotto ad evento mediatico pro o contro, senza effettuare analisi critiche e produttive, che servano ad intrapendere un cambiamento di mentalità e una conseguente azione ragionata. L&#8217;immigrazione ad esempio: chi sconfina nel razzismo più volgare e chi cela la propria indifferenza con un buonismo di maniera del laissez faire. Fra questi estremi poco convincenti esiste la misura dell&#8217;intelligenza. Certi eventi analizzati attraverso la lente di ingrandimento della storia rivelano punti di vista che fanno riconsiderare accadimenti nefasti in una dimensione ulteriore. Accade per i rapporti economici, nelle relazioni umane ed in maniera diffusa nella geopolitica; il termine civiltà ad esempio era stato accantonato e rinchiuso nella bottega dei pensieri ad alta intensità fino a quando i fondamentalisti islamici non l&#8217;hanno messa a dura prova. Barbaro non va associato all&#8217;immigrato sic et sempliciter, ma è minimo comun denominatore di chi vuole sradicare il passato. &#8220;Contro i Barbari&#8221; di Marcello Veneziani, (Mondadori 2006,pagg 162) parte da questa constatazione per dimostrare come quella civiltà che sta tentando di riscoprire se stessa, non abbia un solo nemico, che le punta diritto, ma due avversari ostinati e combattivi: i barbari di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2011/12/Barbari.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-6703" title="Barbari" src="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2011/12/Barbari-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>In Italia ma anche nel resto del mondo si tifa troppo, è tutto irrimediabilmente ridotto ad evento mediatico pro o contro, senza effettuare analisi critiche e produttive, che servano ad intrapendere un cambiamento di mentalità e una conseguente azione ragionata. L&#8217;immigrazione ad esempio: chi sconfina nel razzismo più volgare e chi cela la propria indifferenza con un buonismo di maniera del laissez faire.</p>
<p style="text-align: justify;">Fra questi estremi poco convincenti esiste la misura dell&#8217;intelligenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Certi eventi analizzati attraverso la lente di ingrandimento della storia rivelano punti di vista che fanno riconsiderare accadimenti nefasti in una dimensione ulteriore. Accade per i rapporti economici, nelle relazioni umane ed in maniera diffusa nella geopolitica; il termine civiltà ad esempio era stato accantonato e rinchiuso nella bottega dei pensieri ad alta intensità fino a quando i fondamentalisti islamici non l&#8217;hanno messa a dura prova. Barbaro non va associato all&#8217;immigrato sic et sempliciter, ma è minimo comun denominatore di chi vuole sradicare il passato.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Contro i Barbari&#8221; di Marcello Veneziani, (Mondadori 2006,pagg 162) parte da questa constatazione per dimostrare come quella civiltà che sta tentando di riscoprire se stessa, non abbia un solo nemico, che le punta diritto, ma due avversari ostinati e combattivi: i barbari di fuori, talora irrispettosi per il nostro retroterra culturale e per le tradizioni &#8211; i fondamentalisti appunto &#8211; e i barbari interni, che elevano il piacere a Bene decadente e nichilista, distruttore di esperienze millenarie che vanno dalla civiltà greco-romana prima a quella ebraico-cristiana poi. </p>
<p style="text-align: justify;">Due forze centrifughe, tra un barbaro che vorrebbe annientarci e l&#8217;altro determinare una morte ben più ingloriosa, lo scioglimento nel nulla (e poi chi lo sa se il prossimo futuro sarà convivenza fra popoli omologati o scontro fra razze e barbarie).</p>
<p style="text-align: justify;">La <em>mission</em> del saggio è sostenere la necessità di un patriottismo civile, sempre figlio della Tradizione, una Tradizione Occidentale ma non anacronistica, che sappia manovrare le lezioni del passato e tradurle con gli strumenti della contemporaneità.</p>
<p style="text-align: justify;">Serve etica civile, e non empirismo civilizzato fatto solo di mezzi e tecnica, con gli obiettivi del benessere low cost di breve periodo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ritorna improvvisamente la distinzione fra un noi ed un loro, e come sempre dall&#8217;antagonismo prende forma e sostanza la civiltà. </p>
<p style="text-align: justify;">Può una civiltà che trascura il suo perimetro visibile ed anche invisibile, le sue forme, la sua essenza, la sua cultura dichiarare a testa alta e spalle dritte il suo essere civiltà? E&#8217; possibile reggere l&#8217;urto demografico ideologico, terroristico di larga parte del pianeta?</p>
<p style="text-align: justify;">Come l&#8217;antropologia insegna, a tutte le età e per ogni situazione i momenti di tensione, accompagnati da nervosismo, emotività e ragionamento, possono caratterizzare un moto di reazione più che positivo.</p>
<p style="text-align: justify;">E dunque in questa ottica la stessa civiltà sotto minaccia può tirare fuori risorse che un tempo credeva spente. Chiosa Veneziani: chi trova un nemico trova un tesoro.</p>
<p style="text-align: justify;">Decade la Civiltà quando le aspettative trasferite nel privato attengono escluisvamente alla sfera individuale e allo star bene.</p>
<p style="text-align: justify;">Centrale nel libro è il rapporto fra popolazione ed immigrati. L&#8217;obiettivo auspicabile dovrebbe essere quello di valorizzare la propria identità culturale e renderla compatibile con l&#8217;ambiente circostante. Ma la realtà è altra, perchè stiamo incontrando gli immigrati in una terra di nessuno, una sorta di terra di mezzo nella quale noi abbiamo perso la nostra civiltà e loro l&#8217;identità; in questo spaesamento ci incontriamo solo come contemporanei e al contempo consumatori.</p>
<p style="text-align: justify;">Alcuni immigrati sono portatori di valori che dovremmo apprezzare, stimare, promuovere anche all&#8217;interno della nostra società, quali la solidarietà comunitaria e tradizionale, il rispetto per la famiglia.</p>
<p style="text-align: justify;">Da loro dovremmo imparare la voglia di vivere e la fame di vita e di cibo, noi che abbiamo gola di vite spericolate e di eccesso, di pancia e vitalismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono popoli giovani, controaltare dei nostri pochi adolescenti in gran parte annoiati, con soddisfacenti capacità tattili computeristiche, con file da condividere, ed esperienze culturali da debellare.</p>
<p style="text-align: justify;">Loro provengono da un deserto, noi ce lo abbiamo dentro.</p>
<p style="text-align: justify;">La Barbarie è l&#8217;ombra della civiltà e paradossalmente la tecnica ha amplificato la possibilità di vivere bene e far il male.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando gli errori sono esauriti, di fronte come ultimo compagno siede il nulla, scrive Brecht; la società occidentale a tratti è svaccata, svogliata con fini di breve raggio, frenesie individuali e private che si fanno pubbliche , elevate a modello&#8230; </p>
<p style="text-align: justify;">Più crescono le garanzie di durata e vita comoda, più ci spaventano i Tartari, indecifrabili, che da un momento all&#8217;altro possono minacciare il nostro benessere, od insiunarsi fra noi, fra un aperitivo e un dessert.</p>
<p style="text-align: justify;">Alcuni di loro detestano il feticismo dei grattacieli ma non le nostre cattedrali; altri dimostrano un Fondamentalismo insopportabile ed intollerante; per noi il meglio è la vita, per loro quello che viene dopo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Deserto cresce laddove la barbarie si alimenta di fanatismo, ovvero dove si intende sacrificare tutto e tutti per la violenza del dogma.</p>
<p style="text-align: justify;">Il contatto con alcune forme di immigrazione &#8211; specie quelle originarie dell&#8217;Africa meridionale &#8211; ci insegna che vi è civiltà laddove visioni del mondo e pratiche condivise riescono ad addomesticare la morte il tempo la solitudine, il dolore.</p>
<p style="text-align: justify;">In certi luoghi europei vige l&#8217;eccesso di globalità e modernità con uomini e donne ridotti a meri strumenti di campagne pubblicitarie, con il culto delle macchine, delle carte di credito; è lì, di fronte alle vetrine del piacere, che Veneziani avverte l&#8217;indecente e trasgressiva voglia di purezza e famiglia, di luce del sole, di vita sana e sacra.</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi il sesso &#8211; aspetto importante nella figura umana &#8211; non viene esaltato, ma piuttosto offeso, dileggiato, imbarbarito.</p>
<p style="text-align: justify;">Aveva ragione Chesterton, la religione del futuro si fonderà su una forma più sottile di umorismo, una risata sconfiggerà il porco che è in noi, anagramma bestiale del corpo.</p>
<p style="text-align: justify;">Diceva Simone Weil che chi è sradicato  sradica, e questo avviene dall&#8217; interno e dall&#8217;esterno, anche noi stessi a confronto con il nostro io sviliamo energie, passioni e risorse, e senza volerlo o incosciamente compiamo autolesionismo di civiltà.</p>
<p style="text-align: justify;">Perché certi forestieri &#8211; come si diceva un tempo &#8211; fuggono dal deserto, noi quel Deserto lo abbiamo dentro.</p>
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		<title>LA RAGIONE AVEVA TORTO (recensione a cura di David Taglieri)</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Dec 2011 06:59:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cavallo Roberto</dc:creator>
				<category><![CDATA[RECENSIONI]]></category>

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		<description><![CDATA[Il progresso tecnologico ha veramente accresciuto la ricchezza dei saperi e la felicità nella libertà? Oppure la tanto decantata civilizzazione della scienza, non andando di pari passo con la civiltà dei valori umani, ha determinato l’annichilimento dei mezzi a scapito dei fini? Con tali quesiti di fondo si apre “La Ragione aveva torto”  (pagg. 158, Edizioni Sperling e Kupfer), il libro con cui lo scrittore e giornalista Massimo Fini compie un’analisi delicatamente dettagliata sul confronto fra un presente indefinibile &#8211; marcato dalla frenesia iperveloce &#8211; ed un passato che non riusciamo più a riconoscere e a decifrare.  E’ comunque un passato che racchiude certezze e convenzioni che, per quanto tradizionali, circostanziavano la vita delle  persone e riuscivano a rappresentare un riferimento basilare a livello umano. Non di un’esaltazione banale del buon tempo andato si tratta, ma della stigmatizzazione dell’uomo moderno, quello che si è costruito delle condizioni di vita intollerabili, nella ricerca dell’opposta finalità di migliorare il proprio tenore di vita. Il mondo preindustriale era fatto di durezze, sofferenze e fatiche bestiali, con il concetto di sacrificio che a livello materiale e spirituale apportava fortezza di carattere e temprava le personalità. L’Ottimismo illuminista, perseguendo il migliore dei mondi possibili, ha [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2011/12/aaaaa.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-6655" title="aaaaa" src="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2011/12/aaaaa-105x150.jpg" alt="" width="105" height="150" /></a>Il progresso tecnologico ha veramente accresciuto la ricchezza dei saperi e la felicità nella libertà? Oppure la tanto decantata civilizzazione della scienza, non andando di pari passo con la civiltà dei valori umani, ha determinato l’annichilimento dei mezzi a scapito dei fini?</p>
<p style="text-align: justify;">Con tali quesiti di fondo si apre “<em>La Ragione aveva torto</em>”  (pagg. 158, Edizioni Sperling e Kupfer), il libro con cui lo scrittore e giornalista Massimo Fini compie un’analisi delicatamente dettagliata sul confronto fra un presente indefinibile &#8211; marcato dalla frenesia iperveloce &#8211; ed un passato che non riusciamo più a riconoscere e a decifrare.  E’ comunque un passato che racchiude certezze e convenzioni che, per quanto tradizionali, circostanziavano la vita delle  persone e riuscivano a rappresentare un riferimento basilare a livello umano.</p>
<p style="text-align: justify;">Non di un’esaltazione banale del buon tempo andato si tratta, ma della stigmatizzazione dell’uomo moderno, quello che si è costruito delle condizioni di vita intollerabili, nella ricerca dell’opposta finalità di migliorare il proprio tenore di vita.</p>
<p style="text-align: justify;">Il mondo preindustriale era fatto di durezze, sofferenze e fatiche bestiali, con il concetto di sacrificio che a livello materiale e spirituale apportava fortezza di carattere e temprava le personalità.</p>
<p style="text-align: justify;">L’Ottimismo illuminista, perseguendo il migliore dei mondi possibili, ha prodotto in realtà il peggiore universo inimmaginabile.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Modernità</em> è un concetto che da sfogo all’errata ermeneutica del linguaggio, laddove tale termine viene accostato con ripetuta insistenza al falso mito del progresso <em>sic et simpliciter</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">La Rivoluzione Industriale può essere studiata sotto molteplici punti di vista, in un’ottica di costi e benefici che possono indubbiamente svelare svantaggi e vantaggi. Ma un dato è certo per l’Autore: da quel momento in poi l’umanità nei rapporti sociali in senso lato ha subito un peggioramento sostanziale.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Qualità della vita</em> &#8211; postulato molto diffuso oggi in una prospettiva del breve periodo &#8211; è una definizione tanto abusata quanto difficilmente realizzabile.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Il mito della Ragione</em> non ha mai tollerato che si usassero contro di esso le medesime metodologie che pure quello stesso mito ha sempre esercitato per affermarsi. Non per nulla il saggio di Massimo Fini ha suscitato molte polemiche, figlie dell’intolleranza razionalista,  che confuta la fede ma eleva a soprannaturali tutte le scoperte di  tecnologia e scienza,  innalzandole a totem indiscutibile.</p>
<p style="text-align: justify;">Non si tratta di elencare nostalgie &#8211; di roussoniana memoria &#8211; del buon selvaggio, ma di operare un sano confronto di carattere dinamico, rifiutando l’accettazione acritica di tutto quanto proviene dal mondo della post-modernità.</p>
<p style="text-align: justify;">L’idea di progresso &#8211; quale noi la intendiamo oggi &#8211; era estranea alle civiltà classiche, greca, latina, e alle antiche civiltà mediorientali; furono ebrei prima e poi cristiani ad  introdurre un elemento del  tutto nuovo, postulando un fine verso cui si dirigerebbe la storia. Nacque in questa maniera la concezione teologica della storia, anni luce distante dalla visione illuminista secondo cui la storia era principalmente evoluzione progressiva, avente per fine la miglior condizione possibile per l’uomo sulla terra.</p>
<p style="text-align: justify;">L’Ottimismo illuminista aveva alla sua base l’incipiente fiducia che la tecnica potesse risolvere tutte le aspirazioni, i desideri, le volontà dell’uomo, dimenticando, però, che la ricerca della mera materialità cela talvolta un’esigenza innata verso un Infinito di leopardiana memoria.</p>
<p style="text-align: justify;">Il punto è che la storia divide e schematizza due categorie di uomini, quelli che credono di trovare il Paradiso nel mondo ultraterreno e quelli invece che sono convinti di potersi fabbricare “in casa” con i propri mezzi la Felicità somma, proprio qui sulla terra.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci si arricchisce in questa lettura affrontando il capitolo relativo alla vita, alla morte e all’anima: l’uomo di ieri  accettava la morte, anche con determinati rituali, attraverso un rispetto per il  sacro  e la devozione nei confronti  delle anime dei defunti, rappresentata degnamente dal silenzio, che oggi è coperto dagli applausi demenziali e rumorosi.</p>
<p style="text-align: justify;">Per noi oggi la morte è pornografia, nel senso che non se ne può parlare, è tabù, meglio piuttosto alimentare la distrazione nei centri benessere, affinché l’oggi sembri eterno.</p>
<p style="text-align: justify;">Prima la vita durava molto meno, le condizioni erano più difficili, e lo stesso Dante ne fissò la metà dell’arco verso i 35 anni, “…nel mezzo del cammin…”.</p>
<p style="text-align: justify;">Come l’uomo preindustriale accettava quale fatto inevitabile la morte, così aveva in sé un forte  senso di coesione comunitaria: i villaggi realmente costituivano una rete non virtuale ma viva, umana, con splendide amicizie e solidarietà concrete che si formavano fra le differenti famiglie, con i saggi, le loro narrazioni accompagnate da aneddoti di vita vissuta ed esperienza accumulata negli anni.</p>
<p style="text-align: justify;">Oltretutto non esistevano barriere fra età e i vecchi dialogavano con adulti, ragazzi, bambini, indifferentemente; la felicità si configurava come conquista quotidiana, con le piccole soddisfazioni nel mondo di quaggiù non paragonabili alle gioie dell’Aldilà.</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi la felicità si trasforma in un dovere: il mezzo principale si chiama edonismo di massa godereccio e tracotante.</p>
<p style="text-align: justify;">Un tempo l’uomo subiva la Natura, oppure la rispettava convivendoci, oggi la vuole dominare, manipolandola con la violenza e l’isterismo dell’ambizione.</p>
<p style="text-align: justify;">La società preindustriale si caratterizzava per il suo patriarcato incentrato su gerarchia ed autorità: il vecchio viveva  in famiglia circondato da bambini e donne di casa, da esse accudito quando non era più in grado di badare a sé stesso.</p>
<p style="text-align: justify;">Invece la nostra Società fatta di vecchi, li emargina, li ghettizza e ne accresce l’umiliazione con il culto di un giovanilismo grottesco.</p>
<p style="text-align: justify;">I motori hanno rotto il rapporto fra uomo e Natura, causando un disequilibrio, con la Tecnologia sempre più in alta quota ad organizzare prepotentemente la vita dell’individuo, incanalandolo in un vortice dove l’uomo è al tempo stesso giocattolo e giocatore.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo scrittore ammonisce sulla differenza fra fini e mezzi: ad esempio non è da demonizzare Internet, ma l’abuso che se ne può fare. Nel momento in cui si potenzia al massimo un mezzo, è matematicamente dimostrabile che la persona perde il contatto sia con il reale che con la Finalità.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel mondo odierno abbiamo paradossalmente più mezzi e canali tecnologici ed industriali, ma meno competenze e sapere, pochissimi o nulli spunti culturali.</p>
<p style="text-align: justify;">La profondità nell’immaginario collettivo va abbinata alla lentezza, mentre si premia la velocità e la  frenesia con le tanto acclamate tre “<em>e”</em>: <em>efficacia, efficienza ed economicità</em>, a discapito dello spessore decisionale relativo alle scelte, alle scelte importanti.</p>
<p style="text-align: justify;">La Ragione ha talmente creduto in se stessa che si è fatta superstizione, senza raziocinio, perdendo idealità e passione, oltrepassando i suoi limiti che potevano insegnarle qualcosa di più grande.</p>
<p style="text-align: justify;">Si adatta bene a questo saggio il passo di un articolo pubblicato dall’Autore qualche tempo fa, relativo alla crisi valoriale determinato dal Torto della Ragione: “<em>Vorrei essere un talebano, un kamikaze, un affamato del Darfur, un ebreo, un bolscevico, un fascista….perché più dell’orrore mi fa orrore il nulla</em>”.</p>
<p style="text-align: justify;">Ed il nulla è il Trionfo della Ragione sragionato e scriteriato.</p>
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		<title>CIELOCHIARO (di David Taglieri)</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Nov 2011 06:50:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cavallo Roberto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Bur]]></category>
		<category><![CDATA[RECENSIONI]]></category>

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		<description><![CDATA[Capita talvolta rovistando nelle antiche biblioteche domestiche di ritrovare dei libri scrigni di pensieri indelebili,  di cui si aveva dimenticato titolo e autore ma non concetti profondi e illuminanti che restano impressi nella mente. &#8220;Cielochiaro&#8221; di Romano Battaglia (pagg. 172, Bur Edizioni, 1996) è il tentativo di rivalutare la semplicità delle storie genuine di paese proiettandole su due livelli: il piano interiore e quello soprannaturale. &#8220;Una volta un vecchio amico mio mi raccontò che sparso fra le Apuane c&#8217;era un paese dove regnavano la pace e la serenità, le case piccole, la piazza piccola, la chiesa piccola, di grande c&#8217;era solo il cuore della gente.&#8221; L&#8217;autore sta attraversando una crisi esistenziale, un uomo nel pieno della maturità, non contento di quello che possiede crede di non aver mai conosciuto il sorriso e la felicità. I momenti di crisi e tensione si dimostrano spesso una prova dura e sofferente, in grado di regalare, però, esaltanti momenti di pace, gioia e soddisfazione nell&#8217;intervallo fra una difficoltà e l&#8217;altra. Battaglia ci spiega che incredibilmente attraversiamo una fase di estrema felicità quando riusciamo a confrontare il prima della tempesta ed il dopo della quiete, e ringraziamo il Cielo per averci messo di fronte a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2011/11/cielochiaro.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-6595" title="cielochiaro" src="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2011/11/cielochiaro-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Capita talvolta rovistando nelle antiche biblioteche domestiche di ritrovare dei libri scrigni di pensieri indelebili,   di cui si aveva dimenticato titolo e autore ma non concetti  profondi e illuminanti che restano impressi nella mente.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;<em>Cielochiaro</em>&#8221; di Romano Battaglia (pagg. 172, Bur Edizioni, 1996) è il tentativo di rivalutare la semplicità delle storie genuine di paese proiettandole su due livelli: il piano interiore e quello soprannaturale.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Una volta un vecchio amico mio mi raccontò che sparso fra le Apuane c&#8217;era un paese dove regnavano la pace e la serenità, le case piccole, la piazza piccola, la chiesa piccola, di grande c&#8217;era solo il cuore della gente.&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;autore sta attraversando una crisi esistenziale, un uomo nel pieno della maturità, non contento di quello che possiede crede di non aver mai conosciuto il  sorriso e la felicità.</p>
<p style="text-align: justify;">I momenti di crisi e tensione si dimostrano spesso una prova dura e sofferente, in grado di regalare, però, esaltanti momenti di pace, gioia e soddisfazione nell&#8217;intervallo  fra una difficoltà e l&#8217;altra.</p>
<p style="text-align: justify;">Battaglia ci spiega che incredibilmente attraversiamo una fase di estrema felicità quando riusciamo a confrontare il prima della tempesta ed il dopo della quiete, e ringraziamo il Cielo per  averci messo di fronte a quella situazione, occasione per  rivalutare positivamente la nostra Vita.</p>
<p style="text-align: justify;">In chiave autobiografica il giornalista-poeta si concede una sosta per riconoscere sè stesso nel paese &#8211; Cielochiaro &#8211; di cui gli aveva parlato l&#8217;amico contadino; luogo nell&#8217;oblio degli uomini, ma dove Dio è presente e palpabile.</p>
<p style="text-align: justify;">Sette personaggi indimenticabili con la loro intima ingenuità, miscela di saggezza e semplicità,  insegnano ad una persona di cultura a vivere con l&#8217;anima ed il cuore.</p>
<p style="text-align: justify;">Vivere sono i frutti della terra, la fede generante sorrisi e speranza, alla luce del giorno perchè certi territori parlano di una  luce del giorno  gratis, senza costi.</p>
<p style="text-align: justify;">Le descrizioni sono accompagnate da fotografie, con un paese accovacciato dietro una montagna, che nasconde le case.</p>
<p style="text-align: justify;">Solo il campanile spunta in mezzo a quel verde.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli abitanti di Cielochiaro vivono di poche cose, ma lì per loro c&#8217;è tutto il mondo, il silenzio che guida, per riempire  lo spazio dell&#8217;anima  rimasto vuoto.</p>
<p style="text-align: justify;">Il tempo si è quasi fermato, la vita è semplice in quanto non conosce invidia, rancori, mentre si amano le creature intorno e tutto il creato.</p>
<p style="text-align: justify;">Torna l&#8217;insegamento di Cesare Pavese, &#8211; un paese ci vuole, un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c&#8217;è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti -.</p>
<p style="text-align: justify;">Ognuno di noi ha un Paese nell&#8217;anima, il luogo del radicamento, dove si è passata più vita e vissuto.</p>
<p style="text-align: justify;">I pensieri luminosi diventano Valori, il pensiero si fa Amore, Infinito.</p>
<p style="text-align: justify;">Battaglia intervistando i suoi personaggi ne osserva gesti e movimenti e comprende che l&#8217;elemento di salvezza qui è  la meraviglia dello stupore.</p>
<p style="text-align: justify;">Felicità e serenità dipendono dalla Nostra Volontà, la volontà di inseguire gli Ideali. Non bisogna che cessi la pioggia per  mettersi in cammino, ci si può bagnare di errori perchè l&#8217;umanità è così, ma nella capacità di migliorarsi e correggersi, senza mai perdere di vista l&#8217;obiettivo, che è la Montagna della Verità.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Spesso si cerca tutto e subito&#8221; &#8211; dice uno dei contadini -, &#8220;pechè pensiamo  che la vita è tutta qui, e non consideriamo che essa rappresenta un Momento fra due eternità, da dove veniamo e dove andiamo&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Se manca sempre qualcosa nella tua vita è perchè non hai guardato abbastanza in Alto&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">E poi i due grandi amici del tempo riflesso e meditato: i libri ed il camino, i fratelli del lungo inverno, accompagnano il freddo  e i paesaggi rustici e ridenti, imprimono saggezza, arricchiscono la conoscenza già vasta dell&#8217;esperienza, quella dei campi da arare, delle messe di paese, delle chiacchiere fra le vecchiarelle nel borgo.</p>
<p style="text-align: justify;">Colpisce la delicata semplicità quasi commovente dei discorsi, accompagati da massime filosofiche, perle per intuire che anche attraverso i mezzi della rinuncia, del sacrifico e della vita limitata si può arrivare a percorrere la strada della Verità.</p>
<p style="text-align: justify;">La Felicità è anche sapersi coltivare una dimensione interiore, al di là dei confini di spazio e tempo.</p>
<p style="text-align: justify;">La Natura si può manifestare perfino  attraverso un pettirosso, od una farfalla; nel borgo convinzione comune è che certi fenomeni vengono mandati dall&#8217;alto per  dire che  le  anime dei nostri cari  seguono il Nostro Destino, posandosi davanti a noi o svolazzandoci intorno, brevi movimenti fisici  che nascondono intensità e grandezza del messaggio, nulla è caso.</p>
<p style="text-align: justify;">E noi ci crediamo e ci speriamo.</p>
<p style="text-align: justify;">Le case e gli alberi che profumano di poesia, i personaggi del passato attraverso la loro memoria impressa nella popolazione del villaggio ricolmano le assenze urbane per l&#8217;individuo disperso in città, nella solitudine globale; e ancora l&#8217;uomo  di fronte alle Montagne fisiche e &#8220;veritiere&#8221; si sente minuscolo, impotente, minimo, ma  da quel  contatto con la Natura ritrova entusiasmo e risorsa.</p>
<p style="text-align: justify;">Solo l&#8217;Infinito attraverso la Natura fa grandi le cose in cambio di nulla, qui tutto sfuma e le nevrosi  cittadine diventano inutili e banali.</p>
<p style="text-align: justify;">Chiarisce Battaglia che lo stesso Dostoevsky parla di un amore incondizionato di Dio per gli uomini, uomini che devono  essere amati anche nei loro peccati perchè un simile Amore solo ci avvicina all&#8217;Immensità.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo stress  delle grandi metropoli è il singolo, isolato,  che rincorre le grandi nuvole ed il mistero della notte, perde la luce del sole, mentre il tempo libero diviene una mera gestione e sparisce la  riflessione che risveglia l&#8217;uomo dal torpore.</p>
<p style="text-align: justify;">E&#8217;  perdita di dimensione geografica, di rapporti amicali, del riconoscimento di radici e radicamento, di relazione gerarchica con Ordine e Autorità.</p>
<p style="text-align: justify;">E alla fine il Grande  Incontro, quello che farà comprendere la Vita: basta non prendere troppo sul serio le nostre capacità e riconsiderare invece i Doni del Creato, bastano  poche frazioni talvolta per perdere sè stessi, il Sovrannaturale, gli amici e la quotidianità.</p>
<p style="text-align: justify;">Non sono gli eventi che cambiano la nostra esistenza ma gli occhi con cui li guardiamo.</p>
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		<title>L&#8217;HOSPITALE. LA MEDICINA TRA ARTE TERAPEUTICA ED ATTO CLINICO</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Nov 2011 19:01:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cavallo Roberto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cantagalli]]></category>
		<category><![CDATA[CRISTIANITA']]></category>
		<category><![CDATA[RECENSIONI]]></category>

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		<description><![CDATA[      La scienza moderna chiede di “desacralizzare” la malattia per capirne le vera natura e affrontarla secondo ragione. Eppure nel desiderio di liberare la pratica medica da superstizioni e riti magici per meglio diagnosticare e curare il male, spesso la reazione immediata è espellere del tutto il sacro dall’ambito della salute, come dal resto della vita umana, considerando il senso religioso un surplus non necessario o addirittura dannoso. Così oggi la scienza medica è dominata da una concezione meccanicistica del corpo umano e dall’idea che la malattia e la morte siano puri accadimenti biologici, e la cura si trasforma in una serie di interventi tecnico-sperimentali. Cogliere il nesso tra malattia, morte e senso ultimo della vita, invece, è un’esigenza irrinunciabile della ragione. L’obiettivo a cui deve puntare il medico non è la perfezione biologica né eliminare la finitezza dell’uomo, ma la salvezza del suo paziente. Malattia e cura mettono in campo, prima ancora che due ruoli (il medico e il paziente), due persone, due individui e la relazione tra loro. In questo quadro la morte non è una sconfitta del medico o un incidente da correggere, ma la conclusione di un percorso. Se pensata nell’orizzonte della vita, la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"> </p>
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<div id="attachment_6539" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2011/11/aaaaa.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-6539" title="aaaaa" src="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2011/11/aaaaa-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text">Autore: Cardinale Angelo Scola, Ed. Cantagalli</p></div>
<p> </p>
<p style="text-align: justify;">La scienza moderna chiede di “desacralizzare” la malattia per capirne le vera natura e affrontarla secondo ragione. Eppure nel desiderio di liberare la pratica medica da superstizioni e riti magici per meglio diagnosticare e curare il male, spesso la reazione immediata è espellere del tutto il sacro dall’ambito della salute, come dal resto della vita umana, considerando il senso religioso un surplus non necessario o addirittura dannoso. Così oggi la scienza medica è dominata da una concezione meccanicistica del corpo umano e dall’idea che la malattia e la morte siano puri accadimenti biologici, e la cura si trasforma in una serie di interventi tecnico-sperimentali.</p>
<p style="text-align: justify;">Cogliere il nesso tra malattia, morte e senso ultimo della vita, invece, è un’esigenza irrinunciabile della ragione. L’obiettivo a cui deve puntare il medico non è la perfezione biologica né eliminare la finitezza dell’uomo, ma la salvezza del suo paziente. Malattia e cura mettono in campo, prima ancora che due ruoli (il medico e il paziente), due persone, due individui e la relazione tra loro. In questo quadro la morte non è una sconfitta del medico o un incidente da correggere, ma la conclusione di un percorso.</p>
<p style="text-align: justify;">Se pensata nell’orizzonte della vita, la morte ci rivela che la nostra esistenza non è un segmento di tempo sospeso tra il nulla del prima e del dopo. Lo scopo dell’arte terapeutica non è sconfiggere utopisticamente la morte ma avere cura del corpo e dello spirito degli individui che vi si affidano.</p>
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		<title>I PRIGIONIERI DEI SAVOIA. LA STORIA DELLA CAIENNA ITALIANA NEL BORNEO</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Nov 2011 05:19:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cavallo Roberto</dc:creator>
				<category><![CDATA[RECENSIONI]]></category>
		<category><![CDATA[Sugarco]]></category>
		<category><![CDATA[SUSSIDIARIO DI STORIA]]></category>

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		<description><![CDATA[In questo 150° dell&#8217;Unità d&#8217;Italia che volge al termine, proponiamo la recensione di un libro che ha messo a fuoco una pagina di storia sinora del tutto sconosciuta. “…Bisogna dunque pensare ad aggiungere alla pena di morte un’altra pena, quella della deportazione, tanto più che presso le impressionabili popolazioni del Mezzogiorno la pena della deportazione colpisce più le fantasie e atterrisce più della stessa morte.” In tali termini si esprimeva Emilio Visconti Venosta, Ministro degli Esteri del neonato Regno d’Italia, in una sua lettera del 1872 che è un po’ la sintesi di come le classi dirigenti del tempo intendessero affrontare il fenomeno del brigantaggio meridionale. Questa lettera è solo uno dei tanti documenti che il giornalista e storico Giuseppe Novero ha tratto dagli archivi del Ministero degli Esteri e della Marina Militare per dare alla luce una pagina assolutamente inedita della storia nazionale: quella della Caienna italiana, e cioè di un bagno penale oltremare dove spedire i prigionieri borbonici dell’ex Regno delle Due Sicilie e i briganti che, dopo la resa di Gaeta, continuavano ancora a combattere i Piemontesi. Novero ha ritrovato i carteggi diplomatici, le relazioni di governo, i dispacci e i diari di bordo delle navi inviate [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2011/11/Prigionieri-dei-Savoia-1.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-6533" title="Prigionieri dei Savoia-1" src="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2011/11/Prigionieri-dei-Savoia-1-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>In questo 150° dell&#8217;Unità d&#8217;Italia che volge al termine, proponiamo la recensione di un libro che ha messo a fuoco una pagina di storia sinora del tutto sconosciuta.</p>
<p style="text-align: justify;">“…Bisogna dunque pensare ad <em>aggiungere alla pena di morte un’altra pena, quella della</em> <em>deportazione</em>, tanto più che presso le impressionabili popolazioni del Mezzogiorno la pena della deportazione colpisce più le fantasie e atterrisce più della stessa morte.”</p>
<p style="text-align: justify;">In tali termini si esprimeva Emilio Visconti Venosta, Ministro degli Esteri del neonato Regno d’Italia, in una sua lettera del 1872 che è un po’ la sintesi di come le classi dirigenti del tempo intendessero affrontare il fenomeno del brigantaggio meridionale.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa lettera è solo uno dei tanti documenti che il giornalista e storico Giuseppe Novero ha tratto dagli archivi del Ministero degli Esteri e della Marina Militare per dare alla luce una pagina assolutamente inedita della storia nazionale: quella della Caienna italiana, e cioè di un bagno penale oltremare dove spedire i prigionieri borbonici dell’ex Regno delle Due Sicilie e i briganti che, dopo la resa di Gaeta, continuavano ancora a combattere i Piemontesi. Novero ha ritrovato i carteggi diplomatici, le relazioni di governo, i dispacci e i diari di bordo delle navi inviate in terre lontane.</p>
<p style="text-align: justify;">I risultati di queste ricerche d’archivio sono ora raccolti in un libro: “I prigionieri dei Savoia. La storia della Caienna italiana nel Borneo” (Giuseppe Novero, Sugarco Edizioni, 2011, pagg. 163).</p>
<p style="text-align: justify;">Per quasi dieci anni (fino al 1873) i ministri dei Savoia cercarono di fondare una colonia di deportazione prima nel Mar Rosso, poi in Patagonia e in Tunisia. Ma gli sforzi della diplomazia si orientarono, ad un certo punto, sull’isola del Borneo, dove il governo aveva intenzione di creare una vera e propria colonia penale per sbarazzarsi della moltitudine di prigionieri, quasi tutti meridionali, che affollavano le prigioni del tempo.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ emblematico come tanti dei problemi nazionali (dalla questione meridionale al sovraffollamento delle carceri) siano databili proprio nel processo risorgimentale e nella conseguente Unità. Se il fatto-Unità è oggi fuori discussione, ben vengano, però, le ricerche d’archivio – come quella compiuta da Novero – che conducono ad una ricostruzione più fedele della verità storica, anche a costo di contraddire consolidati luoghi comuni.</p>
<p style="text-align: justify;">Nelle pagine iniziali del volume, infatti, l’Autore non ha remore ad inserirsi in quel filone storiografico che, pur nulla concedendo a nostalgie filo-borboniche, guarda tuttavia con realismo e disincanto alle violenze che caratterizzarono la “conquista del Sud”.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Regno borbonico innanzitutto: pur con tutte le sue carenze (ma allora in giro per l’Europa c’era sicuramente di peggio!) era uno Stato potremmo dire con le carte in ordine, senza debiti, con un’imposizione fiscale accettabile, con un’economia in grado di reggere il confronto con gli altri Stati italiani ed europei: “<em>Fino a qualche anno fa la maggior parte degli studiosi pensava che, al momento dell’Unità, il Sud avesse un ritardo dell’ordine del 15-20 per cento. Oggi una recente ricostruzione ci restituisce una storia diversa. Secondo questa ricostruzione, basata su un lavoro certosino di integrazione di fonti statistiche diverse, non è affatto vero che al momento dell’Unità fosse economicamente più arretrato del Nord. Il divario, invece, sarebbe interamente un risultato della storia unitaria, qualcosa che non esisteva nel 1861 e si sarebbe prodotto dopo</em>.” (pag. 12).</p>
<p style="text-align: justify;">Qualche semplice esempio può chiarire più di tante argomentazioni: “<em>Nel Regno delle Due Sicilie la tassazione era, nel 1859, di 14 franchi a testa. Nel 1866, sotto il nuovo ordine, le tasse erano già salite fino a 28 franchi a testa…Eppure a lungo si volle far credere che il Regno delle Due Sicilie fosse amministrato nella corruzione e nel lassismo. La realtà assume contorni ben diversi e più complessi. Basti ricordare che lo Stato sabaudo aveva un sistema monetario basato sulla carta moneta…Il Regno delle due Sicilie emetteva solo monete d’oro e d’argento e alle polizze e ai crediti corrispondeva il controvalore versato nei forzieri del banco delle Due Sicilie</em>…” (pag. 33).</p>
<p style="text-align: justify;">Come noto le guerre risorgimentali intraprese dai Savoia fecero lievitare il debito pubblico, così che nel giro di pochi anni tutte le riserve meridionali furono completamente prosciugate. L’aumento vertiginoso delle tasse e l’introduzione della leva obbligatoria ingrossarono le fila dei ribelli filo-borbonici che si davano alla macchia. La repressione fu così dura che il governo italiano si pose fin da subito il problema di dove internare tanti prigionieri. Le carceri del Nord Italia, infatti, ben presto furono insufficienti a gestire tante migliaia di uomini e talune di esse – come la fortezza di Fenestrelle situata sulle Alpi – divennero tristemente famose per l’asprezza delle condizioni di vita. Molti soldati e “cafoni” meridionali vi trovarono la morte fra gli stenti e le malattie dovute al grande freddo. E’ in questa condizione che i “liberali” italiani che governano l’Italia unita pensano ad una colonia penale d’oltremare, avviando costose ricerche ed intese diplomatiche che, dopo quasi un decennio di tentativi, risulteranno comunque infruttuose. Così, alla fine, ci penserà l’emigrazione verso l’America a risolvere i problemi dei prigionieri e soprattutto dei “cafoni” meridionali che il nuovo Regno d’Italia non solo non è in grado di gestire ma pubblicamente disprezza. A proposito dell’epistolario diplomatico finalizzato ad ottenere qualche concessione in Estremo Oriente per realizzarvi la deportazione, l’Autore evidenzia che “Si parla di necessità sociale, si parla di <em>indole diversa</em> <em>dei condannati meridionali</em>, di difficoltà a infliggere la pena capitale.” (pag. 126). </p>
<p style="text-align: justify;">Il tentativo di trasferire lontano dall’Italia briganti ed oppositori fallì dunque &#8211; oltre che per l’irrigidimento internazionale a fronte di quelle che parevano, a torto o a ragione, velleità coloniali del nuovo Regno &#8211; anche per motivi che “…<em>eticamente, rendevano il tentativo iniquo, punitivo e moralmente condannabile</em>.” (pag. 147). </p>
<p style="text-align: justify;">L’emigrazione, dunque. Se prima del 1860 il fenomeno era sconosciuto nel Meridione e limitatamente praticato al Nord, nel 1870 gli emigranti ufficialmente censiti erano già più di 15.000, per aumentare in maniera geometrica (fino ad arrivare ad un totale di circa 14 milioni) negli anni successivi. Quasi tutti erano meridionali…</p>
<p style="text-align: justify;">Emerge dal libro la storia dell’Italia nata dal Risorgimento con tutte le sue sfaccettature: con gli eroismi e le viltà, gli slanci ideali e le nefandezze. Con un chiaro obiettivo: liberarsi dei luoghi comuni, delle forzature e delle logiche che, ancora oggi, nel 150°, accompagnano la lettura di quei momenti.</p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
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		<title>ELOGIO AI GIOVANI D&#8217;ITALIA: IL LIBRO AUTOBIOGRAFICO DI MAURIZIO LUPI OFFRE L&#8217;OCCASIONE PER BEN VALUTARE LE NUOVE GENERAZIONI (di Alessandro Pagano)</title>
		<link>http://www.recensioni-storia.it/elogio-ai-giovani-ditalia-il-libro-autobiografico-di-maurizio-lupi-offre-loccasione-per-ben-valutare-le-nuove-generazioni-di-alessandro-pagano</link>
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		<pubDate>Sun, 13 Nov 2011 05:53:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cavallo Roberto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondadori]]></category>
		<category><![CDATA[RECENSIONI]]></category>

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		<description><![CDATA[È di questi giorni la notizia del rapporto Bankitalia sull&#8217;occupazione giovanile nel nostro Paese. Ha toccato quota 2 milioni e 200 mila il numero dei giovani tra i 15 e i 29 anni che non lavorano e che nemmeno studiano, dichiara Bankitalia, con un incremento del 10% negli ultimi 2 anni. Con queste cifre possiamo dire che in Italia quasi un giovane su 4 né studia, né lavora! A fronte di questi dati, che potrebbero indurre il Paese ad una sorte di depressione collettiva, emerge però in contraltare un’altra realtà. C&#8217;è un mondo giovanile generoso e dinamico, capace di sfoderare orgoglio, capacità di superare le difficoltà e amore verso la collettività fuori dal normale. Mi riferisco ai numerosissimi ragazzi volontari che in questi giorni hanno sudato a fianco della Protezione Civile e dei residenti, per riparare i danni dell’alluvione di Genova; uno slancio che l&#8217;Italia ha notato e apprezzato più volte negli ultimi anni in altre occasioni altrettanto dolorose. I ragazzi liguri hanno dimostrato ai loro coetanei e ai più grandi, con i fatti, come bisogna reagire al disfattismo e alla sfiducia. Questi straordinari volontari hanno mostrato al Paese che il servizio gratuito verso chi è in difficoltà e chi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2011/11/maurizio-lupi-la-prima-politica-e-vivere.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-6518" title="maurizio-lupi-la-prima-politica-e-vivere" src="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2011/11/maurizio-lupi-la-prima-politica-e-vivere-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>È di questi giorni la notizia del rapporto Bankitalia sull&#8217;occupazione giovanile nel nostro Paese.</p>
<p style="text-align: justify;">Ha toccato quota 2 milioni e 200 mila il numero dei giovani tra i 15 e i 29 anni che non lavorano e che nemmeno studiano, dichiara Bankitalia, con un incremento del 10% negli ultimi 2 anni. Con queste cifre possiamo dire che in Italia quasi un giovane su 4 né studia, né lavora!</p>
<p style="text-align: justify;">A fronte di questi dati, che potrebbero indurre il Paese ad una sorte di depressione collettiva, emerge però in contraltare un’altra realtà. C&#8217;è un mondo giovanile generoso e dinamico, capace di sfoderare orgoglio, capacità di superare le difficoltà e amore verso la collettività fuori dal normale. Mi riferisco ai numerosissimi ragazzi volontari che in questi giorni hanno sudato a fianco della Protezione Civile e dei residenti, per riparare i danni dell’alluvione di Genova; uno slancio che l&#8217;Italia ha notato e apprezzato più volte negli ultimi anni in altre occasioni altrettanto dolorose.</p>
<p style="text-align: justify;">I ragazzi liguri hanno dimostrato ai loro coetanei e ai più grandi, con i fatti, come bisogna reagire al disfattismo e alla sfiducia. Questi straordinari volontari hanno mostrato al Paese che il servizio gratuito verso chi è in difficoltà e chi soffre può tradursi in atti concreti.</p>
<p style="text-align: justify;">Loro sono i continuatori di quella grande tradizione che da sempre vede gli italiani animati da autentico altruismo. Sono degni figli delle generazioni che li hanno preceduti e che in altre epoche sono cresciute con il desiderio di migliorarsi, di cambiare quanto era sbagliato e di avere la speranza sempre accesa.</p>
<p style="text-align: justify;">E oggi sempre più spesso stiamo riscoprendo le stesse qualità anche in questa generazione, quasi che le difficoltà stiano insegnando loro come reagire.</p>
<p style="text-align: justify;">Giovanni Paolo II amava gli italiani. Da straniero aveva colto il senso più profondo del nostro ethos :  &#8220;aveva una percezione della realtà e delle risorse del nostro popolo più acuta e profonda di quella di noi stessi italiani, talvolta tendenzialmente pessimisti e a volte rinunciatari&#8221;, così di lui dice il Cardinale Ruini in &#8220;Vita e Pensiero&#8221;, 2/2011.</p>
<p style="text-align: justify;">Ebbene, cosa aveva visto di straordinario il grande Giovanni Paolo II in noi? Cosa aveva fatto incontrare il suo sguardo con il nostro popolo quasi come quello di Cristo con Zaccheo? Lui, che era un gigante, aveva capito bene che in noi il patrimonio di fede e di cultura cristiana era enorme. Come nessun popolo ne aveva. Oggi, in cui tutto sembra liquefatto, avere fede e cultura cristiana rappresenta una marcia in più. Maurizio Lupi nel suo “La prima politica è vivere”, un bel libro autobiografico che si legge in un &#8220;sorso&#8221; (Mondadori, 2011, pagg.100), racconta, talvolta in maniera commovente, di centinaia di associazioni no-profit fatte soprattutto di giovani che ogni giorno salvano migliaia di vite umane e che nel contempo creano occupazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Dall&#8217;associazione che offre assistenza scolastica, a quella che aiuta l&#8217;integrazione degli stranieri, a quella che aiuta i carcerati ad imparare un mestiere: tanti sono gli esempi citati di una gioventù positiva e fattiva.</p>
<p style="text-align: justify;">Francesco Alberoni, sul Corriere, scriveva che a partire dagli anni &#8217;70, un po’ per la “rivoluzione culturale”, un po’ per la “rivoluzione tecnologica”, l’uomo aveva messo al primo posto il proprio orgoglio e la propria superbia al punto di sentirsi quasi onnipotente. E qual è stato il risultato? Evidenti disagi psicologici che sfociano nelle droghe, nella ricerca della sessualità violenta, nella bramosia di potere, nell’egoismo spietato e nell&#8217;edonismo più vuoto.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma se nonostante questi disagi, che comunque sono comuni in tutta Europa, gli italiani continuano a portare avanti testimonianze di vero amore e di autentico sacrificio, come quella di Genova e non solo, vuol dire che le radici sono ancora vive e vegete e che qui c’è ancora tanta energia positiva.</p>
<p style="text-align: justify;">Come pure quel ragazzo citato dal Vice Presidente della Camera. Pensate! Maurizio Lupi era stato invitato in TV a parlare della crisi dei giovani di fronte al lavoro (proprio l&#8217;argomento iniziale di questo approfondimento) e in un filmato viene intervistato un ragazzo, giovane laureato, impiegato come barista. Il messaggio che il conduttore voleva fare passare era chiaro: &#8220;che Paese è quello in cui un giovane appena uscito dall’università è costretto a destreggiarsi tra caffè,cornetti e cappuccini?&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;">E Lupi,con intelligenza e capacità di osservazione del reale, di rimando spiega a lui e ai telespettatori che &#8220;il gesto di quel ragazzo, l’accettare di mettersi in gioco facendo un lavoro «umile», vale di più di qualsiasi discorso. Perché non aspetti che qualcuno ti chiami [o che magari ti raccomandi, ndr], ma inizi a muoverti. Non aspetti il tuo lavoro ideale [o che qualcuno ti trovi un posto di lavoro, ndr], ma ti metti in gioco”.</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco! Questa è l’Italia che funziona e i giovani italiani di cui essere orgogliosi. Sono tantissimi! Più di quello che si possa immaginare. E danno testimonianza e buon esempio.</p>
<p style="text-align: justify;">Con Maurizio alla fine della presentazione del suo libro concordavamo e ne eravamo certi: con questi giovani l’Italia ce la farà anche stavolta!</p>
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		<title>PER UNA MEDICINA UMANISTICA. APOLOGIA DI UNA MEDICINA CHE CURI I MALATI COME PERSONE (recensione a cura di David Taglieri)</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Nov 2011 06:06:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cavallo Roberto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Edizioni Lindau]]></category>
		<category><![CDATA[RECENSIONI]]></category>

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		<description><![CDATA[“Per una medicina umanistica. Apologia di una medicina che curi i malati come persone” (Edizioni Lindau, 2010, pagg 97) è l’ottimo vademecum di Giorgio Israel per non  dimenticare che concetti pur considerati scontati vengono ultimamente snobbati da parte della medicina ufficiale. Ciò è dovuto ad un certo approccio con la nuova genetica, che mette in cantina la diagnostica tradizionale per lasciare campo libero alla determinazione del malato per via analitica, e ora anche attraverso test di carattere genetico. Il rapporto soggettivo nonché umano fra medico e paziente si raffredda ed il senso di vocazione professionale di un tempo sembra venire meno. In certi casi addirittura lo stato del soggetto in cura può esser diagnosticato a distanza, senza che il medico veda il volto, carpendo anche emozioni e stati d&#8217;animo. Al posto di “un medico particolare” si sostituisce la figura del medico categoria astratta ed impersonale, sempre più uno specialista il cui compito è quello di analizzare un organismo attuando i rimedi standard per la tipologia di situazione che si trova a fronteggiare. La persona è un universo a sé, risultato di cultura, esperienze, impostazioni, occasione unica ed irripetibile, che comprende l&#8217;essere malato ed il sentirsi malato, due stati psicofisici da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2011/11/AAA.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-6511" title="AAA" src="http://www.recensioni-storia.it/wp-content/uploads/2011/11/AAA.jpg" alt="" width="100" height="100" /></a>“<em>Per una medicina umanistica</em>. <em>Apologia di una medicina che curi i malati come persone</em>” (Edizioni Lindau, 2010, pagg 97) è l’ottimo vademecum di Giorgio Israel per non  dimenticare che concetti pur considerati scontati vengono ultimamente snobbati da parte della medicina ufficiale.</p>
<p style="text-align: justify;">Ciò è dovuto ad un certo approccio con la nuova genetica, che mette in cantina la diagnostica tradizionale per lasciare campo libero alla determinazione del malato per via analitica, e ora anche attraverso test di carattere genetico.</p>
<p style="text-align: justify;">Il rapporto soggettivo nonché umano fra medico e paziente si raffredda ed il senso di vocazione professionale di un tempo sembra venire meno.</p>
<p style="text-align: justify;">In certi casi addirittura lo stato del soggetto in cura può esser diagnosticato a distanza, senza che il medico veda il volto, carpendo anche emozioni e stati d&#8217;animo.</p>
<p style="text-align: justify;">Al posto di “un medico particolare” si sostituisce la figura del medico categoria astratta ed impersonale, sempre più uno specialista il cui compito è quello di analizzare un organismo attuando i rimedi standard per la tipologia di situazione che si trova a fronteggiare.</p>
<p style="text-align: justify;">La persona è un universo a sé, risultato di cultura, esperienze, impostazioni, occasione unica ed irripetibile, che comprende <em>l&#8217;essere malato</em> ed <em>il sentirsi malato</em>, due stati psicofisici da non separare e da considerare nella loro globalità e  particolarità.</p>
<p style="text-align: justify;">Il progresso e l&#8217;evoluzione scientifica teorica e sperimentale sono divenuti più importanti dello spazio umano di cure e la scienza si è ridotta ad una serie di protocolli e relazioni da sciorinare nei congressi, conclamandosi come  disciplina fine a  se stessa.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;uomo non è macchina, anche se lo sviluppo post-contemporaneo lo vorrebbe oggetto virtuale, centro di interessi che trascendono i sani valori della medicina, vittima di esperimenti e di nuove applicazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Israel sostiene sia necessario opporsi ad un riduzionismo materialistico, riproponendo il valore aggiunto, il carattere umanistico, istanza morale accompagnata dal binomio conoscenza-pratica in tutta la sua pienezza.</p>
<p style="text-align: justify;">La scienza moderna in qualche modo ha eliminato le discriminanti qualitative fra i fenomeni  di moto, riducendo tutto a differenze quantitative, mettendo sullo stesso piano stati di moto e stati di quiete, collocando la statica prima della dinamica, attribuendo posizione centrale al concetto di equilibrio, un equilibrio però del tutto quantitativo. La constatazione materiale nata da  fenomeni del mondo inanimato si è affermata in modo tormentato ma efficace sul piano della biologia distruggendo soggettività, cancellando la progettualità ed il finalismo, concetti pur fondamentali del quadro antropologico.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;armonia della <em>physis</em>, concetto dinamico, è cosa differente dall&#8217;equilibrio, e si può contestualizzare nella ben profonda diversità fra il fenomeno greco di natura e la teoria moderna di natura.</p>
<p style="text-align: justify;">Osserva giustamente Heiddeger che la  traduzione di <em>physis</em> con natura è impropria, perché <em>physis </em>si riferisce a ciò che si schiude da sé stesso, il dispiegarsi di un  processo.</p>
<p style="text-align: justify;">Interessante il capitolo dedicato alla svolta scientifica di Claude Bernard: normalità e patologia che devono essere considerati come stati quantitativamente diversi ma qualitativamente omogenei, normalità tipo ideale in condizioni sperimentali determinate, con intervalli di vario tipo, concezione ancora alla base della pratica medica, quando si determina lo stato di salute o malattia in laboratorio.</p>
<p style="text-align: justify;">Numerosi fattori culturali e sociali fra la fine del ‘700 e gli inizi dell’800 provocarono una vera e propria rivoluzione nell’assetto secolare della medicina, trasformata in un’impresa collettiva, visione promossa con preponderanza dall’Illuminismo e dalla Rivoluzione Francese, con la degradazione di ospedali in strutture organizzative di collocamento del personale medico.</p>
<p style="text-align: justify;">Uno dei risultati tangibili fu la progressiva unificazione della medicina clinica con  la chirurgia; inoltre all’incirca nello stesso periodo trionfava l’ideologia sensista e materialista (fra questi Pierre Cabanis, che nel suo <em>Rapporto</em> fra il fisico ed il morale dell’uomo dichiarava che il cervello digerisce le sensazioni corporee, come lo stomaco digerisce il cibo e che questo processo da luogo alla formazione delle idee, quali secrezioni del processo digestivo, come accade per la bile).</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma da un certo momento anche la biologia stessa ha perduto il contatto con la realtà ed il processo vitale  si è fatto quasi del tutto meccanismo fisico-chimico elementare.</p>
<p style="text-align: justify;">Alto fattore la schematicità eccessiva che annulla la vecchia medicina, pratica artigianale basata sull’accumulazione di esperienze e rapporti personali per basarsi invece su procedure oggettive, generali e da applicarsi in modo uniforme.</p>
<p style="text-align: justify;">La medicina che aggredisce la medicina e non si occupa del malato per risolvere ogni patologia diventa un errore di fatto.</p>
<p style="text-align: justify;">Non ci sono soltanto dati da registrare e rilevare, ma bisogna considerare le modalità in cui il paziente vive il suo stato di disagio, malattia, sofferenza, elementi che influenzano senza dubbio i parametri oggettivi.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Il medico deve  tornare ad essere uomo, psicologo, confidente, consigliere: anima e corpo viaggiano di pari passo e i mali dell’uno possono essere spiegati nelle relazioni con l’altro.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Il linguaggio derivato di un cupo individualismo e di un vitalismo sessantottino ha eliminato il termine sofferenza, quello di sacrificio; perfino sulla morte o si ironizza o ci si lascia travolgere da demenziale superstizione, perdendo la dimensione principale.</p>
<p style="text-align: justify;">Ripartire dal vissuto, dal reale, dal mondo della vita, e   non astrarsi da esso.</p>
<p style="text-align: justify;">Dove vi è vita vi è normatività, unico modo in cui la coscienza umana esprime un senso etico e morale; normatività non è determinismo meccanico.</p>
<p style="text-align: justify;">Una medicina umanistica deve ripristinare la cura ed eliminare la “mera riparazione”.</p>
<p style="text-align: justify;">Come diceva G.Canguilem, “…<em>è innanzitutto perché gli uomini si sentono malati che esiste la medicina</em>”.</p>
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