Benvenuto al mio sito

Member Login
Lost your password?

VIETNAM LIBERO? LE VOCI DELLA DISSIDENZA VIETNAMITA A 35 ANNI DALLA FINE DELLA GUERRA (Corriere del Giorno, 9 aprile 2010, pag. 26)

23 aprile 2010
By

boat_people_2C’era una volta il Vietnam. I cinquantenni di oggi lo ricordano molto bene, il Vietnam. Negli anni ’70 televisioni e giornali ne parlavano a mattina e a sera; i giovani con i capelli lunghi sfilavano per strada gridando slogan contro gli Stati Uniti e solidarizzando con i Vietcong. Famosi cantanti e registi mettevano a disposizione la loro arte per denunciare il corrotto regime di Saigon (quello sostenuto dagli U.S.A.) e così diventavano ancora più famosi.

Poi, quando gli Americani abbandonarono Saigon (aprile 1975) e le navi della Marina Militare italiana (1979) andarono a raccogliere per mare i superstiti dei “boat people” (in totale, dal 1975 al 1979, un milione e mezzo di sud-vietnamiti in fuga dai “liberatori” comunisti), il sipario calò del tutto.

Che ne è oggi, a 35 anni di distanza, del Vietnam “liberato” dai Vietcong?

9788883356278Le Edizioni Guerini e Associati, pubblicando nel 2005 il volume “Vietnam libero? Le voci della dissidenza vietnamita” (pagg. 196), hanno contribuito a colmare un grande vuoto che esisteva nella pubblicistica, almeno in Italia.

Il libro, una traduzione dal francese realizzato dal “ComitĂ© Vietnam pour la DĂ©fense des Droits de l’Homme”, raccoglie una serie di importanti documenti provenienti dai dissidenti della cosiddetta societĂ  civile, compresi alcuni ex dirigenti del Partito Comunista Vietnamita. La peculiaritĂ  dell’opera è anzi proprio questa: i vecchi nemici di un tempo – da un lato famosi comandanti vietcong ormai critici nei confronti del regime e dall’altro leader spirituali considerati “reazionari” -, si incontrano sul tema dei diritti umani. Il quadro che ne deriva, sinteticamente descritto nella prefazione a cura di Carmelo Palma, è “…che a trent’anni dalla riunificazione del Vietnam sotto la guida del Partito Comunista Vietnamita, le simulazioni democratiche del regime di Hanoi continuano a nascondere una realtĂ  di oppressione politica; che a quasi vent’anni dal lancio del processo di riforma economica, sull’esempio della Repubblica popolare di Cina, il “Doi Moi” (il “rinnovamento”, n.d.r.), non è nata una moderna societĂ  di mercato, ma un mercato permanente della corruzione, con un sistema di mafie politiche ed economiche diffuse e ramificate, sotto il controllo dei maggiorenti militari e politici del regime; che, come in tutte le “societĂ  del silenzio”, sono in realtĂ  i servizi segreti a governare le emergenze e le transizioni e, nella sua interezza, la politica del paese. La cosa piĂą importante che però apprendiamo da queste pagine è forse un’altra: la tragedia del Vietnam non è mai finita.” (pagg. 9-10).

La tragedia del Vietnam dunque non è mai finita, cristallizzata alla luce sinistra dell’art. 4 della Costituzione, che tuttora sancisce la supremazia del Partito Comunista e della relativa dottrina marxista-leninista.

Se sul piano economico e sociale il divario fra l’elite del partito comunista e la massa dei contadini poveri (quasi il 90% della popolazione) è in continua crescita, l’aspetto della libertà religiosa e politica non desta minori preoccupazioni. Sull’esempio cinese, il regime vietnamita, non potendo più imporre una disciplina civile forzatamente ateistica, occupa manu militari le chiese, talora sostituendosi, con propri funzionari addetti al culto, ai legittimi religiosi riconosciuti dal popolo.

Chi sa, per esempio, che i leader della Chiesa buddista vietnamita (religione che rappresenta circa l’80% della popolazione) hanno passato più di 20 anni tra prigioni, campi di concentramento o arresti domiciliari? Che centinaia di credenti, buddisti o cristiani – come la minoranza Montagnard – sono tuttora perseguitati, discriminati e arbitrariamente trattenuti in prigione?

Eppure, in un paese dove le Chiese non possono aver vita al di fuori del sistema Partito-Stato, dove non è possibile creare un giornale indipendente, collegarsi liberamente ad internet, candidarsi alle elezioni, dove i servizi segreti fanno il bello e il cattivo tempo, “…è alquanto singolare che la comunitĂ  internazionale continui a sostenere il cosiddetto programma internazionale di rafforzamento della legalitĂ , “Legal System Development Strategy”, finanziato con fior di milioni di dollari dalla Banca Mondiale, dall’UNDP, dal Fondo Monetario internazionale e, “last but not least”, dall’Unione Europea.” (pag.195).  Un equivoco di fondo o, peggio, una mistificazione è all’origine di tali programmi internazionali di aiuto al governo vietnamita: e cioè che la liberalizzazione economica porterĂ  – automaticamente – alle libertĂ  democratiche. Peccato che tale esperimento (falsamente plausibile solo per l’intellighenzia occidentale) sia giĂ  fallito nella Repubblica popolare cinese e, negli anni ’30, nella Germania nazista. Come ha infatti osservato il filosofo AndrĂ© Glucksman “…la Germania hitleriana ha dimostrato che uno Stato poteva essere contemporaneamente dotato di strutture politiche autoritarie o totalitarie e di strutture economiche capitalistiche.” (pag. 195).

Ma se l’Occidente di oggi perde milioni di dollari per inseguire uno Stato di diritto che in Vietnam difficilmente vedrĂ  la luce, stante l’attuale regime comunista sia pure in salsa neo-capitalista, l’Occidente di ieri ha perso con i suoi giovani: i ventenni libertari degli anni ’70, ragazzi convinti che il socialismo di Ho Chi Minh sarebbe stato piĂą autentico e rivoluzionario di quello che avevano conosciuto – e talora rifiutato – nelle proprie societĂ .

Si tratta, in conclusione, di un libro-documento importante per comprendere quanto continua ad accadere nel Vietnam di oggi.

Fa solo sorridere – ed è comunque un sorriso pieno di amarezza – la solita storia espressa da qualche vecchio comandante vietcong, secondo cui il socialismo scientifico nell’attuale Vietnam non avrebbe trovato la sua corretta applicazione.

Verrebbe da chiedersi a quanta violenza bisogna ancora assistere per rendersi conto che il comunismo, dal suo interno, non è riformabile.

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrĂ  pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*


Dai nostri album

diapositiva10 diapositiva43 IMGP1185-1024x768 diapositiva14

Sfoglia per Data



CRISTIANITA'