AFGHANISTAN: UNA SCONFITTA

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Pochi giorni fa i soldati italiani hanno ammainato la bandiera tricolore a Herat per l’ultima volta prima di abbandonare il Paese, così come faranno entro settembre tutte le altre forze militari occidentali. Erano presenti nel Paese dall’indomani dell’11 settembre 2001, dove erano andate in seguito all’attacco alle Torri Gemelle per combattere il regime dei talebani ed eliminare la presenza di Al Qaida.
 
Secondo gli analisti, il Paese non è stato stabilizzato e il regime politico attuale non sarà in grado di resistere al ritorno dei talebani, che già controllano numerose province del Paese. Probabilmente le donne saranno le prime a pagare la dura restaurazione islamista, nella sua versione più radicale…

Che cosa ci rimane di questo ventennio? Ci rimane almeno un afghano da ricordare, un combattente eroico della resistenza anticomunista contro i sovietici e poi di quella contro i talebani, un soldato che è stato anche ministro della Difesa prima di tornare nel Nord del Paese a combattere contro il regime imposto dai talebani. Si chiamava Massud…il leone del Panshir!

Afghano di etnia tagika, Massud era diverso dagli altri anche in guerra, per la gentilezza dei modi e per un profondo sentimento di pietà e clemenza”.  Infatti riservò sempre un trattamento umano ai suoi prigionieri e non è poco nel clima di lotta senza quartiere che i mujaheddin affrontavano ogni giorno contro avversari spietati come i russi e i loro alleati comunisti e poi i talebani. Comunque sia, il capo tagiko ha studiato bene la tecnica di guerriglia di Mao Tze Tung e l’ha sempre utilizzata contro i sovietici russi, in particolare nella sua valle, il Panshir, in mezzo a cime che toccano i 6000 metri, tra valichi a 4000 metri di altitudine, tra strette gole, autentiche strozzature, con muraglie di roccia a picco. Contribuì così alla liberazione del suo Paese.

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