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AGOSTO 1480: JIHAD ISLAMICA SU OTRANTO. MONS. PAOLO RICCIARDI SUGLI 800 BEATI: NON SOLO MARTIRI MA ANCHE EROI DELLA PATRIA (Corriere del Giorno, 20 agosto 2010, pag. 25)

28 agosto 2010
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MARTIRI EROI DELLA PATRIAIl mare, il sole, il vento, la musica, la taranta, la pizzica, il barocco, i s apori e i profumi di una terra protesa nel Mediterraneo, ultima punta d’Italia fra Grecia e Africa, porta d’Oriente: questo e tanto altro è il Salento.

Ma questa terra che negli ultimi anni si è aperta al turismo di massa cela al suo interno  un segreto amaro e violento, ormai conservato nel cuore e nella memoria di pochi.

E’ una brutta storia, una storia di sangue, che cinquecento anni fa bagnò la terra del Salento e che ha segnato per sempre un popolo e una civiltà.

E’ la storia di Otranto, cittadina di 5000 abitanti in provincia di Lecce, punto più ad est d’Italia.

Otranto fino al 1480 era una città ricca e prospera, con un’economia fondata sulla produzione e sul commercio dell’olio di oliva, che era un po’ il petrolio di allora, assolvendo a innumerevoli funzioni: alimentari, di illuminazione, militari…

Una città che aveva nelle sue vicinanze la più grande biblioteca d’Europa. Nel monastero di Casole, infatti, si conservavano manoscritti greci e latini, codici preziosissimi per la trasmissione della cultura antica e classica.

Qui i monaci basiliani ospitavano centinaia di giovani che si applicavano negli studi; qui si incontravano studiosi dell’Occidente e dell’Oriente.

Insomma Otranto e il suo territorio davvero costituivano un ponte fra l’Oriente bizantino ed ellenizzante e l’Occidente latino. Lo stesso distacco fra cattolici ed ortodossi, formalmente consumatosi nel 1054, qui veniva vissuto in modo molto attenuato ed innumerevoli erano i reciproci influssi culturali.

Ma un giorno tutto cambia. Il 28 luglio 1480 il placido mare dinanzi ad Otranto, proprio lì dove l’Adriatico e lo Jonio si congiungono davanti a punta Palascìa, si riempì all’improvviso di vele ottomane: erano i Turchi provenienti dalla vicina Albania, dal porto di Valona.

Oggi, dopo il periodo della dittatura comunista, l’Albania lentamente sta intraprendendo il suo cammino verso lo sviluppo e la democrazia. Questa terra vicinissima, posta dall’altra parte dell’Adriatico, dopo la caduta di Costantinopoli nel 1453, aveva subìto la stessa sorte di quasi tutta la penisola balcanica: la conquista turca e la conseguente opera di islamizzazione, spesso forzata.

Non soddisfatti delle conquiste fatte, i Turchi ottomani volsero le loro navi verso l’Italia e verso la Puglia, perché il loro sogno era risalire la Penisola e prendere Roma, sede del cattolicesimo universale.

Su tale strada incontrarono però la reazione di Otranto e degli Otrantini, che non si arresero, come i Turchi speravano, ma opposero una straordinaria resistenza.

Alla presa di Otranto parteciparono oltre 100 navi turche e non meno 16-18.000 uomini.

Dall’altra parte, a fronteggiare l’invasore, vi erano poche centinaia di soldati aragonesi: circa 700. Se non fosse stato per lo slancio patriottico dei cittadini otrantini, i Turchi avrebbero avuto la via spianata verso i porti – ben più importanti – di Brin disi e di Bari.

Dopo aver espugnato il castello e il borgo, e distrutto l’abbazia di Casole, i superstiti maschi furono portati dai Musulmani su un colle appena fuori Otranto e lì sgozzati, uno ad uno. Le donne e i ragazzi sotto i 15 anni vennero invece caricati sulle navi e portati via, lontano per sempre dalle loro case. Saranno venduti poi come schiavi nei porti di Valona e a Costantinopoli, ribattezzata Istanbul dopo la conquista musulmana del 1453.

Tutti i fatti (lo sbarco dei Turchi, la presa della città, poi la riconquista cristiana da parte di Alfonso d’Aragona, figlio del Re di Napoli) si svolsero in un fazzoletto di terra che coinvolse pochi chilometri quadrati: nemmeno tutto il Salento meridionale. Le scorrerie turche investirono grosso modo il territorio oggi indicato come Grecìa salentina: qui si ebbero i saccheggi, le violenze, i massacri, che costarono la vita a circa dodicimila persone, fra cui i seimila inermi cittadini di Otranto.

Questa pagina di storia, lungi dall’avere una benché minima risonanza nazionale, è rivisitata e riproposta all’attenzione dei contemporanei da alcune insigni figure di sacerdoti otrantini. Dopo il compianto don Grazio Gianfreda, autore di molti volumi sulla storia di Otranto, oggi sono gli scritti di Mons. Paolo Ricciardi, sindaco del capitolo cattedrale, a non far scendere l’oblio su quegli avvenimenti tragici e per certi aspetti straordinariamente a noi vicini. In gioco, infatti, oggi come allora, è il rapporto dell’Occidente con l’Islam e con il suo concetto di jihad, la guerra santa, che tanti lutti comporta anche adesso. In gioco è pure la sopravvivenza delle minoranze cristiane nei Paesi a maggioranza musulmana del Medio Oriente.

Nella sua recente opera in due volumi “Gli Eroi della Patria e i Martiri della Fede: Otranto 1480-1481”, Mons. Ricciardi ricorda che gli 800 Otrantini sgozzati sul colle della Minerva perché rifiutavano la conversione all’Islam non furono solo martiri cristiani ma anche eroi della Patria: quella Patria italiana ed europea che, al di là dei singoli confini regionali, si fondava sulle comuni radici cristiane.

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