ALFREDO MANTOVANO: L’ANTIMAFIA DEI FATTI CONTRO L’ANTIMAFIA DELLE CHIACCHIERE (discorso al convegno della “Fondazione Nuova Italia” di Orvieto)

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MANTOVANOInizio da una storia vera, raccontata qualche giorno fa dal Corriere della Sera: Richard Rudd è un inglese di 43 anni. Il 23 ottobre 2009 ha un grave incidente con la moto. Viene ricoverato nell’ospedale della sua città, Cambridge, ma le sue condizioni sono disperate: i monitor non danno più segni di attività cerebrale. Passano tre settimane; i familiari chiedono ai medici di staccare la spina, sembra che non ci sia proprio nulla da fare; la legge inglese permette di fermare le macchine; e poi più volte, quando stava bene, Richard aveva detto che se si fosse trovato in una situazione come quella avrebbe voluto finirla lì: aveva fatto, come si dice, testamento biologico .

I medici accolgono la richiesta dei familiari, ma accade qualcosa di imprevisto. E quello che accade non è semplicemente raccontato: è filmato dalla Bbc, che voleva realizzare un bel servizio sull’eutanasia: un istante prima che le macchine siano bloccate, Richard chiede di non morire. Lo chiede nell’unico modo possibile per lui in quelle condizioni: batte le palpebre e muove gli occhi. Uno dei medici se ne accorge e gli chiede di rispondere. “Per dire sì gira le pupille a destra, per dire no muovile a sinistra”. “Vuoi continuare a vivere?” gli domanda il medico. “Sì”, Richard muove le pupille a destra. Era sul punto di farsi uccidere, e invece le macchine non vengono fermate.

Da quel giorno sono trascorsi parecchi mesi. Richard non corre i 110 ostacoli, è ancora a letto: muove la testa, capisce quello che accade intorno a lui, sorride, scherza, non fa la vita di prima e chissà mai se la farà. Ma doveva essere eliminato e invece è vivo.  

Non ho sbagliato luogo. So che questo non è un congresso medico; ma so anche che non è neanche un’assemblea di burocrati della politica. So che è un’assemblea –  meglio: una comunità di persone – che hanno passione per la politica. E la politica è intelligenza, è ragionevolezza, ma è anche e soprattutto vita: è carne, è sangue, è passione, è cercare di dare qualche risposta (per quello che si può) ai drammi della nostra vita quotidiana.

Certo, tutto questo richiama il dibattito che da anni attraversa il Parlamento sul testamento biologico. E io spero che quando alla Camera riprenderà la discussione sul punto quella legge possa essere corretta negli elementi che, se confermati, porterebbero dritti alla soglia dell’eutanasia. Spero, cioè, che i diritti non negoziabili – e fra questi il primo è il diritto alla vita – non siano oggetto di negoziazione.

Ma non è di questo che voglio parlare. Questa storia è vera, ma ha anche un valore metaforico: va oltre i confini di una stanza di ospedale. Quando sento parlare di governo tecnico come alternativa a un governo eletto dal popolo a larga maggioranza, mi chiedo se quel qualcuno non ha della politica l’idea di un uomo in stato di coma avanzato, qualcosa a cui va staccata la spina. Ecco, un’assemblea come questa è qualcosa di più di un battito di palpebra o di una pupilla che si muove. È uno dei modi per dire che la politica non è morta, che esiste, che ha un senso… se però sceglie di dare chiari segnali di vita.

In pochi attimi provo a dare qualche segno di vita su una questione che sembra essere diventata negli ultimi giorni il tema n. 1, e che cade sotto la voce di “legalità”. Una voce, per la verità, un po’ generica, che proprio per questo ha bisogno di essere riempita di contenuto; anche per non rischiare che, vuota di contenuto, sia brandita come una clava con cui colpire il prossimo.

Quale è la minaccia più pesante non solo alla legalità, ma alla stessa vitalità della nostra Nazione? È certamente la presenza sull’intero territorio nazionale di organizzazioni criminali; quando dico “sull’intero territorio nazionale” mi riferisco non solo alla Sicilia, alla Calabria, alla Campania… mi riferisco (come è confermato da recenti e importanti indagini) alla Lombardia, all’Emilia Romagna, al Piemonte, alla Toscana, al Lazio. È intollerabile per ogni italiano, a qualunque latitudine viva, sapere che parti significative del territorio nazionale sono ancora sotto il controllo della criminalità organizzata. È intollerabile in assoluto, ma in particolare alla vigilia del 150° dell’Unificazione: dare senso a quest’anniversario vuol dire anche intensificare la effettiva liberazione di quelle aree. Altrettanto intollerabile per ogni italiano è sapere che snodi strategici del nostro sistema economico sono a rischio di infiltrazione mafiose, al punto che, ogni qual volta ci si accinge a realizzare una infrastruttura importante ci si deve dotare di meccanismi di prevenzione per neutralizzare i rischi medesimi.

Quale è la differenza fra oggi e il passato? La differenza è che oggi vi sono una determinazione politica e un’azione di governo tese a fare qualcosa di più, a non rassegnarsi, a ottenere dei risultati stabili, a non accontentarsi di proclami. I dati e i fatti parlano da sé:

1) rispetto all’elenco dei 30 più pericolosi latitanti stilato all’inizio dell’attività di governo, oggi ben 26 di quei 30 sono in carcere, al regime del 41 bis!

2) il modo più efficace per mettere in ginocchio le mafie è colpirle negli interessi economici e finanziari: da maggio 2008,  in virtù del lavoro delle forze di polizia e dell’autorità giudiziaria, ma anche di norme assolutamente innovative in materia, la stima dei beni sequestrati alle associazioni mafiose è di 10 miliardi di euro e la stima di quelli confiscati è di due miliardi di euro. Fra questi beni ci sono mobili, immobili e aziende…

3) … fra questi beni c’è anche del contante e dei titoli monetizzabili. Con questi ultimi  abbiamo istituito un fondo – il Fug-fondo unico giustizia –, che verrà destinato a integrare le esigenze per metà delle forze di polizia e per metà dell’autorità giudiziaria. Non so se sia vero che Robin Hood rubava ai ricchi per dare ai poveri (il personaggio non mi è particolarmente simpatico); io so che noi togliamo ai mafiosi e diamo ai poliziotti, e nessuno l’aveva mai fatto prima!

4) le indagini in corso sulla ricostruzione in Abruzzo o su Expo 2015 dimostrano che non si aspetta il danno prodotto dall’infiltrazione mafiosa, ma che ci si è dotati degli strumenti per arrivare prima!

5) il piano straordinario antimafia varato dal Consiglio dei ministri di Reggio Calabria (28 gennaio 2010), approvato all’unanimità dalla Camera e oggi in discussione al Senato, aggiorna i mezzi per combattere la criminalità organizzata: dalla stazione unica appaltante al desk interforze per i sequestri e le confische, fino alla tracciabilità dei flussi finanziari in presenza di appalti. Si tratta di misur e a lungo vagh eggiate dalla Sinistra e oggi prossime alla realizzazione su impulso del Centrodestra.

La differenza rispetto al passato è che oggi contro le mafie non ci accontentiamo di vincere una battaglia, vogliamo vincere la guerra. E vogliamo vincere la guerra dei fatti, non la guerra delle parole.

La differenza rispetto al passato è che, in misura ancora embrionale, nelle zone a maggiore penetrazione criminale comincia a manifestarsi la fiducia della gente. Il movimento antiracket compie 20 anni nel 2010; è ancora una minoranza, ma cresce e fa crescere la voglia di reagire. A Palermo, ogni 29 agosto, in occasione dell’anniversario dell’omicidio di Libero Grassi (l’imprenditore che rifiutò di pagare il pizzo), fino a cinque-sei anni fa c’erano solo uomini in divisa; oggi c’è la gente, ci sono i rappresentanti di tutte le categorie produttive, ci sono i giovani. In Calabria vengono fondate associazioni antiracket in luoghi nei quali era inimmaginabile che sorgessero. A Napoli in recenti telefonate intercettate (che purtroppo non vanno sui giornali, a differenza dei gossip) viene fuori che i camorristi si scambiano consigli a non andare in alcune strade del centro, per evitare che i commercianti li denuncino …

 E non è solo questione di mafia. La “legalità” ha a che fare – sì o no – con l’immigrazione clandestina? se ha a che fare, possiamo rimandare in onda i filmati che venivano da Lampedusa fino a poco più di 1 anno fa? Dopo che l’accordo con la Libia è stato reso pienamente operativo, gli sbarchi a Lampedusa sono diminuiti del 95 % . Ma – ci dicono – tutto questo è avvento contro i diritti! Rispondo: 1) non esiste il diritto a entrare clandestinamente in un altro Paese. A chi sostiene questa tesi dico: dimmi dove abiti, così entro a casa tua senza bussare alla porta; 2) esiste invece il diritto alla vita; e tante persone hanno evitato di morire in  mare grazie al fatto che centinaia di barconi non sono partiti dalle acque libiche.

Proprio perché l’illegalità nel settore dell’immigrazione viene circoscritta, è possibile  ragionare meglio in termini di integrazione. Integrazione non vuol dire cittadinanza facile; la Fondazione Nuova Italia ha tenuto un convegno a gennaio, del quale sono appena usciti gli atti. Durante i lavori di esso è stato confermato il dato secondo cui circa il 70% degli immigrati che sono entrati regolarmente in Italia hanno la prospettiva di restarvi mediamente per dieci anni: il tempo di mettere da parte un po’ di risparmi, di imparare un mestiere, di mandare i figli nelle mostre scuole; per poi tornare a casa e far fruttare competenze e risorse acquisite. Se questa è la loro prospettiva, a che serve riconoscere loro la cittadinanza? Ragioniamo concretamente su ciò di cui hanno effettivo bisogno.

Torno alla questione mafia. Per dire che questa guerra ha degli effetti collaterali: irrita i professionisti dell’antimafia. Ma come, è inconcepibile: il governo Berlusconi vara norme che a Sinistra non avremmo mai pensato di vedere approvate e fa delle azioni che i governi di Sinistra non si sono mai sognati di realizzare… non può essere!

Definizione dei professionisti dell’antimafia: quelli che quando la mafia sarà sconfitta resteranno disoccupati. Quelli per i quali la lotta verbale alla mafia costituisce il piedistallo per fare carriera come politico, come giornalista, come magistrato. Certo, anche come magistrato: quanti di quelli che oggi parlano di “Giovanni” e di “Paolo” erano fra coloro che hanno pesantemente osteggiato Falcone e Borsellino quando erano in vita! 

C’è una novità: fino a non molto tempo fa i professionisti dell’antimafia stavano solo a sinistra: oggi c’è il “fuoco amico”; ci dobbiamo guardare le spalle, o i fianchi. Perché utilizzano questi temi così complessi, così difficili, così delicati, non solo come strumento di lotta politica (che già non sarebbe accettabile), ma – peggio – come strumento per accentuare la contrapposizione interna. Con un ampliamento di prospettiva: non bastava entrare nella schiera dei professionisti dell’antimafia, bisogna ergersi a professionisti della legalità.

Un’ora fa il ministro La Russa ha chiesto all’on. Granata di fare i nomi di coloro che, a suo dire, costituiscono i “pezzi del governo” che impediscono di raggiungere la verità sulle stragi di mafia. Qualche minuto dopo l’on. Granata gli ha risposto a mezzo agenzie, facendogli anzitutto il mio nome, quale presidente della Commissione sui programmi di protezione che ha negato l’ammissione come collaboratore di giustizia a Gaspare Spatuzza. Premetto che la Commissione che io presiedo è un organo amministrativo composto da 8 membri: l’unico politico e di governo sono io; gli altri sono 2 magistrati e 5 appartenenti a vario titolo alle forze di polizia. La decisione di tale Commissione è stata adottata in applicazione di una legge dello Stato votata all’unanimità dal Parlamento italiano nel 2001; essa contiene la regola secondo cui sono vietate le dichiarazioni “a rate”: l’aspirante pentito deve dire ciò che sa di importante entro 180 giorni dall’inizio della collaborazione. Spatuzza ha reso dichiarazioni importanti (quelle poi confluite nel processo contro il sen. Dell’Utri) qualche mese dopo il termine finale dei 180 giorni. La stessa legge prevede che la sanzione a tale inottemperanza è la non ammissione al programma: non si è fatto altro che applicare una legge! E la legge vale per tutti, anche per i pluriomicidi che poi si “pentono”! Aggiungo che qualche giorno dopo l’adozione del provvedimento ne ho reso conto davanti alla Commissione antimafia, nel corso di una audizione durata qualche ora: peccato che mentre io iniziavo a parlare, l’on. Granata ha scelto di condividere la scelta del gruppo Pd in Commissione di uscire dall’aula … Sarebbe stata una buona occasione di confronto.

Ovviamente non pretendo di essere infallibile, né che lo sia la “Commissione pentiti”. Un conto però è la critica a un provvedimento amministrativo, un conto è dire che esso impedisce l’accertamento della verità sulle stragi: questa non è critica, è diffamazione! Per questo chiedo al Presidente della Camera che, alla ripresa dei lavori dell’Aula, dica una parola chiara e definitiva sul punto; lo chiedo sulla base del mio passato, della conoscenza che egli ha di me, del mio incarico di governo, della mia posizione di membro del ramo del Parlamento da lui presieduto. E non mi limito a chiederlo: lo esigo!

Con tutta l’umiltà possibile, sapendo che gran parte del merito spetta alle forze di polizia e all’autorità giudiziaria, ma con la consapevolezza del lavoro svolto, mi sento di dire: noi siamo l’antimafia dei fatti, loro l’antimafia delle chiacchiere. Attenzione! L’antimafia delle chiacchiere non è innocua; fa danni :

  1. oscura mediaticamente l’antimafia dei fatti, cioè gli sforzi delle forze di polizia, di larga parte della magistratura, del governo e del parlamento, che hanno avviato una strada assolutamente nuova nella lotta alla mafia;
  2. pretende di imporre una propria arbitraria lista dei buoni e dei cattivi: quello sì, quello no, spesso senza sapere di che cosa si parla;
  3. non coglie quale è oggi la posta in gioco nel rapporto fra istituzioni e parte della magistratura.

Misuro le parole: “parte della magistratura”. Esistono tanti magistrati che lavorano con impegno incredibile e con mezzi scarsi, che si sacrificano e rischiano la vita. 

Ma ci sono dei fatti che non possono sfuggire, altrimenti mostriamo di avere l’encefalogramma piatto, e allora sarebbe giusto che qualcuno chiudesse la chiavetta. Non possiamo eludere la questione del rapporto fra istituzioni e parte della magistratura. Attenzione!  non fra Berlusconi e la magistratura, non fra dirigenti del Pdl, a torto o a ragione indagati, e giudici. No, tra istituzioni e magistratura.

In pochi mesi differenti giudici hanno pronunciato in Italia condanne pesanti – ancorché non definitive – sul capo dei servizi, sul comandante dei Ros, su funzionari della Polizia di Stato fra i più impegnati nella lotta al crimine; è tuttora in corso il giudizio nei confronti del prefetto Mori, già comandante dei Ros, mentre una procura siciliana ha disposto il rinvio a giudizio dei vertici operativi della prevenzione dell’immigrazione clandestina per le operazioni di riconsegna con le autorità libiche (è stato contestato il reato di violenza provata; peraltro commesso in acque internazionali e in attuazione di un accordo fra Stati!). Ciascuno dei condannati e ciascuno dei processati non è stato condannato né è processato perché è scappato con la cassa o perché ha molestato una fanciulla: tutte le condanne pronunciate sono connesse al compimento di atti propri della funzione svolta, il cui adempimento è però letto dalla magistratura in chiave criminale.

Non possiamo farci sfuggire questo passaggio della nostra vita istituzionale: da oltre 20 anni (col nuovo codice di procedura penale) il p.m. è diventato colui che decide la politica criminale, colui che decide su che cosa indagare, chi indagare, e come farlo.  Lo scenario più recente aggiunge qualcosa. Non vi è più, “soltanto”, la pretesa di co-protagonismo nel governo della lotta al crimine. Vi è la pretesa di governare a mezzo di provvedimenti giudiziari in settori che appartengono alla esclusiva responsabilità di istituzioni che non sono la magistratura. Il passaggio è delicato e non tollera equivoci: se un funzionario dello Stato è infedele e commette un delitto merita la punizione, come qualsiasi altro reo; l’appartenenza a un corpo istituzionale non garantisce impunità. Ma troppe iniziative giudiziarie sono intervenute, e intervengono, sulla base di una differente lettura – e cioè di una lettura in chiave criminale – di scelte che, condivisibili o meno, comunque richiamano la discrezionalità, la scelta, la responsabilità di chi le compie.

Questa pretesa di governo dall’interno degli uffici giudiziari non è misteriosa. È  teorizzata, in pubblicazioni e in convegni di correnti della magistratura associata; è organizzata e coordinata, in incontri e riunioni; viene difesa e propagandata da media militanti, o comunque da media grati del fatto che in modo puntuale cd con intercettazioni e/o verbali di ogni tipo sono recapitate nelle loro redazioni.

Per decenni la magistratura ha cercato le deviazioni nello Stato-amministrazione. Oggi tende a criminalizzare lo Stato-amministrazione in quanto tale. Quando un procuratore della Repubblica dice: “stiamo per arrivare alla verità sulle stragi, chissà se la politica sarà in grado di reggere”, riflette una mentalità di questo tipo. “Ricostruiamo noi le vicende italiane e da quelle vicende deriveranno conseguenze politiche tali che la politica non saprà reggere”.

Ma tu vuoi dire: stop a certe indagini? assolutamente no. Io voglio dire: indagate, fate bene le indagini, andate avanti, arrivate a sentenza . Quello che non si deve e non si può fare è utilizzare spezzoni di indagini, ancora tutte da verificare, d’intesa con i media e con sponde politiche, per condizionare e paralizzare l’azione di governo: anche l’azione di governo di contrasto alla mafia o l’azione di governo di contrasto all’immigrazione clandestina.

E questo non dovrebbe interessare solo il governo o la maggioranza. Dovrebbe interessare l’intera politica. Dovrebbe interessere per evitare alla politica di finire in coma: magari, con qualche parente della minoranza interna alla famiglia che dal capezzale chiede al medico di spegnere le macchine.

Mi meraviglia che le incomprensioni più grosse sul punto vengano da esponenti della minoranza interna al nostro partito. Anche qui, vale ciò che hanno detto in tanti: spazio alle discussioni, alle distinzioni, alle posizioni differenti, ma poi c’è una sintesi. Pluralismo interno non vuol dire ricerca quotidiana di distinzione e di polemica, anche su questioni esaminate in lungo e in largo. È paradossale che nel Pdl oggi il pluralismo riesce meglio nell’ufficio di presidenza nazionale (pensiamo alla questione delle alleanze con l’Udc prima delle elezioni regionali), che in qualche coordinamento regionale o provinciale. Bene quindi la petizione promossa da Gianni Alemanno; bene tutte le forme per una selezione reale e di merito delle classe dirigente. E alla fine di tutto non è colpa nostra se Berlusconi è da 16 anni il leader certo, riconosciuto e confermato dagli elettori.

Facciamo vivere la politica. Evitiamo di trovarci nella condizione per cui qualcuno stacchi la spina. Chiudo, tornando al punto di partenza. Ho riletto di recente i versi di uno dei poeti più suggestivi del mondo romano, Orazio : “hai giocato abbastanza hai mangiato hai bevuto : è tempo che tu te ne vada”. Non sempre gli autori classici pre-cristiani sono saggi; spesso mancava loro quella cosa così importante che si chiama speranza. Il nostro amico Richard Rudd, dal quale siamo partiti, l’ha pensata diversamente: nei suoi 43 anni di vita avrà sicuramente giocato, mangiato e bevuto, ma ha voluto dire, con tutta la forza che aveva e con i mezzi a sua disposizione, che voleva continuare a giocare, a mangiare e a bere, che non era  ancora tempo.

La nostra esperienza politica ha attraversato tante vicende importanti, ha superato tante difficoltà e ha avuto tante soddisfazioni, ma non è finita. Anzi, il bello viene ora. Con umiltà: come dice il vecchio Gandalf ad Aragon e ai compagni di avventura, prima della grande battaglia contro le armate di Sauron: “(…) non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare”.

Per questo esiste questa comunità, e per questo vale la pena di fare politica.

 Alfredo Mantovano

Orvieto, 25 luglio 2010