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ARABIA SAUDITA: I NUOVI “MISSIONARI”

31 ottobre 2018
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Riprendiamo dal FOGLIO del 27/10/2018 (pag.II) con il titolo “I nuovi missionari” l’analisi dell’islam saudita di Giulio Meotti:  “Con l’uccisione splatter all’interno del consolato saudita di Istanbul del giornalista e oppositore politico Jamal Kashoggi, l’occidente è tornato a interrogarsi sui rapporti con l’Arabia Saudita. “I sauditi sono sia i piromani sia i pompieri”, ha detto William McCants, studioso della Brookings Institution. “Promuovono una forma molto tossica di islam e allo stesso tempo sono i nostri partner nell’antiterrorismo”.

Da quasi cinquant’anni, la monarchia saudita è impegnata nel più imponente progetto di propaganda in occidente dai tempi dell’Unione sovietica durante la Guerra fredda. E ha avuto un successo straordinario. Fu dopo l’assedio della Mecca del 1979 da parte di fanatici islamisti che il progetto è davvero decollato. Durante l’assedio, il re saudita chiese all’establishment religioso di sostenere la monarchia e dichiarare la ribellione “illegittima”. In cambio, la casa reale promise di investire miliardi delle entrate petrolifere del regno per diffondere il wahhabismo in ogni angolo del globo, anche in opposizione all’altra grande rivoluzione islamica appena nata, l’Iran khomeinista. 

Nel libro di Pierre Conesa “The Saudi Terror Machine”, appena pubblicato, si racconta questa “diplomazia religiosa”, un piano globale ideologico che non ha uguali al mondo. L’Arabia Saudita ha addestrato 25 mila persone all’Università islamica di Medina, “che è l’equivalente saudita dell’Università sovietica di Lumumba” secondo Conesa. “Si stima una spesa di duecento miliardi di dollari in trent’anni (sette miliardi all’anno) in termini di tutta l’assistenza finanziaria dell’Arabia Saudita per creare madrasse, moschee e altre strutture in Belgio, Francia, Paesi Bassi, Gran Bretagna, Germania, Bosnia, Kosovo, e il mondo arabo”. L’Arabia Saudita ha costruito una vera e propria “industria ideologica”, nelle parole dello scrittore algerino Kamel Daoud, qualcosa “tra il potente soft power americano e il know-how propagandistico del sistema comunista”. 
La Lega islamica mondiale è un braccio della diplomazia religiosa del regno, è presente in 120 paesi e, scrive sempre Conesa, un budget di cinque miliardi l’anno. Alex Alexiev, ricercatore presso il Centro per la politica di sicurezza, chiama il soft power saudita “la maggiore campagna di propaganda mai realizzata nel mondo”.

Secondo i siti ufficiali della monarchia saudita, le organizzazioni benefiche del regno in venti anni hanno costruito all’estero 1,500 moschee, 210 centri musulmani, 202 istituti islamici e 2,000 madrasse, oltre ad aver inviato 4,000 predicatori e missionari in nazioni non musulmane nel centro, sud e sud-est asiatico, così come in Africa, Europa e Nord America.

I seguaci del wahhabismo controllerebbero i quattro quinti di tutte le case editrici islamiche del mondo che usano per diffondere il verbo fondamentalista. Di qualche mese fa l’accordo con cui i sauditi hanno promesso dieci miliardi al Bangladesh per costruire in quel paese 560 moschee. Gran parte delle moschee pakistane estremiste portano il timbro saudita.

Ma è soprattutto all’occidente che i sauditi guardano. L’ottanta per cento delle moschee che operano negli Stati Uniti sono state costruite dopo il 2001, il più delle volte con finanziamenti sauditi. Nel 2013, il 75 per cento dei centri islamici nordamericani faceva affidamento a predicatori wahhabiti che promuovevano idee antioccidentali. Non solo. Circa 322 milioni di dollari sono stati forniti dai paesi arabi a università americane tra il 1994 e il febbraio 2008, circa il 17 per cento di tutte le donazioni straniere alle università durante lo stesso periodo di tempo. Di quei 322 milioni, l’Arabia Saudita ne ha dati quasi 93 milioni. Dal 2011, tra le 100 e le 150 nuove moschee sono in varie fasi di pianificazione in tutta la Francia.
Il Consiglio musulmano di Francia afferma che una parte dei fondi per tale espansione proviene da “organizzazioni straniere” e si sospetta che buona parte dei finanziamenti sia effettivamente incanalata dalle fonti saudite. In Francia, l’Arabia Saudita ha installato a Mantes-la-Jolie (Yvelines) l’ufficio della sua Lega islamica mondiale, in locali adiacenti alla moschea di Ibn Abdelaziz. Intanto i sauditi finanziavano la costruzione di grandi moschee, come quella di Évry (Essonne) o la Grande moschea di Lione. Nel 2002, il rappresentante saudita della Lega islamica mondiale a Parigi dichiarò che in due anni aveva ricevuto più di trenta richieste di finanziamento per costruire moschee o scuole in tutto il territorio dell’Esagono.
E’ saudita la Grande moschea di Roma. “La Lega islamica mondiale controlla circa cinquanta importanti luoghi di culto in Europa: Mantes-la-Jolie, Madrid, Grenada, Kensington, Copenaghen, Bruxelles, Ginevra, Zurigo, Roma e Sarajevo, tra gli altri”, scrive il francese Pierre Conesa. “Svolge un ruolo ‘consolare’ in paesi dove Riyadh non ha un’ambasciata, a volte addirittura sostituisce la diplomazia ufficiale”. Un anno fa, un rapporto Henry Jackson Society inglese aveva denunciato: “Dagli anni 60, l’Arabia Saudita è impegnata in una politica di promozione dell’interpretazione intransigente mondiale dell’Islam wahhabita a livello globale. Si stima che l’Arabia Saudita spenda almeno due miliardi all’anno per promuovere il wahhabismo in tutto il mondo”.

L’impatto di questa propaganda si fa sentire particolarmente in Gran Bretagna. “Nel 2007, il numero delle moschee in Gran Bretagna che aderiscono al salafismo e al wahhabismo era di 68. Sette anni più tardi, il numero delle moschee britanniche wahhabite era salito a 110”. Una inchiesta del Times di Londra ha rivelato che il movimento Deobandi islamico controlla quasi la metà delle moschee del Regno Unito. Il Tablighi Jamaat, una propaggine del movimento islamico Deobandi radicale sunnita, ha sedi in 120 paesi e i sauditi sono i principali finanziatori di questo gruppo.

Saïda Keller-Messahli, presidente del Forum per un Islam progressista, ha detto che la situazione in Svizzera è “allarmante”. Parlando al giornale Nzz, Keller-Messahli ha detto che i sauditi hanno contribuito a “trenta moschee albanesi in cui vengono predicate idee salafite”. Negli ultimi anni, almeno trenta organizzazioni islamiche nei Paesi Bassi sono state finanziate e mantenute da sauditi e loro alleati. Quattro anni fa l’Olanda contava tredici moschee salafite, ora ce ne sono ventisette. Il numero di predicatori salafiti è aumentato da cinquanta a centodieci. I sauditi basano le loro attività missionarie in Olanda in fondazioni e centri islamici di Amsterdam, Aia, Eindhoven, Helmond, Breda e Tilburg. Al culmine della crisi dei migranti in Germania nel 2015, l’Arabia Saudita si dice abbia offerto al governo tedesco di costruire duecento nuove moschee nel paese. Nel 2012, gruppi musulmani salafiti hanno lanciato una campagna concertata in Germania per distribuire 25 milioni di copie del Corano nelle città tedesche. L’Ufficio per la protezione della Costituzione – l’agenzia di intelligence interna della Germania – sospetta che il governo dell’Arabia Saudita abbia finanziato l’operazione. In un’intervista rilasciata alla rivista Der Spiegel, Hans-Werner Wargel, capo del servizio di intelligence nazionale della Bassa Sassonia, ha dichiarato: “Siamo a conoscenza del fatto che flussi finanziari delle reti salafite in Germania provenivano dalla penisola arabica”. La Welt ha titolato: “Corano gratis dai sauditi”.

C’è un esempio ammonitore: la Bosnia. Nello stato prevalentemente musulmano dei Balcani, l’Arabia Saudita ha investito molto, comprando terreni e costruendo edifici, inviando missionari e predicatori. “Gli stati arabi hanno espulso l’islam bosniaco”, afferma Stephan Kramer, capo della protezione della Costituzione della Turingia. “Ed è per questo che puoi immaginare come andrà a finire in Germania”. Il numero di salafiti radicali in Germania è raddoppiato a diecimila negli ultimi cinque anni. E’ il “movimento più dinamico” all’interno della scena tedesca, come dice un costituzionalista. Hanno bisogno di soldi per le brochure, di soldi per i locali, di soldi per i video. Per quasi cinquant’anni, fino alla scorsa primavera quando è stata loro tolta per aver propagato l’odio islamista, la Grande moschea di Bruxelles è stata gestita dai sauditi secondo un accordo con la monarchia belga. L’impatto dell’Arabia Saudita in Belgio, attraverso la Grande moschea, è stato immenso, esportando tonnellate di libri islamici in tutte le lingue per le moschee e le altre organizzazioni, copie del Corano, sussidi alla seconda e terza generazione di musulmani disposti ad andare alla Mecca e Medina per imparare le scienze islamiche, così che oggi a Bruxelles il 95 per cento dell’offerta di corsi sull’islam è gestito da predicatori formati in Arabia Saudita. 
Si calcola che la “King Fahd Quran Printing Plant” a Medina abbia stampato oltre cento milioni di copie del Corano in trentanove lingue da quando è stato fondato nel 1985 (dieci milioni di copie all’anno). Ci lavorano 1.700 persone. Come ha scritto Gilles Kepel nel suo libro “Jihad”, “il ministero saudita per gli Affari religiosi ha stampato e distribuito milioni di Corani gratuitamente, insieme a testi dottrinali wahhabiti, tra le moschee del mondo, dalle pianure africane alle risaie dell’Indonesia ai progetti di edilizia abitativa a molti piani per immigrati musulmani nelle città europee. Per la prima volta in quattordici secoli, gli stessi libri si potevano trovare da un’estremità della umma (comunità islamica, ndr) all’altra, dettati dalla stessa linea dottrinale”.
Il settimanale inglese del governo saudita Ainal-Yaqeen si è vantato che la famiglia reale e il regno saudita hanno speso miliardi di dollari “per diffondere l’Islam in ogni angolo della terra”. Secondo Ain-Yaqeen, il Centro islamico a Bruxelles, in Belgio, ha ricevuto un totale di oltre cinque milioni di euro; il Centro islamico a Ginevra, in Svizzera, riceve un sostegno annuale di quasi sette milioni; e il più grande centro islamico in Europa, che i sauditi hanno costruito a Madrid, in Spagna, ha ricevuto circa otto milioni. I sauditi hanno costruito moschee ovunque in Spagna, da Marbella a Fuengirola. 

Secondo una relazione francese dello scorso aprile, l’Arabia Saudita, dal 2011, ha dato quattro milioni di euro all’islam francese. Sono sauditi i soldi serviti a costruire la Grande Moschea di Göteborg, in Svezia. “I sauditi sono stati tra i più entusiasti sponsor di moschee, comprese le grandi strutture monumentali” ha scritto lo studioso Philip Jenkins nel suo libro “God’s Continent”.

“I sauditi hanno finanziato la costruzione di oltre 1.300 moschee, tra cui molte in Europa. Il re dell’Arabia Saudita personalmente ha sponsorizzato il nuovo Oxford Centre for Islamic Studies che è destinato visivamente e culturalmente a rivaleggiare con le fondamenta cristiane medievali. Il denaro saudita ha finanziato gli imponenti centri islamici a Londra, Ginevra, Edimburgo, Roma e altrove, oltre a supportare innumerevoli strutture minori. Il denaro saudita sostiene direttamente o indirettamente l’8 per cento del finanziamento delle moschee e dei centri islamici francesi”. 

Come la Grande moschea di Lione, costruita con un regalo personale dell’allora re Fahd saudita. Ci sono “King Fahd Academy”, che portano il nome del re saudita, ovunque in Europa, da Londra a Berlino, e questi istituti islamici privati dei sauditi sono finiti sotto inchiesta per aver insegnato il fondamentalismo e l’odio. 
La reislamizzazione è stata perseguita per la prima volta nelle scuole: centomila bambini musulmani sono stati sottoposti a istruzione coranica in 700 scuole o madrasse islamiche nel Regno Unito, secondo il Times. Un rapporto del Centro britannico per la coesione sociale ha mostrato che le organizzazioni saudite hanno versato oltre 460 milioni nelle università britanniche tra cui Oxford, Cambridge e la London School of Economics. 
Come ha fatto il Kosovo, una società musulmana un tempo tollerante e laica e per giunta liberata dagli occidentali, a diventare una fonte di estremismo islamico e una base per i jihadisti in Europa? Dopo la guerra, i funzionari delle Nazioni Unite amministrarono il territorio e le forze americane contribuirono a mantenervi la pace. Poi arrivarono i sauditi, in una terra povera e devastata dalla guerra. Il Kosovo oggi ha oltre 800 moschee, 240 delle quali costruite dalla fine della guerra e accusate di aver aiutato a indottrinare una nuova generazione al wahhabismo. Solo a Nuova Delhi, 140 predicatori musulmani sono sul libro paga del consolato saudita. L’Indonesia ha subìto una islamizzazione simile a quella del Kosovo per mano dei sauditi. E’ saudita la moschea En Nour che sorge a Nizza, nel sud della Francia, aperta poco prima dell’attentato dell’Isis sul lungomare. Nel nuovo studio “La fabbrica dell’islamismo” dell’Istituto Montaigne, diretto da Hakim el Karoui (il Monde lo chiama “l’uomo che mormora all’orecchio di Macron”), si legge che il trenta per cento dei musulmani francesi (1,2 milioni di cittadini) è stato influenzato da contenuti islamici estremisti, soprattutto tramite cinque predicatori sauditi. Come Mohammed al Arifi, teologo saudita noto per gli attacchi agli ebrei, ai gay e agli sciiti, oltre che per essere stato interdetto dal Regno Unito e aver giustificato le botte alle mogli. Ha 21,6 milioni di follower su Twitter e 24 milioni su Facebook. O come Aid al Qarni, anche lui saudita (19,2 milioni di follower).

A cosa sono serviti tutti quei miliardi? Certamente a islamizzare l’occidente. Soltanto un cieco o qualcuno in malafede non lo vedrebbe. Ma sono serviti anche a bloccare ogni possibile riforma all’interno dell’islam.
Come ha detto Thomas Hegghammer, un esperto norvegese di terrorismo e che ha fatto da consulente per il governo degli Stati Uniti, il proselitismo saudita ha rallentato l’evoluzione dell’islam. “Se ci fosse stata una riforma islamica nel XX secolo, i sauditi probabilmente l’hanno bloccata”. Dalla Mecca i sauditi non hanno esportato soltanto il petrolio che ha fatto girare le nostre auto, ma anche la soumission che ha fatto franare le nostre società.”.

(www.informazionecorretta.com)

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