CHI HA PAURA DELLA RUSSIA (Il Corriere del Giorno, 31 dicembre 2006, pag.5)

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kultur-21s05-anna-396_438.jpg I sicari l’ hanno uccisa mentre tornava a casa, con le borse della spesa in mano.

Vivere da giornalisti in Russia non èfacile, e men che meno per chi è abituato a dire la sua ad alta voce, costi quel che costi, anche qu and o l e p arole risultano “politicamente scorrette“. Così se ne è andata Anna Politkovskaja, giornalista russa uccisa a Mosca il 7 ottobre 2006.
In un tempo in cui il presidente della repubblica Vladimir Putin vive un momento di popolarità indiscussa; in un tempo in cui il maggiore problema politico è come fare a perpetuare il suo potere (il mandato presidenziale non è rinnovabile per più di due volte); in un tempo in cui non si muove foglia senza che l’apparato putiniano non voglia, Anna Politkovskaja ha osato mettere il dito nella piaga.
Ha pubblicato articoli e libri (ve ne sono anche nelle nostre librerie) con cui ha dimostrato al mondo intero come Putin ha violato il diritto internazionale umanitario e i diritti umani nel corso della seconda guerra cecena. Ma il suo atto di accusa è andato ben oltre, costituendo una libera voce contro la generale corruzione del sistema.
Oggi la Russia ripresenta molti caratteri analoghi a quell’apparato “sovietico” che sembrava essere stato seppellito per sempre dalla storia.
Non a caso anche gli Stati Uniti, dopo l’euforia del primo momento, hanno imparato a vedere in Putin più un temibile avversario piuttosto che un amico di cui fidarsi.
Come si è giunti, nel volgere di quindici anni, a questo nuovo scenario politico?
Il crollo dell’U.R.S.S. nell’agosto del 1991 ha lasciato di sorpresa un po’ tutti, probabilmente anche Gorbaciov e gli altri compagni del Partito comunista che cercavano di pilotare una transizione il più possibile indolore d’altronde l’economia era in uno stato pietoso e qualcosa bisognava pur fare.
Affianco ai ferventi democratici si fanno strada, nella confusione generale, vari esponenti della vecchia nomenklatura, alcuni dei quali particolarmente audaci anche se con incarichi di partito non particolarmente significativi. Con la tacita benedizione di Boris Eltsin, che guardava con favore il nuovo fermento che comunque iniziava ad agitarsi in Russia, si formò a partire dal 1991 una classe media di nuovi ricchi, spesso diventati tali con metodi poco ortodossi. Si trattava dei burocrati più intraprendenti, che impararono subito a migliorare la propria posizione sociale grazie ad una disinvolta interpretazione delle regole del capitalismo mondiale. Erano gli anni del liberalismo selvaggio, che invece di generalizzare il benessere derivante dal libero mercato e dalle immense riserve energetiche del Paese, di fatto favorì le speculazioni finanziarie di pochi. D’altronde la società russa sapeva ben poco di democrazia e di libero mercato, e la nuova classe dirigente liberale era naturalmente impreparata ad affrontare le nuove sfide.
Tutto ciò è durato per circa 8 anni. Nel 1999 Eltsin nominò Putin capo del governo, in esecuzione di un piano semplice e preciso: tutto il potere a Putin in cambio della perpetua impunità per sè e per il proprio clan. Patto che, sembra, sia stato rispettato. Con quell’atto finiva la brevissima e controversa esperienza liberale che aveva accompagnato dal 1991 la rinascita della Russia.
Vladimir Putin era uomo del KGB (oggi ribattezzato FSB), e, insieme alla sua esperienza, si portava al Cremlino anche parecchi amici di cordata del tempo passato: quelli dei servizi segreti sovietici. Nel 2000 riceveva la prima investitura presidenziale, e nel 2004 la seconda. Intanto Boris Eltsin in modo del tutto “soft” spariva completamente dalla scena insieme al gruppo dei più ferventi democratici.
Sparivano pure gli oligarchi e i nuovi ricchi del primo momento: alcuni imprigionati e spediti in Siberia, come Mikhail Khodorkovskij, sino ad allora padre padrone dell’azienda petrolifera Yukos; altri esiliati, come Boris Berezovskij o Vladimir Gusinskij; altri ancora epurati, come d’uso ai vecchi tempi
Il controllo delle riserve petrolifere e del gas naturale è ritornato totalmente nelle mani del Presidente e dei suoi uomini, che in questi anni ne hanno fatto un’arma di ricatto nei confronti dei Paesi ex satelliti dell’U.R.S.S. con simpatie ritenute troppo filo-occidentali: Ucraina, Georgia, Moldavia
Si è così affermato il ritorno al passato, al dirigismo di Stato che tutto spia, tutto controlla, tutto pianifica: oggi nessuna grande compagnia è fuori dal controllo statale, mentre quasi l’80% della classe dirigente russa mantiene rapporti con l’FSB o proviene dal KGB. Il cerchio col passato sembra di nuovo chiuso.
La differenza fra il dirigismo sovietico e quello odierno è che Putin ha saputo crearsi – quale valore aggiunto – un vasto alone di consenso, ristabilendo l’ordine interno, almeno quello di facciata, e inaugurando una nuova politica estera piuttosto aggressiva.
Le enormi risorse energetiche hanno consentito la diffusione di un certo benessere e anche nuovi posti di lavoro, il che costituisce un dato inoppugnabile per i sostenitori del Presidente.
L’altra faccia della luna è la corruzione istituzionalizzata, la scomparsa dei pochi spazi di libertà che pure si erano creati, la disinvolta eliminazione degli oppositori politici (anche a Londra con il polonio !). Senza dimenticare il genocidio ceceno denunciato dalla Politkovskaja. Molti – troppi – a Mosca iniziano a guardare con crescente interesse al modello cinese: cocktail di capit alismo e di dirigismo, il tutto in barba al rispetto dei fondamentali diritti umani.
Se “perestrojka” significava, e significa, “ristrutturazione”, ebbene questa oggi sembra più che mai riuscita.

Roberto Cavallo

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