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COME LA CHIESA COMBATTEVA L’USURA CON LA FINANZA “CREATIVA” (di Claudio Tescari)

10 marzo 2018
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I numerosi e vari servizi offerti dagli odierni istituti bancari hanno un costo che a noi utenti sembra sempre troppo alto, in special modo se si chiede un prestito o se il conto corrente va in rosso. Nel Medioevo le banche ricavavano il loro guadagno esclusivamente dal compenso per i servizi prestati (cambio di monete, trasferimento di fondi, cambiali, ecc.), mai dal prestito di denaro ad interesse. Infatti, la dottrina della Chiesa considerava il prestito ad usura un peccato mortale, anche se praticato a tassi d’interesse contenuti. Un esempio: quando i Frati minori francescani crearono il Monte di pietà, i prestiti su pegno agli indigenti non furono gravati da interessi. Ai Cattolici non era consentita la pratica del prestito di capitali, a meno che non si fosse espressamente autorizzati da bolle emesse dalla stessa gerarchia ecclesiastica. Ma ciò non significa che non esistesse l’usura. Questa veniva normalmente praticata da Ebrei che, in quanto non cristiani, potevano svolgere quest’attività considerata spregevole e peccaminosa dalla Chiesa di Roma.

Specialmente nello Stato della Chiesa, furono comunque stabiliti limiti massimi dei tassi d’interesse sui prestiti, dato che –allora come oggi- le percentuali richieste erano tanto più elevate quanto minore era l’affidabilità patrimoniale di chi chiedeva il prestito.

Negli ultimi decenni del ‘500 e nel secolo successivo, l’epoca in cui trionfò l’arte Barocca, fu creato un ingegnoso, nuovo mezzo finanziario per coloro i quali avevano urgente necessità di liquidità monetaria: i Censi.

Tale invenzione doveva contrastare il dilagare dei prestiti ad usura, sostituendosi ad essi. Diversamente dall’accensione di un’ipoteca, i contratti di censo stabilivano la corresponsione di un capitale in cambio del rendimento perpetuo di una proprietà. Il proprietario di un immobile, ad esempio, vendeva -per sempre- il reddito che derivava dall’affitto di una bottega o di un alloggio e l’acquirente pagava la capitalizzazione di tale reddito, per un importo da un minimo di dieci volte in su il valore del reddito stesso. Essendo senza limite di durata, col tempo, i censi venivano poi riscattati dal proprietario o dai suoi eredi. D’altra parte, vi furono molti casi in cui i censi furono ereditati come un qualsiasi oggetto, in quanto non erano legati alla vita della persona che li aveva acquistati. Il proprietario poteva accendere più censi su parti diverse del proprio immobile, fino a cedere tutti i redditi che derivavano dalla sua proprietà. I contratti erano anche divisibili in quote d’acquisto ed erano commerciabili; era normale quindi che passassero di mano in mano, come un qualunque bene. Il successo di questi contratti fu tale che dall’Umbria, dove sono stati rilevati i più antichi atti notarili, si venne espandendo il loro uso: prima in tutto lo Stato della Chiesa, poi a gran parte d’Italia e perfino in alcune città della Germania e dei Paesi Bassi.

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