COSTANTINO IL GRANDE E IL CRISTIANESIMO (L’Ora del Salento, 19 marzo 2011, pag. 11)

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Rodney Stark, storico e sociologo delle religioni

La scorsa settimana c’eravamo lasciati con l’impegno di verificare se davvero la Chiesa, uscita dalle catacombe dopo il 313 grazie all’ editto di Milano, abbia condizionato il potere temporale e se con esso si sia infine compromessa. E’ la tesi sostenuta da molti giornalisti-romanzieri che riempiono rotocalchi e set televisivi di successo: Dan Brown e Corrado Augias, tanto per fare qualche nome.

Nel percorso che stiamo seguendo sulla scia dello storico Rodney Stark (“La città di Dio. Come il cristianesimo ha conquistato l’impero romano”, Lindau, Torino, 2010, pagg. 330), alcuni numeri ci aiutano a ribaltare quella tesi.

Spesso si dice che Costantino si sia convertito solo a scopi politici. Tuttavia studiosi recenti considerano la conversione di Costantino sincera e citano la persistenza di elementi pagani nel suo regno come esempi dell’impegno a favore dell’armonia religiosa. Non solo Costantino non riuscì a sopprimere il paganesimo, ma non volle neanche farlo! A dimostrazione di ciò Rodney Stark ricorda la pubblicazione di due editti di Costantino: “Agli eparchi di Palestina” e “Agli eparchi d’Oriente”, nei quali l’imperatore così argomenta: “Nessuno procuri molestia all’altro…la fede di cui ciascuno è profondamente persuaso non offra il pretesto per recare offesa agli altri…”. (pag. 240). È vero pertanto, come afferma Dan Brown nel Codice da Vinci, che Costantino avrebbe reso il cristianesimo la religione ufficiale dell’impero romano? Assolutamente no. L’imperatore Costantino – anche dopo la sua conversione – continuò a nominare un significativo numero di uomini pagani alle più alte cariche, fra cui quella di console e di prefetto. Inoltre egli si circondò di filosofi pagani che svolsero a corte un ruolo preponderante.

Ma veniamo a Corrado Augias, che in uno dei suoi tanti libri contro la Chiesa afferma:“…non fu Costantino a convertirsi al cristianesimo, ma il cristianesimo a trasformarsi in religione imperiale”.

Con simili affermazioni, sempre lapidarie, mai ombreggiate dal dubbio, mai sostenute da citazioni e fonti autorevoli, Augias vuole dire in sostanza che la Chiesa è sempre stata un’associazione interessata anzitutto al potere e pronta ad allearsi con esso, senza remora alcuna. Con buona pace di Augias, gli storici oggi hanno una visione di Costantino del tutto diversa. Perché partono dai dati di fatto e non dall’odio ideologico.

Perfino sotto Teodosio, che pure nel 380 proclamò il cristianesimo religione ufficiale dell’impero, i pagani – i cui riti magici sopravvissero fino all’epoca moderna – continuarono ancora ad essere chiamati ai vertici dello Stato.

La vera ragione della progressiva cristianizzazione dell’impero romano non fu dunque la chiusura dei templi e la connivenza con il potere, ma la sua grande forza di attrazione: “Una volta messa di fronte all’opzione fra un Unico Vero Dio con respiro e benevolenza illimitati e i tanti piccoli e spesso capricciosi dei dell’antichità, o il malvagio demiurgo (degli gnostici), la maggior parte delle persone faceva la scelta più ragionevole.” (pagg. 258-259). E cioè quella del cristianesimo.