DI PIETRO. LA STORIA VERA (recensione a cura di David Taglieri)

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Filippo Facci è un cane sciolto del giornalismo italiano, di certo non annoverabile fra i comunicatori cattolici e tradizionalisti; è uno di quelli che vorrebbe una destra liberale e liberista con spruzzate di radicalismo alla Antonio Martino o alla Alfredo Biondi.

Tuttavia una virtù indubbia la possiede: la coerenza. Craxiano nel periodo della Milano da bere e poi ancora nell’epoca della deriva, quando tutti lo mollarono, divenne berlusconiano nel ’94 con la volontà di battere, nello spirito liberale, la macchina da guerra progressista.

Mente libera, onesta intellettualmente, tante critiche al precedente Governo, parla semplice e diretto; ha analizzato il caso Grillo, da lui definito un reazionario di destra che prende voti a sinistra e un sovversivo di sinistra che stringe gli occhi alla destra.

L’Antipolitica, disse in un suo appunto, non si accontenterà di eliminare le macchine blu, ma pretenderà presto di prendere a calci la persona solo per il fatto di essere un politico.

Per anni e anni al “Giornale” diretto prima da Belpietro, poi da Giordano, se ne andò con il ritorno di Feltri alla direzione, alla fine del 2009.

In un appunto riconobbe onore e stima per l’amico-nemico Giordano, che pur essendo cattolico di ferro, non censurò mai un suo pensiero sul “Giornale”, anche se non in linea con le scelte editoriali.

Pur non essendo sensibile alle tematiche cristiane, ha spesso scritto su “Libero” editoriali in difesa dei perseguitati in Medioriente e qualche articolo a due mani con il suo collega amico Antonio Socci.

Conduce In Onda su LA7, versione estiva.

Di Pietro. La storia vera” (pagg. 514, Mondadori, 2009) racconta in oltre cinquecento pagine la storia dell’ex magistrato-ex poliziotto e oggi leader dell’Idv, per descrivere gli anni di Tangentopoli, la morte del benessere anni ‘80, e quindi l’intenzione di punire una intera classe politica – o quasi -, risparmiando soltanto il Partito Comunista Italiano.

Strapotere giudiziario che mise in ginocchio la categoria politica; mani pulite fu un processo culturale importante ma commise anche tanti errori, produsse sane battaglie antropologiche ma allo stesso tempo devastò la vita di persone diffamate, torturate psicologicamente dallo stesso Di Pietro, causando vari suicidi.

Nel libro è dunque descritto il Di Pietro star, osannato dalle piazze e dal populismo, il Di Pietro e le contraddizioni di chi predica bene e razzola malissimo.

E poi i suoi rapporti con i colleghi magistrati, gli aneddoti di palazzo, la discesa in politica, l’elettorato confuso fra spinte laiciste e progressiste e scelte di ordine e conservazione, dichiarazioni nette e dirette, frasi da facili applausi.

Un pensiero per Bettino Craxi e le monetine al Raphael di Roma, al Paese che fino a tre giorni prima lo lodava come riformista di successo e di colpo – sull’onda mediatica – lo insulta, lo deride, lo sbeffeggia.

E qui Facci sottolinea la mancanza di equilibrio nel genere umano e la miseria della politica che rispecchia le miserie di chi ha creato quel consenso nella società civile.

Un ritratto dunque dell’Italia targata anni ‘80: quella del benessere, delle canzoni orecchiabili e allegre alla radio, dei drive-in e della leggerezza poco pensante, eppur profonda rispetto alla mentalità attuale.

E poi gli anni ‘90 della crisi, lo sfaldamento dei partiti tradizionali, i giornalisti in campo con Mani Pulite, e l’esperienza da Mister X dello stesso Facci sul “Giornale” di Feltri nel ‘94.

Insomma una lettura godibile, anche per capire quello che siamo oggi e tutti i vizi della Seconda Repubblica.