LA BEATIFICAZIONE DI GIOVANNI PAOLO II E I SUOI BEATI (di Guido Verna)

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28 aprile 2011 – La beatificazione del Venerabile Giovanni Paolo II che avverrà domenica prossima, nella festa di San Giuseppe lavoratore, presenta — tra i tanti e almeno per me e per quelli della mia età — un aspetto singolare e inconsueto: ha per “protagonista” un “coevo”; diventa cioè “santo” qualcuno che ha preso in braccio il tuo primo figlio, che ha attraversato il tuo stesso tempo, che per tanti eventi politico-sociali ha patito e gioito con lo stesso tuo ritmo, anche se — è più che ovvio — con intensità assolutamente diverse.

Succede, quindi, che mentre per riflettere sugli altri “nuovi” santi si deve sempre ricorrere ai libri o, al più, a qualche immagine stinta e in bianco e nero, per Giovanni Paolo II basta chiudere gli occhi e far scorrere il film della memoria della propria vita.

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Aspettando domenica, sono dunque rientrato spesso in questa personalissima sala cinematografica “interna”, per rivedere pezzi del film e per ritrovare ogni volta anzitutto questa sensazione:  lungamente — come sono lunghi quasi 30 anni — questo straordinario “attore” ha svolto la parte principale nella recita della storia, giganteggiando su tutto il suo palcoscenico, ma soprattutto — Deo gratias, finalmente! — su quella parte di esso verso cui si rivolgevano i miei interessi non solo religiosi e che per tanto tempo era rimasta occupata da “altri” attori.

Durante le “proiezioni”, però — oltre alla sensazione descritta e alle altre molto diffuse e altrettanto intense legate agli elementi “forti” del pontificato di Giovanni Paolo II — ho continuato a verificare che la memoria indugiava con piacere un po’ più intenso su due momenti meno evidenti e meno condivisi, perché meno percepibili.

Lasciando ovviamente agli studiosi le considerazioni più solide sugli elementi e sugli eventi che hanno fatto la grandezza della figura del prossimo Beato, penso che possa essere di qualche utilità anche dar conto, se pure minimamente, di questi momenti, i quali — se è vero che hanno toccato corde molto personali — contengono però un “senso” con qualche rilievo pubblico, almeno di quel “piccolo” pubblico coinvolto, anche temporalmente, nella mia stessa prospettiva culturale ed esistenziale.

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Il primo momento è legato al giorno della elezione a Papa del Cardinale Wojtila. Era l’autunno del 1978, un lunedì.

Ero in macchina e tornavo dal lavoro. Dalla radio, sentii la “sua” voce, “quella” voce. Fu un momento di emozione straordinaria, non sapevo bene chi fosse, come fosse il suo viso, ma la sua voce mi fece avvertire, quasi istantaneamente, che era successo qualcosa di fuori dall’ordinario. Ma non perché parlasse un italiano straniero e sbagliasse a coniugare i verbi, bensì per il suo tono, il suo timbro, la sua vigoria.

Per chi è più giovane, è difficile cogliere compiutamente questo aspetto, per cui mi pare necessario tratteggiare, almeno a grandi linee, il panorama di fondo sul quale questa voce si alzò. E il tratteggio servirà a illuminare un po’ anche il secondo momento.

Erano i tempi, in politica, del “compromesso storico”, quella sorta di mostruoso connubio tra comunisti e democristiani che nel 1976 era sembrato in dirittura d’arrivo, con gli sposi ormai sul sagrato: il PCI aveva, infatti, assicurato l’appoggio esterno al governo monocolore DC, guidato da Andreotti e cosiddetto di solidarietà nazionale (per inciso: le furbizie nominalistiche sono di antica data; i Pisanu e i Casini di oggi sono degni epigoni di quegli anni).

Erano i tempi, nella Chiesa, della ostpolitik, sorella “religiosa” del laico “compromesso storico”, entrambi figli di una precisa convinzione: che il comunismo fosse invincibile.

Erano i tempi in cui pochissimi — ma già così, col superlativo di poco, quantitativamente è un eufemismo — cattolici credevano al messaggio di Fatima. I tempi in cui i sacerdoti ti scacciavano dal sagrato se volevi vendere giornali o diffondere volantini fuori dal coro. I tempi in cui un vescovo ausiliario chiamava i carabinieri se provavi a diffondere un libretto su Fatima, peraltro pubblicato e pagato di tasca propria.

I tempi in cui gli unici laici “buoni e fedeli” erano quelli dell’Azione Cattolica, i cui capi avevano stabilito la non esistenza della Dottrina sociale della Chiesa e di conseguenza avevano indotto anche i minores alla cosiddetta “scelta religiosa”: preghiere e funzioni solo in casa e dentro la chiesa, attenti a che nemmeno un filo di incenso fuoriuscisse e potesse inquinare l’aria pubblica; a organizzare il mondo “fuori” ci pensano i democristiani, abbiate cieca e silenziosa fiducia, si fa come dicono loro che sono dei “nostri”, guai a immaginare una presenza politica diversa. Il laico “buono e fedele” era quello che ottemperava al precetto riportato sulle targhette di metallo che allora si trovavano sui pullman: “Non disturbare il guidatore”; nemmeno quando sta portando il paese verso il disastro morale …

In questi tempi — che tanti incontentabili di oggi dimostrano di non ricordare più e, quindi, invece di ringraziare la Divina Provvidenza, continuano a lamentarsi della sua avarizia e della sua mediocrità — in definitiva sembrava impossibile che un cattolico che non fosse “democratico”, quindi un cattolico sapientemente “limitato” dal Decalogo e nel solco della sua Dottrina Sociale, potesse fare politica.

Ebbene, per un “caso” della storia, era successo che la colonna sonora del lungo periodo che allora sembrava stesse arrivando tristemente a maturazione era stata accompagnata solo da voci pubblicamente flebili, che ci apparivano perciò quasi l’esplicitazione fonica di una chiesa che umanamente appariva sempre più debole, soffocata dal comunismo sempre più forte.

Ecco perché quel 16 ottobre 1978, quando “quella” voce parlò, molti di noi furono attraversati da un brivido. In un attimo, avemmo l’impressione che la storia potesse cambiare e che finalmente il cavaliere medievale potesse essere di nuovo assunto a modello del fare politica invece che Andreotti.

Il 16 ottobre è anche la memoria di Santa Edvige, duchessa di Polonia, morta il 15 ottobre 1243, “laica”,  beatificata da Giovanni Paolo II nel 1986 e santificata nel 1997, eletta a santa patrona delle regine, della nazione polacca e dell’Unione Europea.

La storia ha dei “casi” e delle coincidenze come quella del 16 ottobre — spontanei o “costruiti”, non fa niente — che — a chi ha la sensibilità non tanto di coglierli quanto di prenderli sul serio — appaiono regali che il cielo sparge lungo il suo tempo, il tempo degli uomini, per aiutarlo nella comprensione e nel rafforzamento della volontà.

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Il secondo momento è il 3 ottobre 2004, la domenica d’autunno in cui Giovanni Paolo II beatifica in San Pietro Carlo d’Asburgo, l’imperatore Carlo I d’Austria, il re Carlo III di Boemia, il re Carlo IV d’Ungheria. La sua memoria sarà celebrata anch’essa in ottobre, il giorno 21.

Anche qui è necessaria una piccola premessa ? in questo caso, a suo modo autobiografica ? per rendere comprensibile l’emozione e la commozione di questo giorno. Si era alla fine degli anni ’60, quando cominciò l’”avventura” di Alleanza Cattolica e, in essa, quella di molti di noi. Eravamo in un mondo ancora meno entusiasmante di quello che ho descritto prima, nel quale la prospettiva di far politica da cattolici simpliciter e non da cattolici democratici pareva come il titolo del libro di Koestler che in quei giorni si leggeva (e che nemmeno era facile trovare): Buio a mezzogiorno. Proprio allora, Giovanni Cantoni ? il “maestro” di questo piccolo gruppo di giovani studenti che erano “alla ricerca” ?  introdusse, tra le preghiere, un Pater, Ave e Gloria “per la beatificazione di Carlo d’Asburgo”. Come ho ricordato un’altra volta, questa novità nelle orazioni «ci sembrò solo una pillola dolce e colorata, una specie di smartie, per vincere la durezza del momento, per darci un esempio di come anche un cattolico “in politica” non di un lontano remoto, non avvolto dalle nebbie del tempo, potesse santificarsi: era quasi un coetaneo, Carlo.

Ma per noi, in fondo, continuava a rimanere una smartie: come poteva essere beatificato con quello e quelli che erano intorno a noi e che sembravano vincitori e invincibili?».

Poi, arrivò il Papa dall’Est. Poi, arrivò l’autunno del 2004. E il 3 ottobre, Carlo ? il Carlo d’Asburgo delle nostre preghiere ? fu elevato alla gloria degli altari. Il cielo aveva esaudito anche le nostre preghiere. Sentimmo questo giorno come una entusiasmante gratificazione dall’alto, come il primo ”premio” diretto ed esplicito all’associazione.

Oggi, il Carlo d’Asburgo della nostra gioventù possiamo invocarlo, a protezione della nostra “vecchiaia” e del tempo a venire, dopo ogni decina del rosario: Beate Carole. Ora pro nobis.

Quando l’Imperatore voleva prender posto nella Cripta dei Cappuccini doveva bussare e declinare il suo nome. Ma la porta rimaneva chiusa fino a che, per esempio, Karl Franz Josef Ludwig Hubert Georg Maria von Habsburg-Lothringen, imperatore Carlo I d’Austria, re Carlo III di Boemia, re Carlo IV d’Ungheria non fosse diventato semplicemente Carlo.

Dal 3 ottobre 2004 Carlo poteva tornare ad aggiungere un titolo al suo nome. Un titolo molto più grande, dentro cui, in un angolino, c’era — e c’è  — molta parte della nostra vita.

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Domenica non ci saranno quelli che vorrebbero decidere loro chi, come e quando beatificare.

Ma ci saranno, purtroppo, anche quelli che sono stati vicino a Lui per tanti anni e che, a cadavere ancora caldo, hanno deciso di mettere i loro talenti al servizio dei suoi peggiori avversari. Sarebbe bello che accusassero un raffreddore diplomatico per stare a casa, ma temo che ci saranno. Perché la vergogna, in genere, non fa parte del bagaglio morale di uomini così.

Il Beato, comunque, non ci farà caso, perché avrà molto da fare nel benedire i milioni di fedeli che gli faranno festa. Per non stancarsi, si farà aiutare dai rappresentanti di quel genus di laici cattolici che — per usare un linguaggio attuale — prepongono il Decalogo alla Costituzione e che Lui ha mostrato di preferire. Chi avrà buoni occhi, vedrà al suo fianco Santa Edvige e il Beato Carlo, la duchessa e l’imperatore, che umilmente e felicemente gli reggeranno l’acquasantiera.

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