LA LEZIONE DI HONG KONG (di Marco Invernizzi)

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La città di Hong Kong

Mentre i candidati anti-cinesi trionfano alle elezioni di Hong Kong, il leader storico del M5S incontra due volte l’ambasciatore cinese in Italia nel giro di 24 ore, prima invitandolo a cena e il giorno seguente trascorrendo due ore e mezza nell’ambasciata romana, presumibilmente per discutere di qualcosa che non è trapelato, oltre ad avergli portato un po’ di pesto da assaggiare, come ha detto il comico genovese.

Ma forse la notizia su cui riflettere e concentrare l’attenzione è quest’altra: “Qualunque cosa accada, Hong Kong fa sempre parte della Cina e ogni tentativo di creare caos o di mettere a repentaglio prosperità e stabilità non avrà successo”, ha dichiarato il ministro degli esteri cinese Wang Yi, commentando l’esito del voto a Hong Kong (adnkronos, 25 novembre).

Le recenti elezioni sono andate molto bene. Il 90% dei seggi della città sono andati ai candidati pro-democrazia, fiancheggiatori delle proteste che da molti mesi gli studenti stanno portando avanti, ma che in realtà sono cominciate nel 1997, quando la ex colonia britannica è diventata parte della Cina, attraverso l’istituzione del sistema politico “un paese, due sistemi”. Proprio questo mi sembra essere il nodo attorno al quale si svolge la protesta: il rifiuto degli abitanti di Hong Kong di entrare a far parte della Repubblica popolare cinese, sebbene attraverso un iter lungo che si concluderebbe, secondo gli accordi, nel 2047.

Bisogna tornare alla mezzanotte del 1° luglio 1997 e fotografare l’attimo in cui avviene il passaggio di Hong Kong dalla Gran Bretagna alla Cina popolare: «una baubinia (un tipo di fiore) bianca stilizzata su sfondo rosso diventa la bandiera della Regione» . Questa immagine è la «sintesi grafica del principio “un paese, due sistemi”. Su ciascuno dei cinque petali appare una stella. Quattro per le classi sociali (operai, contadini, piccola borghesia e capitalisti) e una per il Partito comunista, come sulla bandiera della Rpc», la Repubblica popolare cinese (Limes, 9/2019, p. 19).

Il nodo di Hong Kong è questo, racchiuso in quella stella/partito che i suoi abitanti non vogliono che li controlli e addirittura li processi in Cina, come avrebbe voluto la proposta di legge contro cui è cominciata l’ultima fase della protesta e che è stata finalmente ritirata.

Non so chi siano questi studenti coraggiosi che hanno combattuto letteralmente perché Hong Kong rimanesse al centro dell’attenzione internazionale, mettendoci il proprio sangue e la propria libertà visto il numero enorme di feriti e arrestati. So che non sono soli perché tre milioni di abitanti sono sfilati per le vie della città per sostenerli. So che umanamente parlando hanno poche speranze che venga annullato il processo che ha “venduto” la loro indipendenza e sacrificato la loro libertà sull’altare del business con la Cina, ormai seconda potenza mondiale.

So però che ci hanno fornito un saggio di teoria dell’azione importante: quando non hai nessun potere, ci devi mettere la faccia e concretamente devi essere disposto a sacrificare la vita, o almeno la libertà. Così hanno fatto e il mondo non ha potuto voltarsi dall’altra parte.

Poi magari passeranno altri 30 anni, quanti ne sono trascorsi da piazza Tienanmen, senza che apparentemente il potere cinese abbia risentito di quella gloriosa protesta. Ma non è così. Anche a Budapest nel 1956 e a Praga nel 1968 in tanti sono apparentemente morti invano. Ma altri non hanno dimenticato e hanno continuato a pregare e a “cantare” il loro sacrificio fino a quando il giorno della libertà è arrivato.

Nessuno prima del 1989 poteva prevedere il 9 novembre, ma il giorno dell’abbattimento del Muro è arrivato. E allora anche il “borghese d’Occidente” della famosa canzone di Leo Valeriano sull’insurrezione di Budapest forse si è ricordato che oltre ai soldi e ai propri comodi c’è qualcosa di più importante.