LA PERDITA DEL CENTRO

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Anche la storia dell’arte non è fine a se stessa: essa serve alla conoscenza dell’uomo.

Così scrive Hans Sedlmayr (1896-1984) nell’introduzione al suo libro “Perdita del centro. Le arti figurative del 19° e 20° secolo come sintomo e simbolo di un’epoca”.

Hans Sedlmayr, che pubblicò il libro nel 1948, è stato fra i maggiori storici dell’arte del secolo XX. La sua originalità consiste nell’attenzione alla crisi dell’uomo moderno, indicando i fenomeni artistici come sintomi di tale crisi.

La «perdita del centro» è appunto la scomparsa di una realtà divina dall’orizzonte umano, che si traduce ipso facto nella perdita di senso della vita umana, sino a propiziare la perdita di ogni percezione conforme a realtà, giustizia ed ordine, in ogni ambito.

Così la storia del XIX e del XX secolo viene letta come la rinuncia ai punti di riferimento fondamentali, che invece per secoli avevano sorretto la cultura ed ogni aspetto della società.

Questa perdita della realtà divina dall’orizzonte umano ebbe inizio con l’illuminismo e con la rivoluzione francese.

Nella sua introduzione Hans Sedlmayr scrive: “Negli anni e nei decenni che precedettero il 1789 ebbe inizio in Europa una rivoluzione d’incredibili proporzioni. Gli avvenimenti che vengono di solito riassunti nel nome di “rivoluzione francese” non sono che un aspetto, quello più visibile, di questo largo e profondo rivolgimento. La situazione che ne derivò non è stata superata, almeno fino ad oggi, né sul piano spirituale e neppure su quello pratico.

Cercare di capire ciò che avvenne allora è forse il compito più attuale che le scienze storiche possano proporsi. Quella svolta, infatti, non c’interessa soltanto da un punto di vista storico ma ci tocca personalmente, perché da essa deriva la nostra realtà presente e perché, risalendo ad essa, noi arriviamo a comprendere la nostra attuale situazione: arriviamo cioè a conoscere noi stessi.

L’esame delle opere d’arte ci porta a constatazioni che possono essere decisive per capire quella rivoluzione interiore. Tutto ciò che è inconfondibile, che è nuovo, che si mostrò allora per la prima volta e che, come si suol dire, fece epoca, può essere colto nel modo migliore esaminando una serie di fenomeni che compaiono nel campo dell’arte. Tali fenomeni hanno infatti per noi uno straordinario significato e, se saremo in grado di considerarli non solo come realtà storiche ma anche come sintomi, riusciremo a fare la diagnosi delle sofferenze del nostro secolo. La nostra situazione attuale viene, in realtà, sentita come una vera malattia. (…) proprio nel 1760 cominciano a notarsi, nel campo dell’arte, fenomeni completamente nuovi, mai comparsi prima di allora nel corso della storia. La forza simbolica con la quale questi fenomeni mettono in luce i rivolgimenti avvenuti nel profondo del mondo spirituale è così grande che un giorno ci sembrerà impossibile di non aver immediatamente compreso quello che l’opera d’arte tentava di rivelarci.

Forse già da tempo avremmo capito, se la paura di ciò che avremmo visto non ci avesse chiuso gli occhi. Occorre infatti molto coraggio per osservare la situazione senza sentirsi disperati. Un’attenta osservazione può però, d’altro canto, essere fonte di coraggio…”.

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