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LA STORIA DI MONS. COLOMBO E DI UNA CHIESA MARTIRE (Corriere del Giorno, 9 aprile 2009, pag. 33)

24 aprile 2009
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Il 9 luglio 1989 nel cortile della cattedrale di Mogadiscio veniva assassinato Monsi gnor Salvatore Colombo, Vescovo della città e amministratore apostolico della Somalia. Sono trascorsi venti anni da quell’avvenimento, rapidamente dimenticato dall’oblio dei media. Di fatto Mons. Colombo capeggia una piccola schiera di sacerdoti e suore rapiti e/o uccisi in Somalia dal 1989 ad oggi, martiri del nostro tempo.

Cosa è dunque successo in Somalia durante questi lunghi 20 anni?

omicidioamogadiscioOmicidio a Mogadiscio”, il nuovo libro di Dario Paladini (Paoline, 2008, pagg. 147, euro 9,50) aiuta a ricostruire non solo la vicenda personale di Mons. Colombo, ma anche quella della sua patria adottiva: la Somalia appunto.

Partito dalla Brianza come giovane sacerdote missionario, Mons. Colombo ha vissuto 43 dei suoi 67 anni in terra somala. Vi arrivò nel 1947, poco prima dell’inizio dell’Afis (Amministrazione fiduciaria italiana in Somalia), affidata dalle Nazioni Unite all’Italia per riportare il paese africano alla stabilità e alla modernizzazione. Impresa non facile, in considerazione della natura clanica e tribale del paese.

L’amministrazione italiana dura 10 anni, dal 1950 al 1960, passando quindi il testimone, come previsto dalle Nazioni Unite, alla neonata Repubblica somala. Nove anni più tardi, nel 1969, il colonnello dell’esercito Siad Barre prendeva il potere con un colpo di Stato. Il periodo che va dal 1950 al 1969 si rivela particolarmente proficuo per la Chiesa soma la: grazie alla piccola comunità cattolica, in un Paese che è al 99% musulmano, molte opere caritatevoli e culturali si svilupparono a Mogadiscio e anche nell’interno: collegi, scuole, orfanatrofi, sale mediche, laboratori artigianali, biblioteche. Mons. Colombo, dopo un intenso lavoro svolto presso sperduti villaggi della boscaglia, nel 1954 fu nominato vicario generale della diocesi e parroco della chiesa cattedrale. Si stabilì quindi nella capitale. Più tardi, nel 1976, arriva la nomina a Vescovo di Mogadiscio.

Il colpo di stato del 1969 colpì duramente la Chiesa somala. Siad Barre spostava la Somalia sotto l’influenza dell’U.R.S.S., inaugurando l’era del “socialismo scientifico” per l’Africa.

Nel 1972 venivano così nazionalizzate tutte le realtà produttive, educative e perfino assistenziali, con rare eccezioni: d’un tratto la Chiesa somala, pretestuosamente accusata di interessi filo-occidentali e filo-italiani, era spogliata dei beni necessari a garantire l’educazione e le prestazioni sanitarie nei confronti dei più poveri.

La v ita d i fede, in particolare per i nativi, non era facile. Diventare cristiani significava perdere la propria appartenenza al clan, e in Somalia se non si appartiene a un clan non si conta niente. Lo stesso Mons. Colombo spesso riferiva episodi in cui i cattolici somali erano oggetto di discriminazione e di persecuzione. Capitava anche che gli agenti della polizia non permettessero ai cattolici somali di entrare in chiesa, perché “i somali non possono essere cristiani” (pag. 75).

Intanto il Presidente Siad Barre, dopo la disastrosa guerra con l’Etiopia del 1977, accusato di corruzione, finì travolto nel vortice di odio scatenato dai clan tribali. L’assassinio di Mons. Colombo, freddato il 9 luglio 1989 con un colpo di pistola nel cortile adiacente alla cattedrale, si pone dunque in un momento di avanzata crisi del regime, tanto che l’Autore ipotizza che Mons. Colombo sia stato ucciso a causa degli opposti estremismi che intendevano ostacolare il processo di dialogo da lui avviato. Quell’omicidio di fatto segnò l’inizio della fine, dando il via a venti anni di durissima guerra civile che hanno completamente distrutto il Paese.

Intanto fuori Mogadiscio alcuni missionari (padre Piero Turati e suor Annalena Tonelli) venivano uccisi in odio alla fede cristiana. Altri, con mezzi fortuiti, riescono ad abbandonare il Paese ormai messo a ferro e fuoco dai “signori della guerra”.

Verso la fine del 1991 Mons. Bertin, nominato amministratore apostolico di Mogadiscio dopo la morte di Mons. Salvatore Colombo, tornò in Somalia per vedere che cosa era rimasto della cattedrale e degli edifici del vicariato. Tutto era distrutto: le tombe dei quattro vescovi (Bernardino Bigi, Fulgenzio Lazzati, Silvio Zocchetta e Salvatore Colombo) profanate, i simboli religiosi rotti in tanti pezzi, il grande crocifisso mitragliato…

Il libro di Dario Paladini ha dunque il merito di riportare alla luce il sacrificio di Mons. Salvatore Colombo, che in un’opera di difficile mediazione – così come fecero altri missionari e cattolici somali – tentò con tutte le sue forze di evitare la guerra civile. Ma questo libro ha anche il merito di narrare in parallelo la triste vicenda di una piccola Chiesa martire ormai scomparsa, emblematicamente vittima delle ideologie del XX secolo: prima di quella atea marxista e poi di quella islamico- fondamentalista.

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