LEGGE SULL’OMOFOBIA: PROVE TECNICHE DI PERSECUZIONE (di Marco Invernizzi)

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Probabilmente all’interno delle comunità gay, lesbiche, bisessuali e transessuali è in corso un dibattito su come comportarsi a proposito della legge sull’omofobia. Infatti, queste comunità avevano auspicato e promosso la legge perché si sentivano discriminate e oggetto di azioni violente da parte di supposti omofobi. In realtà, alla luce di quanto sta accadendo, emerge una realtà molto diversa.

Nel giro di poche settimane, a partire dalla fine dell’estate, contemporaneamente alla discussione della legge alla Camera, si sono verificate diverse azioni di intolleranza contro i sostenitori della famiglia naturale da parte delle comunità gay, lesbiche, bisessuali e transessuali.

Si comincia a Verona, in settembre, dove le comunità glbt contestano un convegno sull’ideologia del gender organizzato nella città scaligera al quale presenzia lo stesso sindaco e che può svolgersi grazie alla protezione delle forze di polizia. Pochi giorni dopo a Casale Monferrato, un convegno organizzato da Alleanza Cattolica, Comunione e liberazione e Movimento per la Vita viene impedito dalla presenza in sala di lesbiche che urlano e salgono sul palco con cartelli provocatori, costringendo gli organizzatori a sospendere i lavori. Un convegno a Milano, il 5 ottobre, organizzato da Alleanza Cattolica, con la presenza di giuristi e parlamentari e con la partecipazione del portavoce della Manif francese si può svolgere soltanto grazie alla presenza e alla protezione delle forze dell’ordine. Pochi giorni dopo, sempre a Milano, un convegno alla Provincia viene disturbato da attivisti gay che gridano e distribuiscono volantini all’interno della sala. Le iniziative in difesa della libertà di espressione e a favore della famiglia si estendono: incontri si organizzano a Genova, a Vignate nei pressi di Milano, sempre protette dalla polizia e dai carabinieri. Contemporaneamente scendono in piazza le Sentinelle in piedi, a Brescia e Bergamo, a Milano e a Trento, mentre a Roma, Verona, Bisceglie, Bologna, si organizza e manifesta la Manif Italia. In queste ultime ore, infine, il fattaccio del vicepresidente dei giuristi cattolici, Giancarlo Cerrelli, che viene invitato alla trasmissione televisiva della Rai Domenica in, e poi improvvisamente “lasciato a casa”, mentre pressioni e minacce provenienti dal Comune di Torino costringono l’istituto scolastico Faà di Bruno a rinunciare a una serie di incontri a favore della famiglia.

A questo punto, l’immagine dei poveri omosessuali discriminati non sta più in piedi. La gente comincia a rendersi conto che l’urgenza di una legge contro l’omofobia era una forzatura ideologica e che invece, nei centri del potere che contribuiscono a creare l’opinione pubblica, in tv, nei giornali, nell’editoria, domina un pensiero unico ostile alla famiglia naturale. Inoltre, il Corriere della Sera del 2 novembre ci ricorda che il governo italiano, nel decreto per la scuola approvato dalla Camera il 31 ottobre, ha introdotto la spesa di dieci milioni per l’educazione “all’affettività, al rispetto delle diversità e delle pari opportunità di genere e al superamento degli stereotipi di genere”.

Che cosa fare allora?

Non possiamo aspettarci nulla o quasi dai partiti politici, neppure da quelli che avevano dichiarato incostituzionale la legge sull’omofobia nella passata legislatura per ben due volte. Il Pdl-Forza Italia appare avviluppato in una polemica interna fra falchi e colombe che gli italiani non capiscono e non capiranno, mentre all’interno di un governo dove ci sono ministri solitamente bene orientati passano provvedimenti come quello sopra indicato, senza che nessuno denunci la cosa. La stampa e la tv sono orientate in senso gay-friendly e i più elementari fondamenti della democrazia e del diritto di opinione sono saltati a favore di una mentalità ideologica contraria alla famiglia. Le istituzioni sono occupate da questo stesso pensiero unico, lo accolgono e lo adulano senza neanche sentirsi in dovere di dichiarare che è un’imposizione culturale che proviene dalla Commissione europea.

Cari amici, a noi rimangono soltanto le persone. Una per una, da raggiungere con la fatica quotidiana di spiegare l’ovvio, che la natura è fatta in un certo modo e con caratteristiche sessuali ben precise, che i bambini nascono dall’amore di un uomo e di una donna, che questo amore è bellissimo perché coerente al progetto divino sulla persona e sulla società e che ogni bambino ha diritto di avere un papà e una mamma. Una fatica cui dobbiamo essere disposti a sacrificare qualcosa del nostro tempo, dei nostri pochi soldi, se non vogliamo soccombere definitivamente sotto il peso di un incombente totalitarismo.

Negli Anni settanta la violenza era rossa e impediva, nelle scuole e nelle università soprattutto, di potere esprimere un’opinione contraria a quella imposta dai collettivi comunisti. Oggi si cerca di togliere il diritto di parola a chi sostiene la legge naturale, difende la vita e la famiglia, afferma la distinzione e la complementarietà dei sessi. In più si cerca di soffocare quelle poche istituzioni scolastiche che potrebbero educare in senso contrario al pensiero unico dominante. Allora come oggi la sopraffazione e la violenza avvenivano nel nome del progresso, dell’emancipazione, della libertà.

Cari amici, non cadiamo nella trappola in cui vorrebbero condurci. Alla loro violenza verbale, alla loro aggressività e alle forzature ideologiche, rispondiamo soltanto con la forte e pacata spiegazione della verità, con pazienza e perseveranza.

Papa Francesco ha citato il 31 luglio, incontrando i suoi confratelli gesuiti, il poema di José Maria Pemán (1898-1981), un grande autore cattolico e un coraggioso patriota spagnolo, dedicato a san Francesco Saverio (Il divino impaziente, Paoline 1960). Il dramma di Pemán ci indica lo stile del grande missionario gesuita, uno stile che dobbiamo fare nostro perché è quello che serve al nostro tempo: “Quando parlate di Cristo (…) non parlate con quella foga che spaventa e fa ritirare i semplici … Parlate della grazia e del perdono più che della sua ira. Non contentatevi di discorsi in chiesa a porte chiuse. Andate a parlare sui mercati e negli alberghi, senza paura di nulla e di nessuno”.

Anche noi non dobbiamo avere paura, come disse il grande beato Giovanni Paolo II, né di testimoniare Cristo con tutta la forza di cui siamo capaci, né di raccontare le prime evidenze della natura umana e della civiltà, oggi insidiate da un pensiero unico, aggressivo e violento.