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L’ULTIMO SULTANO. COME L’IMPERO OTTOMANO MORÌ A SANREMO

6 ottobre 2018
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Maometto VI morì in Italia, a Sanremo, nel 1926.

Pochi sanno che l’ultimo sultano del plurisecolare impero ottomano trascorse i suoi ultimi giorni proprio in Italia, e precisamente a Sanremo. Con la sua morte finiva non soltanto una dinastia, ma anche la trasmissione di una carica religiosa importantissima per tutto il mondo musulmano, tant’è che ancora oggi molti gruppi jihadisti sognano (e combattono) per la restaurazione del califfato universale.

All’inizio del XX secolo il califfato turco nel mondo musulmano era da tempo accettato, ma non del tutto condiviso. E infatti esso presentava sostanziali caratteri di illegittimità, in quanto non discendente direttamente da Maometto. Il califfato avrebbe dovuto mantenere, in campo politico, quell’unità di tutti i popoli islamici che in campo religioso non era mai stata garantita da una chiesa a ordinamento gerarchico, bensì dall’opinione concorde, o quanto meno prevalente, degli ulema, di fronte alla quale il califfo restava un qualsiasi credente.

Per alcuni studiosi, infatti, quella funzione unitaria sarebbe morta definitivamente nel 1258, quando le orde tartare avevano saccheggiato Baghdad e massacrato il califfo abbaside, che bene o male si poneva nella discendenza diretta di Maometto.

Per i sultani turchi, che pure si fregiavano del titolo di califfo e avevano un enorme potere temporale, la questione rivestiva un’importanza secondaria. Tuttavia nella costituzione ottomana del 1876 il sultano Abdulhamid II fu proclamato califfo di tutti i credenti e usò quel titolo come strumento di governo.

Proprio in quegli anni di fine ‘800 l’impero ottomano, ormai in forte declino, era considerato il “grande malato” d’Europa. Fu così che la crisi militare e geopolitica dell’impero alla fine del XIX secolo favorì al suo interno la diffusione delle ideologie e delle mode culturali occidentali. Fra queste c’erano quelle proprie della massoneria: “Quando questa organizzazione penetrò nell’impero ottomano –…– gli intellettuali, i ministri, gli alti funzionari, i quadri dell’esercito, i sultani e i loro collaboratori si riconobbero nel sistema su cui si fondava l’appartenenza massonica. Non ebbero bisogno di adottare un elemento estraneo: la struttura nascosta, impenetrabile dell’organizzazione viveva già nella secolare tradizione del sufismo, e in particolare nel bektasismo.” 

Così, massonico fu il movimento dei Giovani Turchi e il loro braccio politico-militare, il Comitato Unione e Progresso (CUP). Ma il CUP si era presto allontanato da aspirazioni religiose ed esoteriche, votandosi al positivismo e al nazionalismo; poi lo Stato ottomano guidato dal triumvirato di Enver, Talat e Cemal, ormai solo formalmente sotto la guida del Sultano, aveva imboccato una strada (l’alleanza con gli imperi centrali) che gli aveva alienato l’appoggio delle fratellanze massoniche europee. Si giunse così alla prima guerra mondiale e al suo esito disastroso per i Turchi, esito che vide l’Impero ottomano oramai ridimensionato e ridotto alla sola penisola anatolica.

Alla fine della guerra erano tornati alla luce i Giovani Turchi moderati, i fondatori di Libertà e Intesa come Ismail Hakki Pascià, Damad Ferid e Riza Tevfik, cui Mehemet VI, sultano in carica, aveva affidato le sorti dell’Impero.

In questo periodo, però, si mette in mostra la figura carismatica di Kemal Ataturk, che in aperto contrasto con il sultano (accusato di essere eccessivamente remissivo alle potenze europee) fonda la Repubblica di Turchia.

Il tempo è ormai maturo per la fuga. Il 20 maggio 1923, in treno e sotto scorta, Maometto VI (al secolo Mehemet Vahdeddin), ultimo sultano-califfo dell’Impero ottomano arriva a Sanremo, in Italia, e si installa, per quella che crede la parentesi di un breve esilio, nella villa già abitata da Alfred Nobel. Qui coltiva la speranza di tornare  un giorno in Patria da vincitore e attende il crollo di Mustafa Kemal, il generale che lo ha detronizzato e ha fondato la nuova Turchia laica. Per tre anni l’esule lavora alla realizzazione del suo obiettivo: difende il proprio ruolo di capo della dinastia contro il cugino residente a Nizza; riceve emissari di una società segreta islamica; incontra il Re d’Italia al casinò; si congratula con Mussolini per lo scampato pericolo di un attentato; dà fondo al denaro che si era portato da Istanbul e tenta approcci con il Vaticano per un’inedita alleanza tra islamici e cattolici contro l’ateismo che avanza da Est (il pericolo che Kemal Ataturk di volgesse alla Russia sovietica, specie qualora minacciato dall’Occidente, era più che fondato).

I governi pre-fascisti italiani avevano coltivato buoni rapporti con i nazionalisti di Kemal, fornendo loro aiuti, materiali ed economici. Ma a partire dal febbraio-marzo 1924, proprio in concomitanza con l’espulsione del califfo dalla Turchia, i buoni e infruttuosi rapporti costruiti avevano cominciato rapidamente a deteriorarsi. Quando poi il Duce si era messo a parlare in Consiglio dei Ministri di espansione ad Oriente, Ankara aveva pensato ad una minaccia e reagito di conseguenza…

Il Presidente del consiglio turco accusò l’Italia di aver invitato il califfo a Sanremo nel tentativo di organizzare il rovesciamento di Kemal Ataturk e di prendersi quelle basi dell’Anatolia occidentale che gli Anglo-Francesi non avevano più concesso all’Italia, dopo averle promesse alla fine della 1^ Guerra mondiale. Mussolini smentì personalmente, dicendo che era stato il califfo a chiedere, attraverso il console di Losanna, un permesso di soggiorno temporaneo.

Nella questione turca, in realtà, Mussolini fu letteralmente beffato dall’Inghilterra, dalla cui intercessione sperava di ricevere qualche ritaglio di territorio sulla costa del Mediterraneo orientale, dopo che il medesimo Duce si era speso a favore del riconoscimento anglo-iracheno sulla zona petrolifera di Mossul. 

Intanto Mehemet Vahdeddin, al secolo Maometto VI, moriva a Sanremo il 16 maggio 1926, in circostanze non del tutto chiare. La sua salma fu trasportata e seppellita a Damasco.

 

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