NEL SEGNO DELLA CONTRADDIZIONE LA CONDIZIONE DELLA DONNA IN INDIA (Corriere del Giorno, 4 febbraio 2010, pag. 26)

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induismo_01Lunedì 11 maggio 1998, alle 15,45, l’India fece esplodere tre ordigni nucleari nella base di Pokaran, nel deserto di Rajasthan.

L’India come potenza nucleare regionale e come potenza economica emergente è una realtà che convive con una cultura ancestrale, non aliena dall’affondare nel mito le proprie radici.

Il giornalista Carlo Buldrini nel suo libro “Nel segno di Kali. Cronache indiane” ( Lindau, Torino, 2008, pagg. 230) riesce a raccontare, con una narrazione vivace ed avvincente, quest’India dai due volti e ricca di contrasti, tesa fra modernità e tradizione.

Buldrini ha vissuto in India per oltre 30 anni lavorando come corrispondente per varie testate italiane e come insegnate per l’Istituto italiano di cultura di New Delhi. E’ stato dunque un testimone privilegiato della società indiana e delle sue molteplici contraddizioni.

Tra queste, un posto non di secondo piano occupa la condizione e il ruolo della donna. Se da un lato l’emancipazione femminile ha portato molte donne ad occupare posizioni politiche e anche professionali di assoluto rilievo, sulla scia di Indira Ghandi (e, oggi, di Sonia Ghandi), dall’altro sono individuabili preoccupanti elementi di discriminazione.

L’Autore racconta che nel 1980, a Delhi, ogni giorno più di due donne venivano bruciate vive: erano i cosiddetti “assassini per dote”. I dati ufficiali di quell’anno parlavano di 984 donne uccise dai familiari dello sposo perché la dote era ritenuta insufficiente. E ciò avveniva nella sola capitale della “più grande democrazia del mondo”. In India quindi non sempre la nascita di una figlia è un’occasione per festeggiare. La famiglia la considera spesso un peso inutile. Nel medioevo l’ infanticidio femminile era praticato facendo succhiare alla neonata i capezzoli avvelenati della madre. Oggi ci si avvale delle più sofisticate apparecchiature elettroniche…

Anche se dal 1994 il governo indiano ha cercato di correre ai ripari, con l’entrata in vigore di una legge che punisce chi pratica gli aborti selettivi, dopo 15 anni soltanto un medico in tutta l’India – riferisce Buldrini – è finito in carcere per questi motivi. La legge ha anche vietato ai medici di rivelare ai genitori il sesso del nascituro. Accade, infatti, che se l’ecografia preannuncia la nascita di una bimba, i genitori spesso scelgono di eliminarla con l’aborto. Lo scrittore Rino Cammilleri, nel suo recente volume “Dio è cattolico?” (Lindau, Torino, 2009), così commenta: “Una bambina, cresciuta, avrebbe comportato ingenti spese per la sua dote. Il parlamento è intervenuto perché si stava creando uno squilibrio demografico tra maschi e femmine di proporzioni catastrofiche”.

Ma gli interventi legislativi evidentemente non sono serviti a sanare del tutto questa piaga. Così, nell’agosto del 2006, in un pozzo della città di Patiala, nel Punjab, sono stati rinvenuti cinquanta feti femmine.

Le conseguenze degli aborti selettivi sono drammatiche. I censimenti indiani degli ultimi anni hanno mostrato come il numero delle bambine, rispetto al numero dei maschi, sia in costante diminuzione e il rapporto è fra i più bassi al mondo (al pari della Cina). E’ previsto che nel 2011 ci sarà un’ulteriore diminuzione. Stando a un rapporto dell’UNICEF, ogni giorno, in India, nascono settemila bambine in meno rispetto alla media mondiale. Nel febbraio 2006 – ci racconta Buldrini – la rivista medica inglese “Lancet” ha pubblicato un’inchiesta dalla quale si evince che in India ogni venticinque feti femmine uno viene abortito. Il che vuol dire mezzo milione di aborti selettivi l’anno, con un risultato complessivo di dieci milioni di donne mancanti negli ultimi venti anni.

Affianco a tale triste usanza resiste – specie nelle zone rurali – una tipica tradizione hindu, per fortuna in via di estinzione ma che ha profondamente interessato la cultura indiana: la “sati”. Nella letteratura indiana la “sati” è descritta come “un antico dovere della sposa”, consistente nella pratica, propria della “donna virtuosa” rimasta vedova, di lasciarsi bruciare viva sulla pira insieme alle spoglie del marito.

Il giornalista Carlo Buldrini nel suo libro racconta come ancora negli anni ’80 in India tale usanza, benché vietata dalla legge sin dai tempi dell’amministrazione britannica, fosse tranquillamente praticata. Questi falò, dove le vedove più o meno volontariamente seguono la sorte dei propri mariti, sono sempre occasione per un grande concorso di folla, anche perché chi assiste a una “sati” ottiene il “punya”, e cioè l’indulgenza plenaria dei peccati. Si tratta dunque di una cerimonia religiosa che beatifica la donna immolata – che diviene oggetto di venerazione – e benedice chi vi assiste. Quando la polizia arriva sul luogo del suicidio rituale difficilmente qualcuno parla e tutto è già tristemente compiuto. Il rito della sati non è ancora del tutto scomparso e viene praticato, illegalmente, da donne che sembrano non avere più un futuro e neppure un’identità senza il loro consorte.

Allora la domanda è legittima: l’induismo in quanto tale è forse discriminante nei confronti della donna?

Chi nega questa possibilità ricorda che l’India d’oggi è piena di donne importanti: governatrici, ambasciatrici, deputate…

E d’altronde nell’induismo una buona parte delle divinità sono femmine: Saraswati, dea della Sapienza e della Musica; Durga, dea della Pietà; Lakshmi, dea della Ricchezza; Kali dea della Vendetta. Della altre divinità, molte sono metà maschio e metà femmina. Anche se negli ultimi secoli l’influenza dei musulmani ha diffuso il concetto della donna quale creatura inferiore, pare che Manu, il primordiale legislatore indiano, dicesse che laddove le donne sono onorate la terra è fertile e buona, mentre laddove non sono onorate, la terra è arida e senza frutto.

C’è anche da dire, però, che nell’induismo la donna in quanto donna non può arrivare al miglioramento del proprio karma: deve rassegnarsi a vivere come tale. Solo se rinasce come uomo può migliorare la propria condizione. Quella della donna, nella dinamica induista del karma, è dunque di per sé una condizione di punizione.

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