PAESI IN VIA DI SVILUPPO: IL FUTURO NON E’ SOLO UNA QUESTIONE DI AIUTI (Corriere del Giorno, 29 settembre 2010, pag. 25)

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denaro-e-paradiso_1Sino ad oggi i Paesi in via di sviluppo sono stati caratterizzati da una diffusa corruzione, da un elevato indebitamento pubblico, da una sostanziale incapacità a gestire la grande massa di aiuti internazionali. Molti di tali Paesi, inoltre, sono stati attraversati (e talora sono ancora attraversati!) da laceranti guerre civili e/o di confine (Sudan, Ciad, Eritrea, Etiopia, Somalia, Congo, ecc.).

La guerra oltre a bruciare preziose risorse allontana ogni prospettiva di crescita nel breve e nel lungo periodo.

Quello degli aiuti internazionali è un capitolo poco conosciuto, almeno al grande pubblico. Ancora oggi si preferisce attribuire al mondo occidentale la diffusa povertà dei Paesi del Sud del mondo. Naturalmente le colpe sussistono, ma non esattamente nel senso delineato dalla vulgata mediatica, come se tutto dipendesse da aiuti considerati sempre poco generosi ed insufficienti. William Easterly nel suo libro Lo sviluppo inafferrabile. L’avventurosa ricerca della crescita economica nel Sud del mondo, spiega molto bene i retroscena psicologici e i sensi di colpa che spingono l’Occ idente a f inanziare ripetutamente i Paesi del Terzo mondo. Con risultati praticamente nulli, quando non completamente controproducenti.

Ma Easterly non è il solo a pensarla in questo modo, anche se forse lo fa con una lucidità e una logica disarmanti. Dambisa Moyo, nata e cresciuta nello Zambia, dottorato in economia ad Oxford e master ad Harvard, ha lavorato per la Banca Mondiale a Washington e per la Goldman Sachs, una delle più grandi ed affermate banche d’affari degli Stati Uniti. Oggi è chiamata l’ “anti-Bono” per il pragmatismo delle sue posizioni sullo sviluppo del continente africano, che vanno nella dir ezione diametralmente opposta a quelle pubblicizzate dalla star della musica rock. Nel suo libro La carità che uccide. Come gli aiuti dell’Occidente stanno devastando il Terzo Mondo, Dambisa Moyo pone l’Occidente di fronte ai pregiudizi intrisi di sensi di colpa, che sono alla base delle sue “buone azioni”, e invita a liberarsene. Allo stesso tempo invita l’Africa a liberarsi dal paradosso degli aiuti dell’Occidente, sbandierati come il rimedio per eccellenza e che invece costituiscono il virus stesso – così afferma – di quella malattia che è la povertà.

Gli aiuti dei Paesi occidentali a quelli del Sud del mondo sono valutati in oltre mille miliardi di dollari, elargiti a pioggia a partire dagli anni ’50.

Dalla seconda metà degli anni ’90, invece, la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale hanno iniziato a subordinare la concessione di prestiti e la stessa cancellazione del debito al rispetto di specifici parametri, come la riduzione della spesa pubblica, la liberalizzazione dei mercati, la riduzione della povertà attraverso strategie idonee a migliorare sanità e istruzione.

Oggi il risultato di quegli aiuti è dinanzi agli occhi di tutti…la situazione dell’economia africana è per gran parte ancora rovinosa. Tanto per Dambisa Moyo che per William Easterly gli aiuti occidentali costituiscono un’elemosina che, nella migliore delle ipotesi, costringe l’Africa a una perenne adolescenza economica, rendendola dipendente come da una droga. E nella peggiore, contribuisce a diffondere le pestilenze della corruzione e del peculato, grazie a massicce iniezioni di credito nelle vene di Paesi privi di una governance solida e trasparente e privi di un ceto medio capace di attività imprenditoriale.

Quindi, per ritornare ad Easterly, aumentare i macchinari e in genere il capitale nei Paesi in via di sviluppo non è un’operazione di per sé risolutiva. I dati da lui profferti sono talmente abbondanti ed univoci che in effetti spingono a condividere tale tesi. La cancellazione del debito, che tanto commuove artisti e intellettuali europei, rischia di incoraggiare gli sprechi e l’ abulia delle classi dirigenti dei Paesi del Terzo mondo.

Anche il capitolo dell’istruzione secondo Easterly è “una formula magica” che, di per sé, ha portato al fallimento della crescita, nel senso che “investire in istruzione” non è la panacea a tutti i mali.

Paradossalmente tale tesi trova conforto nel pensiero e nell’ esperienza di padre Piero Gheddo, missionario del Pontificio istituto missioni estere, grande esperto di cose africane. Padre Gheddo scrive che l’Africa è un “cimitero di trattori” (cfr.: Rino Cammilleri, Ettore Gotti Tedeschi, Denaro e paradiso. L’economia globale e il mondo cattolico, Edizioni Piemme, 2004, pag. 96).  Che vuol dire ? Che è inutile fornire aiuti e mezzi a chi non ha la mentalità giusta per trarne durevole frutto. Usando l’esempio della macchina agricola che, una volta rotta, viene abbandonata, padre Gheddo mette il dito sulla piaga: gli aiuti devono essere preceduti dall’istruzione, ma questa a sua volta necessita dell’educazione. Non serve a nulla innestare un addestramento “occidentale” su teste che seguono scale di valori completamente differenti…

In tale prospettiva è utile riflettere sulle parole del Papa (Benedetto XVI, Caritas in veritate, Libreria Editrice Vaticana, 2009, pag. 150): “Una solidarietà più ampia a livello internazionale si esprime innanzitutto nel continuare a promuovere, anche in condizioni di crisi economica, un maggiore accesso all’educazione, la quale, d’altro canto, è condizione essenziale per l’efficacia della stessa cooperazione internazionale. Con il termine educazione non ci si riferisce solo all’istruzione o alla formazione al lavoro, entrambe cause importanti di sviluppo, ma alla formazione completa della persona”. Bisogna cercare di agire, insomma, sulla centralità della persona.

Anche per questo nella Caritas in veritate la povertà viene trattata come un’opportunità di sviluppo, anziché essere cristallizzata come il risultato di un meccanismo iniquo. E, in particolare nelle parti consacrate alla cooperazione internazionale, vi è un chiaro rigetto dell’assistenzialismo.

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