“RED LAND”: IL FILM CENSURATO SUGLI ITALIANI SCOMPARSI ED ESULI IN ISTRIA E DALMAZIA DOPO IL 1943

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Esistono fatti della storia nazionale più ricordati e altri che lo sono molto meno. Così, nonostante l’istituzione per legge della “Giornata del ricordo”, fissata dal 2004 ogni anno al 10 febbraio, l’esodo e la persecuzione sofferti dagli italiani giuliano-dalmati presenti in Istria e a Fiume all’indomani dell’armistizio dell’8 Settembre 1943 per mano degli slavi, comunisti e non, restano per molti in gran parte sconosciuti.

Dalla storia politica sappiamo che l’Istria fu incorporata dall’allora Jugoslavia dopo la fine della Guerra, nel 1947, ma del fatto che questo comportò la fuga improvvisa di circa 250.000 italiani da quelle terre sappiamo relativamente poco. Infine, ancora meno – generalmente parlando, s’intende – è noto della persecuzione cruenta di cui le foibe (le profonde grotte carsiche della zona) saranno ambientazione atroce: qui infatti furono appesi a testa in giù, fino a farli morire lentamente, migliaia di italiani (10.000 secondo le cifre) mentre i corpi senza vita di tanti altri vi furono gettati in massa dopo essere stati uccisi mani legate alla schiena con un colpo di pistola, o di fucile, alle spalle.

Quale era la colpa di questi italiani inermi, che pure da tempo abitavano quelle terre? Non tutti erano stati fascisti, in effetti, e non tutti avevano condiviso la politica espansionistica del regime: erano però italiani, e tanto bastò a decretarne la loro fine.     

Tutto questo viene raccontato in questi giorni nel film “Rosso Istria, Red Land”, tra l’altro al centro di boicottaggio da parte di buona parte delle sale cinematografiche del nostro Paese, rivelando così la persistenza di vecchi pregiudizi ideologici per cui, a dispetto di quanto si dice, i morti in realtà non sono tutti uguali. In più, ulteriore paradosso, spesso chi mette in atto la censura si trova a simpatizzare con dittature di altro colore (rosso in questo caso) sorvolando – non si sa bene come – sul dato oggettivo per cui il maggior numero di vittime (una stima che, stando bassi, per difetto gli storici accademici quantificano oggi in circa 100 milioni di morti) dei totalitarismi del Novecento è stato determinato dalla messa in atto del socialismo cd. reale, non certo da altri.

Così, a Milano la pellicola ha visto la sua programmazione in un solo cinema, come pure a Torino, mentre a Genova non c’è nessuna proiezione. In Emilia Romagna la probabilità che il film trovi ospitalità non è nemmeno contemplata ed in Campania bisogna raggiungere addirittura la non centralissima Avellino. Insomma, c’è molto da fare per trovare questa pellicola tutta italiana che vanta attori anche di un certo rilievo (su tutti Franco Nero e Vincenzo Bocciarelli).

L’ambientazione è quindi il 1943, proprio all’indomani dell’armistizio, quando l’esercito italiano viene lasciato senza guide, né comandi, in balìa degli eventi che seguiranno. Il rosso del titolo del film è legato al ricordo del rosso del vino di quelle terre, a quello della bauxite che ricopre la zona istriana ma anche ai fazzoletti rossi dei titini, i comunisti slavi. L’inizio del racconto riesce a trasmettere bene quello che comportò nelle truppe italiane l’armistizio inatteso firmato dal maresciallo Badoglio con gli angloamericani. Da quel momento, infatti, complice anche lo smarrimento delle autorità civili locali, oltre che militari, le popolazioni istriane, giuliane, fiumane e dalmate devono fronteggiare nuovi nemici senza scrupolo, vendicativi, brutali e crudeli, con un odio riservato agli italiani che non risparmia nemmeno le ragazze innocenti, come Norma Cossetto (1920-1943), una studentessa universitaria di lettere come tante, la cui tragica storia personale diventa però esemplificativa per comprendere il destino dell’intera minoranza italiana in un luogo di frontiera-simbolo della Seconda Guerra Mondiale (la sua vicenda è stata ripercorsa, tra gli altri, da Frediano Sessi e Luciano Garibaldi in due libri degni di nota: Foibe rosse. Vita di Norma Cossetto uccisa in Istria nel ’43 (Marsilio), da parte del primo, e Nel nome di Norma. Norma Cossetto, la tragedia dell’Istria e altre vicende a Trieste sul confine orientale italiano (Solfanelli) da parte del secondo).

Presa dagli slavi dopo l’armistizio perché italiana, torturata e stuprata, Norma Cossetto verrà infine gettata nella foiba di Villa Surani, dove il suo corpo senza vita verrà poi ritrovato in condizioni spaventose dalla famiglia. Come lei, furono tantissime le ragazze e i ragazzi che in quei mesi saranno trucidati nei modi più bestiali, senza escludere nemmeno i preti della zona, come pure il film documenta. 

Al termine della pellicola due sono i messaggi che emergono su tutti: il primo è che le ideologie – da qualsiasi parte provengano – sono sempre nemiche del bene dell’uomo. I massacri nelle foibe furono il frutto dell’ideologia comunista e anche di quella nazionalista slava che non accettavano altri che non fossero come loro. Significativamente, in una scena del film, si sente uno dei protagonisti affermare che anche se un nemico avesse cambiato radicalmente visione politica – da fascista a comunista – lui l’avrebbe ucciso lo stesso perché comunque era e restava un italiano e non uno slavo (“il tuo sbaglio è quello di essere italiano”). Il secondo messaggio è che, proprio alla luce di questo, si dimostra ancora una volta come la Dottrina sociale della Chiesa – in quanto patrimonio universale di sapienza di origine divina e non semplice invenzione umana – con il suo richiamo perenne a una legge morale trascendente e non convenzionale resta oggi come ieri l’unica soluzione ai numerosi problemi sociali, interni e internazionali.

Il Novecento è stato il secolo in cui, più ancora che in passato, l’umanità ha voltato le spalle a Dio (“il secolo di Caino”, come lo definì una volta mirabilmente Papa San Giovanni Paolo II) pensando di migliorare e il risultato sono state due guerre mondiali, una guerra fredda, due bombe atomiche, diversi genocidi (da quello armeno a quello ucraino, senza dimenticare naturalmente la Shoah), lager, gulag e sì, da ultimo anche le nostre foibe.

Di cui dopo tanti decenni, anche grazie a un film del genere, alla fine, forse, si ricomincerà a parlare.

       David Taglieri – Omar Ebrahime