RICORDARE TIANANMEN GUARDANDO HONG KONG (di Marco Invernizzi)

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Nella notte fra il 3 e il 4 giugno 1989 la Cina imboccava una strada esattamente opposta a quella che il mondo comunista avrebbe preso pochi mesi dopo, in novembre, con l’apertura del passaggio dalla Berlino comunista all’Occidente. Quella notte l’esercito cominciò a massacrare gli studenti che riempivano dal mese di aprile Piazza Tiananmen a Pechino chiedendo riforme democratiche: ovvero in sostanza un po’ di libertà, niente né di speciale né di particolarmente “controrivoluzionario”, come invece venivano accusati dal regime.

31 anni dopo quella scelta sembra avere pagato: il regime fondato sul Partito Comunista in Cina rimane saldamente al potere, sebbene in un contesto intriso di nazionalismo e di aperture economiche e finanziarie all’Occidente che hanno permesso al Paese di diventare la seconda potenza economica del mondo. La stessa Cina, peraltro, che sembra avere “regalato” al mondo anche il coronavirus, ma questa è un’altra storia.

In 31 anni l’Occidente ha sostanzialmente “digerito” il massacro, che viene scarsamente rievocato o celebrato, sul quale si fatica a trovare un libro in lingua italiana che ne tratti, così che questa potenziale “pietra d’inciampo” non ha mai impedito ad alcuni governi e ad alcuni privati di fare affari con gli assassini degli studenti democratici e anticomunisti.

La novità quest’anno è che neppure a Hong Kong si svolgerà la tradizionale fiaccolata del 4 giugno a Victoria Park, giacché il governo della ex colonia britannica ha vietato le manifestazioni nell’ambito della lotta contro il coronavirus. Come scrive Giulia Pompili su Il Foglio del 3 giugno, i giovani che da anni combattono giorno per giorno, strada per strada, contro il governo di Hong Kong “diretto” da Pechino, i giovani che non accettano il progetto cinese che vuole Hong Kong assorbita progressivamente nella Cina attraverso il “regime speciale provvisorio” noto come “un Paese, due sistemi”, che terminerà con la riunificazione definitiva con la Cina del 2049, questi giovani conoscerebbero poco o niente di che cosa avvenne in Piazza Tiananmen nel giugno 1989. E se, complice il virus, anche a Hong Kong si smette di celebrare quella ricorrenza, con i suoi eroi, allora le cose diventano ancora più complicate.

Infatti forse c’è rimasta soltanto la memoria, ma se non viene coltivata, anch’essa può solo esaurire la propria funzione. In Occidente la memoria di Piazza Tiananmen riguarda una piccola minoranza di anticomunisti, ma non tocca le forze politiche e tanto meno le istituzioni.

Una parte del mondo libero è sempre più strana: è capace di indignarsi sostenendo le violenze della rivolta contro il presidente degli Stati Uniti Donald J. Trump (perché di questo si tratta, il povero George Floyd è solo un pretesto), ma si lascia poco entusiasmare dai cittadini di Hong Kong che si battono per la libertà. E tanto meno vuole compromettere gli affari con quell’enorme mercato che è la Cina solo per ricordare il massacro del 1989.

Rimane la memoria, appunto. Ecco perché è così importante: perché soltanto coltivando la memoria oggi si può permettere che la verità domani possa essere tramandata alle generazioni successive. «La memoria è ciò che fa forte un popolo», ha detto Papa Francesco il 2 novembre 2018, perché così il popolo «[…] si sente radicato in un cammino, radicato in una storia, radicato in un popolo. La memoria ci fa capire che non siamo soli, siamo un popolo: un popolo che ha storia, che ha passato, che ha vita».

Vale per i cinesi che patiscono la persecuzione, affinché i loro giovani non dimentichino ciò che accadde a Piazza Tiananmen 31 anni fa, vale per gli oltre sette milioni di abitanti di Hong Kong, affinché la loro battaglia per la libertà non vada perduta anche se fosse sconfitta, radicandosi nella memoria di chi verrà dopo di loro.

E vale anche per noi occidentali: perché non dimentichiamo certi eventi, perché oltre a lamentarci se la gerarchia della Chiesa Cattolica cerca un modus vivendi con la Cina e tace sulla repressione in corso a Hong Kong, almeno noi laici, liberi da particolari responsabilità, cerchiamo di fare quanto è nelle nostre possibilità per mantenere viva una memoria che rischia di scomparire.