STORIA DELLA LITUANIA: IDENTITA’ EUROPEA E CRISTIANA DI UN POPOLO (Recensione del libro di Claudio CARPINI – 3^ parte -)

1950

ist2_916969_vilnius_lituania_old_city.jpg Nel 1944, con il crollo delle forze tedesche, la Lituania venne riconquistata dall’Armata Rossa e inglobata nell’U.R.S.S., con la conseguente persecuzione di tutti coloro che erano considerati (a torto o a ragione) collaborazionisti dei nazisti. Alla conferenza di Potsdam furono tacitamente riconosciuti i confini stabiliti dal patto Ribbentrop-Molotov, per cui i Paesi baltici vennero “consegnati” dagli Alleati all’Unione Sovietica: “Si calcola che nei primi cinque anni di occupazione sovietica, il numero delle vittime del genocidio abbia superato il milione di individui, oltre un terzo della popolazione lituana Il contemporaneo trasferimento di funzionari militari e civili russi in tutto il baltico modificò sensibilmente il quadro etnico delle tre repubbliche sovietiche, e dunque anche della Lituania” (pag.146). Ma in quegli stessi anni veniva organizzata la resistenza contro il comunismo: sia quella passiva che coinvolgeva tutta la popolazione (per esempio si continuavano a celebrare solennemente e clandestinamente tutte le festività religiose e nazionali), sia quella attiva. Così migliaia di uomini e donne si unirono nelle formazioni partigiane autonome de “I Fratelli del bosco”, organizzazione che arrivò a contare 100.000 partecipanti. L’Unione Sovietica dovette impiegare truppe regolari e milizie composte da delinquenti comuni per averne ragione. La collettivizzazione delle terre del 1949 eliminò inoltre le piccole proprietà contadine che sostenevano gli insorti. Al clero cattolico fin da subito fu imposto di presentarsi alle autorità per giurare fedeltà al governo sovietico e per impegnarsi a fare periodici e dettagliati rapporti sulla vita dei propri fedeli. Centinaia di sacerdoti per il loro fermo rifiuto vennero imprigionati e poi deportati in Siberia: “Il clero lituano venne perseguitato con una durezza inaudita: quasi tutti i sacerdoti avevano conosciuto il campo di concentramento, le prigioni, gli interrogatori e gli arresti” (pag.148). Nonostante la morte di Stalin nel 1953 permettesse di allentare la violenza poliziesca, anche negli anni successivi la persecuzione continuò. Gli anni ’70 videro la Chiesa e il popolo lituano impegnati a testimoniare le condizioni nelle quali erano costretti a vivere: nel dicembre del 1971 un gruppo di cattolici inoltrò un impressionante memorandum sulla repressione religiosa in Lituania direttamente al Segretario Generale delle Nazioni Unite. In queste stesse circostanze nasceva un periodico clandestino destinato a scuotere il sempre timoroso Occidente: “La cronaca della Chiesa cattolica in Lituania“: un resoconto particolareggiato ed aggiornato sulle vittime della violenza comunista. Il 25 novembre 1976 si costituiva a Vilnius il “Gruppo sociale di Lituania in app oggio all’osservanza degli accordi di Helsinki”, quale osservatorio indipendente per monitorare il rispetto dei fondamentali diritti umani. Ma la testimonianza più impressionante degli anni dell’occupazione sovietica è sintetizzata dalla vicenda della “Collina delle Croci”, situata presso Siauliai. Le prime croci erano state piantate al tempo dell’occupazione zarista del 1831. Agli inizi del XX secolo la Collina era già conosciuta come luogo sacro, meta di pellegrinaggi. La sua importanza tuttavia crebbe proprio durante gli anni dell’occupazione sovietica, quando divenne un santuario del dolore formato da migliaia di croci piantate da anonimi fedeli: “L’impressionante groviglio di croci venne più volte distrutto dai sovietici Fino al termine dell’occupazione sovietica il luogo venne strettamente sorvegliato dall’esercito e dal KGB, ma ogni volta che le croci venivano distrutte, ne venivano piantate di nuove ” (pag.153). Nella seconda metà degli anni ’80, con l’avvento di Gorbacev e con il suo disperato tentativo di portare il socialcomunismo fuori dal pantano economico e sociale, i popoli baltici presero ulteriore coraggio e costituirono dei liberi Fronti democratici determinati a chiedere l’indipendenza. Il 23 agosto 1989 si svolse la più grande protesta che avesse coinvolto un Paese sovietico: oltre due milioni di persone parteciparono alla catena umana che attraversò i tre Stati baltici, attirando su di sè l’ attenzione del mondo intero. Ma nonostante le prime libere elezioni del 1990 venissero vinte dal Fronte popolare (Sajudis), ancora nel gennaio del 1991, sotto la presidenza Gorbacev, i Lituani subirono una durissima repressione sovietica, che costò 14 morti e molti f eriti e distruzioni. Soltanto con l’avvento di Boris Eltsin, fermo sostenitore dell’indipendenza degli Stati baltici, si giunse alla data del 17 settembre 1991, quando la Lituania, riacquistata la propria indipendenza, diventava formalmente membro delle Nazioni Unite: “Se dopo mezzo secolo di atrocità i lituani potevano ancora rivendicare la loro appartenenza all’Europa e la loro coscienza nazionale, ciò era dovuto in larga misura alla presenza della Chiesa: negli anni più bui la Chiesa cattolica aveva saputo rappresentare le istanze di tutto il popolo lituano, preservando una coscienza nazionale e soprattutto continuando a far vivere una speranza” (pag.156). Nell’ultimo capitolo del volume – Le sfide del nuovo millennio – l’Autore esamina l’eredità che la Chiesa del silenzio ha lasciato alla Lituania di oggi. Un’eredità prestigiosa, fondata sul sangue dei Martiri, che ha consentito negli anni ’90 un ruolo anche pubblico di preminenza del cattolicesimo, professato da circa l’80% della popolazione. La nuova Costituzione riconosce la Chiesa cattolica fra le nove religioni tradizionali, cui viene concessa piena libertà d’azione, l’insegnamento nelle scuole, l’assistenza spirituale nelle forze armate, vari sgravi fiscali relativi a servizi connessi con la propria attività. Ovviamente non sono mancati, e non mancano, specie negli ultimi anni, i problemi. La Chiesa si è dovuta confrontare con il secolarismo, con il New Age, con rinate forme di neo-paganesimo e di occultismo. Problemi noti e comuni in tante parti del mondo. Quello che resta, conclude Claudio Carpini, è la capacità del cattolicesimo lituano di convivere e collaborare proficuamente con altre religioni e con altre credenze, come già avvenuto nel passato, senza però rinunciare ad affermare la propria identità, che, si voglia o no, è anche identità nazionale e genuinamente europea. Non a caso, nella retro-copertina del libro, viene riportata la frase di Marija Gimbutas (The pre-christian religion of Lituania), che dice: “A dispetto del gioco crudele della storia, la Lituania oggi sboccia come un fiore cristiano “.

Roberto Cavallo

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