VENT’ANNI FA LA FINE DELL’UNIONE SOVIETICA. DA GORBACIOV A PUTIN: LA DIFFICILE TRANSIZIONE (Corriere del Giorno, 8 gennaio 2011, pag. 25)

416

Se nel 2009 ricorrevano i venti anni dalla caduta del Muro di Berlino, nel 2011 si celebreranno i venti anni della dissoluzione dell’Unione Sovietica, che formalmente sopravvisse alla liberazione dell’ Europa centro-orientale dal comunismo.

E infatti nell’agosto del 1991 il fallito golpe dei militari sovietici consentì a Boris Eltsin (1931-2007), allora Presidente della Federazione russa, di chiudere ufficialmente con il potentissimo PCUS, il partito comunista sovietico. Alla fine di dicembre, poi, lo stesso soviet supremo scioglieva l’Unione Sovietica.

Narrano gli sviluppi di tale storia due autorevoli sociologi russi, Lev Gudkov e Victor Zaslavsky (quest’ultimo recentemente scomparso), in un libro assolutamente raccomandabile per chiunque desideri comprendere qualcosa della difficile transizione russa: “La Russia da Gorbaciov a Putin” (il Mulino, 2010, Bologna, pagg. 208).

Dal punto di vista politico le prime elezioni parlamentari svoltesi secondo la nuova Costituzione del 1993 offrirono un risultato inatteso e sgradito per Boris Eltsin, il Presidente autore della svolta liberale: il vero vincitore, infatti, fu l’estremista vetero-comunista Vladimir Zhirinoskij.

Eltsin nel 1995 si troverà di nuovo in difficoltà con le elezioni parlamentari in cui si affermarono i neo-comunisti, rinati nel 1993 a seguito della ricordata messa al bando – nell’agosto del 1991 – del PCUS: quasi tutto il periodo della presidenza Eltsin è caratterizzato da un continuo scontro tra esecutivo e legislativo.

Dopo il primo entusiasmo democratico, nella seconda metà degli anni ‘90 Eltsin deve risolvere la grave alternativa: continuar e a c ercare il sostegno in un movimento liberal-democratico debole e diviso o appoggiarsi ai militari e ai servizi di sicurezza. In questo quadro il Presidente, ritenendo di poterli controllare, suo malgrado sceglie i vertici del KGB, ribattezzato intanto FSB.

A tal proposito non può dimenticarsi che “…le debolezze della socialdemocrazia e del liberalismo russi sono in gran parte attribuibili proprio all’attività della stessa polizia politica sovietica, che aveva annientato tutti i rappresentanti di spicco di queste correnti ideologiche in Russia e isolato la società dall’influenza delle democrazie occidentali.” (pag. 75). Frutto concreto della difficile scelta di Eltsin è l’ascesa del giovane Vladimir Putin, uomo di compromesso fra i vari gruppi dell’ex burocrazia sovietica e i servizi segreti: in cambio dell’impunità personale per gli inevitabili errori commessi nel corso della sua decennale presidenza, il 31 dicembre 1999 un mal ridotto Boris Eltsin gli affida carta bianca.

Putin affronta subito gli oligarchi cresciuti sotto la presidenza di Eltsin, ponendo loro una precisa condizione: potranno conservare proprietà e fortune a patto di una lealtà assoluta nei confronti della squadra del nuovo Presidente. Ben presto, però, si capisce che anche così gli oligarchi rischiano…

I primi obiettivi della politica putiniana sono infatti i proprietari dei media più influenti e popolari: il primo canale della televisione (il più seguito), di proprietà di Boris Berezovskij e successivamente il canale NTV di Vladimir Gusinskij, che godeva del massimo indice di gradimento dei telespettatori e che si distingueva per l’indipendenza dell’informazione politica. Ambedue gli oligarchi sono stati costretti ad emigrare all’estero.

La lezione più importante e dura per la grande impresa gestita dagli oligarchi è il processo a carico di Mikhail Khodorkovskij, – proprietario dell’azienda petrolifera Yukos e della cui vicenda giudiziaria si è recentemente parlato in tutto il mondo – e degli altri dirigenti del grande gruppo industriale. Un generale senso di incertezza – e non solo per le grandi imprese – accompagna quindi il ritrovato diritto di proprietà privata…

Intanto l’aumento del prezzo del petrolio consente fortunosamente a Putin di eliminare il pesante debito pubblico e di guadagnare una discreta popolarità interna. In tal senso va anche la rinnovata sbandierata politica di super-potenza praticata da Putin in funzione anti-occidentale e l’eliminazione – con metodi brutali – della resistenza cecena.

I meccanismi istituzionali che consentono l’attuazione della strategia complessiva del premier russo – scrivono i nostri Autori – sono costituiti dai servizi speciali e dal sistema giudiziario, che è totalmente subordinato all’esecutivo. La combinazione di metodi legali e illegali è una delle maggiori risorse del potere attuale, e ne dimostra la provenienza dalla matrice del KGB.

La prassi della polizia segreta con i suoi metodi specifici (attività illegale, provocazione, falsi processi, informazione raccolta con mezzi illeciti, ecc.) oggi sta diventando sempre più diffusa e incontrollata. E’ per questo che Lev Gudkov e Victor Zaslavsky concludono: “In sostanza, il regime di Put in cerca di trasformare in routine le conseguenze della crisi e del crollo del sistema totalitario precedente. Il crollo, che si è manifestato apertamente tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90, ha travolto solo le strutture superficiali del potere statale, senza quasi toccarne le fondamenta istituzionali e umane…” (pag.194).

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui