I PADRI APOSTOLICI

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Con il nome di Padri apostolici sono definiti quegli scritti che si caratterizzano per la loro antichità e per il loro aggancio diretto all’età apostolica e che, per questo, sono una fonte primaria per lo studio del cristianesimo primitivo, specie dell’età cosiddetta “sub-apostolica” (70-150 d.C.).

In tale studio ci aiuta un prezioso volume edito da Città Nuova, inserito nella collana dei “testi patristici”: I Padri Apostolici (Roma, 2011, pagg. 389), a cura di Carlo dell’Osso.

Gli scritti che dunque vanno sotto il nome di Padri Apostolici (tale denominazione non fu data né nell’età patristica, né nel medioevo, ma nell’epoca moderna da J.B. Cotelier, nel 1672) sono: Didachè, Lettera di Clemente Romano ai Corinti, Lettera di Ignazio, Lettere ai Filippesi e martirio di Policarpo, Frammenti di Papia di Gerapoli, Lettera di Barnaba, Omelia dello Ps. Clemente, il Pastore di Erma, Lettera a Diogneto.

Si tratta degli scritti cristiani più antichi, dopo quelli del Nuovo Testamento.

Le opere dei Padri apostolici furono composte fra la fine del primo secolo e la prima metà del II secolo. Riflettono perciò l’ambiente delle prime generazioni cristiane e rivestono uno speciale interesse per il fatto che vennero scritte in un periodo nel quale il Nuovo Testamento era ancora in formazione e non appariva come un corpus ben definito. In quel contesto i fedeli si basavano ancora sulla memoria viva della tradizione orale, mentre le strutture ecclesiali non erano stabilizzate.

Tutti comunque già conoscevano gli insegnamenti di San Paolo. Le parole di Gesù, diffuse con la predicazione orale e forse con qualche scritto circolante ancor prima dei quattro Vangeli canonici, vengono citate e riportate con grande venerazione. E’ ovvio che le opere del Nuovo Testamento, ancora in fieri, dovevano essere raccolte con somma cura, in quanto eco della predicazione viva degli Apostoli, che ancora risuonava nelle orecchie dei cristiani come una parola viva appena udita. La tradizione orale a quei tempi aveva un’importanza tale da essere preferita a quella scritta: anzi lo scritto doveva essere un ausilio alla predicazione orale.

Nonostante ciò, non è corretto pensare che la Chiesa primitiva fosse del tutto diversa da quella che è giunta a noi, “…perché è sempre la stessa Chiesa, lo stesso corpo di Cristo che lega in sé uomini di varie civiltà e di vari secoli: è sempre lo stesso mistero di unione e di amore” (pag. 7). Dagli scritti dei Padri della Chiesa emerge, infatti, che nelle città dov’era nata una comunità cristiana c’era un vescovo, ovvero un capo della Chiesa locale; poi venivano i sacerdoti e i diaconi…

I Padri della Chiesa scrivono da luoghi diversi, chi da Roma, chi da Antiochia, chi da Smirne…Gli autori di queste opere non erano scrittori di professione, ma scrivevano per i cristiani, quindi con un linguaggio semplice e comprensibile per i loro fratelli nella fede. Questa predicazione cristiana primitiva fu favorita dall’unione politica di tutto il mondo sotto l’Impero romano e dalla comune lingua romano-ellenistica, penetrata un po’ ovunque; essa raggiunse sia i pagani sia gli ebrei. E’ evidente che i temi della predicazione cristiana, ovvero la venuta di Dio sulla terra, la sua morte e risurrezione, la vita nella Chiesa che affratella tutti, la vita e il giudizio oltre la morte, dovevano risultare particolarmente affascinanti per gli antichi: essi infatti avevano  un sentimento religioso molto più spiccato degli uomini moderni. Senza dire della loro stanchezza per il politeismo, che spesso si riduceva ad una serie di ritualismi celebrati, nelle terre dell’Impero romano, dai pontefici di Stato.

Tra gli scritti che vanno sotto il nome di “Padri della Chiesa” particolarmente significativa è la “Lettera di Clemente Romano ai Corinti”. In essa si evince come, già verso la fine del I secolo, fosse abbastanza chiara – e riconosciuta – l’autorità dei successori di Pietro sulla cattedra pontificia. Il Papa Clemente Romano, infatti, scriveva con autorità alla Chiesa di Corinto per dirimere alcune controversie interne. Anche in ciò, nel segno della continuità, la Chiesa primitiva non si distanzia troppo da quella contemporanea. 

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