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SCIOPERO! (di Claudio Tescari)

6 December 2017
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La storia dell’umanità è intrisa forse più del sangue dei rivoltosi e dei loro oppressori che di quello dei combattenti in migliaia di anni di guerre. Ma le sollevazioni popolari hanno prevalentemente carattere “politico”, per il riconoscimento di diritti ed il mutamento delle forme di governo. Meno in evidenza –nel mondo antico – sono le lotte per le rivendicazioni economiche di categorie e gruppi di lavoratori. Eppure vi furono esempi di scioperi anche se non assimilabili alle agitazioni sindacali quali le conosciamo oggi. Il primo in assoluto fu quello degli “Operai delle Tombe Reali”, una categoria di maestranze che provvedeva alle tombe dei Faraoni nella Valle dei Re ed in quella delle Regine. Il loro lavoro era organizzato per squadre: prima entravano in azione i cavatori, seguiti dai disegnatori che tracciavano i contorni delle figure, quindi gli scalpellini che realizzavano i bassorilievi, i quali venivano colorati dai pittori; infine gli scribi provvedevano a trascrivere i testi geroglifici. Tali attività si svolgevano quasi in contemporanea, mano a mano che procedeva lo scavo. Questi artigiani alloggiavano con le loro famiglie in un villaggio a pochi chilometri dalla tombe, oggi noto col nome arabo di Deir el Medina, che –a sua volta- distava un paio di chilometri dalla Valle del Nilo. Gli operai avevano turni di lavoro di nove giorni, essendo la settimana egiziana di dieci giorni e pernottavano nei pressi delle tombe, senza rientrare quotidianamente al loro villaggio. Tutto ciò che necessitava alla vita nel villaggio, acqua compresa, doveva essere trasportato dalla Valle del Nilo a dorso di mulo, come pure la paga degli operai che era composta da beni di consumo, essendo sconosciuto agli antichi Egizi l’uso della moneta. Quando il faraone Ramsete III (che regnò all’incirca dal 1185 al 1154 a.C.), preso dalle guerre che stava combattendo, lasciò che i suoi funzionari trascurassero di approvvigionare e pagare gli operai di Deir el Medina per qualche settimana, questi scesero in sciopero e portarono la loro protesta in piazza, per le strade di Tebe. La sospensione nella realizzazione della sua tomba convinse il faraone a provvedere al ripristino del servizio, facendo rientrare l’agitazione dei lavoratori.

Un altro episodio è riportato dallo storico Tito Livio e risale al 311 a.C. Il collegio dei flautisti raggruppava tutti i suonatori di flauto che, oltre ad allietare le feste private, erano considerati indispensabili nella celebrazione delle cerimonie religiose e dei sacrifici cruenti in onore dei vari Dei dell’antica Roma, indispensabilità che derivava dalla religione degli Etruschi, pienamente adottata dai Romani per i loro culti. I flautisti avevano il privilegio di partecipare, con i sacerdoti, al banchetto che concludeva il culto, con le carni degli animali sacrificati agli Dei. Ma Appio Claudio Cieco (il Censore che realizzò la via Appia) ed il suo collega Gaio Plauzio, vietarono ai flautisti di partecipare al banchetto nel tempio di Giove Capitolino, che era il più sostanzioso che potesse capitare. Per protesta i flautisti cessarono di prestare il loro servizio sacro, abbandonarono Roma e si ritirarono a Tivoli. Su pressione del Senato romano, i Tiburtini cercarono di convincere i flautisti e rientrare nell’Urbe, ma non essendoci riusciti, attuarono uno stratagemma. Ogni famiglia di Tivoli, nel medesimo giorno, invitò un flautista immigrato ad allietare un banchetto, compensandoli con abbondanti cibi e bevande, riuscendo ad ubriacarli ed a farli cadere addormentati. Li caricarono sui carri e li portarono a Roma nottetempo, sicché quelli si risvegliarono nel Foro romano. Ma il collegio era sempre deciso a non cedere sulle proprie prerogative e così furono portate avanti lunghe trattative. Il potere contrattuale dei flautisti era tale che riuscirono a spuntarla: non solo furono confermate le loro prerogative, ma ebbero anche tre giorni di licenza (dal 13 al 15 giugno di ogni anno), una specie di carnevale di categoria, in cui potevano mascherarsi ed andare a far baldoria in giro per la città.

Oggigiorno, invece, basta una vittoria calcistica per ottenere la medesima licenza!

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