ABORTO: DIVIETO DI PAROLA

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Foto da radiospada.org

Da Avvenire del 18/12/2018 leggiamo e pubblichiamo: 

Nella vicenda di Monopoli, che ha suscitato attacchi e addirittura un’interrogazione parlamentare perché in un Liceo si era parlato di aborto, il vero problema sono la libertà di manifestazione di pensiero, il rifiuto di volgere lo sguardo sul figlio concepito, la scelta del linguaggio più opportuno per far riconoscere il valore della vita umana anche prima della nascita.

La linea da sempre scelta dal Movimento per la Vita per difendere il diritto alla vita e la dignità dei concepiti e, conseguentemente, per ridurre il numero degli aborti è espresso in due parole: chiarezza e amore. Chiarezza significa non tradire la verità, e la verità è che il figlio fin dal concepimento è un essere umano uno di noi, il più debole e povero come diceva santa Teresa di Calcutta. Amore significa evitare di ferire e di condannare; cercare di penetrare nelle coscienze più con parole e immagini affascinanti sulla meraviglia della vita umana che non con comportamenti capaci di far soffrire.

Detto questo bisogna ricordare che il filmato ‘Il grido silenzioso’, proiettato da un insegnante di religione a una classe di studenti del Liceo di Monopoli, è stato prodotto dal professor Bernard Nathanson che era un ginecologo impegnato a promuovere uno dei principali promotori della liberalizzazione dell’aborto negli Stati Uniti, e che nei suoi libri (in particolare ‘Abortion America’) si è dichiarato responsabile di decine di migliaia di aborti. Ma, inventato il sistema ecografico che consente di vedere il nascituro nel seno materno, Nathanson volle filmare un aborto al terzo mese di gravidanza e ne venne fuori il ‘grido silenzioso’ con la ‘conversione’ scientifica di Nathanson divenuto un tenace difensore del diritto alla vita dei concepiti. La logica del ‘grido silenzioso’ non è diversa dal tentativo di evitare il ritorno a discriminazioni razziali mostrando immagini e filmati di quanto è avvenuto nei campi di sterminio del secolo scorso.

Il vero problema è il rifiuto dello sguardo verso il figlio: egli deve essere ignorato per giustificare l’aborto e anzi per chiedere paradossalmente il riconoscimento di un ‘diritto’ fondamentale all’aborto. Per evitare questo sguardo si ricorre alla censura, persino con metodi violenti e anche quando lo sguardo è sollecitato attraverso l’offerta di aiuto e di condivisione dei problemi di una donna che incontra difficoltà nella gravidanza. Ne sono riprova le contestazioni della delibera del Consiglio comunale di Verona che ha deciso di sostenere realtà che con la collaborazione delle madri aiutano i loro figli a nascere e le successive aspre manifestazioni a Milano e ad Alessandria quando è stata proposta una delibera analoga a quella di Verona. Si vorrebbe non ascoltare la voce di chi, appellandosi a scienza e ragione, realizza il progetto secondo cui «le difficoltà della vita non si superano sopprimendo la vita, ma superando insieme le difficoltà».

Il vero problema dunque è la libertà di manifestazione del pensiero, fermo restando che è importante dialogare con tutti e penetrare nelle coscienze di donne e uomini parlando della bellezza della vita umana, tanto che il filmato più usato si intitola ‘Vita umana prima meraviglia’, che tutti i giovani dovrebbero conoscere.

Marina Casini Bandini