“Minoranza” cristiana in Libano? (Il Corriere del Sud, n°4/2007, 15/31 marzo, pag.27)

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guney_beyrut_3.jpg Il Libano ha rappresentato un mirabile esempio di ingegneria costituzionale che ha garantito la pacifica e fruttuosa convivenza fra fedi diverse, principalmente fra Cristiani e Musulmani.

Lo scrittore libanese Camille Tawil nel frontespizio del suo libro “Libano, persecuzione e resistenza”, scrive: “Il mondo arabo, quindi il mondo islamico, non può concepire un Libano non musulmano. Alcune fazioni musulmane libanesi, spinte da alcuni Paesi arabi, hanno chiesto pubblicamente la conversione dei cristiano-libanesi all’Islam. E’ la legge. E’ il dogma. E’ il Corano. Bisogna obbedire alla legge di Allah e non a quella degli uomini. In questo ambito non si discute, chi osa farlo diventa automaticamente un infedele. Il cristiano del Libano, e in modo particolare il maronita, si è sempre trovato di fronte ad una scelta drammatica: riconoscere il Corano, oppure sfoderare la spada per difendere il Vangelo. In ogni secolo della sua lunghissima e durissima storia il cristiano libanese ha dovuto, più volte, difendere la propria libertà, la propria dignità, il proprio onore. Ha dovuto, suo malgrado, abbinare sempre spada e Vangelo. La comunità cristiana del Libano non è dunque alla sua prima prova e non sarà di certo all’ultima. E’ già abituata al sacrificio. La determinazione a resistere circola ormai come sangue nelle vene. La storia si ripete, finchè la geografia non cambia“.
Nonostante ciò, nonostante tutto, dal 1943 al 1975 il Libano ha comunque rappresentato un mirabile esempio di ingegneria costituzionale, che ha garantito la pacifica e fruttuosa convivenza fra fedi diverse, e principalmente fra Cristiani e Musulmani.
Tutto ebbe inizio nel 1943 con il “Patto nazionale”, durato fino al 1975.
Il “Patto nazionale”, nato dopo l’indipendenza dalla Francia come pragmatico accordo istituzionale tra i principali leader libanesi del tempo, ripartiva in modo equanime le cariche pubbliche fra le diverse confessioni religiose: ad un cristiano-maronita spettava la presidenza della Repubblica; il Primo Ministro doveva essere scelto fra i Musulmani di credenza sunnita; il Presidente del Parlamento era previsto fosse un musulmano sciita; druso il Vice-comandante in capo dell’esercito. Verso la fine degli anni ’70 l’arrivo in massa di circa 400.000 Palestinesi, in fuga da Israele, ha contribuito allo sconvolgimento degli equilibri demografici ed istituzionali. La fortissima alleanza fra i Palestinesi (armati e costantemente in lotta contro Israele) e le varie fazioni musulmane, con la benedizione della sinistra libanese (anche cristiana!), svuotò di fatto le istituzioni nazionali di ogni potere, tanto che l’allora Presidente della Repubblica invocò l’intervento siriano con l’illusione di poter ristabilire l’ordine. Di fatto l’armata siriana sostenne e rinsaldò le fila dei Musulmano-Palestinesi, costringendo i Cristiani, che fino ad allora costituivano circa la metà della popolazione, a rifugiarsi in enclaves sempre più piccole. Ma anche di là essi furono cacciati e attaccati. Poi, nel 1991, in concomitanza con la guerra del Golfo, in cambio dell’acquiescenza siriana all’intervento americano contro Saddam Hussein, il Libano è stato trattato come merce di scambio, diventando a tutti gli effetti un protettorato di Damasco. Le truppe siriane hanno così occupato stabilmente il Paese fino al 2005 (nonostante gli Israeliani già dal 2000 si fossero ritirati dal sud del Paese): fino cioè all’assassinio dell’ ex primo ministro Rafic Hariri, un miliardario sunnita insofferente alla soffocante presenza siriana. Hariri aveva tentato di dare attuazione alla risoluzione n° 1559 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che condannava l’occupazione del Libano da parte di Damasco. Gli stessi Cristiani fino ad allora avevano potuto conservare cariche istituzionali puramente di facciata, e solo a patto di essere uomini di assoluta fedeltà ai padroni siriani. Rafic Hariri il 14 febbraio 2005 fu assassinato con il sistema della solita autobomba, azionata da terroristi legati ai servizi segreti filo-siriani. Ma ciò ebbe la conseguenza di accelerare il processo di liberazione, invocato tanto dalla maggioranza dei Sunniti moderati che dalla popolazione cristiana, oramai ridotta a circa il 40%. Il Libano, secondo stime approssimative delle Nazioni Unite, ha quasi 4 milioni di abitanti. Prima dell’inizio della guerra civile (1975-1990) la popolazione si divideva ugualmente fra famiglie cristiane e musulmane. Oggi i Cristiani sono meno del 40%, forse appena il 35%. Sono emigrati in massa: chi negli Stati Uniti, chi in Australia, chi in Europa
Anche sotto la spinta dell’opinione pubblica internazionale, i Siriani a fine aprile del 2005 furono dunque costretti a ripiegare. Nelle successive elezioni (maggio-giugno 2005) i partiti ad essi legati, e principalmente gli Sciiti di Amal e gli Hezbollah, sono risultati minoritari nello scenario politico libanese. Nonostante ciò Hezbollah, con l’appoggio di Siria e Iran, ha di fatto continuato ad essere uno Stato nello Stato, fino a provocare la crisi politica e militare con Israele nell’estate del 2006. In tali difficili condizioni, politiche ed economiche, c’è da chiedersi che fine farà la presenza cristiana nella Nazione dei cedri…
Roberto Cavallo

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