ASIA: MINORANZE CRISTIANE IN PERICOLO (L’Ora del Salento, 1 novembre 2008, pag. 11)

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OSSERVATORIO GEO-POLITICO

(a cura di Roberto Cavallo)

Qui nell’Aceh, come in Arabia Saudita o in Iran, la polizia religiosa – wilayatul hisbah, che significa “pattuglia del vizio e della virtù” –controlla la corretta applicazione della sharia. Dal 2006 in poi la polizia religiosa ha chiuso vari saloni di bellezza, arrestando le ragazze che vi indossavano jeans o T-shirt e gli uomini sorpresi a farsi tagliare i capelli dalle donne.

In Indonesia su una popolazione di 245 milioni di abitanti i musulmani costituiscono l’88%. Il Paese è tuttora improntato al nazionalismo e al laicismo ereditato dai tempi di Suharto; ma negli ultimi anni l’influenza dei partiti religiosi di ispirazione musulmana si è fatta via via crescente. Il caso eclatante, come si è visto, è la provincia di Aceh, dove ormai vige la sharia; ma anche nel resto del Paese si respira un diverso clima politico. Se in passato un non musulmano poteva occupare cariche di rilievo (governatore della banca centrale, capo delle forze armate, ministro) oggi questa eventualità si è fatta più improbabile. Il dibattito politico per introdurre la poligamia è diventato acceso. Dal 2002 il terrorismo islamico ha colpito con inusuale violenza centri importanti, come Bali e Giacarta. Sulla scia di attentati ed omicidi, nel 2005 anche tre studentesse cristiane furono uccise a Poso, nell’isola di Sulawesi, pagando con la vita l’escalation fondamentalista. L’omicidio delle tre studentesse cristiane è il sintomo della persistente ostilità che vari gruppi militanti islamici manifestano nei confronti delle minoranze religiose. Ma anche il governo nazionale spesso non ha offerto segnali incoraggianti. Il quotidiano “Repubblica” del 21 settembre 2006 riportava la notizia dei tre cattolici fucilati nella provincia indonesiana di Sulawesi. Erano stati condannati a morte nel 2001 con l’accusa infamante di aver capeggiato l’anno precedente un attacco ad una scuola islamica di Poso in cui erano stati uccisi oltre 200 musulmani. Il sanguinoso episodio era avvenuto in un periodo di violenti scontri tra le due confessioni religiose. Secondo diverse organizzazioni umanitarie, in realtà l’iter giuridico che ha portato alle sentenze di condanna è stato viziato da varie irregolarità, quali testimonianze non ascoltate e prove non accettate. Un funzionario di polizia trinceratosi dietro l’anonimato ha riferito che Fabianus Tibo, Marianus Riwu e Dominggus Silva sono stati giustiziati nei pressi dell’aeroporto di Palu, capoluogo della provincia. In un primo momento l’esecuzione era stata fissata per agosto, ma all’ultimo momento fu rinviata per le manifestazioni inscenate da migliaia di indonesiani e per un appello lanciato da Papa Benedetto XVI. Il presidente Susilo Bambang Yudhoyono ha respinto la richiesta di grazia avanzata dai tre condannati, che avevano invocato clemenza. Padre Federico Lombardi, direttore della sala Stampa del Vaticano, si è detto sgomento per la notizia dell’esecuzione: “E’ una notizia tristissima e dolorosa. Ogni volta che viene eseguita una pena capitale è una sconfitta per l’umanità. Spiace che gli sforzi fatti da varie organizzazioni, tra cui anche Sant’Egidio, non abbiano avuto successo. Anche il Papa era intervenuto con un appello“.

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