DOPO LA DE MARI CONDANNATO ANCHE GANDOLFINI. LIBERTA’ DI OPINIONE A RISCHIO

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Dopo la Dott.ssa De Mari, condannata per diffamazione dal tribunale di Torino perché aveva “osato” sostenere che l’omosessualità è contro natura e che «il movimento Lgbt vuole annientare le libertà di opinione”, adesso ci prova il tribunale di Verona, che lo scorso 10 giugno ha condannato Massimo Gandolfini, portavoce del Comitato “Difendiamo i nostri figli” e organizzatore del Family Day, per aver “diffamato” l’Arcigay.

Il giudice ha condannato Gandolfini a pagare 40.000 euro di multa!

I fatti a cui la sentenza fa riferimento avvennero nel 2015, quando, durante un intervento pubblico, Gandolfini avrebbe sostenuto che tra le 58 identità di genere approvate da Arcigay e tra cui era possibile optare su Facebook per connotare il proprio profilo, vi fosse anche la pedofilia.

A margine, il Centro Studi “Rosario Livatino” con una nota del giorno successivo (11/06/2019), ha così commentato la vicenda: “Non entriamo nel merito della sentenza che ieri ha ritenuto la responsabilità per diffamazione del prof. Massimo Gandolfini, in attesa di leggerne le motivazioni. Osserviamo però che:

  1. resta sospesa la soluzione del necessario bilanciamento fra “l’ingerenza giudiziaria”, frutto di una “pressione sociale”, e una manifestazione di pensiero, cui ha richiamato di recente la sezione I della Corte EDU (sent. 7/03/2019 Sallusti c. Italia, ric. 22350/13). Tale decisione ha condannato l’Italia per una pronuncia per diffamazione a carico di un giornalista italiano, ravvisando il contrasto con l’art. 10 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che tutela la libertà di espressione: essa appare contraddetta dalla sentenza a carico del prof. Gandolfini;
  2. ha invece conosciuto un’accelerazione la sequenza di processi e di condanne nei confronti di esponenti del mondo pro family;
  3. non si ha notizia di iniziative giudiziarie o di condanne nei confronti di coloro che turbano lo svolgimento di iniziative pubbliche pro family e pro life, interrompendole e impedendo ai relatori di parlare, né – per restare alla figura del prof. Gandolfini – nei confronti di chi esibisce in tali circostanze immagini o scritte di esecuzioni capitali.

Non è rassicurante che si possa impunemente incitare all’eliminazione fisica di un uomo perché difende la vita e la famiglia, e che al tempo stesso quella persona sia condannata per l’esposizione pubblica di idee contestate evocando il cappio.”.