IL DISPREZZO DELLE RADICI (di Marco Invernizzi)

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«Che cosa è successo perché si arrivasse ad accettare o addirittura spesso a promuovere l’abbattimento delle statue di Colombo e Churchill, considerandoli dei gaglioffi impresentabili? A pensare che insegnare l’opera di Omero, di Dante e di Shakespeare, o eseguire la musica di Mozart costituisse una discriminazione offensiva verso chi ha un colore della pelle diverso dal bianco?». Queste parole di Ernesto Galli della Loggia compaiono il giorno di Pasqua in un editoriale del Corriere della Sera.

Il disprezzo delle radici non è una novità. Mezzo secolo fa al liceo ho avuto un professore di italiano che non si sedeva sulla cattedra perché bisognava rompere il concetto docente-discente su cui si fonda la civiltà cristiana occidentale, gerarchica e sacrale. L’espressione più significativa di quella civiltà era la Divina Commedia, in particolare il Paradiso, sempre per il citato docente: andava quindi messa da parte. Pochi anni dopo, all’Università (Cattolica, fra l’altro) andava di moda la de-ellenizzazione, cioè il rifiuto delle radici greche della filosofia cristiana: era un modo per sbarazzarsi di Platone, di Aristotele e soprattutto di san Tommaso d’Aquino, in pratica della metafisica.

Eravamo nel pieno del Sessantotto, e si sono visti i risultati di una vera e propria aggressione culturale alle radici della cultura occidentale. 50 anni dopo il danno è fatto. Ha ragione Galli della Loggia a indicare nella trasformazione della scuola uno degli aspetti più importanti di quella rivoluzione antropologica cominciata a metà del secolo scorso, quando «diritto ed economia presero a sostituire il vecchio impianto a base storico-umanistica, divenendo sempre più il cuore del percorso formativo». Il risultato, secondo l’editorialista del Corsera, è «la crassa ignoranza della storia — innanzi tutto della propria storia», ma anche quello che non si dovrebbe mai fare, giudicare il passato con le categorie del presente.

Qualcuno sta reagendo. Non solo Galli della Loggia, che comunque è un segno importante su cui riflettere. Per esempio, sempre sul Corriere Massimo Gramellini, l’1 aprile, si chiede: «esisterà pure un luogo dell’universo che la “cancel culture” non abbia ancora contaminato». Giulio Meotti, giornalista del Foglio, ha dato notizia della reazione di diversi intellettuali francesi (Remi Brague, per esempio) contro la cancel culture che negli USA sta diffondendo l’idea che non si debba più insegnare la storia dell’antichità. Ogni reazione contro il “politicamente corretto” va sostenuta, se a sua volta non diventa un’ideologia contraria a un’ideologia mostruosa. Ma non è più sufficiente.

Occorre inchinarsi su questo mondo ferito da mezzo secolo di devastazione culturale, soprattutto su chi è nato molti anni dopo il 1968 e ne ha interiorizzata la cultura. Ognuno di loro è una persona ferita e va aiutata a ricostruirsi, con verità, amore e pazienza. Certamente occorre denunciare questo suicidio culturale che domina l’Occidente, ma soprattutto serve un grande impulso ideale per una cultura che ricordi la necessità delle radici, ma sappia presentarle in modo comprensibile all’uomo ammalato del nostro tempo. Una nuova evangelizzazione insomma, soprattutto della cultura, capace di accostare gli uomini feriti del nostro tempo. Perché soltanto uomini “convertiti” potranno convertire e restituire speranza al nostro tempo in preda alla disperazione.

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