IL KAZAKISTAN E IL GRANDE MIRACOLO (di Guido Verna – 2^ parte)

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I polacchi nei “campi” kazaki

Il 23 agosto 1939 Molotov e Ribbentrop firmarono a Mosca il Patto di non aggressione. Il 17 settembre, meno di un mese dopo, l’Unione Sovietica attaccò la Polonia.

Come è raccontato nel Libro nero del comunismo, «[…] l’intervento sovietico trovò poca Resistenza: i sovietici catturarono 230.000 prigionieri di guerra, fra i quali 15.000 ufficiali. […] All’epoca l’operazione di “pulizia” compiuta dall’NKVD era già molto avanzata.

Il primo bersaglio erano i polacchi, che furono arrestati e deportati in massa come “elementi ostili”; i più esposti erano i proprietari terrieri, gli industriali, i commercianti, i funzionari, i poliziotti e i “coloni militari” […] che avevano ricevuto dal governo polacco un lotto fondiario nelle zone di frontiera come ricompensa per il servizio militare prestato nella guerra del 1920 tra Polonia e URSS. Secondo le statistiche del dipartimento del gulag relativo ai coloni speciali, tra il febbraio del 1940 e il giugno del 1941 furono deportati come coloni speciali verso la Siberia, il Kazakistan, la regione di Arcangelo e altre zone remote dell’URSS 381.000 civili polacchi, provenienti soltanto da territori incorporati nel settembre 1939».

Va ricordata, in particolare, la deportazione dell’aprile 1940, perché «[…] fu strettamente connessa al massacro di Katyn. Allora i sovietici deportarono in Kazakistan circa 61.000 familiari di soldati polacchi, carcerati negli speciali campi di prigionia, ubicati a Juchnów,  Kozelsk, Kozielszczyzna, Oranki, Ostaškov, Putywl e Starobelsk. La maggior parte di essi erano donne, bambini e anziani che risiedevano nelle città, perciò totalmente impreparati ai pesanti lavori nell’agricoltura e nell’industria. Considerando i criteri di selezione seguiti per le deportazioni, si può avere un’idea chiara della sua stessa portata: i sovietici scelsero di condannare i prigionieri a morte sicura, affinché, in futuro, essi non rivendicassero i loro familiari, ossia i militari già uccisi dei campi di concentramento. In questo consisteva il piano sovietico di “scaricamento” dei campi di Kozelsk, Ostaškov e di Starobelsk, con insieme il tentativo di eliminare progressivamente le famiglie degli ufficiali uccisi».

I treni delle deportazioni si riempirono, dunque, di decine di migliaia di polacchi, per moltissimi dei quali il “biglietto”, come abbiamo visto, aveva per destinazione finale il Kazakistan (dopo la sua indipendenza, oggi ce ne sono ancora più di 30.000…).

Furono “scaricati” nella steppa – erano per lo più «donne, bambini e anziani che risiedevano nelle città»! – e fu ordinato loro di costruirsi un villaggio!

Ma le sofferenze dei polacchi erano cominciate già dall’aprile del 1936, quando il Consiglio dei commissari del popolo aveva deciso di “trasferire” in Kazakistan 36.000 polacchi dalle regioni di frontiera dell’Ucraina. L’accusa? Si trattava di «elementi infidi»!

I deportati vissero in tenda la prima estate, poi, per proteggersi dal terribile freddo dell’inverno kazako, riuscirono a costruirsi miseri rifugi di fortuna, i cosiddetti ziemlyankas. In quello stesso anno fondarono alcuni villaggi tra cui, al Nord della nuova “patria”, Jasna Polana, Zielony Gaj, ma soprattutto Oziornoje, che, da allora in poi, non potettero più lasciare senza il permesso delle autorità.

Ad ogni polacco era stato concesso di portare con sé solo poche cose, poco di più degli abiti che aveva addosso; ma i “deportatori” non riuscirono ad impedire che i “deportati” portassero dentro di sé, nel loro cuore, tutta la loro grande e profonda fede…

E il vento che staffilava le steppe kazake cominciò a spargere le loro preghiere e a seminare i grani dei loro Rosari in quelle «terre inumane» …

 

2- continua