LA CINA CONQUISTA IL CONTINENTE NERO (Corriere del Giorno, 17 agosto 2008, pag. 5)

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Cecilia Brighi, Irene Panozzo e Ilaria Maria Sala sono tre specialiste di Africa ed Estremo Oriente. Dall’incrocio delle loro professionalità (nel sindacato, nel giornalismo, nella tutela dei diritti umani) è nato un volum e ch e invita alla riflessione, assolutamente da non perdere per tutti i cultori di geopolitica e di Africa in particolare. Il titolo del libro è “Safari cinese. Petrolio, risorse, mercati. La Cina conquista l’Africa” (ObarraO Edizioni, Milano, 2007, pagg. 108, euro 12,50).

Non c’è giorno che passi che non si parli di Cina, ma come viene ricordato in retrocopertina questo è il primo volume che tematicamente si occupa di politica estera in Africa della Repubblica Popolare cinese. Un argomento non di poco conto. Leggendo le pagine del libro si scopre che siamo dinanzi a qualcosa di assolutamente nuovo, che solo pochi analisti politici hanno colto nella sua reale dimensione. E’ una specie di domino, una lenta ma inesorabile partita che Pechino sta giocando sulla scacchiera continentale dell’Africa. Grazie a tale strategia fra qualche anno la Cina potrebbe dare scacco matto sullo scenario geopolitico mondiale, quando ormai sarà troppo tardi intervenire per chiunque altro.

Come data iniziale di questo processo le tre studiose suggeriscono di prendere in considerazione il mese di novembre 2006; data non casuale perché corrispondente al 50° anniversario dei primi rapporti ufficiali fra un Paese del continente africano – l’Egitto di Nasser – e la Cina dell’allora presidente Mao.Da allora iniziò a farsi strada quella forma di “socialismo africano” che guardava volentieri ad Est, con Mao che si atteggiava, più degli stessi sovietici, a paladino dei paesi del terzo mondo.

Il 4 e il 5 novembre del 2006 i capi di Stato e di governo dei 48 paesi africani che hanno relazioni diplomatiche con la Cina Popolare si sono riuniti a Pechino per il summit del Forum per la Cooperazione fra la Cina e l’Africa (FOCAC). Fu l’occasione (ma molte altre ne seguiranno) per stipulare massicci accordi di cooperazione bilaterali e multilaterali, nonché per consentire alle grandi imprese cinesi di stipulare contratti con le corrispettive africane.

Nella diplomazia della mano tesa verso l’Africa rientrano attività quali la remissione del debito e perfino la corresponsione di somme a fondo perduto per sostenerne lo sviluppo. Fiumi di denaro, poi,vengono concessi ai governanti africani a titolo di prestito, mentre accordi e contratti dalle cifre astronomiche hanno per oggetto lo sfruttamento delle materie prime e delle fonti energetiche, nonché l’accesso ai mercati per lo sbocco delle merci a basso costo (anche se povero, quello africano è comunque un appetibile mercato da 800 milioni di persone). Infrastrutture, palazzi governativi e strade da costruire: la “macchina da guerra” cinese ha quasi spazzato via la concorrenza europea – Italia compresa –, tenuta a rispettare molteplici norme (ambientali e di sicurezza), leggi nazionali e contratti collettivi di lavoro dei Paesi di appartenenza.

La presenza cinese in Africa è soprattutto economica, ma di fatto ha pesanti risvolti politici e diplomatici.

C’è da chiedersi: la diplomazia della mano tesa, fatta di una reclamizzata remissione del debito e di enormi prestiti, è davvero disinteressata?

La principale imputazione che il presidente della Banca Mondiale, Paul Wolfowitz, muove alle banche cinesi è di non applicare l’Equator principle, il codice di condotta approvato nel 2003 dalla Banca Mondiale ed adottato dall’80% delle banche commerciali del mondo. Tale codice prevede l’adeguamento legislativo dei Paesi che usufruiscono di aiuti economici a determinate norme sul piano sociale ed ambientale (pag. 19).Ma anche l’Ocse, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, imputa alla Cina un comportamento poco trasparente: “Di fatto il gigante cinese ha meno obblighi internazionali, dal momento che rifiuta ancora oggi la ratifica di molte convenzioni e patti dell’ONU e dell’ILO, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro” (pag. 90). In pratica il rischio è che si ripeta in Africa quanto già accade in gran parte della Cina, dove lo sfrenato sviluppo minerario ed industriale si accompagna a gravissime forme di inquinamento – per ammissione delle stesse autorità cinesi – e ad un marcato sfruttamento dei lavoratori. In Zambia, per esempio, per ogni lavoratore locale ci sono almeno quindici lavoratori cinesi, con un salario che non va oltre i 50 dollari al mese. Tutto ciò spinge i salari verso il basso e aggrava la crisi delle manifatture locali, che a causa delle produzioni cinesi hanno perso, negli ultimi anni, 250.000 posti di lavoro nel solo settore tessile. Senza contare le pessime condizioni di sicurezza sul lavoro, specialmente nel settore minerario. L’Ocse si rende inoltre conto “…che la fame di materie prime e la spinta a pompare le economie africane verso una crescita monosettoriale non solo impediscono di fatto una necessaria diversificazione, ma fanno anche crescere a dismisura settori che assorbono poca occupazione e rendono le economie dipendenti dall’altalena dei prezzi delle materie prime, come quello petrolifero e minerario” (pag. 94).

Un serio pericolo, paradossalmente, è costituito dall’abbondanza dei prestiti cinesi, che manda all’aria in un sol colpo la politica occidentale tesa a condizionarne la concessione al raggiungimento di certi standard minimi di trasparenza politica ed amministrativa. La politica dei prestiti è una medaglia a due facce: secondo un sito della Banca Mondiale (pag. 19) i governi africani sarebbero seduti su una bomba ad orologeria, costituita dalla nuova trappola del debito che prima o poi scoppierà. Pechino, d’altronde, ha l’impellente necessità di utilizzare le enormi riserve di valuta estera presenti nelle sue banche, riserve che da sole sono ormai pari al 37% del proprio PIL, superando i mille miliardi di dollari. Né bada – più di tanto – a ritorni economici di breve termine.

Così il regime comunista cinese elargisce non guardando in faccia a nessuno: se ciò in apparenza può sembrare segno di apertura e di disinteresse, di fatto serve a mantenere al potere personaggi come Mugabe nello Zimbabwe, o dittature come quella in Eritrea, o regimi che impiegano armamenti cinesi per realizzare politiche di pulizia etnica. In proposito il caso del Darfur è il più eclatante, ma non è il solo. Il 65% di tutto il petrolio sudanese viene esportato in Cina; in cambio arrivano armi che in questi ultimi anni hanno contribuito a mietere non meno di 200.000 vittime fra la popolazione del Darfur.

Nel suo Rapporto del giugno 2006 Amnesty International sottolinea come le vendite di armi cinesi a Paesi quali lo Zimabwe, il Congo, il Sudan e il Ciad hanno reso più gravi i conflitti in quelle regioni. Anche Angola e Nigeria contribuiscono a placare la grande sete petrolifera di Pechino; la Nigeria ha ricevuto in cambio sistemi per censurare Internet (il governo cinese è forse il massimo esperto mondiale in materia) e sistemi per controlli elettronici ad uso della polizia. In generale vengono sovvenzionati regimi palesemente corrotti. Ma a Pechino non importa. Anzi: la Cina pretende per sé le medesime condizioni “di non ingerenza nei fatti interni”. Così all’ONU e negli altri forum internazionali nessun Paese africano può esprimersi sulla politica cinese in tema di diritti umani. E soprattutto, per aver accesso ai prestiti e ai finanziamenti a fondo perduto, Pechino chiede di rompere i rapporti diplomatici con Taiwan, l’isola che fin dal 1949 fu rifugio dei nazionalisti cinesi in fuga dal comunismo. Isola che la Repubblica Popolare di Cina non vede l’ora di annettere, e che minaccia di distruzione in caso di auto-proclamata indipendenza.

Con tale pretestuosa politica “amichevole” verso l’Africa, coronata da aulici proclami terzomondisti ed anti-occidentali, all’insegna della fratellanza antimperialista, la Cina si è guadagnata il favore di quasi tutti i governi africani. Di fatto Pechino si propone come portatrice “…di un modello di sviluppo alternativo che coniugherebbe un forte autoritarismo politico a un quasi totale laissez-faire imprenditoriale. Una formula che piace molto ai vari governi autoritari che si possono trovare sia nella regione sia altrove: in Africa per l’appunto.” (pag.53). Tutto ciò non solo consente al colosso asiatico di svolgere un ruolo geopolitico primario, uguagliando la Francia e surclassando Stati Uniti e Gran Bretagna, ma soprattutto gli garantisce una fonte sicura- per gli anni a venire – di approvvigionamenti energetici di prim’ordine, in un mondo che giorno dopo giorno ne diventa più povero ed affamato. La caccia grossa della Cina in Africa è aperta …

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