NAVAL’NYJ E LA MORTE DELL’ANIMA RUSSA

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Dal sito asianews.it il commento di don Stefano Caprio:

“Nell’ultimo video di Aleksej Naval’nyj – trasmesso in rete dai suoi avvocati subito dopo l’improvvisa morte “durante una passeggiata” nell’ameno lager dell’estremo nord – si vede il grande oppositore di Vladimir Putin che interviene on-line all’ultima seduta dei suoi innumerevoli processi, con il suo stile energico e gioviale di sempre, apparendo come il vero padrone della situazione di fronte alla meschinità di giudici e accusatori.

Questo era il vero carisma di Aleksej, il dissidente più amato e popolare dell’era putiniana, fin da quando guidava le masse di manifestanti e di giovani per le strade di Mosca e di tutta la Russia, a cominciare dalla rielezione di Putin nel 2012 e per tutti questi anni di rovina neo-staliniana della vita nella società russa. Era un uomo pieno di vita e di passione, di umorismo e capacità di adattarsi anche alle condizioni più dure. Più che le sue idee e i suoi programmi, criticabili e confusi per molti aspetti, contava la sua anima, l’anima russa morta improvvisamente nel gelo invernale. (…)

Il martirio scelto da Naval’nyj, tornato in patria dopo essere stato avvelenato, ben sapendo come sarebbe andata a finire, lo accosta perfino a un santo martire come il metropolita di Mosca Filipp II che si rifiutò di benedire le stragi di Ivan il Terribile, per essere infine strangolato nella cella monastica dove era stato rinchiuso. Anch’egli era sopravvissuto a precedenti tentativi di assassinio, come quando gli mandarono in cella un orso feroce che egli seppe ammansire, testimoniando la grandezza dell’anima di fronte alla spietatezza dei potenti.

A uccidere il metropolita a mani nude fu il capo della Opricnina Maljuta Skuratov, il capostipite delle polizie politiche russe, dalla Okhrana zarista alla CeKa-Nkvd-Kgb-Fsb, di cui l’ultimo erede è proprio Vladimir Putin.

Altri esempi possono rendere ancora più evidente questo tragico quadro storico di un’anima tante volte annientata che tenta ogni volta di risorgere come un’Araba Fenice, lo Žar-Ptitsa della letteratura e della musica russa. Perfino nella più antica letteratura della Rus’ di Kiev, il vero capolavoro è il Canto della Schiera di Igor, che celebra il sacrificio di un giovane principe che si lancia nella riscossa contro i popoli invasori dell’Asia, i Peceneghi e i Khazari prima ancora dei Tatari, ben sapendo di andare incontro alla morte. È la Russia sconfitta che dimostra l’inconsistenza delle pretese di dominio e di impero, è la Russia di Naval’nyj che mette a nudo la vergogna del Mondo Russo di Putin.

Come scrive un commentatore sul canale Telegram Rodina slonov (“La patria degli elefanti”, un epiteto che veniva attribuito all’Unione Sovietica fin dai tempi di Stalin), “… l’assassinio di Naval’nyj da parte di Putin significa la fine di un’intera epoca nella storia recente della Russia, il periodo del governo autoritario di Putin. La lotta di Naval’nyj con il regime putiniano è stato il simbolo di questa epoca, che dava speranza in un cambiamento della Russia, che potesse cambiare strada e non finire nel nulla… il suo assassinio è l’ultimo chiodo fissato sul coperchio della bara della Russia. È finita l’epoca autoritaria, è cominciata quella totalitaria, che si concluderà con la disgregazione dell’intero Paese”.

Il fatto che la morte di Naval’nyj, già denominata anche “operazione speciale Trombo” in riferimento alla sorprendente trombosi durante l’ora d’aria a venti gradi sottozero, sia considerata un assassinio deliberato, non si riferisce in realtà a elementi concreti che facciano sospettare di azioni violente o velenose, come il Novicok trovato nel suo sangue dai medici tedeschi nel 2020.

È tutta la trafila di arresti, carcerazioni, condanne e trasferimenti che indica la volontà di annientarlo, di metterlo a tacere, di liberarsi da qualunque fastidio all’onnipotenza della casta e alla sua protervia nelle repressioni e nelle invasioni.

Non stupisce neppure la coincidenza con l’ultimo mese esatto prima della rielezione sacrale dello zar, vista la mania di Putin per le date simboliche, dal 16 febbraio al 16 marzo, come del resto fu simbolica anche la data dell’esplosione dell’aereo di Prigožin, due mesi esatti dopo la marcia sul Cremlino della compagnia Wagner. Qualcuno pensa addirittura che si volesse a tutti i costi evitare di inserire Naval’nyj negli scambi di prigionieri tra la Russia e l’America, con una trattativa già in corso per darlo insieme al giornalista americano Evan Gershkovich, in cambio del russo Vadim Krasikov che aveva ucciso il comandante ceceno Zelimkhan Khangovšili, un’operazione a cui il giornalista americano Tucker Carlson aveva accennato nell’intervista a Putin di qualche giorno fa.

Naval’nyj è morto ufficialmente alle 14.17, e la notizia è stata diffusa con un comunicato stampa dell’amministrazione penitenziaria alle 14.19, per girare sui canali della Tass alle 14.20, annunciando alle 14.23, sei minuti dopo la morte, la “verosimile formazione di un trombo”, senza alcuna autopsia o conferma di medici competenti.

Il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, ha commentato la “spiacevole notizia” alle 14.30, meno di un quarto d’ora dopo la morte. Il cronometraggio ufficiale, e non le supposizioni dei malvagi occidentali, dimostrano che si è trattato veramente di un’operazione pianificata e concordata ai massimi livelli, fino ai minuti secondi, con comunicati già pronti e stampati.

Putin non si farà ovviamente alcuno scrupolo nel negare ogni tipo di evidenza, ciò che rappresenta la sua migliore capacità professionale fin dai tempi del Kgb, ma non c’è modo di occultare un crimine di portata così clamorosa, tanto che in tutta la Russia sono in corso manifestazioni spontanee di grande partecipazione emotiva, segno che nel fondo dell’anima dei russi si conserva ancora la fiammella di Naval’nyj.

Certo, non ci si può aspettare che la solidarietà dei manifestanti, peraltro subito repressa dalla polizia, possa andare al di là delle montagne di fiori accumulate sopra il monumento alle vittime di Stalin. Il martirio di Naval’nyj, pur capace in anni passati di portare sulle strade centinaia di migliaia di persone, non provocherà una rivolta contro il regime totalitario putiniano, destinato a durare chissà per quanto tempo ancora. Come sempre nella storia russa diventa determinante il “fattore atmosferico”: la primavera è sempre troppo breve rispetto all’inverno senza fine, il “disgelo” lascia il posto alla “stagnazione”.

Con la scomparsa del grande oppositore, scompare definitivamente anche la consistenza reale del dittatore, dato anch’egli per morto o moribondo già molte volte, e ora evidentemente privo di ogni soffio di vita umana. Rimane al suo posto un’anonima genia di esseri senza volto, come avveniva ai tempi del Politburo sovietico, che erano guidati da un Leonid Brežnev imbalsamato, per fondersi idealmente con la mummia di Lenin sul mausoleo della piazza Rossa.

Non che manchino personaggi russi in grado di rappresentare degnamente un’alternativa politica e ideologica, qualche centinaio di detenuti politici tra cui spiccano personalità di alto livello come Vladimir Kara-Murza, Ilja Jašin e tanti altri. Per non parlare delle migliaia di russi attivi nel dibattito sul futuro del Paese dall’esilio, come il primo vero avversario di Putin, Mikhail Khodorkovskij, sopravvissuto a un decennio di lager solo perché lo zar pensava di non aver più nulla da temere, o il campione di scacchi Garri Kasparov e altri ancora, tra cui tanti seguaci dello stesso Naval’nyj e sua moglie Julia, che ha ricevuto la notizia della morte durante la conferenza di Monaco sulla sicurezza. Il futuro della Russia è ancora tutto da vivere, nonostante la scelta di morte a cui è stata condannata dal Cremlino.

Naval’nyj era un cristiano, che leggeva il Vangelo nel lager come tanti altri martiri prima di lui. Il suo destino richiama alla mente i personaggi di uno dei grandi romanzi di Dostoevskij, Delitto e Castigo: l’assassino Raskol’nikov, che giustificava il suo crimine credendosi un superuomo, alla fine viene condannato e inviato alla pena in Siberia. Lo accompagna la giovane Sonja, che era stata costretta a prostituirsi dalla violenza del padre e della società intera, e insieme al suo amore gli dona un Vangelo, per insegnargli a soffrire per la salvezza della sua anima, e per quella del mondo intero.”.