NELLE PIEGHE DELLA STORIA. VECCHIE BARZELLETTE, ANZI… ANTICHE (di Claudio Tescari)

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4Nelle librerie, sulle bancarelle o nelle edicole dei giornali è normale vedere libri di barzellette, antologie di storielle umoristiche, alcune nuove, altre già note, non tutte divertenti. Molti comici italiani hanno basato il proprio successo, specialmente in teatro, sulla loro bravura nel raccontare storielle, colmi, freddure, alcuni puntando sulle barzellette “a raffica”, come Gino Bramieri –il più grande- o Carlo Dapporto, oppure facendo leva sulla propria abilità di “raccontatore”, come Walter Chiari. Ebbene, di libri di barzellette ne furono scritti anche nell’antichità classica, dato che alcuni scrittori greci e latini ne ricordano l’esistenza. Di queste raccolte, soltanto una è giunta fino a noi, il cosiddetto Filogelo (Philogelos, in greco significa amante della risata). Non se ne conosce con certezza l’autore, ma il testo greco ci è stato conservato da diversi manoscritti delle biblioteche in Germania, in Francia, persino a New York, dove ricomparve un volume in pergamena trafugato dall’Abbazia di San Nilo, a Grottaferrata, durante il secondo conflitto mondiale. Alcuni studiosi sostengono che le oltre 260 facezie del Filogelo fossero una raccolta destinata a coloro che allietavano le cene e le feste narrando queste freddure, magari ampliandone il testo, prima della battuta finale, allo scopo di tenere allegri i commensali e guadagnarsi l’invito anche alle prossime cene. Infatti, quella del buontempone era una vera professione, che consentiva di “scroccare” lauti pasti alle mense dei potenti e dei ricchi, in cambio di un umorismo poco raffinato o addirittura volgare. Oggetto di derisione erano i difetti fisici (i sofferenti d’alitosi), quelli morali (vili, pigri, avari, scorbutici, inetti, ubriaconi), ma anche gli abitanti di alcune città (Sidone, Cuma, Abdera) ed inoltre gli “Scolastici”. Con questo nome si indicavano quegli studiosi pedanti, intellettuali perduti nei loro pensieri, sempre con la testa tra le nuvole, che oggi si chiamano “teste d’uovo” o cervelloni. Ecco alcune delle circa cento storielle sugli Scolastici:

  • Un tale, recatosi da un medico, disse: “Dottore, quando mi sveglio, mi gira la testa per mezz’ora, poi mi riprendo.” Ed il cervellone: “Svegliati dopo mezz’ora!”
  • Ad un cervellone che vendeva un cavallo, chiesero se l’animale fosse pauroso. “No, lo giuro” rispose “Lo dimostra il fatto che nella stalla, anche di notte, ci sta da solo!”
  • Un cervellone, volendo vedere se fosse bello mentre dormiva, si guardava allo specchio con gli occhi chiusi.
  • Un cervellone che aveva sognato di calpestare un chiodo, al risveglio si fasciò il piede. Un suo collega scolastico, dopo averne chiesto e conosciuto il motivo, esclamò: “Fanno bene a chiamarci sciocchi! Perché dormi scalzo?”
  • Un tale, imbattutosi in un cervellone, gli disse: “Lo schiavo, che mi avevi venduto, è morto.” Quello rispose: “Caspita! Quand’era con me, non aveva mai fatto nulla di simile.”
  • Un cervellone che non aveva un cuscino per dormire, ordinò al suo servo di mettergli un vaso sotto la testa. Siccome quello obiettava che era duro, gli ingiunse di riempirlo di piume.
  • Un cervellone, incontrato un amico, gli disse: “Mi avevano detto che eri morto.” L’amico rispose: “Ma vedi che sono vivo!” “Eppure chi me l’ha detto è assai più affidabile di te!”
  • Un cervellone progettava di farsi costruire un sepolcro. Quando gli consigliarono un certo posto, lui osservò: “Ma il luogo è malsano!”
  • Uno di due gemelli morì. Un cervellone, incontrando il sopravvissuto, gli chiese: “Ma chi è morto, tu o tuo fratello?”
  • Due cervelloni passeggiavano. Uno dei due, vista una gallina nera, disse:” Amico, il gallo di questa è morto!”
  • Un cervellone che cercava di vendere una sua casa, ne portava in giro una pietra, come campione.

Passiamo ad altri soggetti posti in berlina nelle freddure del Filogelo.

L’avaro: Un avaro, redigendo il testamento, nominò erede… se stesso.

Lo scorbutico: Un medico scorbutico ed orbo di un occhio, domandava ad un suo paziente: “Come stai?” “Come mi vedi” rispose il malato. “Se stai come vedo” replicò “metà di te è morta!”

Il vile: Ad un vigliacco fu chiesto quali navi fossero le più sicure, quelle da guerra o quelle da carico. “Quelle tirate in secco!” fu la risposta.

Il pigro: Due pigri dormivano insieme. Un ladro entrò in casa, tirò via la loro coperta e la rubò. Uno dei due se ne accorse e disse all’altro: ”Alzati e corri dietro a quello che ci ha fregato la coperta!” “Lascia stare, lo prendiamo dopo quando viene a rubarci il materasso…”

L’inetto: Ad un maestro inetto fu domandato come si chiamasse la madre di Priamo, l’ultimo re di Troia. Non sapendo cosa rispondere, disse:” Noi, per rispetto, la chiamiamo ‘Signora’…”

Il misogino: Un misogino, essendogli morta la moglie, partecipava al suo funerale. Un passante chiese “Chi è passato a miglior vita?” Rispose “Io, che mi sono liberato di lei.”

L’alito pesante: Uno con l’alito puzzolente, imbattutosi nel medico, gli disse “Dottore, guardami in bocca, forse mi è scesa l’ugola.” Dopo che quello aveva spalancato la bocca, il medico esclamò “Non ti è scesa l’ugola, ti è salito il culo!”

Oggetto di derisione, infine, erano gli abitanti di alcune città, noti agli antichi come degli sciocchi.

I cittadini di Abdera (città della Tracia):

  • Ad Abdera un asino incustodito entrò nel Ginnasio (palestra) e rovesciò un contenitore pieno d’olio. Gli Abderiti si radunarono e mandarono a prendere tutti gli asini della città, concentrandoli nella piazza. Quindi, frustarono l’asino colpevole di fronte ai suoi simili.
  • Un Abderita, poiché la sua nave era immobile per una bonaccia in alto mare ed avendo sentito dire che le cipolle e le lenticchie danno” ventosità”, ne appese due sacchi alla poppa della nave.
  • Un Abderita che voleva impiccarsi, cadde per la rottura della corda e si ferì alla testa. Si recò dal medico e si fece porre un impiastro sulla ferita per rimarginarla. Quindi, se ne tornò a casa e s’impiccò.

I cittadini di Sidone (città Fenicia, oggi del Libano).

  • Un possidente di Sidone aveva un podere distante molte miglia dalla città e avrebbe voluto avvicinarlo. Così decise di abbattere sette cippi miliari.
  • Un tale dice ad un cuoco di Sidone: “Prestami un coltello fino a Smirne.” Ed il cuoco: “Ma non ho un coltello lungo fin là!”
  • In una scuola di Sidone, uno studente chiese al maestro: “L’anfora da 5 litri, che capacità ha?” “Ma intendi di olio o di vino?” domandò il maestro.

I cittadini di Cuma (città costiera nell’Asia minore, ora della Turchia).

  • Un Cumano stava comprando delle finestre e domandò al falegname se potessero guardare a mezzogiorno.
  • Un Cumano transitava sopra un asino accanto ad un orto. Avendo visto sporgere sulla strada un ramo di fico, carico di frutti maturi, vi si abbrancò salendo in piedi sul basto dell’asino. Ma l’asino gli sgusciò via di sotto lasciandolo appeso all’albero. Il custode dell’orto gli chiese cosa facesse attaccato lì. Il Cumano rispose: ”Sono caduto dall’asino!”
  • Un Cumano, poiché il padre era morto ad Alessandria, consegnò il corpo ai mummificatori. Passato del tempo e visto che la mummificazione non era ancora stata fatta chiese indietro il corpo. Poiché l’addetto aveva in deposito altri cadaveri, gli domandò un segno particolare che distinguesse suo padre. Rispose il Cumano: “Tossiva spesso!”

Al giorno d’oggi siamo abituati a forme di umorismo maggiormente legate alle gags cinematografiche e televisive, in cui il gesto è legato alla battuta e la recitazione dell’attore è sostenuta anche da effetti visivi. Poiché la capacità di ridere è uno degli elementi che distingue il genere umano dagli animali, l’umorismo odierno e quello di circa duemila anni fa hanno in comune il senso del ridicolo che un “amico della risata” trasmette con la sua storiella all’uditorio, nella speranza di provocarne il riso.

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