“THE GREAT RESET”: VERSO UN FUTURO DISPOTICO? (di Maurizio Milano)

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Dal sito www.alleanzacattolica.org leggiamo e pubblichiamo l’articolo di Maurizio Milano: “L’agenda del Grande Reset si è arricchita di nuovi contenuti nelle relazioni che si sono susseguite dal 25 al 29 gennaio nel convegno on-line del World Economic Forum di Davos.Ciò che colpisce è la grande sintonia di vedute e di intenti dei leader mondiali. Si afferma, in buona sostanza, che il modello economico dominante negli ultimi decenni ha sì prodotto grandissimi risultati in termini di creazione e diffusione del benessere come mai prima nella storia umana ma che è arrivato ora al capolinea. Sul banco degli imputati è quindi il paradigma istituito con la Conferenza di Bretton Woods del luglio 1944, al termine della Seconda guerra Mondiale, e dagli anni ’80 evoluto in ottica «neo-liberale» con la svolta di Margaret Thatcher (1979-1990) nel Regno Unito e di Ronald Reagan (1981-1989) negli Stati Uniti d’America nella direzione – semplificando – di maggiori spazi di libertà di iniziativa privata.

Il CoViD-19 sarebbe il catalizzatore che va ad accelerare un processo già di suo in fase di decadenza irreversibile. Nel testo del Prof. Schwab, fondatore e Chairman esecutivo del “World Economic Forum”,intitolato in modo emblematico “Covid19-The Great Reset”, l’epidemia in corso, ancorché riconosciuta come meno esiziale di molte altre precedenti, viene presentata come il punto di rottura di un equilibrio già precario, tale da determinare una cesura tale nella storia dell’umanità da poter parlare addirittura di un’“era” pre-pandemica, «before Coronavirus», e di un’“era” post-pandemica, «after Coronavirus». Perché, scrive Schwab, il mondo è sempre più interconnesso e la convergenza con l’epidemia di «rischi economici, sociali, geo-politici, ecologici e tecnologici» ha portato a rottura il paradigma socio-economico-politico in essere.

In poche parole, il giro mentale è quindi il seguente: se vogliamo che il mondo sopravviva occorre ricostruire un «nuovo patto sociale», in una prospettiva di un rinnovato multilateralismo, in cui gli Stati devono collaborare tra loro e con i grandi gruppi economici e finanziari nella prospettiva del «build back better», ovvero di «ricostruire in modo migliore», secondo il motto della nuova amministrazione Biden. Un “Grande Reset”, quindi, in cui non ci si potrà più affidare alla libertà di iniziativa e al ruolo della piccola e media proprietà privata: le economie dovranno essere “guidate” dall’alto per divenire «più verdi, sostenibili e inclusive».

Le Banche Centrali continueranno a inflazionare il sistema generando migliaia di miliardi di dollari ex-nihilo, tenendo i rendimenti dei titoli obbligazionari artificialmente repressi verso, e sotto, lo zero, in modo che l’auspicata risalita dell’inflazione vada ad abbattere il valore reale dei debiti, pubblici e privati, altrimenti fuori controllo (a scapito dei creditori/risparmiatori, ovviamente), nella prospettiva di un vero e proprio “socialismo finanziario”.

Alla “gamba monetaria” si aggiungerà ora la “gamba fiscale”, ovvero una nuova stagione di ingenti investimenti, pubblici e privati, alimentati a debito e decisi da centri decisionali alti, in una sorta di governance mondiale. È interessante notare come Mario Draghi, dopo avere guidato in Europa la fase “monetaria”, si trovi ora al timone, in Italia, di quella “fiscale”, con l’obiettivo dichiarato di andare verso un «Ministero del Tesoro comunitario», che preluderebbe alla costituzione anche di un’unità politica nuova, gli Stati Uniti d’Europa. L’impressione è quella di trovarsi alla vigilia di un inaudito accentramento di potere economico, finanziario e politico, in cui gli stessi Stati sovrani – come ultimi “corpi intermedi” – dovranno fare un passo indietro, questa volta non però a beneficio di una rinnovata sussidiarietà ma nella prospettiva opposta di una guida mondiale, sotto l’egida dell’Agenda 2030 dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per lo «sviluppo sostenibile». Le politiche fiscali – insieme a quelle monetarie – serviranno per indirizzare i capitali pubblici e privati nella direzione voluta, con un mix di bastone e carota.  

Ovviamente col supporto della propaganda. Si perché anche i piani più centralistici e dirigistici necessitano comunque di un ampio consenso popolare, che deve quindi essere costruito e mantenuto, per indirizzare consumi e investimenti nella direzione voluta e per fare accettare restrizioni alla libertà e alla proprietà, in cambio di “sicurezza” e “salute”. Nella conclusione del testo di Schwab si trova infatti una frase un po’ inquietante: al di là dei dati di fatto, della “realtà”, egli afferma che «le nostre azioni e reazioni umane…sono determinate dalle emozioni e dai sentimenti – le narrazioni guidano il nostro comportamento», lasciando intendere che con una narrativa adeguata si potrà imporre il cambiamento dall’alto.

Nel “The Great Reset” non si parla mai di “libertà”, né di famiglia e natalità o di comunità intermedie, né di esigenze spirituali: la prospettiva è esclusivamente materiale e orizzontale e se una verticalità esiste è quella che dice relazione all’accentramento di funzioni presso gli Stati e all’auspicato aumento della governance mondiale. Nel “Nuovo mondo” post-pandemico ci sarà spazio solo più per l’individuo, lo Stato e la comunità internazionale: l’impressione è che si voglia distruggere ogni residuo di “sussidiarietà” per andare verso un “socialismo benevolo”, una sorta di evoluzione su scala planetaria dello Stato-assistenziale dei Paesi del Nord-Europa, con la collaborazione della grande finanza e dei crony-capitalist, i “capitalisti clientelari”. In sintesi: più tasse e più “sicurezza” garantita dall’alto, meno libertà e meno scelta individuale.

Dopo un anno “sospesi” in un limbo di aperture e chiusure a fisarmonica, gestite con varie sfumature paternalistico-poliziesche dai pubblici poteri del mondo, scopriamo che, come scrive il Prof. Klaus Schwab nel The Great Reset: «La pandemia rappresenta una rara ma stretta opportunità per ripensare, reimmaginare e resettare il nostro mondo». Occorre quindi agire, e in fretta: «Never let a good crisis go to waste!», ovvero «Mai lasciare che una buona crisi vada sprecata!», per citare la celebre raccomandazione ai leader del primo ministro inglese, Sir Winston Churchill (1874-1965), poi fatta sua dall’attivista e scrittore radicale statunitense Saul Alinsky (1909-1972).

«Quando torneremo, dunque, alla normalità?»: «Quando? Mai», chiude Schwab.”.

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