ASTANA, LA CAPITALE DI UN’ALTRA “PACE” (di Guido Verna – 6^ parte)

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Ricapitolando brevemente, era stato nel maggio del 1990 – l’anno in cui il Kazakistan era tornato ad essere libero – che gli abitanti di Oziornoje avevano cominciato a costruire la chiesa per la loro parrocchia, inaugurata poi nel 1993 e dedicata a quella Regina della Pace proclamata, nel 1994, patrona del Kazakistan e dell’Asia centrale.

Ma un anno dopo la riconquistata libertà, nel 1991, era stato eletto Presidente del paese Nursultan Ábishuly Nazarbayev, un politico da sempre comunista, con un cursus honorum, da questo punto di vista, impeccabile e quindi, presumo, con una notevole preparazione “di base” che lo avrà portato senz’altro a conoscere, studiare e apprezzare la “dottrina” comunista sul senso strumentale da dare alla parola “pace” (o a termini sostanzialmente equivalenti, come “distensione” o “coesistenza pacifica”).

In altre parole, Nazarbayev aveva ben chiaro lo scopo del suo uso ricorrente, quasi ossessivo, teso a indebolirne il significato originario, fino a distorcerlo nella prospettiva comunista, per rendere più agevole la penetrazione e l’avanzata della stessa ideologia.

Il Piccolo dizionario politico sovietico non solo non nascondeva questo fine, ma anzi lo descriveva con sintetica e esemplare chiarezza: «La distensione determina una situazione favorevole a una più ampia diffusione nel mondo dell’ideologia comunista e dei valori del socialismo, e favorisce lo sviluppo di una battaglia ideologica offensiva, nelle condizioni di una pacifica coesistenza tra stati a diverso regime sociale».

Dunque, non propriamente quella “pace cattolica” che il Catechismo sintetizza mirabilmente in questi termini: «La pace non è la semplice assenza della guerra e non può ridursi ad assicurare l’equilibrio delle forze contrastanti. La pace non si può ottenere sulla terra senza la tutela dei beni delle persone, la libera comunicazione tra gli esseri umani, il rispetto della dignità delle persone e dei popoli, l’assidua pratica della fratellanza. È la “tranquillità dell’ordine”. È “frutto della giustizia” (Is 32,17) ed effetto della carità».

Nazarbayev spostò anzitutto la capitale da Almaty – situata troppo al sud e troppo vicina ai confini kirghisi e cinesi – verso il centro geografico del Paese, costruendola quasi ex novo e chiamandola Astana, a prima vista con poca fantasia, dal momento che Astana in kazako vuol dire semplicemente “capitale”.

Chissà – mi chiedo – se a muoverlo verso quella decisione, non sia stata, oltre alla considerazione geografica, anche una preoccupazione di tutt’altra natura: il rischio di lasciare l’esclusiva della “pace” alla Regina di Oziornoje!

Chissà – mi chiedo ancora – se, tra i desideri e gli obbiettivi che si era posto quando aveva deciso di costruire dal niente questa “nuova” città, non ci siano stati anche quelli di destinarla, già da allora, a diventare non solo la capitale amministrativa del Paese, ma anche quella della “sua“ pace.

Nazarbayev – al quale, peraltro, va riconosciuto il generoso comportamento del suo governo per il terremoto che nel 2009 colpì in Abruzzo la zona de L’Aquila – volle Astana modernissima, in qualche caso addirittura futuristica, ma al tempo stesso anche misteriosa ed enigmatica con riferimenti ispiratori “antichissimi”.

Da quest’ultimo punto di vista, senza entrare negli scivolosi terreni esoterici, mi limiterò a ricordare, nella prospettiva di quanto stiamo raccontando, una delle sue costruzioni più significative: il Palazzo della Pace e della Riconciliazione, forse più noto come la Piramide della Pace.

Tale Palazzo – progettato da uno degli studi di architettura più importanti e celebrati del mondo, quello dell’inglese Sir Norman Foster, conosciuto come Foster and partners – fu inaugurato nel 2006, in tempo per aprire le sue porte a quel Congresso dei leader delle religioni mondiali e tradizionali che per la prima volta si era svolto ad Astana nel settembre del 2003 e che Nazarbayev aveva deciso di far diventare un appuntamento fisso a cadenza triennale. 

Lo spirito che ispirò il progetto del Palazzo può cogliersi chiaramente dal sito Internet dello studio di architettura britannico: «Il Palazzo della pace e della riconciliazione è stato concepito come una sede permanente per il Congresso e un centro globale per la comprensione religiosa, la rinuncia alla violenza e la promozione della fede e dell’uguaglianza umana».

La sua molteplice articolazione è poi descritta nel modo seguente: «oltre a rappresentare le fedi religiose del mondo, […] ospita un teatro dell’opera da 1.500 posti, strutture educative [per esempio, una nuova “università della civiltà” e una biblioteca] e un centro nazionale per i vari gruppi etnici e geografici del Kazakistan. Questa diversità programmatica è unificata nella pura forma di una piramide alta 62 metri con una base di 62 x 62 metri. […] con un vertice di vetro colorato […] La sala delle riunioni [dei delegati per le trattative di pace] si trova nella parte superiore dell’edificio, è sollevata e sostenuta da quattro pilastri inclinati: “le mani della pace”. Gli ascensori portano i delegati in uno spazio di ricevimento simile a un giardino da dove salgono alla sala tramite una rampa a chiocciola».

All’interno della Piramide – dove, nei suoi 25 piani, trovano posto anche i luoghi di culto di tante religioni diverse (Ebraismo, Islam, Cristianesimo, Buddismo, Induismo, Taoismo ed altre) – sono inoltre identificabili tre livelli, a luce crescente: in quello più basso è situato il teatro-auditorium, in quello intermedio il Centro di ricerca delle religioni mondiali (The Research Center of World Religions) col grande tavolo circolare, in quello più alto, al vertice, la sala delle riunioni (Meeting Room) per gli incontri dei politici (per la pace ma forse non solo…), anch’essa col suo tavolo circolare ma più piccolo e con le pareti interamente vetrate – chissà, forse perché tutti potessero ammirare anche da lontano gli sforzi per la pace e la fratellanza… -, impreziosite da vetrofanie di enormi colombe bianche.

6 – continua