DONNE SELVATICHE (recensione a cura di David Taglieri)

170

downloadOggi i rapporti fra maschile e femminile sono spesso inquinati dall’ambiguità, dalla confusione e da un clima di scontro ideologico inquietanti, in virtù dell’esasperazione del femminismo estremo, che da movimento rivendicatore di eguaglianza sociale si è trasformato in contenitore politicamente corretto che deve dettare l’agenda politica e mediatica in ogni momento.

E’ chiaro che alcune conquiste sono sacrosante, ma la dimensione del dibattito mette in luce un caos nella definizione dei ruoli, che possono essere complementari, senza per questo scalfire diritti, prerogative e garanzie.

Claudio Risè è uno specialista nel campo psicologico e sociale e da tempo si sta occupando della definizione dei ruoli in senso naturale; insieme a Moidi Paregger – medico a Bolzano con formazione in medicina antroposofica e omeopatica – ha scritto un saggio dedicato alla femminilità: Donne Selvatiche. Forza e mistero del femminile, Edizione San Paolo (pagg. 211).

Attraverso tutta una serie di affascinanti descrizioni delle saghe di montagna, quasi tutte ambientate nella zona altoatesina, i due specialisti ci conducono per mano alla scoperta della specificità femminile, fatta di sensibilità ed energia: le famose antennine femminili che arrivano spesso dove un uomo non può.

Quella sensibilità che si scopre solo immersi nella Natura e nel bosco, perché la donna è natura ed origine, quel tatto connesso al segreto che sempre deve far parte delle prerogative femminili.

Claudio Risè ha analizzato diffusamente in passato i problemi dell’uomo moderno, che allontanatosi dalla Natura, ha perso il contatto con sapori, odori, visioni; immerso nella società dei social network e dei telefonini ha accelerato il suo tragitto verso la scontentezza ed il torpore.

Lo stesso, e lo dimostra in questo lavoro, è avvenuto per la donna, che ha finito per snaturarsi, perdendo quella piccola dose di riservatezza e di segreto che la rendeva ancora più attraente, soprattutto nel contatto con la natura e con l’origine. Ovviamente non c’è generalizzazione, perché di donne che non sono solo attente alla carriera e al potere ce ne sono più di quanto si pensi, ma come sempre nella insopportabile società del frastuono, il silenzio non fa rumore. E meno male, tutto sommato.

La rappresentazione delle saghe è sempre la metafora reale del vissuto interno ed esterno, così come i boschi – molto presenti nella trattazione – simboleggiano quella profondità femminile che fa della donna un essere speciale.

La luminosità che pervade sempre le fanciulle descritte è la purezza interiore, intesa nelle intenzioni, nella mancanza di invidia e di cattiveria, nella cancellazione di quella fobia della competizione che ha ammaliato le nazioni di tutto il mondo.

Allo stesso modo il canto, abitudine consolidata in queste Donne Selvatiche, incarna il tentativo di creare una comunicazione diretta, netta e sincera con gli uomini. La donna che ama la Musica, la sua interiorità, il Ballo, l’immersione del suo corpo nel contesto del Creato, e il girotondo – non quello con le bandiere multicolori – ma quello del ringraziamento.

“Alla donna che cercava ed alla quale era riuscito faticosamente a ritrovare i girotondi e gli ensemble femminili di musica colta…” è subentrata negli ultimi anni la cubista … paradossalmente vicina e allettante ma separata dal resto del mondo, e quindi dagli uomini stessi che l’ammirano, appunto, su un cubo.

Prima il modello di donna era immerso nella natura perché era unica, bella nel corpo e nella parte interiore, corpo ed anima erano tutt’uno.

Oggi i modelli portano da un’altra parte e la coppia di saggisti rileva il paradosso, nel senso che i due modelli correnti sono la donna in carriera – che cerca potere e affermazione – e la velina, tanto dileggiata dalle femministe; la giusta misura è cancellata.

E la misura è nella natura. Avere affermato che la natura non esiste, e che è stata la cultura a creare gli stereotipi, ha prodotto una sottocultura, che vorrebbe annichilire le origini e le tradizioni.

Come nel Maschio Selvatico, anche qui l’urbanizzazione ha determinato un allontanamento dalle origini, e le origini sono nel DNA di uomini e donne. Non per nulla è tanto affascinante per ciascuno ripensare al passato anche quando questo ci ha fatto soffrire: cantava Battisti che il ricordo è sempre un po’ più rosa.

La donna è abbondanza, è dono, è gratuità e per mantenere la sua grande energia vitale deve mantenere una sfera di riservatezza, esattamente il contrario di quello che propinano, pianificano e propongono i social network.

Oggi la tecnologia fa il lavaggio del cervello facendoci sentire degli dei, perché sembra che tutto sia controllabile con un clic; anche al femminile sorge l’ansia del controllo che è l’esatto opposto della natura paziente, sapiente e devota al segreto, peculiarità della sensibilità femminile.

Dall’analisi femminile i due saggisti tracciano anche un ritratto della persona che il 2.0 vorrebbe programmare: la paura della fine, non considerando che il concetto di paura non elimina la fine.

Tutto procede verso una fine, anche una bella giornata finisce, perché l’uomo è per natura limitato: ma questo la pubblicità del frastuono non lo dice, anzi preferisce illudere che fra un po’ di tempo non dovremmo scervellarci per scegliere, perché ci sarà qualcuno che lo farà per noi.

Risè e Paregger portano avanti il leit motiv del saggio con grande determinazione: non c’è futuro senza devoto affetto e riconoscimento rispettoso delle origini.

Le tecno-scienze sono utili, ma la scienza ha i suoi limiti e non può elevarsi a religione o sostituire l’energia creativa e rigenerante di un bosco; né la tecnica può creare la natura.

E allora la donna selvatica può riavvicinarci alla nostra profondità interiore, insegnandoci a vivere in armonia con la Natura, quella fuori di noi e quella dentro, quella delle origini e del rapporto con l’Assoluto.

Magari immersi in un bosco o al contatto con il verde.