GLI EROI DEL MUSSA DAGH E LA LORO DISPERATA LOTTA CONTRO I TURCHI (Corriere del Giorno, 1 aprile 2009, pag. 31)

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9788883353673gI libri e gli scritti di Antonia Arslan, diventati anche film per il cinema, hanno consentito la conoscenza del genocidio armeno presso il grande pubblico. Come noto circa un milione di persone nel 1915, nel bel mezzo della prima guerra mondiale, persero la vita per mano dei Turchi. Quegli stessi Turchi che per secoli avevano costituito il terrore delle nostre coste, tanto da far nascere nel linguaggio popolare l’espressione: “Mamma li Turchi”.

Con il tempo, nuovi documenti e nuove testimonianze vengono a delineare e ad approfondire i vari aspetti del dramma armeno, e anche recentemente il Corriere del Giorno ne ha dato puntuale informazione (da ultimo, cfr. “Armeni etnia cristiana”, di Pierfranco Bruni, 19.02.2009, pag. 32).

Sicuramente meno conosciuto al grande pubblico è il fatto che non tutti gli Armeni subirono la deportazione negli infuocati deserti siriani, tra indicibili stenti e sevizie che ne causarono lo sterminio. Seppure sporadiche, vi furono forme di resistenza contro l’ordine di deportazione impartito dal governo ottomano. La rivolta più significativa si svolse in quella che in età classica si chiamava Cilicia, una regione montagnosa nel sud della Turchia, prospiciente il Mediterraneo orientale – dinanzi a Cipro – e confinante con la Siria.

Qui nell’estate del 1915 erano ormai giunte le notizie sulla sorte che, già dal precedente mese di aprile, era toccata ai deportati di altre regioni della Turchia. Fu così che sei villaggi armeni, ai piedi del massiccio del Mussa Dagh, quasi all’unisono presero la decisione di non aspettare passivamente l’ordine turco di deportazione e organizzarono la resistenza. I pochi averi a disposizione furono utilizzati per acquistare in gran segreto qualche fucile con relativo munizionamento. Quando a fine luglio l’ordine di partire – abilmente accompagnato da lusinghe e minacce – divenne esecutivo, gli Armeni – circa cinquemila persone compresi vecchi, donne e bambini -, con le povere masserizie che era possibile portarsi al seguito salirono in montagna, sul Mussa Dagh, dando vita ad un’intrepida resistenza.

Aveva così inizio una vicenda umana di straordinaria intensità, descritta per la prima volta negli anni ’30 sotto forma di romanzo da Franz Werfel, un ebreo praghese convertito al cattolicesimo, nel libro “I quaranta giorni del Mussa Dagh”.

Adesso, nella veste di saggio storico, “La vera storia del Mussa Dagh” viene riproposta dalle Edizioni Guerini e Associati grazie alle accurate indagini storiche condotte da Flavia Amabile e Marco Tosatti, giornalisti de “La Stampa”. Non solo. Lì dove Franz Werfel si fermava, Amabile e Tosatti sono andati oltre, spinti dalla curiosità di conoscere che fine avessero fatto quegli eroici montanari. Così è nato, sempre per le Edizioni Guerini e Associati, un secondo volume dal titolo emblematico: “Gli eroi traditi”. Quale dunque la vera storia del Mussa Dagh?

I Turchi all’inizio – provvidenzialmente – sopravvalutarono l’ammutinamento armeno, ritenendo che con i soliti metodi – lusinghe e minacce – i fuggiaschi si sarebbero ritirati in buon ordine. Ma non fu così. La zona montagnosa consentiva formidabili ed inaccessibili rifugi. Quando i soldati turchi arrampicandosi sui pendii iniziarono ad attaccare le postazioni armene, trovarono ad accoglierli un’intrepida resistenza. Al debole fuoco di sbarramento dovuto alle poche e imprecise armi, supplirono il coraggio e la disperazione degli uomini, che per più volte ricacciarono i Turchi e i loro cannoni dal Mussa Dagh. Con pochissimi viveri a disposizione, gli Armeni affidavano al Dio cristiano e alla sua Vergine Madre la speranza di salvare la vita propria e quella dei familiari, annichiliti dalla paura e dagli stenti. Donne e ragazzi parteciparono alla resistenza, chi curando i feriti e provvedendo ai viveri, chi portando ordini e notizie da una cima all’altra. Non mancarono le giovani donne che impugnarono i fucili, pronte a cadere sotto il piombo nemico piuttosto che diventare schiave e concubine dei musulmani. Questa, infatti, era la sorte ordinaria che spettava alle giovani donne cristiane cadute prigioniere di guerra, ancora in pieno XX secolo! Le ripetute vittorie galvanizzarono i difensori, comunque consapevoli delle enormi difficoltà che li attendevano, e prima fra tutte la prospettiva di affrontare un nemico che di volta in volta si presentava più numeroso ed armato. Le autorità turche avevano infatti fretta di chiudere al più presto l’increscioso episodio, prima che lo stesso assumesse rilevanza interna e, soprattutto, internazionale. Proprio questa era invece la speranza – l’unica rimasta – per gli Armeni del Mussa Dagh: far conoscere alle potenze alleate – allora in guerra con Turchia e Germania -, la loro speciale battaglia per la sopravvivenza. Per questo gli Armeni scrutavano il Mediterraneo dall’alto delle loro cime a strapiombo sul mare, nella speranza di vedere arrivare una nave amica. E la flotta amica, ai primi di settembre del 1915, finalmente arrivò. Erano navi da guerra francesi che pattugliavano la costa turca. Appena gli Armeni capirono che quel puntino lontano perso nell’azzurro poteva essere una nave alleata, issarono in cima al monte un grande lenzuolo bianco, con una croce rossa cucita sopra. I Francesi compresero e raccolsero una delegazione armena a bordo. Riconoscendo i meriti di quegli straordinari combattenti, li considerarono subito alleati nella lotta contro il comune nemico, e con le scialuppe trassero a bordo i cinquemila, salvandoli da morte certa ed orribile.

9788883356315Sfuggiti dalle fauci del lupo dopo quaranta giorni di strenua resistenza, i profughi, dopo una giornata di navigazione, giunsero a Port Said in Egitto il 14 settembre 1915. Qui per quattro anni troveranno accoglienza in un campo profughi, “… sotto l’attenzione immediata delle autorità inglesi, francesi, egiziane e delle organizzazioni armene…”.

Continuando intanto la guerra degli Alleati contro gli Imperi centrali e la Turchia, gli uomini si arruolarono quali volontari nella Legione Orientale francese, sconfiggendo in Palestina gli eserciti turchi e coprendosi di onore. Finita la prima guerra mondiale, ai profughi armeni fu concesso di rientrare nelle loro terre: i sopravvissuti della Siria e dell’Egitto fecero rientro nelle case dei padri, o meglio, in ciò che di esse ancora restava in piedi. Protetti dall’amministrazione militare francese, gli Armeni di Cilicia liberarono dagli harem le donne e le ragazze rapite nel 1915. Tutti ritornarono ad assaporare il gusto della vita e della prosperità nei villaggi natii, ai piedi del Mussa Dagh. Di nuovo trasformarono le loro terre in verdi giardini, come sempre era stato grazie alla loro riconosciuta operosità.

Ma tale ritrovata pace non era comunque destinata a durare. Alla vigilia della seconda guerra mondiale i Francesi per guadagnarsi la neutralità della Turchia cedettero il sangiaccato di Cilicia al regime di Ataturk, il “padre” della Turchia moderna. Sugli Armeni, ormai privati della protezione delle armi francesi, si abbatteva l’ennesima sciagura: restare significava esporsi a nuovi rischi mortali. Dunque per la seconda volta – nel giro di quasi venticinque anni – essi intrapresero la strada dell’esilio: era il 17 luglio 1939. I Francesi consentirono agli ex eroi del Mussa Dagh e ai loro familiari di stabilirsi nella valle della Bekaa, in Libano, dove gli Armeni fondarono il villaggio di Anjar.

Ancora oggi i loro discendenti, abbandonata da anni ogni speranza di far rientro in Cilicia – la piccola Armenia turca – vivono là, a contatto di gomito nella polveriera libanese con un nuovo potenziale pericolo islamico: gli Sciiti di Hezbollah.