IL RECLUTAMENTO DELL’ISIS IN TAGIKISTAN ALLE ORIGINI DELL’ATTENTATO IN RUSSIA

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Dal sito asianews.it riprendiamo il resoconto di Vladimir Rozanskij:

“Dušanbe (AsiaNews) – Il numero dei tagichi associati all’attentato del Krokus City Hall del 22 marzo scorso va continuamente aumentando, con arresti e verifiche anche da parte delle autorità di Dušanbe (capitale del Tagikistan, n.d.r.), che hanno proposto ai colleghi di Mosca di condurre indagini congiunte. Sui motivi per cui i cittadini del Tagikistan si concedano così facilmente alle lusinghe dei terroristi dell’Isis sono intervenuti su Radio Ozodi diversi commentatori, tra cui il politologo russo-tagico Khursand Khurramov, che ha ricordato i tanti eventi tragici degli ultimi tempi prima di quello di Mosca, a Istanbul, in Germania, Austria e Paesi Bassi, dove sono stati evidenziati diversi di nomi di cittadini tagichi.

Un altro esperto del settore, l’orientalista tagico Parviz Mullodžanov, ritiene che la radicalizzazione dei giovani tagichi sia essenzialmente dovuta a “fattori socio-economici”, con i cittadini più emarginati che si accostano ad organizzazioni estremistiche tramite gli accessi internet. A suo parere “i jihadisti negli ultimi dieci anni hanno iniziato a usare nuove strategie, basate sull’uso delle reti social, mentre prima cercavano soprattutto di prendere il controllo delle moschee”. Le autorità tagiche hanno imposto un severo controllo sui luoghi di culto, per cui si sono concentrati sulle masse di utenti digitali.

Il problema è che ogni anno vengono esclusi dal mercato lavorativo almeno 150 mila tagichi, e la maggior parte di loro cerca di cavarsela con la migrazione lavorativa. Una situazione simile si crea in altri Paesi dell’Asia centrale e dell’Africa settentrionale, come la Tunisia, il Marocco, l’Algeria e l’Egitto, ma il Tagikistan è uno dei Paesi con il maggior tasso di aumento della popolazione (+2,4% annuo). La meta principale dei migranti rimane la Russia, che diventa così il principale campo di azione dei reclutatori dell’Isis.

In un’intervista ad Asia-Plus il vicedirettore dell’istituto di ricerca sull’Islam di Dušanbe, Rustam Azizi, ritiene in realtà che la propaganda riguardi sia i migranti che i residenti, soprattutto tra i giovani sotto i 30 anni in cerca di lavoro. Le caratteristiche principali di queste persone sono “la crisi di identità, che si cerca di risolvere con l’aumento della religiosità, le tendenze criminali e la marginalizzazione delle persone con livelli molto bassi di istruzione”, per cui la religiosità spesso rimane un fattore assunto “con scarsa autocoscienza”.

Anche Temur Umarov, del centro Carnegie di Berlino, ritiene che “la povertà e la sempre più clamorosa diseguaglianza sociale, nell’epoca digitale e della totale trasparenza, acuiscono moltissimo la sensazione di ingiustizia”. Questo vale soprattutto in regimi come quello tagico di Emomali Rakhmon, la cui famiglia è proprietaria praticamente di tutto il Paese, e non si vergogna a mostrare ovunque la sua potenza e la sua ricchezza. Avvicinandosi alla fase della transizione dopo un trentennio di dittatura, Rakhmon “ha spazzato via ogni residuo di società civile, ripulendo anche le amministrazioni regionali dai membri ritenuti poco leali, visto che non si può parlare di alcun tipo di opposizione”, osserva Umarov.

Mukhiddin Kabiri, il leader del partito dell’Alleanza nazionale del Tagikistan, proibito da anni ad ogni livello, ribadisce che “negli ultimi anni nel Paese sono state imposte condizioni tali di vita politica e sociale, da spingere la gioventù nell’abbraccio dell’Isis e di qualunque altra organizzazione terroristica”. Non a caso gli arrestati per l’attentato di Mosca sono tra i 19 e i 30 anni, “tutti nati e cresciuti sotto il regime di Rakhmon, dove perfino gli imam sono nominati dal comitato statale per gli affari religiosi”.

Di solito le autorità tagiche giustificano le ulteriori repressioni in base alle reazioni della comunità internazionale ai crimini più clamorosi, ma gli esperti dubitano che questa volta la strage del Krokus possa fare il gioco di Rakhmon. La forte ondata di ostilità contro i tagichi in Russia sta infatti costringendo molti connazionali a ritornare in patria, ciò che potrebbe provocare nuove crisi a livello sociale-economico e anche politico.”.

(titolo redazionale)