PAKISTAN: ALMENO CENTO CRISTIANI UCCISI E CHIESE IN FIAMME

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Da www.alleanzacattolica.org proponiamo l’analisi di Silvia Scaranari: “Bruciano le Hawaii, brucia il Canada e brucia anche il Pakistan. Se negli Usa e in Canada si tratta di eventi naturali, forse aggravati da errore o negligenza umana, in Pakistan è tutto frutto della libera volontà dell’uomo.

Aiuto alla Chiesa che soffre il 1 settembre 2021 lanciava un allarme: le chiese del Pakistan stanno aumentando la sorveglianza dei luoghi sacri e invitano i fedeli alla massima attenzione, consapevoli che il ritorno dei talebani in Afghanistan avrebbe potuto creare un’onda d’urto anche nel vicino Paese islamico.

Il Pakistan è un paese al 95% musulmano, l’islam è religione di stato, ma il 5% di fedeli appartenenti ad altre religioni è tollerato. Non si parla certo di libertà religiosa, ma di una velata tolleranza che, negli ultimi anni, ha visto aumentare i casi di discriminazione e di persecuzione avvalendosi delle leggi che vietano qualsiasi conversione, qualsiasi testimonianza o professione pubblica di un credo che non sia islamico sunnita, perché anche i non pochi musulmani sciiti o gli ahmadi, oltre ai cristiani, sono spesso oggetto di persecuzioni.

Numerose le accuse di rapimenti di giovani e anche di giovanissime ragazze cristiane, costrette poi ad un matrimonio e ad una conversione forzata all’islam. Il processo per il rilascio della quattordicenne Huma Younus era comparso sulle pagine dei giornali nel gennaio 2020. Era la prima volta che una famiglia cristiana, grazie all’assistenza legale della Fondazione pontificia “Aiuto alla Chiesa che soffre”, era riuscita ad arrivare davanti all’Alta Corte del Sindh e a ottenere di far testimoniare la vittima. Non ha avuto la stessa fortuna Arzoo Raja, ragazzina cristiana di 13 anni rapita e costretta a convertirsi all’islam per sposare un uomo di 44 anni. Raja sarebbe stata portata via da casa sua, a Karachi, il 13 ottobre, mentre i genitori erano usciti per il lavoro, e due giorni dopo suo “marito” avrebbe prodotto un certificato di matrimonio in cui si diceva che aveva 18 anni e che si era convertita spontaneamente all’islam, cambiando il suo nome in Arzoo Fatima. Incredibilmente il tribunale ha dato ragione al marito e confermato il matrimonio, nonostante l’evidente minore età della ragazza.

Del luglio 2022 è invece il caso di Meerab Palous di Faisalabad. La ragazza di 15 anni è stata rapita di sera da casa sua mentre i genitori dormivano, con la complicità di un’amica e vicina di casa, la musulmana Gulnaz che, dopo aver somministrato sonniferi con una bevanda, avrebbe portato il corpo della ragazza a casa sua con l’aiuto del fratellastro Muhammas Asif. Lo stesso Muhammas Asif già il giorno successivo ha prodotto un certificato di matrimonio e di conversione all’islam della ragazza.

Si potrebbe andare avanti a lungo con casi analoghi. Per Human Rights Focus in Pakistan ogni anno ci sono più di mille casi simili, ma restano sotto silenzio perché, spesso, le famiglie cristiane sono povere e senza preparazione e non si possono permettere di ricorrere al tribunale assistiti da un legale. A ciò si aggiunga spesso la complicità e la corruzione della polizia.

Rapimenti, conversioni forzate, ma anche arresti e condanne di adulti accusati di blasfemia.

La sezione 295 del Codice Penale pakistano, emanata nel 1986 sotto il dittatore Zia-ul-Haq, ai punti B e C punisce con l’ergastolo o la pena di morte chiunque profani il Corano o pronunci affermazioni diffamatorie nei confronti del profeta Muhammad. E’ diventata nel tempo un mezzo per perseguitare le minoranze religiose e gli stessi musulmani avversi al potere. Dopo la carcerazione di Asia Bibi e la campagna di informazione sul tema sollevata a livello internazionale, la legge è stata più volte oggetto di discussione e di moderazione nello stesso Pakistan, ma le cose non sono cambiate, anzi.

E’ giunta pochi giorni fa la notizia della riforma in senso peggiorativo della legge avvenuta nei mesi scorsi. L’Assemblea Nazionale ha approvato la legge nel gennaio 2023 e il 7 agosto è stata votata a maggioranza dal Senato. La nuova versione legislativa punisce da 10 anni all’ergastolo chiunque osi parlare in modo negativo non solo del Profeta (come già nel precedente testo), ma anche delle mogli, dei figli e degli amici di Muhammad. Secondo la stampa inglese, lo scopo sarebbe di ridurre la blasfemia sui social e in genere su internet.

Mentre le autorità affermano di voler evitare i disordini e gli atti di violenza contro i cristiani, appena resa nota la nuova approvazione il Pakistan è stato oggetto di un’inaudita ondata di violenza contro le chiese e le abitazioni dei cristiani. Il caso ha preso spunto proprio da un uomo accusato di aver parlato male del Corano.

Dal 16 agosto ad oggi, 21 chiese sono state incendiate o distrutte a picconate e un centinaio di cristiani sono morti a Jaranwala nel Punjab.

Unanime il cordoglio internazionale e, questa volta, anche le autorità locali sono intervenute con un’ondata di arresti, ma resta il problema di fondo. Non sono leggi persecutorie che evitano la violenza, anzi. Proprio l’eccessivo rigorismo della legge fornisce spunto a non pochi estremisti musulmani per agire liberamente.

Non sono solo i cristiani a temere enormemente l’applicazione della nuova normativa, ma anche i musulmani sciiti. Infatti i due gruppi si sono separati alle origini dell’islam, per una disputa su chi dovesse essere il legittimo successore del Profeta. Mentre i sunniti riconoscono i 4 califfi ben guidati (Abu Bakr, Omar, Othman e Alì), gli sciiti accusano Abu Bakr di aver usurpato il potere che il Profeta avrebbe voluto destinare al cugino e genero Alì. Ne consegue che rientra pienamente nel loro credo la disapprovazione per i “compagni del Profeta” e questo li mette immediatamente sotto il tiro della nuova legge.

Ad oggi manca ancora la firma del presidente Arif Alvi e si può solo sperare che le pressioni internazionali permettano un ripensamento sul tema, perché i drammi di questi giorni dimostrano ancora una volta che la violazione della libertà religiosa, in qualsiasi Paese o forma si manifesti, porta alla negazione della fondamentale dignità della persona.”.