UNIVERSITA’ E STUDENTI CONTRO ISRAELE: QUANDO L’IPOCRISIA VA IN SCENA

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Da ilgiornale.it del 2 aprile riportiamo l’analisi di Maria Sorbi:

“Fumogeni, striscioni pro Palestina, okkupazione, no-manganelli, via-i-fasci, via-i-sionisti, boicotta-Israele. Et voilà, il menù della protesta studentesca c`è tutto, con quel mix di ribellione e disinformazione (o faciloneria) che attecchisce alla grande quando lo mascheri sotto una bandiera.

Le rivolte degli universitari però non si limitano a prendere le parti dei palestinesi (come da sempre accade). Arrivano a chiedere l`interruzione dei bandi di ricerca e delle collaborazioni con gli atenei di Israele. «Questa università non ci rappresenta» scrivono con lo spray rosso le matricole della Sapienza, dell`Università di Bologna, di Trieste, di Genova.

Le proteste partono dal caso dell`Università di Torino: il Senato accademico (con un solo voto contrario e due astenuti), messo sotto pressione dagli studenti Pro Palestina che hanno interrotto la seduta e dalla lettera di 1.600 docenti di tutta Italia, ha sospeso la cooperazione internazionale con Tel Aviv. Niente iscrizione al bando Maeci 2024, organizzato dal Ministero Affari esteri e cooperazione internazionale per promuovere le partnership tra gli atenei italiani e internazionali.

Da quel giorno gli studenti delle altre università italiane hanno dato inizio a una mobilitazione generale chiedendo di «boicottare» le collaborazioni con Israele sull`esempio di Torino «per non essere complici del genocidio». Scontri a Bologna, dove 300 studenti hanno cercato di interrompere la cerimonia di inaugurazione dell`anno accademico, occupazioni a Trieste, disordini a Genova. A chiedere lo stop dei rapporti anche il rettore dell`Università degli stranieri di Siena e il rettore della Normale di Pisa.

Sulle pressioni dei collettivi è intervenuta anche la premier Giorgia Meloni, definendo la scelta dell`ateneo di Torino «… grave e preoccupante. Se le istituzioni si piegano a questi metodi rischiamo di avere molti problemi».

Idem il ministro dell`Università Anna Maria Bernini: «La violenza che alcuni collettivi stanno imponendo all`intera comunità accademica è intollerabile e vede come principali vittime proprio gli studenti. L`università non si schiera».

La protesta suona come un paradosso se si considera che gli atenei italiani fanno accordi e hanno in corso collaborazioni con i ricercatori di Paesi in cui non regnano propriamente pace e democrazia.

E stride ancora di più se si pensa che lo stesso ateneo di Torino ha in corso 500 accordi internazionali, con 80 Paesi, non sempre liberi da guerre e conflitti. Con Israele ha 9 contratti di collaborazione aperti, ma ne ha ben 16 con l`Iran, Paese in cui le donne che vogliono studiare vengono avvelenate. Ne ha con l`Ucraina e la Russia (anche se molti interrotti). E ancora, con la Cina, con il Venezuela, con l`Arabia Saudita.

Gli atenei italiani sono tra i più attivi nelle collaborazioni scientifiche e culturali e questo è un fiore all`occhiello delle nostre università. Che dimostra una cosa su tutte: quanto la ricerca sia libera, più forte (e alta) rispetto a regimi, dittature, guerre e bandiere. Anche quando, a Herat o Kabul, il governo vieta alle donne di iscriversi ai corsi universitari. Anche quando la collaborazione – ad esempio quella intrapresa dall`Università di Chieti Pescara – è con l`university of Construction and Building Materials di Pyongyang, in Nord Corea, in mano a un regime totalitario.
L`Università di Trieste ha firmato un nuovo accordo con la Sharif University of Teheran, l`università di Brescia con la King Saud University di Riad.
Scorrendo il corposo elenco di accordi internazionali riportato dal Miur, si trova di tutto, in nome di una cultura che crea una sorta di «non luogo» rispetto alle situazioni politiche, anche quelle più tese e delicate.

Non solo, un rapporto pubblicato dalla società olandese Datenna (che analizza 416 collaborazioni degli atenei europei con quelli cinesi), classifica l`Italia come il Paese con il maggior numero di collaborazioni con i «Sette figli della difesa nazionale», cioè gli atenei pubblici cinesi finanziati dal ministero dell`Industria e della Tecnologia informatica. Specializzati nella ricerca a fini militari, sono accusati di avere legami molto stretti con l`Esercito popolare di liberazione, cioè le Forze armate della Cina. Ma nessuno degli studenti ha mai protestato.

Se non ci fossero state le collaborazioni con Israele, il mondo della ricerca ci avrebbe solo perso in vari settori, dalla nanotecnologia all`agricoltura, dalla medicina neurodegenerativa a quella nucleare. Rinunciando a un contributo realmente importante. Solo per fare alcuni esempi: un progetto avviato nel 2020 ha portato alla creazione di una membrana in grado di ripulire il mare dalle fuoriuscite di petrolio.

Una collaborazione avviata nel 2019 ha portato alla realizzazione di una realtà virtuale in grado di tele-riabilitare gli arti superiori di chi soffre di sclerosi multipla. Un progetto
del 2022 apre la strada a soluzioni energetiche sostenibili e alla produzione di idrogeno pulito.

Come mai gli studenti si scaldano solo ora e scendono in piazza Pro Palestina?

A fare da regia alle rivolte è il collettivo Cambiare rotta, organizzazione giovanile comunista.

Un gruppo estremista che, nel calderone dei suoi ideali, ci mette simboli nostalgici e umori terroristici di cui nessuno aveva nostalgia. Comprese le evocazioni alla musa ispiratrice Barbara Balzerani, la brigatista che partecipò al sequestro di Aldo Moro.

Chissà se al gruppo, che ha anche sposato posizione esplicitamente filo putiniane, interessano davvero la democrazia e la libertà della formazione universitaria.