BUDAPEST DEMOGRAPHIC SUMMIT: L’INTERVENTO DI GIORGIA MELONI

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Giorgia Meloni con la presidente dell'Ungheria, Katalin Novak.

“Buongiorno a tutti,

devo ovviamente ringraziare Katalin Novák, che è una combattente anche lei.

È una grande madre e anche un’ottima e grande politica ed è una mia amica, così come il Primo Ministro Viktor Orbán è un mio buon amico da tanti anni.  Desidero inoltre portare i miei saluti a tutte le autorità, al Presidente Radev e al Vicepresidente Mpango.

Credo che oggi abbiamo un’importante occasione di confronto su alcuni temi che l’Italia ritiene centrali nell’agenda, non solo nazionale, ma europea: la famiglia e la sfida demografica. Il Governo italiano sta mettendo queste sfide al centro della sua azione con misure specifiche e con un’attenzione alle famiglie e ai figli negli interventi realizzati in ogni ambito. Ne accennerò più avanti ma quello che voglio dire per iniziare è che stiamo lavorando principalmente per imprimere una significativa svolta culturale. C’è infatti una grave crisi demografica che certamente investe l’Italia, ma investe anche tutta l’Europa, e sta contagiando ormai vaste aree del mondo, particolarmente l’intero Occidente.

Se proviamo a guardare in profondità questa crisi ci accorgiamo che ha origini lontane e radici che non affondano soltanto nel terreno delle fasi anti-cicliche dell’economia, ma – più pericolosamente – nelle sabbie mobili del mito della denatalità e di una impostazione culturale ormai diffusa generalmente ostile alla famiglia. Fino a pochi decenni fa i figli si facevano anche in tempo di guerra o in situazioni di povertà.

Lo dimostra la storia italiana. Nel secondo Dopoguerra, nonostante fosse ridotta in macerie e si trovasse in una situazione estremamente difficile, l’Italia ha vissuto una fase sia di grande espansione economica che di forte crescita demografica. Nel 1964 in Italia nasceva oltre un milione di bambini e il tasso di fecondità era di 2,7 figli per donna.

I figli rappresentavano non solo la rigenerazione della famiglia ma anche un imprescindibile elemento di benessere sociale, poiché i figli grazie al lavoro aumentavano le capacità di sostentamento dei nuclei familiari e si prendevano cura dei loro anziani. Se oggi si fanno sempre meno figli, e a correre più velocemente verso il precipizio sono spesso le Nazioni più sviluppate, non si può quindi ridurre il tema a un dato puramente materiale: bisogna indagare più nel profondo, e dal profondo cercare le risposte necessarie. Ma per come la vediamo noi la demografia non è una questione fra le tante per le nostre Nazioni. È la questione dalla quale dipende il futuro delle nostre Nazioni. Non credo di esagerare nell’affermarlo, perché bisogna avere il coraggio di dire che le proiezioni dei demografi per il futuro sono molto sconfortanti.

Uno dei motivi alla base di questa crisi è certamente il modo in cui si affronta la questione dal punto di vista culturale e mediatico. Pensiamo ad esempio a quanto sono cambiati negli anni i modelli sociali che ci vengono proposti nelle pubblicità, nel mondo del cinema e della tv, nel mondo dei media generalmente intesi. Una comunicazione che ha visto gradualmente sbiadire l’immagine-tipo della famiglia con bambini a vantaggio di una comunicazione a misura di single, che vede il cittadino-consumatore nella sua dimensione individuale, sganciato dalle sue appartenenze comunitarie, a partire dalla prima delle comunità che è la famiglia. Sapete, qualche anno fa sono diventata, beh, un po’ più popolare, perché durante un discorso ho detto “Io sono Giorgia, sono una madre, sono una donna, sono italiana, sono cristiana, non me lo toglierete”. Qualcuno l’ha messa in musica, era un modo per attaccarmi. Non ha funzionato; è diventato un successo. Forse hanno sottovalutato il modo in cui quelle parole sarebbero state accolte. Con quelle parole volevo dire che viviamo in un’epoca in cui tutto ciò che ci definisce è sotto attacco. Perché? E perché è pericoloso? È pericoloso perché la nostra identità – la nostra identità nazionale, la nostra identità familiare, la nostra identità religiosa – è anche ciò che ci rende consapevoli dei nostri diritti e capaci di difenderli. Senza questa identità, siamo solo numeri, numeri inconsapevoli, strumenti nelle mani di chi vuole usarci. Per questo penso che una grande battaglia per chi difende l’umanità e i diritti delle persone sia anche quella di difendere le famiglie, sia anche quella di difendere le nazioni, sia anche quella di difendere l’identità, sia anche quella di difendere Dio e tutto ciò che ha costruito la nostra civiltà.

Vogliono convincerci che parlare di questo tema non sia cool, sia anzi quasi una battaglia di retroguardia, portata avanti da persone che non sanno stare al passo con i tempi. Beh, non ci convinceranno mai di questo. E poco importa se molto probabilmente anche dell’iniziativa di oggi non si parterrà guardando ai contenuti, ma magari ai retroscena della politica, la cosa importante che accade qui oggi, per noi, è che esponenti di governo e istituzionali di diverse nazioni, diverse latitudini e diversi orientamenti politici si confrontano su questo tema perché sono semplicemente abbastanza responsabili da comprendere che è decisivo. E io sono qui perché mi interessa parlare del perché gli italiani non fanno più quei figli che pure nei sondaggi dicono di desiderare, perché mi interessa interrogarmi sulla ragione per la quale l’intera Europa è sotto il tasso di sostituzione, ovvero quei famosi due figli per donna che consentono di tenere costante il livello della popolazione. Gli esperti parlano da tempo di rallentamento. In alcune aree siamo già nella fase dello spopolamento. Ma le prognosi di medio periodo, se non si inverte la tendenza, sono critiche. E, come dicevo, le prospettive demografiche sono inversamente proporzionali al tasso di benessere. Per dirla più semplicemente, le Nazioni più ricche sono quelle dove si fanno meno figli. Questa è la ragione per la quale mobilitare risorse a sostegno della famiglia e dei figli è essenziale. E può dare risultati concreti, come l’Ungheria ha perfettamente dimostrato. Lo ha richiamato anche Papa Francesco nel corso del suo viaggio apostolico in Ungheria dello scorso aprile. L’esempio ungherese ci dice che le cose possono cambiare, se si vuole che cambino. Occorre la volontà e il coraggio di fare le misure giuste e investimenti importanti. 

Grazie alle politiche sviluppate in questi anni dal governo, in Ungheria è stata invertita la tendenza negativa delle nascite che affliggeva la Nazione dagli inizi degli anni Ottanta.

Oggi il tasso di natalità è aumentato, il numero di matrimoni è aumentato, il tasso di occupazione generale è aumentato e – cosa molto importante – è aumentato il tasso di occupazione femminile. Lo voglio sottolineare perché mi sono sempre opposta all’idea portata avanti da molti secondo la quale incentivare la natalità significherebbe disincentivare il lavoro femminile. Come se le due cose non fossero compatibili, come se le donne dovessero essere comunque condannate a sacrificare il lavoro o la maternità. E’ falso. Quello che ci dice l’esempio ungherese è esattamente il contrario: ci dice che sviluppando politiche orientate alla famiglia, sposando un approccio culturale family-friendly con politiche concrete a sostegno delle famiglie con bambini e della conciliazione famiglia-lavoro, in particolare per le mamme, si può restituire alle donne la libertà di poter mettere al mondo dei figli senza per questo rinunciare a una carriera e di poter avere una carriera senza per questo rinunciare a mettere al mondo dei figli. Perché è questa la vera libertà: poter scegliere, e poter avere una vita piena, perché i figli non sono un limite. Sto facendo un lavoro molto difficile, non ho molto tempo per mettere insieme tutto ma, sapete cosa? Sono diventata più forte quando è nata mia figlia, e ogni volta che la vedo, ora so meglio di prima, che anche quando sono stanca, anche quando penso “ok, mi arrendo, non ce la faccio più, non è una vita”, che sto facendo qualcosa che, se sono in grado di farla, lo faccio anche per lei. I figli rendono le donne più forti anche nel lavoro che svolgono, non sono un limite. Quindi vogliamo garantire questa libertà e dunque quella ungherese su famiglia e natalità è un’esperienza importante, e lo voglio dire perché l’Italia la guarda con interesse e ammirazione per i risultati raggiunti. Ho l’onore di presiedere il governo italiano, come sapete, che è un governo forte, coeso, che è in carica da meno di un anno e che punta  a lavorare insieme speriamo ancora per molti anni (che è una rarità per l’Italia, non è come qui dove le cose sono più stabili). Il nostro governo ha fatto della natalità e della famiglia una priorità assoluta.

E lo abbiamo fatto perché vogliamo che l’Italia torni ad avere un futuro, a sperare e a credere in un avvenire migliore rispetto al presente incerto in cui ci troviamo. Abbiamo iniziato inserendo per la prima volta nella storia la parola “natalità” nella denominazione di un Ministero, e abbiamo collegato il tema della natalità con quello della famiglia e delle pari opportunità. Non è una scelta di forma, ma di sostanza. È la scelta di avere il punto di vista della famiglia su tutte le politiche che il Governo porta avanti. Siamo ovviamente solo all’inizio, ma abbiamo già tracciato una direzione. Abbiamo aumentato l’assegno unico per i figli; potenziato i congedi parentali; riformato gli strumenti contro la povertà trasformandoli da un contributo assistenziale di disincentivo al lavoro a misure di sostegno alle famiglie e alle situazioni di reale fragilità, mettendo al centro ancora una volta i figli e la lotta alla povertà infantile. E ancora, abbiamo innalzato la soglia di benefici accessori esentasse ai lavoratori con figli, abbiamo rifinanziato i centri estivi ricreativi, aiutato le coppie giovani ad acquistare casa e un lavoro altrettanto importante è in campo sul fronte della conciliazione tra lavoro e famiglia. Ma soprattutto, abbiamo messo il criterio della famiglia, il criterio della natalità, il criterio della conciliazione tra lavoro e vita familiare, al centro di ogni provvedimento che stiamo facendo. Ma – e ci tengo a ribadirlo – vorremmo che il complesso della nostra azione aiutasse anche e soprattutto a creare un nuovo clima culturale. Perché vedete, quando si parla di denatalità, c’è ancora chi sostiene che in fondo la diminuzione della popolazione non sia un male. In passato ci sono state a livello internazionale politiche esplicite di controllo demografico e promozione della denatalità. Ora che con ogni evidenza siamo di fronte al problema opposto, mettere questo tema al centro delle politiche suscita paradossalmente ancora fastidio.

Spesso questo tema viene strumentalmente messo in contrapposizione con quello della migrazione, dalla quale si pretenderebbe di ottenere quel contributo in termini di welfare che le nostre società nazionali dovrebbero rassegnarsi a non offrire più.

È una narrazione che non condivido; penso che grandi nazioni e grandi popoli debbano assumersi le proprie responsabilità nel realizzare il futuro proprio e quello del proprio angolo di mondo. Penso che una quota di migrazione regolare, laddove necessaria e pienamente integrabile, possa rappresentare un contributo positivo per le nostre economie, ma rimango convinta che la soluzione alla crisi del nostro sistema di welfare europeo dovremmo più responsabilmente affidarla ai cittadini europei che invece si stanno abituando all’idea che il declino sia un destino.

Beh, il declino non è un destino, il declino è una scelta e non è una scelta che faremo noi. E in fondo, se ci pensate, la denatalità non è che un’altra faccia del mito incapacitante della decrescita. Come se la decrescita potesse essere felice. E invece no, a mio avviso la decrescita non è mai felice. E applicata alla demografia significa non soltanto un problema di sostenibilità del welfare o del sistema sanitario, ma significa mancanza di inventiva, di creatività, di innovazione. Una mancanza di speranza. Una mancanza di futuro. 

Voglio ringraziare Katalin Novák perché questo vertice, questa sessione di lavoro è dedicata alla famiglia come “key of security”: un concetto che molti anni fa poteva sembrare banale, e che ora è piuttosto coraggioso. Quindi, grazie Kat. Sembra che abbiamo bisogno di coraggio perché, oggi, sembra che parlare di famiglia tolga qualcosa a qualcuno, invece di aggiungere qualcosa a tutti, che è quello che penso io. Come se ognuno di noi, qualsiasi sia il percorso di vita proprio e qualsiasi siano le proprie origini, non fosse nato all’interno di una rete familiare. Posso dirlo io per prima, che come forse qualcuno qui sa non provengo da una famiglia dalle dinamiche “ordinarie”. Eppure, mi sento in tutto e per tutto figlia di una famiglia. Nelle scorse settimane in Italia si sono verificati gravi fatti di cronaca in una località chiamata Caivano, vicino Napoli, una cosiddetta “zona franca” nella quale a lungo lo Stato è sembrato essersi ritirato, lasciando negli anni troppo campo libero alla criminalità organizzata. Il nostro governo è intervenuto con decisione, per quel luogo e per tutte le Caivano d’Italia. E tra i capisaldi di questo intervento c’è proprio quello di spronare le famiglie a recuperare le responsabilità che appartengono loro, in campo educativo, nella crescita dei figli, nel controllo dei contenuti ai quali le tecnologie li espongono fin da piccolissimi, nella frequenza scolastica. Come pure, in questi mesi di governo, abbiamo cercato di promuovere l’etica del lavoro e la libertà educativa, caposaldo da un lato delle libertà personali e dall’altro delle responsabilità genitoriali, che una certa impostazione ideologica vede invece come fumo negli occhi. 

“Key of security”, è vero, questa è la famiglia. Dove per “key of security” non si intende, come una certa narrazione vorrebbe far credere, l’idea arcigna e un po’ retriva di una sovrastruttura socio-culturale che non accetta la libertà personale. Ma una “società naturale”, come è definita anche dalla Costituzione italiana, nella quale crescono e si formano i cittadini di domani, nella quale ognuno può formarsi, scoprire i propri talenti, sviluppare la propria personalità all’interno di un nido che garantisce sicurezza e protezione, imparare ad amare ed essere amato, imparare cos’è la solidarietà. Oggi, dopo un lungo attacco di natura ideologica che ha portato la famiglia ad essere poco aiutata e poco sostenuta, l’istituto familiare appare in crisi, e noi vogliamo difenderlo, noi vogliamo rilanciarlo, perché la famiglia non limita la libertà di nessuno e accresce la ricchezza di tutti. 

Riteniamo che lo Stato non possa sostituirsi alla famiglia, e dove nella storia si è tentato di farlo – com’è successo nell’Europa dell’Est sotto il dominio sovietico – gli esiti valgono come monito per tutti a non ripetere l’esperimento. A proposito, ho letto con stupore in questi giorni il riemergere di polemiche storiche sui fatti del 1956, che tante volte con Viktor e Katalin abbiamo ricordato come momento fondante per la Costituzione e la democrazia ungherese. Quella Rivoluzione del 1956, non fu solo la rivolta contro un dominio straniero ma anche la rivolta contro chi tentava di distruggere i fondamenti alla base dell’identità di un popolo: famiglia, religione, appartenenza nazionale. Sono pagine di storia che non possono essere riscritte e che nessuna operazione propagandistica di oggi potrà mai strappare. E pagine di storia che rivediamo oggi in Ucraina e che non possiamo accettare.

In conclusione, amici, le ricette per mettere la famiglia al centro delle politiche di sviluppo possono essere diverse e chiaramente sono influenzate dalle culture, dalle identità, dalle abitudini, dalle tradizioni nazionali. Ma esistono molte esperienze che hanno funzionato che sarebbe importante mettere in rete – come l’esperienza che vediamo qui in Ungheria.

Credo, sono d’accordo con il Presidente Radev, che l’Europa debba battere un colpo in questa direzione, mettendo le politiche per la famiglia e per la natalità al centro, accompagnando gli Stati nazionali verso un maggiore coordinamento, nel rispetto autentico del principio di sussidiarietà. Dimostrando, insomma, di aver compreso appieno la portata della sfida culturale, sociale ed economica che stiamo affrontando. “Un’Europa – utilizzando proprio le parole di Papa Francesco qui in Ungheria – centrata sulla persona e sui popoli, dove vi siano politiche effettive per la natalità e la famiglia, (…) dove nazioni diverse siano una famiglia in cui si custodiscono la crescita e la singolarità di ciascuno”. È questa anche la nostra speranza, ma soprattutto è questo il nostro impegno. 

Grazie a tutti.”