CINA-RUSSIA: IL PATTO DI FERRO, ANCHE MEDIATICO

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Riprendiamo da Repubblica di oggi 08/04/2022, a pag. 1, con il titolo “Lo spartiacque dei diritti”, l’analisi di Gianni Vernetti: “Le guerre possono cambiare drammaticamente il corso della storia e con essa l’intera architettura delle relazioni internazionali. La guerra nel cuore dell’Europa voluta dal satrapo di Mosca, per schiacciare con la forza un paese colpevole soltanto di voler scegliere il proprio destino europeo, non ha soltanto seminato morte e distruzione in Ucraina, ma ha provocato un’onda tellurica che ha investito direttamente l’organizzazione nata dopo il secondo conflitto mondiale: le Nazioni Unite. Volodymyr Zelensky era stato chiaro pochi giorni fa intervenendo al Consiglio di Sicurezza in collegamento dalla sua Kiev da poco liberata dall’assedio dei tank russi: «Le Nazioni Unite se non sono in grado di difendere il diritto internazionale, possono anche chiudere… il potere di veto della Russia è diventato un diritto ad uccidere».
E mentre scorrevano le immagini di Bucha, di Irpin e dei primi sobborghi liberati dalle forze ucraine, rivelando al mondo la lunga scia di morte e gli orrori perpetrati non da una milizia terroristica, ma da un esercito regolare di una potenza nucleare membro permanente del Consiglio di Sicurezza, la comunità delle democrazie preparava, proprio alle Nazioni Unite, una prima risposta.
Ieri mattina a New York l’Assemblea Generale ha messo ai voti la Risoluzione sulla “Sospensione del diritto di partecipazione della Federazione Russa al Consiglio dei Diritti Umani” presentata da un nutrito gruppo di Paesi democratici fra cui l’Italia. La Risoluzione è stata approvata con 98 voti favorevoli, 24 contrari e 58 astenuti. Era successo soltanto una volta nel 2011 con la sospensione della Libia di Muhammar Ghaddafi. Con il voto di ieri è cresciuto ulteriormente l’isolamento internazionale della Federazione Russa e come ha rilevato il ministro degli Esteri Dmytro Kuleba «i criminali di guerra non posso sedere negli organismi delle Nazioni Unite che hanno il compito di proteggere i diritti umani».
La guerra in Ucraina era già costata alla Russia l’esclusione dal Consiglio d’Europa, l’organizzazione internazionale nata nel 1949 per difendere democrazia e diritti umani e che comprende tutti gli Stati del vecchio continente. Ma il voto di ieri in Assemblea Generale stabilisce un nuovo spartiacque e descrive la nuova faglia geopolitica degli anni venti di questo secolo: il confronto fra democrazie e autocrazie, la competizione fra tutela dei diritti fondamentali e uso illegale della forza militare.
I 24 Paesi che hanno votato contro la Risoluzione rappresentano con chiarezza quella coalizione che in questi anni è cresciuta e si è rafforzata in funzione anti-occidentale: quell’alleanza delle autocrazie che unisce le due grandi dittature del pianeta, Russia e Cina, con una serie di piccole satrapie anacronistiche, ma non per questo meno pericolose, dalla Bielorussia, all’Iran, alla Siria, all’Eritrea, alla Corea del Nord.
La Cina, dopo essersi astenuta nelle prime votazioni di condanna, questa volta ha fatto una chiara scelta di campo confermando le preoccupazioni di molti e smentendo definitivamente la possibilità di un secondo “effetto Nixon”, quando la Cina preferì le opportunità di un integrazione con l’Occidente alle avventure dell’alleanza con l’Unione Sovietica.
Con ieri, il patto del 4 febbraio fra Xi e Putin, che prefigurava un’alleanza “senza limiti” fra le due autocrazie in grado di proporsi come un nuovo blocco alternativo alle democrazie liberali, è diventato una realtà.
E la guerra in Ucraina ha dimostrato una volta di più che i regimi dittatoriali e le autocrazie non solo rappresentano un vulnus costante per i milioni di esseri umani costretti a vivere senza libertà nei regimi stessi, ma rappresentano sempre di più un pericoloso fattore di instabilità globale. 
Per l’Occidente è il tempo di archiviare appeasement e realpolitik, per costruire una nuova agenda comune fra le democrazie, (…); promuovere e diffondere democrazia e stato di diritto; sostenere la dissidenza nei regimi non democratici; rafforzare le “infrastrutture della democrazia” nei paesi in transizione; sostenere con più convinzione stampa libera, multipartitismo, università, sindacati, organizzazioni della società civile.”.
 
Da parte nostra aggiungiamo solo che la narrazione della guerra fatta dai media cinesi e in primis dal “Quotidiano del Popolo”, maggiore mezzo di informazione in quanto organo ufficiale del partito Comunista cinese, in nulla si discosta dalla propaganda di Vladimir Putin.

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