CINA SEMPRE PIU’ COMUNISTA

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Dal sito del giornalista Nicola Porro (nicolaporro.it) proponiamo l’analisi di Michele Marsonet del 21 febbraio scorso:

“Si parla molto della crisi economica della Cina comunista. All’estero, ovviamente, poiché la ferrea censura del regime lascia trapelare ben poco. Ed è un fatto quanto meno strano che, in una Repubblica che si autodefinisce “popolare”, il popolo sappia poco o nulla dell’andamento dell’economia. Ogni tanto qualche cittadino osa pubblicare nei social network locali un post in cui lamenta il peggioramento della situazione, post che viene subito rimosso dai guardiani dell’ortodossia.

Investimenti verso l’India

Eppure, dopo anni di crescita trionfante, il Pil continua a calare e gli osservatori internazionali ritengono che tale tendenza sia destinata a permanere. L’esatto contrario di quanto accade nella Federazione Indiana dove, nonostante la presenza al governo del vituperato Narendra Modi, l’economia è in piena crescita. Ne è prova il fatto che la Borsa di Mumbai (la ex Bombay dei tempi dell’impero britannico), ha da poco superato Hong Kong, diventando il quarto mercato azionario più grande del mondo.

Molti investitori stranieri stanno abbandonando la Cina per puntare sull’India, dove il controllo politico sugli investimenti che provengono dall’estero è molto minore. E anche il mercato obbligazionario indiano sta crescendo velocemente, soprattutto nel settore dei titoli governativi. Il confronto tra le economie dei due colossi asiatici diventa dunque sempre più favorevole a New Delhi. Mentre Pechino sta rallentando, il Fondo monetario internazionale prevede un tasso di crescita del Pil indiano del 6,3 per cento nei prossimi anni. Una tendenza destinata, secondo gli analisti, a continuare nel medio periodo.

Crisi demografica cinese

E c’è pure la crisi demografica cinese. La Federazione Indiana è diventata la nazione più popolosa del pianeta con 1,4 miliardi di abitanti, superando così la stessa Cina. Non solo. L’India, a differenza della Repubblica Popolare, ha una popolazione prevalentemente giovane. Due terzi degli abitanti hanno meno di 35 anni, e la metà ne ha meno di 25. Questo è uno dei motivi che inducono gli investitori a scommettere sull’aumento costante della domanda interna.

Tra le cause della crisi demografica cinese vanno senz’altro indicate la disastrosa gestione della pandemia e, soprattutto, la “politica del figlio unico” imposta per decenni dal Partito, e abbandonata troppo tardi, quando ormai i buoi erano scappati dalla stalla.

Crisi anche politica?

Ma esiste anche una crisi “politica” cinese? Domanda cui non è facile rispondere, giacché con Xi Jinping il Partito comunista assomiglia sempre più a quello bolscevico russo modellato da Lenin, dove un numero ristrettissimo di dirigenti decideva in segreto le politiche da adottare. Come sempre senza preoccuparsi di informare il popolo (o, meglio, la classe operaia) che, in teoria, deteneva tutto il potere.

Tuttavia numerosi segnali indicano che, a Pechino, una crisi politica c’è davvero. Che fine ha fatto, per esempio, il Plenum, al quale partecipano i 376 componenti del comitato centrale del Partito Comunista Cinese? Di solito si riuniscono nell’hotel “Jinxi”, dal quale escono dopo alcuni giorni di riunioni segrete senza che i mass media e la popolazione vengano informati delle decisioni assunte. All’agenzia ufficiale Xinhua viene demandato il compito di riassumere, con uno scarno comunicato, la linea del Partito.

Si dà però il caso che del terzo Plenum del XX Comitato centrale nulla si sappia. Secondo le scadenze ufficiali si sarebbe dovuto tenere lo scorso autunno ma non se ne sa nulla: è come se fosse sparito. Questo è il frutto, indubbiamente, della fine della gestione collegiale del Partito, sostituita da una gestione monocratica inaugurata da Xi.

Viene allora spontaneo ipotizzare che le acque dentro il Partito Comunista Cinese non siano affatto così tranquille come la propaganda ufficiale vorrebbe far credere. E altrettanto spontaneo è pensare che stia crescendo un’opposizione interna contraria alla linea che il leader eletto per la terza volta decide in pratica da solo.

Investitori in fuga

Eppure, i problemi sul tappeto sono tanti. A cominciare dalle strategie utili ad attirare di nuovo gli investitori stranieri in fuga, molti dei quali hanno preferito trasferirsi in India. Non è certo un caso che la Germania, principale partner commerciale europeo della Cina, sia preoccupata. Olaf Scholz ha già annunciato la sua visita a Pechino in aprile, accompagnato da una nutrita schiera di imprenditori e banchieri. I tedeschi vogliono appurare di persona come stanno le cose (ammesso che ci riescano).

Sembra evidente che l’approccio puramente politico e ideologico adottato da Xi abbia danneggiato seriamente l’economia di Pechino.

L’emarginazione di numerosi “tycoons” che molto avevano contribuito alla crescita della Repubblica Popolare senza dubbio ha pesato, così come la precedenza data all’ideologia rispetto all’economia.”.