COSI’ LA RUSSIA MUOVE I MERCENARI DALL’ AFRICA ALLA GUERRA IN UCRAINA

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Da “Avvenire” del 22 aprile 2022 leggiamo e pubblichiamo l’articolo di Francesco Palmas: “Impantanata nel conflitto ucraino, Mosca sta attingendo a tutte le risorse disponibili per dipanare una matassa dai bandoli finora inestricabili. Da settimane sta rafforzando gli effettivi già in teatro con mercenari e suppletivi, molto bellicosi. Secondo l’intelligence militare britannica, almeno un migliaio di contractor del gruppo privato Wagner sarebbe stato richiamato dall’Africa e dalla Siria per essere proiettato nell’est ucraino.

Molti di questi uomini sarebbero stati già ingaggiati a Mariupol e Kharkiv, due snodi cruciali di questa guerra barbara. Fra loro ci sono criminali di guerra, noti per i loro metodi sbrigativi nel Vicino Oriente, in Libia, in Centrafrica e in Mali. Una fonte anonima libica, citata dal quotidiano Al-Araby Al Jadeed, afferma che i russi avrebbero sguarnito la città di Sukna e altri centri mediani e orientali della Cirenaica, radunando i mercenari nella base aerea di Al-Jufrah e imbarcandoli su un cargo militare. Destinazione: Ucraina.

Già all’inizio della guerra, alcuni scherani della Wagner sarebbero stati impegnati nella cattura fallimentare del presidente ucraino Zelensky. Se ne sa poco. Alcune fonti stigmatizzano gli irregolari russi anche per il massacro di Bucha. Non sarebbe una novità, visti i crimini da loro commessi altrove. Il via vai di mercenari dall’Africa al nuovo teatro di guerra è confermato anche da un responsabile militare egiziano e dalla giornalista Alexandra Jousseto, autrice del documentario ‘Wagner, l’esercito dell’ombra di Putin’. Secondo lei, molti quadri della società militare privata hanno lasciato nei giorni scorsi anche il Centrafrica. 

Dal 2015 Mosca ha investito moltissimo sul ‘continente nero’. Vanta, nel soft power africano, il successo della campagna siriana, presentata come prova di quanto possa giovare il sostegno di Mosca nel garantire sovranità e indipendenza, a dispetto delle sanzioni occidentali. La manovra le ha già permesso di ottenere contratti per i suoi mercenari in una dozzina di paesi africani. Opera con 6-7mila irregolari in Guinea Conakry, in Guinea Bissau, in Ruanda, in Angola, in Botswana, in Zimbabwe, nel Madagascar, in Sudan e nel Regno dello Eswatini (l’ex-Zwaziland).

Tramite i buoni uffici della società militare privata Wagner, ha guerreggiato in Libia, in Mozambico e in Centrafrica. Sta facendo altrettanto in Mali e ha prospettive pure in Burkina Faso.

Il Cremlino interviene surrettiziamente. Smentisce legami ufficiali con Wagner, una società senza personalità giuridica in Russia, con sede legale in Argentina. Ovunque intervengano, i mercenari di Mosca sono accompagnati da geologi dei colossi energetici. Il motivo è presto detto. Per pagare i servizi dei contractor, molti paesi africani, dalle casse vuote, offrono in cambio diritti minerari. Avverrà così anche in Mali, visto che Wagner è cara: si parla di un contratto da 11 milioni di dollari al mese con Bamako. Lo schema è mutuato dal vicino Centrafrica e copiato dal modus operandi della famigerata Executive Outcomes. A Bangui girano non meno di 2.500 mercenari russi. La geografia fisica delle loro zone di combattimento combacia come una goccia d’acqua con le aree di massima concentrazione di risorse minerarie. La società Lobaye Invest Ltd, controllata dal gruppo di San Pietroburgo M-Invest, ha ottenuto la licenza di sfruttamento di una miniera d’oro presso Ndassima, in una regione presidiata dai ribelli musulmani della Séléka.

M-Invest non è un gruppo qualsiasi. Fa capo a Eugenyi Prighozin, fedele di Putin e finanziatore di Wagner.

Prighozin, da ex criminale comune, ha fatto fortuna con le sue catene di catering di lusso a Mosca e San Pietroburgo. Ha diversificato le attività. Ha una holding mediatica, Media Patriot, possiede compagnie di genio civile, ha attivi nell’industria del petrolio e in quella mineraria. Il suo modello di sviluppo in Africa affianca le ambizioni geopolitiche di Mosca. Si offre come un fornitore di servizi, specie in materia di consulenza politica e di campagne d’influenza, ottenendo in cambio partecipazioni azionarie in compagnie minerarie. Inutile dire che l’uomo e le sue società sono sotto sanzioni americane ed europee.

Ma altre due sono le figure chiave di Lobaye in Centrafrica: Eugenii Khodotov, un ex ufficiale russo di polizia, ora direttore generale della compagnia, e Dimitri Alexandrov, che cura la strategia mediatica russa in Centrafrica. Mosca punta però ancora più in alto. Più che le risorse minerarie, di cui è già ricchissima e di cui il Centrafrica non abbonderebbe troppo, al Cremlino interessano la geopolitica regionale e la stabilità del paese, che verrebbero sfruttate come un trampolino di lancio verso zone più attraenti economicamente. Un alto responsabile dell’Onu, che si occupa di questioni di sicurezza, non esclude che «i russi si siano stabiliti in Centrafrica per creare un duplice asse d’influenza, attraverso il Sudan a nord e verso l’Angola a sud». Per molti esperti conservatori russi, fra cui Vyacheslav Tetekina, membro del comitato di difesa della Duma, citato dall’Ifri, «Mosca ha ormai escluso Parigi dal gioco centrafricano» e punta ad estrometterla anche dal Burkina Faso, dopo averla defenestrata dal Mali. A fine gennaio, Alexandre Ivanov, uno dei capi degli ‘istruttori’ russi in Centrafrica, ha elogiato su Twitter i golpisti burkinabé, offrendo loro «l’esperienza dei suoi uomini in Centrafrica per la formazione dell’esercito del Burkina».

Il problema è che i mercenari russi sono accusati di crimini di guerra. In Centrafrica avrebbero commesso esecuzioni arbitrarie, stupri e saccheggi.

C’è il rischio che il modello sia esportato anche in Burkina, in Mali e ora in Ucraina. E il tutto potrebbe avvenire nel silenzio delle Nazioni Unite. Sembra di essere tornati agli anni 70, quando Mosca sosteneva governi filosovietici in Madagascar, in Benin, in Burkina Faso, in Angola, in Mozambico, in Guinea-Bissau, a Capo Verde, in Algeria, in Libia, in Mali e in Kenya. All’epoca, l’influenza russa in Africa era all’apogeo del suo splendore, con quasi 40mila consiglieri militari all’opera, cui si sommavano le truppe socialiste cubane. Erano legami preziosi, che permettevano di piazzare in tutto il continente le armi fabbricate dal Patto di Varsavia. Ancora oggi mercenari e armi viaggiano a braccetto, tant’è che l’export di armi russe verso il Continente nero è cresciuto del 23% nell’ultimo quadriennio. Mosca sta correndo. Ambisce a galvanizzare ulteriormente la sua impronta africana. Per ora, fatica a competere con Pechino. Ma sta ripartendo da un lungo letargo e sta scommettendo sui settori in cui primeggia: le armi e gli irregolari, dando battaglia su tutti i fronti. Un affare imbarazzante. Ma se il Cremlino uscirà con le ossa rotte dal pantano ucraino, come prevedibile economicamente e sul piano di immagine, le sue ambizioni africane saranno compromesse per i decenni a venire. Un effetto collaterale della sua ingordigia.

 

 

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